L’alternativa è la Costituzione

Articolo di Paolo Ciofi

I rischi per la democrazia crescono, e il modo stesso con cui in Italia si svolge la campagna elettorale – percorsa da ripetuti episodi di violenza e di intolleranza, e da spinte dichiaratamente fascistiche e autoritarie – ne è la conferma evidente e preoccupante. La riduzione dei numero dei parlamentari, sostenuta dai 5 Stelle e approvata di recente dalla Camera dei deputati, si situa in questo contesto.  Non si può dire però che rappresenti il maggior rischio per la nostra democrazia, sebbene tenda a depotenziare ulteriormente il ruolo del Parlamento e della rappresentanza.

In realtà ci troviamo di fronte a un complesso di fenomeni negativi che stanno disgregando la società fino al punto di mettere in discussione l’unità della nazione. Come giustamente è stato osservato, la cosiddetta autonomia differenziata delle Regioni, su cui punta la Lega, non è altro che un’espressione istituzionale dell’egoismo secessionista dei ricchi. Qual è allora la vera materia del contendere, in questa nuova fase che si è aperta con crescenti spinte di destra in tutta Europa, e con l’affermazione in Italia del governo pentaleghista? Continua a leggere “L’alternativa è la Costituzione”

AVVERSI AL REGIME

 

avversi

Paolo Corsini, Gianfranco Porta, Avversi al regime. Una famiglia comunista negli anni del fascismo, Editori Riuniti, Roma 2018, pp. 360, € 20

Nella sua prefazione il presidente emerito dell’Anpi Carlo Smuraglia chiarisce le motivazioni profonde che hanno reso non solo utile, ma «addirittura necessaria», la ripubblicazione di questo libro – per molti aspetti esemplare – di Corsini e Porta, uscito la prima volta più di 25 anni fa. E le individua nell’esigenza non più rinviabile di recuperare la nostra contrastata storia di italiani nella lotta per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza. Una storia che si va scolorendo e annebbiando in un eterno presente senza passato e senza futuro. Quando non viene deliberatamente cancellata per rovesciare le conquiste sociali e politiche che le donne e gli uomini di questo Paese con fatica hanno raggiunto.
L’antifascismo, quindi, non come reperto archeologico di un passato morto e sepolto. E neanche come inconcludente retorica di pochi spiriti eletti. Bensì – sottolineano gli autori – come «espressione viva e permanente di valori fondanti la convivenza civile di una società democratica». E dunque come fattore costitutivo sociale, politico e morale della Repubblica democratica, fondata sul lavoro. E’ il senso, e il valore straordinariamente attuale, che segna in modo indelebile la vicenda umana, privata e pubblica, sindacale e politica, di Luigi Abbiati, di Antonia Oscar e dei loro figli, descritta con maestria in un grande affresco ricco di chiaroscuri e di colori vivaci. Da cui emerge, nei suoi diversi aspetti, la vita delle classi subalterne oppresse dallo sfruttamento e dalla povertà durante il ventennio di un regime reazionario con basi di massa, omicida e violento, dittatoriale e corrotto, che ha portato l’Italia alla catastrofe della seconda guerra mondiale.
L’avvento del fascismo e la sconfitta del movimento operaio, diviso e senza una comune strategia di lotta, che travolgono la resistenza di operai e contadini poveri a Brescia e nelle valli lombarde. Poi la guerra partigiana e l’abbattimento del fascismo. Antonia e Luigi, lui tornitore attrezzista e lei operaia tessile già a 14 anni, compiono insieme l’intero percorso dell’Italia fino alla conquista della democrazia e della libertà.
La fondazione del Partito comunista inizialmente segnato dal settarismo esclusivista di Amedeo Bordiga nel 1921 e la svolta impressa da Antonio Gramsci con il congresso di Lione nel 1926. La clandestinità, la disoccupazione, la fame e la difficoltà di allevare i figli, il carcere e il confino. Dove non cedono a ogni sorta di pressione, ma studiano all’università dei «rivoluzionari professionali» messa su da Terracini, Scoccimarro, Li Causi e altri dirigenti del Pci. Luigi e Antonia sempre con la schiena dritta, sempre dalla parte degli oppressi nella lotta per una civiltà più avanzata, sempre con la volontà di imparare per farsi classe dirigente.
Ecco come ricorda l’operaio Luigi Abbiati il giovane studente Giovanni Ferro, allora seguace di Giustizia e Libertà: «Quando sono arrivato a Lipari uno dei primi con cui ho stretto rapporti è stato Gino Abbiati. Ai miei occhi di studente un tipico rappresentante della classe operaia con tutti i requisiti di capacità, di serietà, di onestà che costituivano la qualità distintiva dei comunisti e giustificavano anche in sede teorica l’attrazione esercitata in me dal comunismo».
La qualità di questo libro, che lo rende forse unico nel suo genere differenziandolo da altre ricerche pure importanti sul fascismo che tuttavia si soffermano soprattutto sull’attività dei gruppi dirigenti, sulle loro scelte politiche e le impostazioni ideologiche, o anche sulle caratteristiche della forma partito, consiste nell’indagine approfondita e differenziata, sempre sorretta da una documentazione ineccepibile e vastissima, sopra i comportamenti sociali e politici dei cosiddetti «compagni di base». In altre parole, sopra quel tessuto connettivo che unisce gli individui alla base della società.
Senza il quale la politica scade a pura manovra di potere al servizio dei gruppi economici dominanti. E sul quale, invece, si è potuto costruire il più grande e influente partito comunista dell’Occidente capitalistico. Il «partito nuovo» cui ha messo mano Palmiro Togliatti, rivoluzionario e padre costituente. Un partito di classe, popolare e di massa, sempre in prima linea nella costruzione e nella difesa della democrazia costituzionale in questo Paese.
Senza la coerenza e l’impegno generoso di donne e uomini come Antonia e Luigi un tale partito, asse portante di una democrazia partecipata e progressiva, la cui via al socialismo si fondava sulla rigorosa attuazione della Costituzione antifascista, non sarebbe neanche nato. Nel passaggio cruciale della guerra di liberazione, il partigiano Luigi Abbiati viene barbaramente trucidato dai nazifascisti nel giugno del 1944. La partigiana Antonia Oscar continua a combattere e sopravvive. Rientrata a Brescia sarà dirigente comunista e vicesindaco della città, lasciando poi il testimone alla figlia Dolores. A sua volta dirigente sindacale nella Cgil e parlamentare del Pci.
Gli Abbiati avversi al regime. Antifascisti e comunisti italiani. Vale a dire combattenti per la democrazia, per l’uguaglianza e la libertà. Per la costruzione di un’Italia rinnovata nel rispetto del fondamento del lavoro, e dei diritti sociali e civili inscritti in Costituzione. Un storia esemplare da conoscere e da far conoscere, oggi oscurata e drammaticamente interrotta, nel tentativo di arrovesciarla nel suo contrario.
Corsini e Porta fanno notare che il senso del loro libro «sta nel fatto che vi sono tematizzati due grandi fenomeni del Novecento: il comunismo e il fascismo». Nel cui contesto «la storia della famiglia Abbiati viene (…) ripercorsa nella sua valenza di riferimento concreto ed esemplare, utile a esorcizzare l’uso di queste categorie in termini destoricizzati». Oggi, infatti, mentre nel primo caso, quello del comunismo, si sta operando «una liquidazione tout court» teorizzando l’impossibilità di andare oltre il capitalismo «senza fare i conti a pieno con una storia drammatica», nel secondo caso, quello del fascismo, al contrario si sta retrocedendo verso il passato ignorando lo svolgimento della storia.
In altri termini, si sta diffondendo una visione edulcorata e falsificata del fascismo, che nei fatti semina divisione, odio e violenza contro l’altro e il diverso, identificato come il nemico da isolare e da abbattere. Una chiave interpretativa «revisionista, riduzionista, giustificazionista, persino apologetica, quasi che le politiche razziali e le scelte belliche fossero state una sorta di incidente non connesso con la natura stessa del regime».
Ecco perché la riedizione di questo libro promossa da Dino Greco, erede e continuatore della famiglia Abbiati, è stata quanto mai utile e necessaria. Perché consente, soprattutto alle nuove generazioni, di prendere conoscenza e di appropriarsi di una lunga e straordinaria storia, conclusa con una vittoria e con una conquista che segna un passaggio d’epoca: la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un progetto inedito di nuova società, la vetta più alta, in Italia e in Europa, nel tormentato cammino verso la liberazione dallo sfruttamento del lavoro, la dignità della persona, l’affermazione piena dei diritti umani, sociali, civili e politici. Una vetta che è il punto da cui muovere per uscire dalla crisi di sistema in cui viviamo e costruire il futuro.
Questo libro sia dunque anche uno stimolo per unire le forze e lottare con un obiettivo concreto e non impossibile: l’attuazione dei principi e dei diritti che la Costituzione prescrive.
Paolo Ciofi

 

Palmiro Togliatti, una lezione da riscoprire

Alexander Höbel

Il 26 marzo del 1893 nasceva a Genova Palmiro Togliatti, il massimo esponente del comunismo italiano assieme ad Antonio Gramsci, che era di soli due anni più grande, ma di cui Togliatti si considerò sempre un allievo, oltre che un amico e un compagno di lotta.
A tanti anni di distanza anche dalla sua scomparsa, e dopo una lunga fase di damnatio memoriae, a partire almeno dal 50° anniversario della morte, nel 2014, una rilettura della sua opera si sta affermando anche sul piano storiografico. Una recente biografia ne mette in luce il forte realismo (quel realismo che ha le sue radici in un classico del pensiero politico come Niccolò Machiavelli). Né sono mancati volumi che hanno messo in luce, da un lato, la continuità della sua opera in relazione al tema della democrazia italiana; dall’altro, il suo ruolo nella vicenda del comunismo internazionale del XX secolo, che ne fa per certi versi un “leader globale” ante litteram . E tuttavia, per infelice paradosso, proprio nel momento in cui la figura di Togliatti viene giustamente rivalutata sul piano storiografico, la sua lezione appare largamente dimenticata sul terreno politico. Ed è invece proprio dell’attualità politica di molti suoi insegnamenti che vorrei soffermarmi.

1. Una lezione di metodo
In primo luogo, proprio sul terreno del metodo. Togliatti è un politico realista (di un realismo che non degenera mai in becero pragmatismo e nella politica del giorno per giorno, ma tiene sempre fermo l’obiettivo strategico della trasformazione radicale dello stato di cose presente) perché il punto di partenza di ogni sua presa di posizione è sempre, leninisticamente, l’analisi concreta della situazione concreta, la valutazione fredda e razionale dei rapporti di forza, del contesto oggettivo (internazionale e nazionale) e delle condizioni soggettive: un’analisi che non è mai schematica o statica, ma sempre dinamica e differenziata, volta cioè sempre a cogliere le specificità, i mutamenti, le contraddizioni (anche nel campo degli avversari oltre che dei possibili alleati); una impostazione agli antipodi di quella bordighiana, che metteva in luce piuttosto gli elementi invarianti della situazione, con effetti spesso nefasti per l’azione politica (per cui ad esempio, si sottovalutò il fascismo poiché lo si considerò solo un altro governo della borghesia, si mettevano nello stesso calderone tutte le forze non proletarie ecc.). Il metodo di Togliatti, invece, dialettico nella sua essenza filosofica e dunque profondamente marxista, era anche quello che consentiva di intervenire più efficacemente sul piano politico: egli non parte mai “da sé”, dai propri desideri, da come appunto ci si immagina o si vorrebbe fosse la realtà, ma neanche da sé nel senso collettivo di gruppo o organizzazione, ma piuttosto sempre dalla realtà stessa nella sua complessità, e in base ad essa articola di volta in volta le sue strategie e proposte politiche.
Togliatti muove dalla realtà e dalla dura analisi dei rapporti di forza e dei margini concreti per un’azione efficace (volta cioè sempre alla politica più che alla propaganda), e al tempo stesso muove da un preciso punto di vista: quello degli interessi storici dei lavoratori salariati, dei proletari, e delle classi popolari, ossia della grande maggioranza della nazione (e dell’umanità). Relazionando – e direi subordinando – l’azione del Partito a tali interessi, le sue proposte riescono a cogliere la priorità del momento storico (esemplare in tal senso la svolta di Salerno del 1944 che, individuando come priorità la liberazione del Paese dal nazifascismo, e ritenendo necessaria a tal fine la massima unità, subordina ad essa ogni spirito di parte, ogni tentazione di rivincita e ogni patriottismo di partito), ma nel fare ciò – nel cogliere cioè quale sia l’interesse preminente del proletariato come classe generale in un preciso momento – non solo rende possibile alle masse resistere e vincere, ma porta al Partito stesso quel prestigio e quella forza che scelte diverse, dettate da una concezione ristretta dell’interesse di classe o di partito, non gli avrebbero mai portato.

