Quattro idee per la scuola di questo nostro tempo

Di Gennaro Lopez

Negli ultimi anni il mondo è profondamente cambiato. In peggio. Si impone dunque in modo sempre più drammatico la domanda: come e che cosa fare perché cresca nelle giovani generazioni la speranza e la volontà di lottare per un mondo diverso e migliore? Dalle piazze vengono, in questi giorni, segnali incoraggianti: sta a noi saperli interpretare.
Nel corso della mia vita, ormai sufficientemente lunga, non mi era mai capitato, come ora mi capita, di vedere la storia scorrere veloce, impetuosa, come un torrente in piena. L’impresa di chi deve educare, istruire, formare, è perciò diventata più che mai improba. È pur vero che già Virgilio ci ricordava che tempus fugit, ma da allora persino la concezione del tempo è profondamente cambiata, perché la scienza ci ha portati a doverci misurare col concetto di spaziotempo e con la teoria quantistica. Tuttavia, resistono e ci aiutano alcuni insegnamenti e orientamenti pedagogici, quasi zattere alle quali aggrapparci in un mare in tempesta.


Mi è capitato di rileggere recentemente alcune parole di don Milani che mi piace qui riproporre:

“La scuola […] siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico”.

Ecco: penso che di questo oggi ci sia bisogno, far crescere nei giovani non un generico ‘senso critico’, ma qualcosa di più, un ‘senso politico’, appunto. Perché la realtà con la quale ci misuriamo va letta criticamente e politicamente: perché soltanto questa lettura ci offre gli strumenti utili per cambiarla.
In contesti formativi, il ‘senso politico’ deve necessariamente combinarsi con contenuti culturali. Provo qui a proporre alcuni ambiti culturali (quattro, per l’esattezza) suscettibili di sviluppi in veri e propri itinerari pedagogici e didattici, nei quali si supera la sterile opposizione tra ‘istruire‘ ed ‘educare’ (occorre saper istruire educando ed educare istruendo).

  1. Cultura dell’uguaglianza. Da tempo, ormai, non c’è esperienza di vita quotidiana che non debba misurarsi con fenomeni di crescente disuguaglianza e di vere e proprie discriminazioni, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di diritti negati. Una sorta di demagogia meritocratica incoraggia un individualismo competitivo anche all’interno del sistema scolastico. Recuperare il significato autentico degli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione può rappresentare il primo passo per riaffermare un valore fondante della Repubblica: quello dell’uguaglianza sostanziale e, di conseguenza, del diritto allo studio di tutte e di tutti.
  2. Cultura della pace e della nonviolenza. Pace tra i popoli, nonviolenza tra le persone, a partire dalla messa al bando definitiva di ogni violenza contro le donne. Solidarietà e cooperazione sono parole che sembrano scomparse dal lessico dei rapporti internazionali. Prevale la logica del ricorso alla forza: guerre e corsa agli armamenti occupano la scena mondiale portandosi dietro orrori e barbarie, autentica ignominia del genere umano: stragi di bambini, bombe e missili su ospedali e scuole. Si può concepire qualcosa di più orrendo e disumano? Saper riconoscere le cause di ogni conflitto è certamente essenziale, ma occorre andare oltre: anche, in questo caso, a partire dalla Costituzione (art. 11), si tratta di offrire una visione del mondo in cui le differenze siano il presupposto di ascolto e rispetto reciproci, non di conflitti violenti. Nel 2024 ricorrerà il centenario della nascita di Danilo Dolci: facciamone un’occasione per dare nuovo slancio all’educazione alla pace e alla nonviolenza.
  3. Cultura ecologica. Anche qui troviamo terreno fertile nella sensibilità delle giovani generazioni. Questa, lo sappiamo, è questione su cui è possibile sperimentare esperienze di cittadinanza attiva. Poiché in gioco è il destino di questo pianeta, educare in questo ambito significa superare necessariamente anguste visioni localistiche, nazionalistiche, significa allargare lo sguardo al mondo intero e dunque formare cittadini, certamente italiani, certamente europei, ma soprattutto cittadini del mondo. Dobbiamo saper aprire le nostre scuole ad una visione sempre più ampia: quella di un’Italia che guardi all’Europa e di un’Europa che guardi al mondo. Il mondo, nella sua totalità, nella sua complessità deve entrare in modo permanente nelle nostre scuole, nelle nostre aule, nei nostri laboratori, anche per educare al rispetto di noi umani nei confronti del vivente non umano
  4. Cultura del dialogo. Parlo del dialogo come dimensione insostituibile della condizione umana. Conviene risalire alle origini greche del termine: διάλογος (διά + λόγος), che non è soltanto e semplicemente un ‘dire’, un ‘parlare tra’ intelligenze diverse, ma è anche un ‘raccontare’, è un ‘ragionare’ insieme, per condividere pensieri, riflessioni, emozioni. Mi sembra di poter dire che del ‘logos’, che è parte essenziale del dialogo, da molto tempo si siano perse le tracce. Non a caso qualcuno ha visto una replica, questa volta su scala globale, dell’uccisione di Socrate. Ma spetta a noi resuscitare Socrate e la sua maieutica, adottare la pedagogia del dialogo come via maestra per dare basi ad un nuovo umanesimo, capace di abbracciare, in una più avanzata visione dell’umano, il progresso scientifico e quello tecnologico, magari senza disdegnare il recupero di qualcosa che era nelle radici della nostra civiltà: penso, ad esempio, alla smarrita pìetas quando apprendo dalle cronache dei giornali di una persona che ha gettato tra i rifiuti l’urna contenente le ceneri del padre.

Da parecchi anni ormai la nostra scuola pubblica è oggetto di interventi, che con l’ingannevole etichetta di ‘riforme’ hanno ripetutamente cercato di allontanarla dalla funzione istituzionale (fattore di crescita democratica e di progresso civile) che le assegna la nostra Costituzione. Accade da parecchi anni. Ma dall’ottobre 2022 questi interventi sono parte integrante di una più generale offensiva di carattere palesemente reazionario, i cui protagonisti non nascondono, anzi dichiarano di voler affermare una loro ‘egemonia culturale’, oltre a voler manomettere la stessa Costituzione col ‘premierato forte’ e il ‘regionalismo differenziato’. Operiamo dunque in un contesto molto più insidioso per la stessa tenuta democratica del Paese. Non so quanto diffusa sia la consapevolezza della gravità di quanto sta accadendo e dei rischi connessi. Mi preoccupa constatare una certa sottovalutazione, che magari si nutre dell’illusione che bastino l’ironia e il sarcasmo per contrastare l’offensiva in atto. Intendiamoci, ironia e sarcasmo si rivelano spesso armi efficaci, ma non bastano. È necessaria una controffensiva culturale ad ampio spettro e su vasta scala, che veda la scuola protagonista. Un impegno di tale portata richiede l’adozione di ‘pensieri lunghi’, capaci cioè di proiettarsi nel futuro, progettando percorsi e obiettivi su cui mobilitare le intelligenze più giovani.

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