2. Rivoluzione in Occidente, socialismo e democrazia
Il secondo tema è quello dell’idea di transizione, di rivoluzione in Occidente, che anima Palmiro Togliatti, e dunque il tema del nesso strettissimo, direi del legame organico tra democrazia e socialismo. Anche qui la sua è una riflessione che parte da lontano, almeno dagli anni Venti. Nel dibattito del gruppo dirigente del Partito comunista d’Italia sulle strategie per abbattere il fascismo e su ciò che lo avrebbe sostituito, era quasi naturale l’idea che il fascismo sarebbe stato abbattuto da una rivoluzione proletaria che avrebbe messo all’ordine del giorno la trasformazione socialista del Paese. A partire dal 1927, sulla scorta della riflessione gramsciana sulla Costituente (l’“Assemblea repubblicana costituente sulla base dei comitati operai e contadini” lanciata nel 1925, rimasta come parola d’ordine del Partito e poi messa in discussione dai giovani Longo e Secchia) , Togliatti lucidamente mette in discussione tale certezza e parla dell’esistenza di ameno due possibili prospettive per scalzare il fascismo: oltre a quella della rivoluzione proletaria socialista, quella di una rivoluzione popolare antifascista che, basandosi su uno schieramento sociale più vasto e composito, avrebbe potuto mettere all’ordine del giorno non il socialismo ma una repubblica democratica più avanzata di quella prefascista .
È una riflessione che Togliatti sviluppa nel decennio successivo, allorché tale ipotesi acquista maggiore concretezza, con la rivoluzione spagnola che dà vita appunto, secondo la sua definizione, a una democrazia di tipo nuovo, e più in generale con la svolta storica dei Fronti popolari antifascisti sancita dal VII Congresso dell’Internazionale comunista. Ed è questo, in effetti, lo scenario nel quale si sviluppa la Resistenza italiana nel 1943-45, con i comunisti che riescono a svolgere un ruolo di avanguardia effettivo, superando ogni tipo di esclusivismo e settarismo, e ponendo all’ordine del giorno una prospettiva unitaria, in grado di raccogliere il consenso della grande maggioranza delle forze antifasciste e del popolo italiano.
L’idea già maturata in Spagna di una democrazia di tipo nuovo, che tagliasse le radici strutturali del fascismo (colpendo grande proprietà terriera e grandi monopoli, costruendo uno Stato in cui le classi lavoratrici fossero egemoni e che fosse dotato di leve economiche effettive nel settore dell’industria come in quelli dell’agricoltura e del credito), si saldava così a quella di un percorso che poneva le basi e apriva le porte al socialismo, nell’ambito però di un processo molto più articolato di quello che si era verificato nella Russia del 1917. Sono questi i presupposti su cui Ercoli fonda, nel 1944, la sua svolta di Salerno: unità nazionale antifascista per liberare il Paese, Assemblea costituente subito dopo la guerra, prospettiva di una democrazia di tipo nuovo, popolare perché basata sul superamento dello Stato liberale monoclasse, e progressiva perché posta nelle condizioni di estendersi e concretizzarsi sempre di più; riforme di struttura per mutare i rapporti di proprietà e con essi i rapporti di forza tra capitale e lavoro; e partito nuovo, di massa, nazionale e internazionalista, in grado di fare politica e non più propaganda – ossia di proporre soluzioni praticabili sulle grandi problematiche del Paese – come strumento fondamentale per dare le gambe a tale progetto, che sarà peraltro largamente recepito dalla Costituzione repubblicana. In questo senso, la sua opera – com’è stato osservato – è quella di un “rivoluzionario costituente” . La sua è un’idea del rapporto democrazia-socialismo in gran parte inedita, sebbene fondata sul concetto marxiano del socialismo come potere della grande maggioranza per la grande maggioranza. Una concezione che, nella seconda metà del Novecento, ha dovuto affrontare i contraccolpi e le contromisure degli avversari, oltre che i limiti imposti dalla guerra fredda e dalla collocazione internazionale dell’Italia, ma che rimane vitale e feconda, e non a caso viene riecheggiata in contesti del tutto diversi in cui si pone il tema del socialismo nel XXI secolo, proponendo schieramenti di classe compositi (e talvolta fronti ampli), in cui le classi lavoratrici e le loro organizzazioni svolgono un ruolo di avanguardia, e sistemi economici misti, in cui la parte socializzata delle forze produttive è tuttavia egemone.
Togliatti, anche sulla scorta dei Quaderni di Gramsci che ebbe modo di leggere durante la guerra, è dunque un punto di riferimento essenziale per quel dibattito sulla transizione al socialismo in società complesse, sulla costruzione di una società nuova basata sul consenso e sulla partecipazione delle grandi masse, che è tuttora, sia pure in forme nuove, all’ordine del giorno.

3. Policentrismo e prospettiva globale
L’altro elemento che ci parla dell’attualità del pensiero togliattiano è il nesso tra questione nazionale e internazionalismo che sempre lo caratterizzò, e in tale quadro quella intuizione del mondo policentrico – multipolare, diremmo oggi – che avanza a partire dal 1956. In realtà già nel 1949 commentando la nascita della Repubblica popolare cinese con un lungo saggio in quattro puntate su “Rinascita”, il leader del Pci aveva messo in luce l’importanza decisiva di tale svolta storica. Pochi mesi dopo, in un discorso alla Camera, ne parlò come della «più profonda trasformazione della struttura del mondo dalla rivoluzione d’ottobre in poi». Ma era il risveglio dei popoli coloniali in generale ad apparirgli come «uno dei più grandi, forse il più grande fatto nuovo» del secondo dopoguerra . Questa svolta faceva sì che, accanto ai paesi socialisti e alla «classe operaia delle metropoli dell’imperialismo», un terzo elemento, le lotte di liberazione dei «popoli coloniali e semicoloniali», concorreva a costituire «un’azione generale unica per la vittoria del socialismo nel mondo» . Ne derivavano anche forme e concezioni nuove dell’internazionalismo, che sempre più andavano oltre i vecchi confini e richiedevano al movimento comunista una rinnovata capacità unitaria, stavolta su scala globale, oltre alla piena assunzione del tema delle vie nazionali e della molteplicità delle vie al socialismo.
È proprio per questa concezione, del resto, che Togliatti criticherà aspramente gli attacchi di Mao Zedong all’Urss e allo stesso movimento comunista occidentale, ribadendo al contrario la necessità di “un vero e reciproco contatto e appoggio tra questi due grandi fronti della lotta” . Il mondo policentrico e la stessa crescita del movimento comunista su scala globale richiedevano peraltro, nella sua concezione, che lo stesso comunismo internazionale diventasse policentrico; di qui la grande attenzione e la crescente intesa che il Pci doveva avere verso le altre forze del movimento operaio e comunista europeo. L’Occidente «è in ritardo di una rivoluzione» – scriveva nel 1959 – e una «sinistra europea […] ha davanti a sé una prospettiva soltanto se ha il coraggio di affrontare i temi di una profonda riforma delle strutture», ossia del superamento degli assetti capitalistici . Un problema, come è noto, ancora aperto.
Infine, nel sottolineare l’attualità di Togliatti credo vada citata la sua sensibilità verso quelli che si chiameranno i problemi globali, a partire in particolare dal tema della pace, cogliendo fin dal ’45 il peso della tremenda novità costituita dall’arma nucleare, che rendeva possibile «la distruzione completa della civiltà umana» da parte «di un imperialismo aggressivo», il che riproponeva in forme nuove l’alternativa tra socialismo e barbarie . L’appello al mondo cattolico del ’54 per la salvezza della civiltà umana, riproposto poi nel discorso del ’63 Il destino dell’uomo che, anticipando di poche settimane l’enciclica Pacem in terris, dialoga esplicitamente con papa Giovanni XXIII, ci mostrano appunto un leader nazionale e internazionalista, dotato di un approccio profondamente globale nel rilanciare l’universalismo concreto del marxismo, ponendo il suo partito e il movimento comunista nel suo complesso in grado di confrontarsi con le altre forze protagoniste dello scenario internazionale. Una ispirazione, questa, che in diverse latitudini del mondo i comunisti (si pensi in particolare ai comunisti cinesi, al progetto di “nuova via della seta” e al tour europeo di questi giorni del presidente Xi Jinping) sembrano non aver dimenticato, e su cui anche in Italia c’è bisogno di tornare a riflettere.

 

 

Il Pci e Roma negli anni 70. Non c’è futuro senza radici

Conferenza di Paolo Ciofi svolta il 15 marzo ’19 presso l’Associazione Enrico Berlinguer a Roma

 

Il Pci primo partito nella capitale dello Stato: un passaggio inedito sulla via italiana al socialismo

Care compagne e cari compagni, rivolgendomi a tutti voi qui presenti, innanzitutto voglio ringraziare Claudio Siena e l’Associazione Enrico Berlinguer che ci ospita. Con la quale intendiamo proseguire in una intensa e proficua collaborazione.
Un ringraziamento particolare va a Enzo Proietti, che ha promosso questo incontro e gli altri che seguiranno con un lavoro prezioso di contatti, di stimolo e di raccolta di materiali spesso dispersi o addirittura finiti nell’immondezzaio di un passato condannato senza appello. Lo ringrazio perché ricostruire la storia e la memoria del Pci a Roma, grande metropoli e capitale di uno dei Paesi finora più avanzati del mondo, in questo passaggio molto difficile nel quale oggi ci troviamo a vivere serve per recuperare un punto di vista da cui muovere: per interpretare il presente e quindi costruire il futuro.
Non vorrei fare abuso di citazioni. Ma di fronte a questo eterno presente, che in realtà è una regressione verso il passato, come non dare ragione a Giacomo Leopardi, quando affermava che l’essere umano senza memoria «non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla»? «Certamente nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente», sosteneva il nostro Gramsci. Promettono di costruire cattedrali – aggiungeva – e invece fabbricano solo oscure soffitte. Ovvero seminano dragoni e raccolgono pulci, per dirla come quel tale.
Com’era dunque il Pci, e cosa sono stati gli anni 70 a Roma per il Pci, che – ricordiamolo subito – era allora il più grande e autorevole partito comunista dell’Occidente capitalistico? Anni durante i quali io sono stato prima segretario regionale del Lazio e poi, del 76 al 79, segretario della Federazione romana. Non sono uno storico e non pretendo di diventarlo in questa circostanza. Ma d’altra parte, piuttosto che indugiare su vicende personali di relativo interesse, vorrei mettere in luce – sulla base di un esercizio non facile di recupero della memoria e di documenti originali – il significato e i contenuti di una fase straordinaria nella vita dei comunisti romani e di questa città che non ha uguali nel mondo per bellezza, per storia e vocazione universale. Una riflessione che faccio oggi qui con voi, dopo quasi 50 anni, quando il Pci divenne il primo partito a Roma, capitale dello Stato italiano e sede del Vaticano centro della cristianità. Assumendo in prima persona funzioni di governo al Comune, alla Provincia e alla Regione.
Si è trattato di un passaggio inedito e in parte inaspettato, che poneva problemi del tutto nuovi in campi fino ad allora inesplorati: a noi e anche ai nostri amici e avversari, dentro e fuori d’Italia. In una fase, appunto quella degli anni 70, che a mio parere è stata il punto più alto raggiunto dal Pci nella lotta per cambiare la società seguendo il percorso originale della via italiana al socialismo, e che – in pari tempo – ha visto lo scatenarsi di una controffensiva in tutti i campi e con molti mezzi volta a bloccare il cambiamento, e a sradicare il partito comunista dalle sue basi di massa. In questo scontro, che finiva per mettere in discussione le basi stesse della Repubblica democratica, Roma è stata un epicentro decisivo.
Il percorso originale e inesplorato della via italiana al socialismo, che come sappiamo prende origine da Gramsci, poi definita e praticata da Togliatti, sviluppata e arricchita da Longo e Berlinguer, si fondava sul principio dell’espansione massima della democrazia per dare vita e sostanza a una civiltà superiore oltre il capitalismo: una democrazia progressiva, dunque, fino a fondere in un binomio inscindibile la democrazia stessa e il socialismo. Un percorso – ecco l’originalità della via italiana e la grande conquista del movimento operaio di questo Paese – che si può compiere attuando i principi della Costituzione del 1948 giacché il lavoro e non il capitale è il fondamento della Repubblica.
Alla condizione, ovviamente, che sia presente un partito delle lavoratrici e dei lavoratrici capace di organizzare l’insieme delle classi e dei ceti subalterni, al centro di un vasto sistema di alleanze sociali e politiche. Questo partito era ben presente in quegli anni, e con le sue lotte aveva consentito di raggiungere importanti traguardi sociali e civili. Il conflitto, che il Pci svolgeva coerentemente sul terreno democratico, era più che mai aperto.
Nel tornante tra gli anni 60 e 70 Berlinguer osserva che emergeva «la necessità e la possibilità di realizzare un grande passo avanti sulla via della trasformazione democratica e socialista del nostro Paese». E siccome nel contempo si trattava di respingere ripetuti attacchi di natura conservatrice e apertamente reazionaria, aggiunge che occorreva stabilire un nesso organico tra strategia e tattica: proprio nell’avvicinamento «tra problemi di strategia e problemi di direzione pratica sta una delle particolarità più appassionanti dell’attuale situazione».
Lo sviluppo degli eventi confermava la sua analisi. Dopo «l’autunno caldo» del 1969, che portò a fondamentali conquiste salariali e contrattuali fino all’approvazione della legge 300 del 1970, meglio nota come Statuto dei diritti dei lavoratori, ebbe inizio la strategia della tensione e venne alla luce il tentativo di colpo di Stato organizzato dal fascista Junio Valerio Borghese, già capo della X Mas e presidente del Msi. A conclusione della stagione che aveva portato al superamento delle “gabbie salariali”, all’istituzione delle Regioni e alla legge sul divorzio fece poi seguito nel 1972 il governo di centro-destra Andreotti-Malagodi.
Anche sul fronte internazionale il tornante tra gli anni 60 e 70 si caratterizzò per cambiamenti di grande rilievo. Del resto nella politica del Pci il nesso tra la dimensione nazionale e quella internazionale è sempre stato assai stretto, seppure non sempre lineare. Nel 68 l’intervento armato sovietico stroncò la Primavera di Praga, mettendo in discussione, come disse Berlinguer, «questioni di principio» riguardanti la sovranità e l’indipendenza di ogni Paese e di ogni partito comunista, e anche quelle riguardanti la democrazia socialista e la libertà della cultura. Per quanto riguarda l’Italia, aggiungeva, «pensiamo che si possa non solo avanzare al socialismo, ma anche costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, di organizzazioni, di partiti diversi». In sostanza, un nuovo socialismo, «diverso da ogni modello esistente».
Nello scenario internazionale in continuo movimento si venivano precisando la strategia e la tattica del Pci. Alla svalutazione del dollaro nel 1971 fecero seguito nel 1973 la crisi petrolifera mondiale e il golpe orchestrato in Cile dai generali con la copertura degli Stati Uniti, che pose fine al governo di socialisti e comunisti democraticamente eletto. Mentre nel piccolo Vietnam, qualche anno dopo, l’imperialismo americano doveva ritirarsi sconfitto dai combattenti guidati da Ho Chi Minh. Un segnale emblematico del processo di liberazione dei Paesi del terzo mondo.
Sono gli anni in cui il segretario del Pci parla di una crisi «di tipo nuovo», dalla quale non si può uscire se non si tiene conto della aspirazione alla pace, alla libertà e all’indipendenza dei popoli e dei Paesi sottosviluppati e in via di sviluppo. Una condizione che comportava una visione più ampia e dinamica dell’internazionalismo. In tale contesto Berlinguer sostiene che in Italia, per uscire dalla crisi, serve «una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista» che introduca «nell’assetto e nel funzionamento della società alcuni elementi propri del socialismo».
La formula del compromesso storico, molto discussa e controversa, lanciata subito dopo il golpe cileno, da non confondere comunque con il governo di unità nazionale o della “non sfiducia”, sta tutta dentro la visione di un nuovo socialismo che il segretario del Pci non abbandona mai. Nel famoso saggio pubblicato in tre puntate su Rinascita dal 28 settembre al 12 ottobre 1974 la questione di principio e di estrema attualità posta in quel momento è quella di come si possano garantire la piena libertà politica, l’indipendenza e la democrazia repubblicana: respingendo ogni forma di ingerenza esterna da qualunque parte provenga e comunque mascherata, isolando in pari tempo le violenze e le forze fasciste, reazionarie ed eversive dell’ordine democratico.
Mentre conferma la necessità di profonde trasformazioni sociali e ribadisce che «la via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva – che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista – dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione», Berlinguer risponde che la garanzia del cambiamento sta nel cementare l’unità delle masse popolari e dei partiti democratici, garantendo il pluralismo senza discriminazioni, attraverso «un nuovo grande compromesso storico», della stessa levatura di quello che ha dato vita alla Costituzione. Nel reciproco riconoscimento dei valori costituzionali e al di là delle formule di governo, chiamate comunque a garantire un’alternativa democratica.
Fino alla metà degli anni 70 il Pci aveva svolto la sua funzione di opposizione, a Roma e nel Paese, mantenendosi sempre sul terreno dello sviluppo della democrazia e non derogando mai dai principi costituzionali. Ma quando, dopo i risultati elettorali del 1975 e del 1976, il tema del governo di Roma e del Paese, e del cambiamento del modello di sviluppo, si pose in termini concreti, la controffensiva si dispiegò in pieno in tutti i campi: sociale, politico, culturale. Nonché sul terreno del terrorismo e della «strategia della tensione».
Che il nostro fosse un Paese a sovranità limitata fu dimostrato chiaramente dal veto posto dagli Stati Uniti all’ingresso del Pci nel governo minacciando pesanti ritorsioni economiche. Era il 1976, e nel vertice di Porto Rico si allinearono prontamente i governanti europei con in testa il socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt. D’altra parte, sul versante interno, dove pullulavano diverse sigle fasciste e anticomuniste, si moltiplicavano le manifestazioni distruttive e le violenze degli autonomi, le aggressioni e gli attentati del terrorismo nero, i sequestri e gli omicidi delle Brigate rosse. L’obiettivo, di fatto, era travolgere la linea di lotta democratica e di massa del Pci, estirpando le sue radici sociali ed espellendolo dalla sua base operaia e popolare.
La controffensiva reazionaria ed eversiva. L’omicidio Moro e la lotta dei comunisti romani per la difesa della democrazia

Il quadro che emerge dal Dossier sulla violenza eversiva a Roma pubblicato dalla Federazione comunista, che ho qui con me, è davvero impressionante. Dalla metà del 76 a tutto il 77 si contano a Roma 254 attentati terroristici e 261 atti di squadrismo e di violenza organizzata, che colpiscono le persone, le sedi dei partiti e delle circoscrizioni, le scuole e l’Università, i negozi, le chiese, le associazioni, le strutture civili e militari. Siamo nel pieno degli anni di piombo. Una sequenza di atti distruttivi e di continua violenza in cui la vita umana conta poco.
Ricordo il giudice Vittorio Occorsio, ucciso dal fascista Concutelli di Ordine nuovo nel luglio 76. Poi nel 77 Settimio Passamonti, di 23 anni, agente di Pubblica Sicurezza, colpito da provocatori armati all’esterno dell’Università. Giuliana Masi, caduta per i colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia a ponte Garibaldi dopo ore di scontri e di incidenti. Walter Rossi, giovane militante di Lotta continua, colpito alla nuca dai proiettili sparati da un fascista alla Balduina sotto gli occhi della polizia, che non interviene.
Le Brigate rosse operavano soprattutto sul terreno politico, nel tentativo di spostare a destra la Dc, mettendola in crisi e destabilizzando l’intero sistema politico. Il 2 novembre 77 fu ferito in un attentato da loro rivendicato Publio Fiori, allora esponente della Democrazia cristiana. La stessa sorte toccò a Girolamo Mechelli, capogruppo della Dc alla Regione Lazio, il 26 aprile 1978 poco prima dell’omicidio di Aldo Moro.
Numerosi sono stati gli attentati alle nostre sedi e a nostri compagni. L’episodio forse più grave si verificò a Sezze Romano il 28 maggio 1976, quando il fascista Sandro Saccucci, deputato del Msi che aveva partecipato al golpe Borghese, aprì il fuoco e uccise il giovane compagno militante della Fgci Luigi De Rosa. Ricordo i funerali e la grande manifestazione che organizzammo in quella roccaforte rossa con Pietro Ingrao e Gianni Borgna.
A Roma uno degli epicentri privilegiati degli scontri e delle violenze era l’Università, dove si fronteggiavano estremismi di destra e di sinistra nella frattura che si andava manifestando tra le nuove generazioni e il quadro politico-istituzionale, non all’altezza di risposte efficaci di fronte alla crisi dell’occupazione, del sistema universitario e della scuola. L’idea che si potesse riportare alla normalità democratica una situazione nella quale agivano motivazioni diverse e scontri continui con un «atto giacobino» del movimento operaio, come si sosteneva in ambienti dell’intellettualità comunista, non faceva i conti con la realtà e infatti si dimostrò sbagliata. La prova provata fu l’aggressione al comizio di Luciano Lama promosso dalla Federazione sindacale unitaria Cgil, Cisl, Uil il 17 febbraio del 77.
Nella città universitaria si erano già verificati gravi incidenti all’inizio del mese, prima e dopo una grande manifestazione antifascista unitaria organizzata in risposta al grave ferimento dello studente Giulio Bellachioma da parte del Fuan. Il clima era dunque surriscaldato e indire in quelle condizioni nell’Università occupata il comizio del segretario della Cgil fu un errore. Dei sindacati, e anche nostro: perché non teneva conto di due fattori che non eravamo stati in condizione di valutare e di contrastare. Da una parte, lo stato reale dell’Università e il malessere diffuso tra gli studenti, che si esprimeva confusamente in quello che è stato chiamato il movimento del 77. Dall’altra, la presenza organizzata di gruppi armati di provocatoti e di teppisti, che distrussero il palco alla fine del comizio, aggredirono studenti e lavoratori, e usarono armi da fuoco prima dello sgombro dell’Università.
La situazione era di estrema gravità. Anche sul terreno culturale-politico ogni sforzo veniva compiuto per isolare nell’opinione pubblica il Pci, additato soprattutto ai giovani come il pilastro di un regime oppressivo e soffocante. Indicativo del clima di quei giorni è il rifiuto di Cisl e Uil, nonostante il comizio fosse unitario, di esprimere solidarietà a Lama e di sottoscrivere un documento comune di condanna dell’aggressione. L’episodio è ricordato in un libro di Santino Picchetti, all’epoca segretario della Camera del lavoro.
Una situazione resa più difficile dal comportamento contraddittorio del governo, che mentre con provvedimenti del ministro degli Interni Cossiga vietava le piazze al nostro e agli altri partiti democratici, lasciava così campo libero alle manifestazioni non autorizzate degli autonomi e di gruppi eversivi di vario segno, che di solito nella giornata di sabato trasformavano il centro di Roma in un campo di battaglia. Il 25 aprile 77 volevamo celebrare l’anniversario della Liberazione con una grande manifestazione di popolo. Avanzammo la richiesta ad Andreotti, che ci ricevette immediatamente dopo aver cercato invano il ministro competente, ma il suo diniego fu irremovibile. Lo ricorda egli stesso così nei suoi diari. «Comunisti e socialisti protestano per il divieto di tenere domani – festa della Liberazione- comizi all’aperto». «Cerco di spiegarlo a Vetere, Ciofi e Mancini».
C’è da dire che anche i comportamenti di poliziotti e carabinieri, talora improntati da orientamenti anticomunisti, non sempre erano coerenti con le regole democratiche, trasparenti ed efficaci. L’impreparazione ad affrontare una situazione inedita e complessa appariva piuttosto evidente. Lo sperimentai personalmente quando il questore, mettendo il Pci e i terroristi nello stesso sacco, mi chiamò intimandomi di far cessare il tiro al bersaglio contro i suoi uomini. E anche quando, dopo avermi messo sotto scorta per le minacce ricevute, dovevo spiegare io alla scorta come comportarsi: e non sempre ci riuscivo. Un covo delle Br, insediato nel palazzo accanto, ha potuto per diverso tempo osservare e tenere sotto controllo i movimenti della Federazione comunista. Un fatto inquietante rimasto senza spiegazioni.
Episodi di una fase a mio parere ancora non esplorata a fondo dagli storici. Di cui il punto più oscuro e più difficile per la tenuta democratica dell’Italia e della sua capitale fu indubbiamente quello del rapimento di Aldo Moro e dello stermino della sua scorta; della detenzione e infine dell’omicidio, premeditato e cinicamente eseguito, del leader democristiano. Una crisi senza uguali nell’intero dopoguerra, 55 giorni dal 16 marzo al 9 maggio 78 di incertezza e di paura durante i quali i comunisti romani si trovarono esposti in prima linea sul fronte della difesa della Repubblica, del consolidamento del governo della capitale, della vigilanza democratica.
Non siamo in grado di dire se Aldo Moro, rimasto in vita, sarebbe stato in grado di aprire quella che definiva la terza fase della democrazia italiana, in cui avrebbero potuto coesistere senza discriminazioni una Dc aperta al nuovo e un Pci promotore di un nuovo socialismo. Certo è che con la sua morte il partito democristiano si è andato spostando progressivamente su posizioni conservatrici. Fino a innalzare, con il cosiddetto preambolo Forlani del 1980 e con la complicità di Craxi, una discriminazione organica nei confronti del partito comunista.
Berlinguer, il quale aveva deciso di porre fine al «governo della non sfiducia» prima del rapimento di Moro, osserverà poi, nella famosa intervista a Scalfari sulla questione morale del 1981, che fu un errore avere puntato «sulla possibilità che la Dc potesse rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica». Aggiungendo che da parte del Pci erano stati commessi «errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo che hanno indebolito il nostro rapporto con le masse». Per concludere che «un’esperienza del genere non la ripeteremo mai più».
Nei giorni del rapimento di Moro, prima e dopo quel passaggio assai stretto, Roma riuscì a tenere sul terreno democratico proprio perché, nel confronto con i movimenti estremistici e violenti, il Pci e i partiti dello schieramento antifascista, sia pure con difficoltà, furono vincenti. Un momento molto rilevante della mobilitazione democratica fu lo sciopero generale unitario del 23 marzo 77 per l’occupazione e contro la violenza, con corteo e manifestazione a piazza San Giovanni, che si svolse senza incidenti.
Il lavoro dei comunisti romani fu molto intenso e senza risparmio. Migliaia furono le compagne e i compagni impegnati ovunque. Iscritti al partito e alla Fgci e anche solo simpatizzanti. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei mercati. Nelle borgate, nelle periferie come nel centro storico. Tra le donne e i giovani. Tra gli operai e gli impiegati, ma anche tra i commercianti e i professionisti. Gli studenti, i professori, gli intellettuali. Il partito romano era negli anni 70 una libera associazione molto articolata e complessa, che all’origine si era sviluppata nella metropoli dalla base popolare e plebea con l’apporto di grandi intellettuali. Contavamo allora circa 70 mila iscritti, di cui il 40% definiti operai. Con organizzazioni di fabbrica combattive al Poligrafico dello Stato, alla Fatme, alla Voxson, all’Autovox, e in altre aziende industriali che tuttavia non erano la spina dorsale di un agglomerato urbano prevalentemente impiegatizio e mercantile.
La vita di partito era molto vivace nelle sezioni territoriali, il cuore pulsante dell’intera organizzazione. Grandi discussioni e riunioni spesso interminabili. Grandi slanci e talora anche improvvise depressioni, che rispecchiavano l’assetto e gli umori della città in un partito ampiamente diffuso nel territorio. Un partito tuttavia molto generoso e sensibile, anche sui temi della solidarietà internazionale e della lotta per la distensione e per la pace. Con una caratteristica tipica dei romani, che dietro un apparente disinteresse e menefreghismo nascondono un modo naturale e diretto di fare le cose senza farlo pesare, e senza la presuntuosa retorica del “ghe pensi mi” e “faso tuto mi”. Con una capacità di verifica e di critica al tempo stesso, che costringeva i dirigenti a rendere conto delle loro decisioni e a verificarne l’applicazione. Una sorta di controllo dal basso che arricchiva la vita democratica, e facilitava anche le nostre relazioni con gli altri partiti.
Non vorrei presentare un quadro idilliaco, perché in realtà non lo era. Avevamo anche tanti difetti, non solo personali. Voglio dire che però l’interazione continua con la base del partito, e quindi con la vita reale delle persone, ci rendeva più forti contro il consolidato sistema di potere della Dc che tentava di condizionarci. E anche nelle relazioni con il centro del partito non sempre facili, specialmente in una fase di mutamenti continui che non era semplice cogliere con tempestività.
Al riguardo, una divergenza di non poco conto si manifestò subito dopo le elezioni del 75. Quando, di fronte alla possibilità di formare la giunta di sinistra nel Lazio, il compagno Chiaromonte, coordinatore della segreteria nazionale del partito, riteneva quella una mossa azzardata che avrebbe potuto pregiudicare la politica di solidarietà nazionale. Noi non fummo d’accordo, andammo avanti e i fatti l’anno successivo ci dettero ragione.
Non ho la possibilità oggi di ricordare le compagne e i compagni, molto numerosi, con i quali ho avuto modo di collaborare negli anni della direzione della Federazione romana, quando mi impegnai nella costruzione di un nuovo gruppo dirigente, rinnovato e più giovane negli anni e nell’esperienza. Un’operazione indispensabile, poiché avevamo bisogno di far crescere forze in grado di combattere sia sul fronte della lotta politica-culturale e sociale, sia su quello del governo delle istituzioni e della cosa pubblica. C’era bisogno di una nuova leva di specialisti e politici, secondo la formula di Gramsci. Senza i quali una partito di massa si disfa in una congerie di lobby, di corporazioni, di gruppi di potere.
Permettetemi però di ricordare e di ringraziare in questa circostanza i miei collaboratori più stretti di allora, i componenti della segreteria della Federazione con i quali dividevo molte ore ogni giorno. Due compagni più avanti negli anni, allora già sperimentati, che non ci sono più: Siro Trezzini e Romano Vitale. E poi Sandro Morelli, Pasqualina Napoletano, Angelo Fredda e Franco Cervi.
Da Roma spolpata alle giunte rosse. Una nuova idea della città metropolitana

Il governo della capitale, che ci impegnò insieme alle compagne e ai compagni del gruppo capitolino e della giunta, ci poneva di fronte a una scelta di fondo. Considerare Roma non più una risorsa da sfruttare per incrementare rendite e profitti a vantaggio di pochi detentori della ricchezza, ma una risorsa da valorizzare per accrescere il livello di vita e il benessere dei romani, il progresso sociale e civile degli italiani e l’efficienza della nazione. Una scelta radicale che veniva da lontano, imposta dal carattere di Roma come grande metropoli in quanto capitale dello Stato.
Spolpare Roma era stata una scelta storica delle classi dirigenti, come aveva visto con chiarezza Argan quando affermò che «se la “classe dirigente”, dopo l’unità d’Italia, avesse saputo definire il nuovo ruolo di capitale che Roma era destinata a svolgere e l’avesse messa in condizione di adempiere a quella funzione, Roma non sarebbe al punto in cui è: è a questo punto perché la “classe dirigente” ha proferito considerarla un patrimonio da sfruttare e l’ha costantemente e indegnamente sfruttata”.
Si è determinato così quello che potremmo definire un paradosso storico: per cui le classi dirigenti, per più di un secolo, dopo avere trasferito la capitale a Roma, non hanno mai investito il Parlamento il Paese di una discussione e di una decisione sulle funzioni e il ruolo dello Stato nella città capitale dello Stato. Accentramento burocratico dei ministeri e degli apparati statali da una parte, municipalismo miope ed esasperato dall’altra. Queste le direttrici delle classi dirigenti. E mano libera al capitale, alla speculazione e alla rendita.
Un fenomeno diventato dirompente negli anni 50, in rapporto alla modernizzazione capitalistica che spogliava le campagne e spingeva l’immigrazione di massa. Roma aumentava di 15 volte dal momento dell’unità nazionale. In un territorio dove troverebbero posto le 7 principali città del Paese. Masse di diseredati premevano nelle periferie, organizzati dall’Unione borgate per ottenere un alloggio e vedere riconosciuti i loro diritti di cittadini. Mentre la società Immobiliare detenuta dalla Santa Sede, dalla Fiat e dall’Italcementi, in combutta con i principi romani proprietari dei terreni, di fatto costruiva senza controlli una nuova città distruggendo il territorio.
Era il tempo del sindaco Rebecchini, che secondo il detto popolare «se magnava er Campidojo co’ tutti li scalini». Si trattava quindi di ricomporre in una visione unitaria la metropoli, spaccata da profonde fratture territoriali, che erano la conseguenza di accentuate disuguaglianze sociali e di classe. Nello stesso tempo di cambiare radicalmente lo stile burocratico e accentratore del governo, locale e nazionale.
Una situazione che negli anni 70 a Roma era persino peggiorata, con una mortalità infantile del 26 per 100 uguale a quella del Marocco, e le periferie piene di baracche, di immigrati e di giovani senza lavoro. Al punto tale da indurre il vicario di Roma, monsignor Poletti novarese amico di Scalfaro, a organizzare nel 1974 pur tra molte resistenze il «convegno sui mali di Roma».
Giovanni Berlinguer con Piero Della Seta e successivamente Franco Ferrarotti avevano già scritto sulle borgate e sul degrado della capitale. Senza contare i romanzi di Pasolini, che nel Pci avevano suscitato una polemica tra Montagnana e D’Onofrio. Ma quel convegno lasciò il segno perché denunciava una situazione drammatica e di fatto rappresentava una critica forte e argomentata all’operato della Dc. Poletti era una persona semplice, che andava in giro da solo con una vecchia macchina e parlava con tutti. Volle incontrare anche me riservatamente perché temeva che i comunisti vietassero la costruzione delle chiese in periferia.
Le parole di Luigi Petroselli, al momento della sua elezione a sindaco nel 79 dopo Argan, sembrano rispondere alla denuncia del Vicario di Roma: «La città è una sola. Solo se i mali di Roma saranno affrontati, solo se la parte più oppressa della società, dai poveri e dagli emarginati agli anziani, dalle borgate ai ghetti della periferia avranno un peso nuovo su tutta la città, essa potrà essere rinnovata e risanata. Solo se sarà più giusta e più umana, potrà essere ordinata, potrà essere una città capace di custodire il suo passato e di preparare un futuro». Una impostazione che richiede un progetto per la metropoli e per la capitale, una continua ricerca culturale e ambientale, un blocco sociale e un sistema di alleanze politiche capaci di sostenerla.
L’esperienza delle giunte rosse l’ho esaminata nel libro Del governo della città. Ad esso quindi rimando, limitandomi qui all’essenziale. Per ricordare, anzitutto, che già Argan aveva avviato un rilevante cambiamento dell’assetto urbano con la conferenza urbanistica del luglio 77. Dove si gettano le basi per il risanamento delle borgate, la salvaguardia dei beni archeologici e monumentali, la riqualificazione del patrimonio edilizio e l’edilizia economica e popolare. La legge urbanistica proposta da Fiorentino Sullo era stata bocciata per le resistenze del suo stesso partito, la Dc. Quindi si operava sulla base della legge Bucalossi del 77, secondo cui il diritto di costruire comunque non è connesso alla proprietà del suolo, ma spetta all’amministrazione pubblica che rilascia la concessione.
Con Petroselli sindaco in due anni l’attività della giunta comunale si arricchisce e produce risultati di rilievo. Si definisce il parco storico-ambientale Colosseo Appia Antica; si porta a conclusione la variante del piano regolatore per il risanamento delle borgate; si mettono a punto i piani particolareggiati per gli insediamenti produttivi; si dà attuazione al piano per l’edilizia economica e popolare; si approva lo Sdo. Il sistema direzionale orientale, dove si sarebbero dovuti concentrare i ministeri e le attività amministrative, che avrebbe potuto rovesciare il disegno urbanistico di Roma arrestando lo scivolamento verso il mare, e cambiare il volto e la funzione della capitale.
L’attività del sindaco e della giunta era rivolta anche a fare del Comune il centro d’iniziativa per la tenuta democratica della città. Molteplici e febbrili le attività volte ad assicurare i diritti sociali e civili, ad elevare la qualità della vita, il livello culturale e civico nel territorio urbano. Dotandolo di scuole, asili, centri per gli anziani, di servizi più efficienti nel campo dei trasporti, della pulizia delle strade e delle piazze. La linea A della metropolitana viene inaugurata nel 1980. L’estate romana, inventata da Renato Nicolini, ha tenuto banco per anni: il cosiddetto effimero, rivelatosi un importante fattore di coesione tra centro e periferia, di partecipazione collettiva contro la paura e il ripiegamento individuale, egoistico e violento.
In pari tempo, sul versante regionale veniva impostato un progetto di programmazione, che prevedeva il potenziamento della base produttiva industriale e agricola in combinazione con la tutela della natura e il riequilibrio del territorio. In quella direzione andavano l’istituzione dei parchi naturali, il potenziamento della rete stradale e la formazione di una unica azienda di trasporto pubblico regionale, in modo di accorciare i tempi di percorrenza e di accelerare lo spostamento di persone e cose. Si puntava anche sulla informatizzazione e accelerazione della spesa, snellendo le procedure del bilancio regionale partecipato, che prevedeva la consultazione preventiva dei Comuni e delle organizzazioni sindacali.
Tuttavia, il risultato di maggior rilievo a livello regionale, che segnò una svolta, ritengo sia stato l’impianto degli ospedali pubblici in concomitanza con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978. Allora, nella capitale di uno Stato sovrano, oltre a qualche clinica privata, esistevano solo gli ospedali del Vaticano, che riuscimmo a trasferire alla Regione senza traumi e rotture, contenendo e controllando l’opposizione della Democrazia cristiana, e gli interessi economici non trascurabili ad essa legati. A mia memoria, un capolavoro politico.
L’esperienza di quegli anni veniva dimostrando che nella lotta per avanzare sulla via democratica al socialismo, possibile solo tenendo insieme chiarezza di prospettiva e concretezza di realizzazioni, la questione del governo di Roma e del suo rinnovamento investiva due temi di fondo: quello della riforma dello Stato e quello del cambiamento del modello di sviluppo. In altri termini il problema era: quale futuro per una grande metropoli, che al tempo stesso è capitale della Repubblica democratica?
Era infatti sempre più evidente che il ciclo indotto dalla funzione di capitale per effetto del dominio del mercato (concentrazione burocratica – immigrazione massiccia – speculazione edilizia – rendita parassitaria), unitamente alla mancata soluzione della questione meridionale, produceva conseguenze perverse. Da un lato, la devastazione della città, che alimentando l’abusivismo e consumando il territorio restringeva le basi produttive. Dall’altro, il carico sull’intero Paese di costi aggiuntivi, perché i servizi forniti dalla capitale risultavano tutt’altro che tempestivi ed efficienti.
Proprio nel 77 Enrico Berlinguer proponeva nuove indicazioni di teoria e di lotta politica, che toccavano da vicino, nella cultura e nella pratica, noi comunisti romani. La democrazia intesa non più solo come via al socialismo, bensì come valore universale, ossia come fattore costitutivo del socialismo. E l’austerità. Che non era la predicazione pauperista di un «frate zoccolante» (così apostrofavano Berlinguer) ma un progetto di trasformazione della società. Il mezzo – chiariva il segretario del Pci agli intellettuali riuniti al teatro Eliseo – per «porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo». Dunque, di fronte al consumismo e all’egoismo esasperati che distruggono la terra, anche «un’occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo».
Parole che ancora oggi suonano bene alle orecchie. Ma che oggi rimangono un flatus vocis appeso in aria, poiché non disponiamo degli strumenti politici e culturali adatti allo scopo. Di un partito – usiamola questa parola – capace di far avanzare concretamente, con il cervello e con le gambe di milioni di donne e di uomini, una necessità storica incombente. Allora noi lottammo per mantenere aperta la prospettiva del cambiamento e avanzare su quella via. Discutemmo anche molto su come adeguare lo strumento partito ai compiti e alle esigenze del momento.
In particolare, nel 13° congresso della Federazione, che si svolse ai primi di aprile del 77, affrontammo – anche in conseguenza della presenza delle Regioni – i temi della riforma dello Stato e di un nuovo modello di sviluppo. Preso atto che la ristrettezza della base produttiva non consentiva di assorbire la forza lavoro soprattutto femminile e giovanile, e che il vecchio Stato burocratico e accentratore era entrato in una in fase di stallo e di crisi, indicavamo un progetto alternativo per Roma capitale di un nuovo Stato e di una nuova società, fondato su due assi portanti: da una parte, il decentramento delle funzioni statali e amministrative, e la partecipazione democratica; dall’altra, la promozione della cultura e della scienza a sostegno dello sviluppo delle forze produttive, dei settori innovativi e d’avanguardia.
Un indirizzo che precisammo meglio in seguito, quando sollevammo in Parlamento la questione di Roma capitale. Prima, con una mozione presentata alla Camera a firma Enrico Berlinguer. Poi, dopo la sua morte, con una proposta di legge firmata da me, dal presidente del gruppo comunista Renato Zangheri e da tutti i deputati eletti a Roma e nel Lazio. I due testi li trovate nel mio libro già citato. Adesso, ormai a conclusione di questa esposizione, non voglio invadere il campo dei relatori dei prossimi incontri. Ma credo mi sia consentito, in quanto estensore di quei documenti, di illustrarne brevemente il contenuto, in particolare della mozione Berlinguer.
Riforma dello Stato per una capitale della cultura e della scienza. Berlinguer: tagliare le radici sarebbe il gesto inutile di un idiota

L’obiettivo era di dare vita a una capitale che in quanto cervello politico e istituzionale del Paese operasse in organica connessione con lo sviluppo della cultura e della scienza, allorché la rivoluzione elettronica già in atto annunciava cambiamenti profondi nel modo di produrre e di comunicare, di vivere e di pensare. E quindi di realizzare in una tra le maggiori metropoli europee, aperta verso l’Africa e il Sud del mondo, una riforma degli apparati dello Stato imperniata su criteri di decentramento e trasparenza, democratizzazione, moralizzazione ed efficacia, in modo da consentire una penetrante partecipazione dei cittadini.
Al riguardo le proposte in sintesi erano queste:
-allestimento nel centro storico, salvaguardandone rigorosamente l’ambiente monumentale e il patrimonio economico-sociale, di uno spazio per le istituzioni elettive (dal Parlamento in giù), aperto agli incontri e allo scambio di relazioni con i cittadini;
-trasferimento dei ministeri nel Sistema direzionale orientale (Sdo);
-informatizzazione di tutta la pubblica amministrazione, centrale e periferica;
-contemporanea qualificazione permanente degli addetti, anche istituendo un’alta scuola di studi.
In merito alla centralità della cultura e della scienza come forza produttiva diretta, e al ruolo internazionale di Roma capitale, le proposte riguardavano:
-la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale accumulato mediante una diffusa innovazione scientifica e tecnologica;
-il potenziamento e il coordinamento delle università pubbliche e dei centri di ricerca:
-l’impianto di un rilevante polo della comunicazione fondato su scienza e ricerca combinando insieme cinema, televisione e rete informatica;
-il coordinamento di tutte le competenze pubbliche, in particolare delle Partecipazioni statali, e quindi anche delle banche, per la realizzazione e l’ammodernamento delle infrastrutture di portata strategica, come le telecomunicazioni, la viabilità di sistema, i trasporti ferroviari, marittimi e aerei.
Si trattava di un’impostazione che rompeva un vecchio assetto clientelare e di potere messo in piedi dalla Dc, e puntando sullo sviluppo di avanzate forze produttive contrastava la tendenza alla disoccupazione e alla disgregazione del tessuto urbano; e quindi alla diffusione della rendita e delle borgate. Un equilibrato tessuto urbano non si ha senza adeguate fonti di lavoro.
Berlinguer era stato molto chiaro: l’intervento pubblico per le funzioni della capitale dello Stato aveva solo una motivazione di interesse nazionale ed escludeva ogni forma di clientelismo, corporativismo o localismo. Quindi niente leggi speciali e interventi a pioggia, considerando Roma non la longa manus di un potere autoritario centrale, ma la capofila di un sistema di autonomie. Un contesto che consentiva di affrontare in modo corretto e trasparente anche la controversa questione dei finanziamenti.
Riflettendo ora su quella fase posso dire che dopo l’efficace azione di risanamento delle borgate, e il miglioramento delle condizioni di vita della parte più povera della città, facemmo fatica a disegnare con chiarezza il futuro di Roma e a praticare una linea conseguente. Il collegamento organico che lega Roma come metropoli alle sue funzioni di capitale lo cogliemmo con un certo ritardo.
Difficoltà che negli anni 80 venivano anche dal mutato clima culturale e politico, che risentiva della pesante offensiva liberista guidata da Thatcher e Reagan. Cominciava la stagione della «Milano da bere» (e in seguito della Roma da mangiare), con il ministro De Michelis che proponeva di spostare la capitale nella sua città Venezia. E Craxi che considerava Roma poco più di un salotto dell’«azienda Italia», dove si agitava secondo lui gente sfaticata e sprecona.
Resta il fatto che il nostro partito, a livello nazionale, subito dopo la grande avanzata del 75-76 che lo aveva portato ad essere forza di governo in gran parte del territorio nazionale avendo conquistato numerose regioni e grandi città, non riuscì a coordinare in una visione unitaria l’attività degli enti locali. E a porre quindi con forza la questione decisiva della riforma dello Stato e della pubblica amministrazione, di cui il ruolo della capitale è componente organica per rinnovare l’unità della nazione. Emblematico è stato il caso dell’Emilia Romagna, il cui presidente compagno Guido Fanti, invece di farsi parte attiva di una generale riforma, fu l’inventore della Lega del Po insieme al presidente democristiano della Lombardia. Un atto anticipatore. Da cui poi che nel tempo sono nati figli degeneri e mostruosi.
I problemi del partito a Roma, chiamato a misurarsi in una collocazione nuova sul duplice fronte della società e delle istituzioni, li esaminammo nella conferenza cittadina del 21 ottobre 78. Nella relazione osservavo che governare non è solo azione amministrativa ma anche capacità di padroneggiare i processi reali. E ciò implica una lotta nella società e nelle istituzioni, nonché sul fronte culturale e ideale. La situazione richiedeva una iniziativa capillare, una larga e diffusa campagna contro la violenza e per l’esercizio dei diritti costituzionali. Anche perché eravamo in presenza di un comportamento, oltre che inadeguato, spesso ambiguo e furbesco di taluni corpi dello Stato, rivolto a frenare la mobilitazione democratica e a mettere in difficoltà i comunisti.
Si trattava di decentrare decisamente l’attività del partito, facendo sempre più della sezione il pilastro dell’iniziativa politica e sociale, puntando su relazioni interattive con l’opinione pubblica ed elevando complessivamente il livello politico e culturale di quadri e militanti. Dovevamo superare a mio parere un rapporto con l’esterno talora troppo propagandistico e pedagogico. Ciò comportava non un semplice aggiornamento, ma un cambiamento dell’assetto del partito spostando i quadri dirigenti dal centro verso la base e verso la periferia. Andava in questa direzione la costituzione dei comitati politici circoscrizionali come espressione delle sezioni, per elevarne la capacità politica e unificarne le esperienze e le lotte.
Tuttavia già allora erano presenti una visione e una pratica che consideravo sbagliate e contrastavo. Secondo cui il partito, una volta conquistato il governo, di fatto si identifica con esso, e ne diventa il braccio propagandistico e operativo. Una scelta limitata e rischiosa che produce ricadute negative, perché in tal modo il partito si allontana dalla realtà sociale. Di conseguenza, attenuandosi e disperdendosi le capacità di dare espressione ai bisogni emergenti dal profondo della società sempre in movimento, perde la sua funzione di soggetto del cambiamento. E la stessa attività di governo tende a ridursi a semplice gestione dell’esistente. Un rischio ancora maggiore quando, come nel caso di Roma, la giunta comunale è formata da un’ampia coalizione di partiti diversi sulla base di un programma concordato.
Essenziale è il rapporto con le masse, sosteneva Berlinguer. Una scelta di campo, che è una bussola per orientare il cammino. Senza di che non si possono contrastare le forze dominanti del mercato. Il contrario di quanto predicava Giuliano Amato, secondo il quale l’unico modo per evitare la disgregazione della società consisteva proprio nell’adeguarsi alle tendenze del mercato. Un orientamento peraltro coerente con la visione socialdemocratica, che da tempo subordinava il partito ai gruppi parlamentari e agli organi elettivi, fino a conformarlo, nella pratica liberista di Blair in Gran Bretagna e di Schröder in Germania, sugli interessi dominanti del capitale.
L’esperienza condotta a Roma in quegli anni mi conferma in questa conclusione: un cambiamento reale è possibile, nella città come in Europa e nel Paese, a due condizioni. Che vi sia un progetto coerente di trasformazione della società; e che sia in campo un partito in grado di lottare su tutti i terreni per l’attuazione di tale progetto. Rappresentando e organizzando tutti coloro, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, che sono sfruttati nelle più diverse forme del lavoro manuale e intellettuale. Insomma, tutte le vittime, in una forma o nell’altra, dello sfruttamento capitalistico e del parassitismo della rendita.
Oggi, se queste due condizioni non si creano, il rischio che corriamo è di trascinarci in una crisi sociale della metropoli senza sbocchi, e in una crisi ambientale che mette in forse l’esistenza stessa del pianeta. Non è catastrofismo. È guardare in faccia la realtà: riappropriandoci della nostra storia e imparando dai nostri stessi errori. Senza retorica, e senza dipingere un futuro farlocco, che in realtà è un ritorno al passato. Mi riferisco, per restare in tema, al tanto decantato «modello Roma», che aveva lasciato in eredità, secondo il giudizio di Rutelli quando si ricandidò senza successo per succedere a Veltroni, «una città devastata e ridotta allo stremo».
Non si cambia il modello di sviluppo con i cosiddetti grandi eventi che generano profitti per chi organizza il business, ma lasciano la città in uno stato di abbandono e di declino nelle mani della speculazione e della rendita finanziaria e immobiliare. Non si cambia il volto di Roma senza affrontare i problemi del lavoro e dell’ambiente, dei salari, dei servizi sociali e civili. In un condizione in cui cresce la povertà, la disgregazione sociale aumenta, e si diffonde la criminalità mafiosa e camorrista. Non possiamo dimenticare che dopo il Giubileo del 2000, con Veltroni sindaco e Morassut assessore all’urbanistica, viene approvato quello che Nicolini definì «il peggiore piano regolatore nella storia di Roma».
La scelta decisiva, allora, è stabilire da che parte stai. Se stai dalla parte della rendita e del profitto gli errori non li puoi correggere. E nessun reale cambiamento è possibile. Semplicemente perché, stando da quella parte, hai tagliato le tue radici e sei diventato un amministratore al servizio dei padroni di Roma. Questa è la realtà di cui occorre prendere definitivamente atto. E da cui muovere e lavorare per un nuovo inizio. Berlinguer si pronunciò in modo brusco e sferzante: «Tagliare le proprie radici nella speranza di rifiorire meglio sarebbe il gesto inutile di un idiota». Non commento, ognuno commenti con la propria coscienza. Molto tempo da allora è passato e oggi piantare nuove radici non è facile. Ma questo è il tema. E a piantare nuove radici bisogna provarci.
Paolo Ciofi
15 marzo 2019

 

 

1) IMPERIALISMO E COESISTENZA ALLA LUCE DEI FATTI CILENI

28/9/1973

Gli avvenimenti cileni sono stati e sono vissuti come un dramma da milioni di uomini sparsi in tutti i continenti. SI è avvertito e si avverte che si tratta di un fatto di portata mondiale, che non solo suscita sentimenti di esecrazione verso i responsabili del golpe reazionario e dei massacri di massa, e di solidarietà per chi ne è vittima e vi resiste, ma che propone interrogativi i quali appassionano i combattenti della democrazia in ogni paese e muovono alla riflessione.
Non giova nascondersi che il colpo gravissimo inferto alla democrazia cilena, alle conquiste sociali e alle prospettive di avanzata dei lavoratori di quel paese è anche un colpo che si ripercuote sul movimento di liberazione e di emancipazione dei popoli latino-americani e sull’intero movimento operaio e democratico mondiale; e come tale è sentito anche in Italia dai comunisti, dai socialisti, dalle masse lavoratrici, da tutti i democratici e antifascisti.
Ma come sempre è avvenuto di fronte ad altri eventi di tale drammaticità e gravità, i combattenti per la causa della libertà e del socialismo non reagiscono con lo scoramento o solo con la deprecazione e la collera, ma cercano di trarre un ammaestramento. In questo caso l’ammaestramento tocca direttamente masse sterminate della popolazione mondiale, chiamando vasti strati sociali, non ancora conquistati alla nostra visione dello scontro sociale e politico che è in atto nel mondo di oggi, a scorgere e intendere alcuni dati fondamentali della realtà. Ciò costituisce una delle premesse indispensabili per un’ampia e vigorosa partecipazione alla lotta volta a cambiare tali dati.
Anzitutto, gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza a opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentano.
In secondo luogo, gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.
Compito dei comunisti e di tutti i combattenti per la causa del progresso democratico e della liberazione dei popoli è di far leva sulla più diffusa consapevolezza di queste verità per richiamare la vigile attenzione di tutti sui percoli che l’imperialismo e le classi dominanti borghesi fanno correre alla libertà dei popoli e all’indipendenza delle nazioni, e per sviluppare in masse sempre più estese l’impegno democratico e rivoluzionario per modificare ulteriormente, nel mondo e in ogni paese, i rapporti di forza a vantaggio delle classi lavoratrici, dei movimenti di liberazione nazionale e di tutto lo schieramento democratico e antimperialistico. Gli avvenimenti del Cile possono e devono suscitare, insieme a un possente e duraturo movimento di solidarietà con quel popolo, un più generale risveglio delle coscienze democratiche, e soprattutto un’azione per l’entrata in campo di nuove forze disposte a lottare concretamente contro l’imperialismo e contro la reazione.
A questo fine è indispensabile assolvere anche al compito di una attenta riflessione per trarre dalla tragedia politica del Cile utili insegnamenti relativi a un più ampio e approfondito giudizio sia sul quadro internazionale, sia sulla strategia e tattica del movimento operaio e democratico in vari paesi, tra i quali il nostro.

Il peso decisivo dell’intervento Usa

Nessuna persona seria può contestare che sugli avvenimenti cileni ha pesato in modo decisivo la presenza e l’intervento dell’imperialismo nord-americano. La coscienza popolare l’ha avvertito immediatamente. Al di là di pur illuminanti episodi della cronaca politica e diplomatica relativa ai giorni del golpe e a quelli immediatamente precedenti, sta il fatto che, fin dall’avvento del governo di Unità popolare i gruppi monopolistici nord-americani presenti con posizioni dominanti nell’economia cilena (rame, Itt) e i circoli dirigenti dell’amministrazione degli Usa hanno intrapreso una sistematica azione su tutti i terreni – dalla guerra economica alla sovversione – per provocare il fallimento del governo Allende e per rovesciarlo.
Del resto, questo e altri modi di intervento degli Usa ai danni dei popoli e delle nazioni che aspirano all’indipendenza non sono certo un’eccezione, ma, specialmente nell’America Latina, la regola. Chi non ha presenti i brutali interventi in Guatemala, nella Repubblica dominicana e in tanti altri Stati? E chi non sa che Cuba socialista, con la sua fermezza e con la sua unità, e grazie anche alla solidarietà e al sostegno dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, ha dovuto respingere per anni manovre, provocazioni, boicottaggio economico, attacchi diretti al suo territorio e deve essere sempre vigilante per salvaguardare ancor oggi la propria indipendenza?
Anche in altre zone del mondo, si tratti delle aree sottosviluppate dell’Asia e dell’Africa o si tratti degli stessi paesi di capitalismo avanzato (dal Giappone all’Europa occidentale) non cessano di manifestarsi la penetrazione dell’imperialismo americano e la sua iniziativa, in tutte le forme possibili, per mantenere o estendere le sue posizioni economiche, politiche e strategiche.

Una situazione in movimento e di scontro

Che cosa può contrastare, limitare e far arretrare questa tendenza dell’imperialismo? La risposta più semplice è anche quella più vera: la modificazione progressiva dei rapporti di forza a suo svantaggio e a favore dei popoli che aspirano alla propria liberazione e di tutti i paesi che lottano per un nuovo assetto del mondo e per un nuovo sistema di rapporti tra gli Stati. È proprio in questa direzione che va il processo storico mondiale da quasi sessanta anni, da quando la rivoluzione russa del 1917 ha spezzato per la prima volta la dominazione esclusiva dell’imperialismo e del capitalismo. Da allora, e soprattutto dopo la vittoria sul nazismo, dopo la vittoria della rivoluzione cinese e con il crollo del vecchio sistema coloniale inglese e francese, l’area sottoposta al controllo dell’imperialismo si è andata restringendo. Sconfitta la politica folle e avventurosa che pretendeva doi rovesciare i regimi socialisti sorti dopo la seconda guerra mondiale in Europa e in Asia (la politica del roll-back) le potenze capitalistiche e gli stessi Usa sono ormai costretti a riconoscere che i regimi socialisti, ovunque esistenti, non possono essere toccati e che con essi bisogna fare i conti e trattare.
Altri Stati, sorti dallo sfacelo del sistema coloniale, hanno potuto costruire e difendono con sempre maggiore vigore la propria indipendenza; e alcuni di tali Stati manifestano la tendenza a orientare l’edificazione dei loro ordinamenti economici e sociali in direzione del socialismo. In questo quadro ha avuto e ha enorme portata la vittoria dell’eroico popolo del Vietnam, sostenuto dai paesi socialisti e da un possente movimento internazionale di solidarietà, contro l’aggressione americana. Tale vittoria ha inflitto un nuovo duro colpo alle pretese imperialistiche, e rappresenta un nuovo determinante contributo al mutamento dei rapporti di forza nel mondo e al progredire di una politica di distensione e di pacifici negoziati nei rapporti fra gli Stati.
Ma inoltre gli Usa sono oggi costretti a fare i conti con una crescente volontà di autonomia che si viene manifestando, soprattutto negli ultimi anni, nei paesi dell’Occidente europeo.
Infine, per grave che sia il colpo che viene dal rovesciamento del governo di Unità popolare in Cile, il moto di riscossa e di liberazione, che resta una realtà non cancellabile nei paesi dell’America latina, non cesserà certo di esprimersi nelle forme più diverse e di trovare la strada per opporsi con successi anche parziali al dominio nord-americano e alle cricche locali ad esso asservite. Non sta a dire proprio questo il fatto che il colpo di Stato militare incontra nel popolo cileno e solleva in altri paesi latino-americani e ovunque una resistenza, una condanna e una risposta quali non si erano verificate in occasione di altri colpi di Stato reazionari?
Il riconoscimento della tendenza di fondo che si va affermando nel processo storico mondiale – e che dà luogo, in ultima analisi, a una progressiva riduzione dell’area del dominio delle forze imperialistiche – non ci impedisce certo di constatare (e proprio dal Cile ci viene in questi giorni un nuovo severo monito) che l’imperialismo internazionale e le forze reazionarie in molti paesi sono in grado di contenere la lotta emancipatrice dei popoli e in certi casi di infliggere duri scacchi alle forze animatrici di tale lotta. Solo tenendo presente questo dato di fatto, e cogliendo in ogni regione del mondo, in ogni paese e in ogni momento le forme concrete in cui si esprime o si può prevedere che si esprima, è possibile evitare di essere colti di sorpresa, di cadere in errori e mettersi invece in grado di organizzare e condurre un’azione rivoluzionaria e democratica pronta e adeguata.

I due piani della lotta per la pace

Qualcuno si è domandato come sia possibile che interventi così brutali come quello effettuato in Cile dalle forze dell’imperialismo e della reazione continuino a verificarsi in una fase della vita internazionale nella quale si vanno compiendo passi sempre più spediti sulla via della distensione e della coesistenza pacifica nei rapporti tra Stati con diverso regime sociale. Ma chi ha mai sostenuto che la distensione internazionale e la coesistenza significano l’avvento di un’era doi tranquillità, la fine della lotta delle classi sul piano interno e internazionale, delle controrivoluzioni e delle rivoluzioni?
La politica della distensione, nella prospettiva della pacifica coesistenza, è prima di tutto la via obbligata per garantire un obiettivo primario, di interesse vitale per tutta l’umanità e per ciascun popolo: evitare la catastrofe della guerra atomica e termonucleare, assicurare la pace mondiale, affermare il principio del negoziato come unico mezzo per risolvere le controversie tra gli Stati. Inoltre, la distensione e la coesistenza, in quanto implicano la riduzione progressiva di tutti gli armamenti e forme molteplici e crescenti di cooperazione economica, scientifica e culturale, sia sul piano bilaterale che su quello multilaterale, sono una delle vie per affrontare con sforzi congiunti i grandi problemi del mondo contemporaneo, quali quelli del sollevamento delle aree depresse, dell’inquinamento, della lotta contro l’indigenza e le malattie sociali, ecc.
La distensione e la coesistenza non comportano di per sé, automaticamente e in un periodo breve, il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone di influenza, e quindi non precludono agli Usa la possibilità di interferire nei più vari modi, compresi quelli più sfacciati, nelle zone e nei paesi che essi vorrebbero acquisiti per sempre dentro la sfera del loro dominio diretto o indiretto.
La divisione del mondo in blocchi ed aree diverse è un fatto che preesiste alla politica della distensione e della coesistenza in quanto è il risultato di tutto lo svolgimento del processo storico mondiale, dalla Rivoluzione d’Ottobre alla seconda guerra mondiale fino agli eventi, di diverso segno, di questi ultimi decenni che hanno determinato l’attuale dislocamento degli equilibri internazionali e interni. Né va dimenticato il peso negativo che esercitano sulla vita internazionale quelle divisioni fra i paesi socialisti che hanno il loro punto di massima serietà nei contrasti tra la Cina popolare e l’Unione Sovietica.
L’ulteriore mutamento dei presenti equilibri a favore delle forze del progresso dipende, in primo luogo, dalla capacità di lotta e di iniziativa del proletariato, dei lavoratori, delle masse popolari e delle loro organizzazioni in ogni singolo paese. Ma è anche evidente che il progredire della distensione e della coesistenza costituisce una condizione indispensabile per favorire il superamento della divisione del mondo in blocchi o zone d’influenza, per facilitare l’affermazione del diritto di ogni nazione alla propria indipendenza e quindi, in ultima analisi, per ridurre le possibilità dell’interferenza imperialistica nella vita di altri paesi. In pari tempo camminare decisamente sulla strada della distensione e della coesistenza significa sollecitare i processi di sviluppo della democrazia e della libertà in tutti i paesi del mondo, quale che sia il loro regime sociale.
Questa è la concezione che abbiamo noi della distinzione e coesistenza: una concezione dinamica e aperta, che si misura e si confronta con un’altra concezione, propria dell’imperialismo, il quale, anche quando è costretto al negoziato con i paesi socialisti, pretende di fissare il quadro mondiale allo status quo dei rapporti di forza in atto nel mondo e nei vari paesi.
Da tutto ciò si conferma la necessità di continuare a lottare tenacemente, sul piano internazionale, per far avanzare il processo della distensione e della coesistenza e per svilupparne tutte le potenzialità positive e, al tempo stesso, di proseguire in ogni paese le battaglie per l’indipendenza nazionale e per la trasformazione in senso democratico e socialista dell’assetto economico e sociale e degli ordinamenti politici e statali.
Il nostro partito ha sempre tenuto conto del rapporto imprescindibile tra questi due piani. Da una parte, come ci ha abituato a fare Togliatti, abbiamo cercato di valutare freddamente le condizioni complessive dei rapporti mondiali e il contesto internazionale in cui è collocata l’Italia. Dall’altra parte ci siamo sforzati di individuare esattamente lo stato dei rapporti di forza all’interno del nostro paese.
In particolare abbiamo sempre dato il dovuto peso in tutta la nostra condotta al dato fondamentale costituito dall’appartenenza dell’Italia al blocco politico-militare dominato dagli Usa e agli inevitabili condizionamenti che ne conseguono. Ma la consapevolezza di questo dato oggettivo non ci ha certo portato all’inerzia e alla paralisi. Abbiamo reagito e reagiamo con la nostra iniziativa e con la nostra lotta. Tutti i tentativi di schiacciarci o di isolarci li abbiamo respinti. La nostra forza e la nostra influenza fra le masse popolari e nella vita nazionale sono anzi cresciuti. Su questa strada si può e si deve andare avanti. Dunque, anzitutto, si tratta di modificare gli interni rapporti di forza in misura tale da scoraggiare e rendere vano ogni tentativo dei gruppi reazionari interni e internazionali di sovvertire il quadro democratico e costituzionale, di colpire le conquiste raggiunte dal nostro popolo, di spezzarne l’unità e di arrestare la sua avanzata verso la trasformazione della società.
In pari tempo, la nostra lotta e la nostra iniziativa vanno sviluppate anche sul terreno dei rapporti internazionali, sia dando un nostro contributo a tutte le battaglie che in Europa e in ogni parte del mondo possono condurre a indebolire le forze dell’imperialismo, della reazione e del fascismo, sia sollecitando una politica estera italiana che affermi, insieme alla volontà del nostro paese di vivere in pace e in amicizia con tutti gli altri paesi, il diritto del popolo italiano di costruirsi in piena libertà il proprio avvenire.
Decisi passi avanti possono compiersi oggi in questa direzione perché le esigenze e le proposte che noi avanziamo si collocano in un quadro europeo caratterizzato da sensibili progressi della distensione e perché esse si incontrano con analoghe aspirazioni e iniziative che si manifestano in altri paesi dell’Europa occidentale. Da ciò abbiamo ricavato una linea che s’incentra nella proposta di lavorare per un assetto di pace nel Mediterraneo e per un’Europa occidentale autonoma, pacifica, democratica. Lavorare per questo obiettivo non vuol dire porre una tale Europa, e in essa l’Italia, in una posizione di ostilità o verso l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti o verso gli Stati Uniti. Chi ciò volesse si proporrebbe qualcosa di assurdo, di velleitario e, in ultima analisi, di antitetico alla logica di una politica di distensione e di sviluppo democratico per il nostro paese e per tutti gli altri paesi dell’Europa. La lotta conseguente per questa linea di politica internazionale è parte fondamentale della prospettiva che chiamiamo via italiana al socialismo.

Prime considerazioni sull’Italia

Gli avvenimenti cileni ci sollecitano a una riflessione attenta che non riguarda solo il quadro internazionale e i problemi della politica estera, ma anche quelli relativi alla lotta e alla prospettiva della trasformazione democratica e socialista del nostro paese.
Non devono sfuggire ai comunisti e ai democratici le profonde differenze tra la situazione del Cile e quella italiana. Il Cile e l’Italia sono situati in due regioni del mondo assai diverse, quali l’America latina e l’Europa occidentale. Differenti sono anche il rispettivo assetto sociale, la struttura economica e il grado di sviluppo delle forze produttive, così come sono diversi il sistema istituzionale (Repubblica presidenziale in Cile, Repubblica parlamentare in Italia) e gli ordinamenti statali. Altre differenze esistono nelle tradizioni e negli orientamenti delle forze politiche, nel loro peso rispettivo e nei loro rapporti. Ma insieme alle differenze vi sono anche delle analogie, e in particolare quella che i comunisti e i socialisti cileni si erano proposti anch’essi di perseguire una via democratica al socialismo.
Dal complesso delle differenze e delle analogie occorre dunque trarre motivo per approfondire e precisare meglio in che cosa consiste e come può avanzare la via italiana al socialismo.

2) Via democratica e violenza reazionaria

05.10.1973

È necessario ricordare sempre le ragioni di fondo che ci hanno portato a elaborare e a seguire quella strategia politica che Togliatti chiamò di «avanzata dell’Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». È noto che le origini di questa elaborazione stanno nel pensiero e nell’azione di Antonio Gramsci e del gruppo dirigente che si raccolse attorno a lui e lavorò nel solco del suo insegnamento. Il Congresso di Lione del 1926 sancì la vittoria della lotta contro l’estremismo e il settarismo che avevano caratterizzato l’azione del partito nel primissimo periodo della sua esistenza e che Lenin aveva aspramente criticato e invitato energicamente a superare. Il Congresso di Lione segnò l’avvio di quella analisi comunista della storia e delle strutture della società italiana che fu poi sviluppata e approfondita da Gramsci negli scritti dal carcere e negli orientamenti e nell’attività del gruppo dirigente, guidato da Togliatti, che fu alla testa del partito durante gli anni del fascismo e che lo rese capace di svolgere azione politica.
Ma il momento decisivo, per la vita del partito e per la vita del paese, dell’affermarsi e del pieno dispiegarsi della scelta storica e politica che informa tutta la nostra azione, fu costituito dalla linea unitaria che indicammo e seguimmo nella guerra di liberazione antifascista e dalla svolta di Salerno.
Dopo la liberazione, riconquistate le libertà democratiche, l’Italia si trovò nelle condizioni di paese occupato dagli eserciti delle potenze capitalistiche (Stati Uniti, Gran Bretagna). Questo dato di fatto non poteva davvero essere sottovalutato, così come successivamente e ancor oggi non può essere sottovalutato il dato – che abbiamo già ricordato – costituito dalla collocazione dell’Italia in un determinato blocco politico-militare. Dove, come nella Grecia del 1945, questa condizione internazionale non fu considerata in tutte le sue implicazioni, il movimento operaio e comunista andò incontro alla avventura, subì una tragica sconfitta e venne ricacciato indietro, in quella situazione di clandestinità dalla quale era appena uscito.
Ma non fu questo il solo fattore che determinò le nostre scelte di strategia e di tattica. Il senso più profondo della svolta stava nella necessità e nella volontà del partito comunista di fare i conti con tutta la storia italiana, e quindi anche con tutte le forze storiche (d’ispirazione socialista, cattolica e di altre ispirazioni democratiche) che erano presenti sulla scena del paese e che si battevano insieme a noi per la democrazia, per l’indipendenza del paese e per la sua unità. La novità stava nel fatto che nel corso della guerra di liberazione si era creata una unità che comprendeva tutte queste forze. Si trattava di una unità che si estendeva dal proletario, dai contadini, da vasti strati della piccola borghesia fino a gruppi della media borghesia progressiva, a gran parte del movimento cattolico di massa e anche a formazioni e quadri delle forze armate.

«Noi eravamo stati in prima fila tra i promotori, organizzatori e dirigenti di questa unità, che possedeva un suo programma di rinnovamento di tutta la vita del paese, un programma che non venne formulato in tavole scritte se non parzialmente, ma era orientato verso la instaurazione di un regime di democrazia politica avanzata, riforme profonde di tutto l’ordinamento economico e sociale e l’avvento alla direzione della società di un nuovo blocco di forze progressive. La nostra politica consistette nel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale comportava uno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella direzione del socialismo. Non è, dunque, che noi dovessimo fare una scelta tra la via di una insurrezione legata alla prospettiva di una sconfitta, e una via di evoluzione tranquilla, priva di asprezze e di rischi. La via aperta davanti a noi era una sola, dettata dalle circostanze oggettive, dalle vittorie riportate combattendo e dalla unità e dai programmi sorti nella lotta. Si trattava di guidare e spingere avanti, sforzandosi di superare e spezzare tutti gli ostacoli e le resistenze, un movimento reale di massa, che usciva vittorioso dalle prove di una guerra civile. Questo era il compito più rivoluzionario che allora si ponesse, e per adempierlo, concentrammo le forze».
Così Togliatti si esprimeva in quella magistrale sintesi della nostra politica con la quale aprì il rapporto presentato al X Congresso del partito.
Sappiamo bene che la politica di rottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste perseguìta dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana – una politica che il paese ha pagato duramente – ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza.
Il compito nostro essenziale – ed è un compito che può essere assolto – è dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Solo questa linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può far avanzare la trasformazione della società. In pari tempo, solo percorrendo questa strada si possono creare fin d’ora le condizioni per costruire una società e uno Stato socialista che garantiscano il pieno esercizio e lo sviluppo di tutte le libertà.
Abbiamo sempre saputo e sappiamo che l’avanzata delle classi lavoratrici e della democrazia sarà contrastata con tutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati di potere. E sappiamo, come mostra ancora una volta la tragica esperienza cilena, che questa reazione antidemocratica tende a farsi più violenta e feroce quando le forze popolari cominciano a conquistare le leve fondamentali del potere nello Stato e nella società. Ma quale conclusione dobbiamo trarre da questa consapevolezza? Forse quella, proposta da certi sciagurati, di abbandonare il terreno democratico e unitario per scegliere un’altra strategia fatta di fumisteria, ma della quale è comunque chiarissimo l’esito rapido e inevitabile di un isolamento dell’avanguardia e della sua sconfitta? Noi pensiamo, al contrario, che, se i gruppi sociali dominanti puntano a rompere il quadro democratico, a spaccare in due il paese e a scatenare la violenza reazionaria, questo deve spingerci ancora più a tenere saldamente nelle nostre mani la causa della difesa delle libertà e del progresso democratico, a evitare la divisione verticale del paese e a impegnarci con ancora maggiore decisione, intelligenza e pazienza a isolare i gruppi reazionari e a ricercare ogni possibile intesa e convergenza fra tutte le forze popolari.
È vero che neppure l’attuazione coerente di questa linea da parte dell’avanguardia rivoluzionaria esclude l’attacco reazionario aperto. Ma chi può contestare che essa lo rende più difficile e crea comunque le condizioni più favorevoli per respingerlo e stroncarlo sul nascere?
L’eventualità del ricorso alla violenza reazionaria «non deve dunque portare – come ha affermato il compagno Longo – ad avere una dualità di prospettive e di preparazione pratica». A chi si chiede, anche alla luce dell’esperienza cilena, come si raccolgono e si accumulano le forze in grado di sconfiggere gli attacchi reazionari, noi continuiamo a rispondere con le parole del compagno Longo: «Spingendo a fondo l’organizzazione, la mobilitazione e la combattività del popolo, consolidando ed estendendo ogni giorno le alleanze di combattimento della classe operaia con le masse popolari, realizzando in questo modo, nella lotta, la sua funzione di classe dirigente». L’essenziale è dunque «il grado raggiunto da questa mobilitazione e da questa combattività» nella classe operaia e nella maggioranza del popolo.
Proprio la fermezza e la coerenza nell’attuazione di questi princìpi e di questi metodi di lotta politica hanno consentito di abbattere la tirannide fascista, di ristabilire un regime democratico e di far fallire i tentativi compiuti dalle forze conservatrici e reazionarie – da Scelba fino ad Andreotti – di colpire le libere istituzioni o comunque di ricacciare indietro il movimento operaio e popolare. Così è avvenuto, a partire dal 1947-’48, nella lotta contro la politica di discriminazione, le persecuzioni e gli attentati liberticidi dei governi centristi. Così è avvenuto nel 1953 quando fu battuto il tentativo di distorcere in senso antidemocratico, con la legge-truffa, il meccanismo elettorale e la rappresentatività del Parlamento. Così è avvenuto nel 1960, quando fu stroncata sul nascere l’avventura autoritaria iniziata dal governo Tambroni. Così è avvenuto nel 1964, quando furono sventate le manovre antidemocratiche e i propositi di colpi reazionari che videro anche il tentativo di coinvolgere e di utilizzare contro la Repubblica una parte delle forze armate e dei corpi di pubblica sicurezza. Così è avvenuto dal 1969, nella lotta contro la catena di atti di provocazione e di sedizione reazionaria e fascista, ispirati e sostenuti anche da circoli imperialistici e fascisti di altri paesi, con i quali si cercò di alimentare un clima di esasperata tensione e di determinare una situazione di marasma politico ed economico per aprire la via a soluzioni autoritarie, anticostituzionali o comunque a una duratura svolta verso destra.
In tutti questi casi noi abbiamo sempre risposto facendo nostra la bandiera della difesa della libertà e del metodo della democrazia, chiamando a lotte che sono state anche assai aspre, le grandi masse lavoratrici e popolari, e promuovendo la più ampia intesa e convergenza tra tutte le forze interessate alla salvaguardia dei princìpi della Costituzione antifascista.
Queste esperienze vissute dalla classe operaia, dal popolo italiano e dal nostro partito, confermano il carattere un po’ astratto di quelle tesi che tendono a ridurre schematicamente al dilemma tra via pacifica e via non pacifica la scelta della strategia di lotta per l’avanzata verso il socialismo. Le vicende sociali e politiche che si svolgono da tanti anni in Italia sono state pacifiche nel senso che non hanno portato alla guerra civile. Ma tali vicende non sono state certo tranquille e incruente: esse sono state segnate da lotte durissime, da crisi e scontri acuti, da rotture o rischi di rotture più o meno profonde. Scegliere una via democratica non vuol dire, dunque, cullarsi nell’illusione di un’evoluzione piana e senza scosse della società dal capitalismo al socialismo.
Sbagliato ci è sembrato sempre anche definire la via democratica semplicemente come una via parlamentare. Noi non siamo affetti da cretinismo parlamentare, mentre qualcuno è affetto da cretinismo antiparlamentare. Noi consideriamo il Parlamento un istituto essenziale della vita politica e non soltanto oggi ma anche nella fase del passaggio al socialismo e nel corso della sua costruzione. Ciò tanto più è vero in quanto la rinascita e il rinnovamento dell’istituto parlamentare è, in Italia, una conquista dovuta in primo luogo alla lotta della classe operaia e delle masse lavoratrici. Il Parlamento non può dunque essere concepito e adoperato come avveniva all’epoca di Lenin e come può accadere in altri paesi solo come tribuna per la denuncia dei mali del capitalismo e dei governi borghesi e per la propaganda del socialismo. Esso, in Italia, è anche e soprattutto una sede nella quale i rappresentanti del movimento operaio sviluppano e concretano una loro iniziativa, sul terreno politico e legislativo, cercando di influire sugli indirizzi della politica nazionale e di affermare la loro funzione dirigente. Ma il Parlamento può adempiere il suo compito se, come disse Togliatti, esso diviene sempre più «specchio del paese» e se l’iniziativa parlamentare dei partiti del movimento operaio è collegata alle lotte delle masse, alla crescita di un potere democratico nella società e all’affermarsi dei princìpi democratici e costituzionali in tutti i settori e gli organi della vita dello Stato.
A questo preciso orientamento si sono ispirate le molteplici battaglie che abbiamo condotto per la Repubblica e per la Costituzione; per realizzare con il voto alle donne la pienezza del suffragio universale; per difendere il principio della rappresentanza proporzionale contro il tentativo di liquidarlo; per assicurare giorno per giorno alle Camere le loro prerogative contro ogni tendenza dell’esecutivo e di altri centri del potere economico, politico e amministrativo di limitarle e svuotarle; e per affermare il principio e la prassi di una libera dialettica, senza preclusioni e discriminazioni, fra tutte le forze democratiche rappresentate nel Parlamento. A questo stesso orientamento hanno obbedito e obbediscono le nostre battaglie per l’istituzione delle Regioni e per il rispetto dell’autonomia e dei poteri degli enti locali.
Ma vi è anche un altro aspetto assai importante della nostra strategia democratica. La decisione del movimento operaio di mantenere la propria lotta sul terreno della legalità democratica non significa cadere in una sorta di illusione legalitaristica rinunciando all’impegno essenziale di promuovere, sia da posizioni di governo che stando all’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in senso democratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato. La stessa nostra esperienza, prima ancora di quella di altri paesi, ci richiama a tenere sempre presente la necessità di unire alla battaglia per le trasformazioni economiche e sociali quella per il rinnovamento di tutti gli organi e i poteri dello Stato. L’impegno in questa direzione deve tradursi in una duplice attività: quella diretta a far sì che in tutti i corpi dello Stato e in coloro che vi lavorano penetrino e si affermino sempre più estesamente orientamenti ispirati a una cosciente fedeltà e lealtà alla Costituzione e sentimenti di intimo legame con il popolo lavoratore; e quella diretta a promuovere misure e provvedimenti concreti di democratizzazione nell’organizzazione e nella vita della magistratura, dei corpi armati e di tutti gli apparati dello Stato. Quest’azione può contribuire in misura assai rilevante a far sì che il processo di trasformazione democratica della società non prenda indirizzi unilaterali e non determini uno squilibrio tra settori che vengono investiti da questi processi e altri che ne vengono lasciati fuori o che vengono respinti in posizioni di ostilità: rischio, questo, gravissimo e che può divenire fatale.
In definitiva, le prospettive di successo di una via democratica al socialismo sono affidate alla capacità del movimento operaio di compiere le proprie scelte e di misurare le proprie iniziative in relazione, oltre che al quadro internazionale, ai concreti rapporti di forza esistenti in ogni situazione e in ogni momento, e alla sua capacità di badare, costantemente, alle reazioni e contro-reazioni che l’iniziativa trasformatrice determina in tutta la società: nell’economia, nelle strutture e negli apparati dello Stato, nella dislocazione e negli orientamenti delle varie forze sociali e politiche e nei loro reciproci rapporti.
Si ripropongono così i problemi dei criteri di valutazione dei rapporti di forza, della politica delle alleanze, del rapporto tra trasformazioni sociali e sviluppo economico e i problemi degli schieramenti politici.

3) Alleanze sociali e schieramenti politici

12.10.1973

Abbiamo constatato che la via democratica non è né rettilinea né indolore. Più in generale il cammino del movimento operaio quali che siano le forme di lotta, non è stato mai né può essere una ascesa ininterrotta. Ci sono sempre alti e bassi, fasi di avanzata cui seguono fasi in cui il compito è di consolidare le conquiste raggiunte, e anche fasi in cui bisogna saper compiere una ritirata per evitare la disfatta, per raccogliere le forze e per preparare le condizioni di una ripresa del cammino in avanti. Questo vale sia quando il movimento operaio combatte stando all’opposizione sia quando esso conquista il potere o va al governo.
Ha scritto Lenin: «Bisogna comprendere – e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propria amara esperienza – che non si può vincere senza aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata». Lenin stesso, che è stato certamente il capo rivoluzionario più audace nella scienza dell’offensiva, è stato anche il più audace nel saper cogliere tempestivamente i momenti del consolidamento e della ritirata, e nell’utilizzare questi momenti per prendere tempo, per riorganizzare le forze e per riprendere l’avanzata. Due esempi rivelatori di queste geniali capacità di lenin furono il compromesso con l’imperialismo tedesco sancito con la pace di Brest Litovsk, e il compromesso con forze capitalistiche interne che caratterizzò quell’indirizzo che va sotto il nome di Nep (Nuova Politica Economica). Né va dimenticato che Lenin non esitò a compiere tali scelte andando contro corrente. Queste due grandi operazioni rivoluzionarie, che contribuirono in modo decisivo a salvare il potere sovietico e a garantirgli l’avvenire, vennero attuate in condizioni storiche irripetibili, ma il loro insegnamento di lungimiranza e sapienza tattica rimane integro.
L’obiettivo di una forza rivoluzionaria, che è quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica e sociale, non è raggiungibile fondandosi sul puro volontarismo e sulle spinte spontanee di classe dei settori più combattivi delle masse lavoratrici, ma muovendo sempre dalla visione del possibile, unendo la combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra. Il punto di partenza della strategia e della tattica del movimento rivoluzionario è la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ogni momento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo della situazione internazionale e interna in tutti i suoi aspetti, non isolando mai unilateralmente questo o quello elemento.
La via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva – che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista – dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime. Quello che è certo è che la generale trasformazione per via democratica che noi vogliamo compiere in Italia, ha bisogno, in tutte le sue fasi, e della forza e del consenso.
La forza si deve esprimere nella incessante vigilanza, nella combattività delle masse lavoratrici, nella determinazione a rintuzzare tempestivamente – ci si trovi al governo o all’opposizione – le manovre, i tentativi e gli attacchi alle libertà, ai diritti democratici e alla legalità costituzionale. Consapevoli di questa necessità imprescindibile, noi abbiamo messo sempre in guardia le masse lavoratrici e popolari, e continueremo a farlo, contro ogni forma di illusione o di ingenuità, contro ogni sottovalutazione di propositi aggressivi delle forze di destra. In pari tempo, noi mettiamo in guardia da ogni illusione gli avversari della democrazia. Come ha ribadito il compagno Longo al XIII Congresso, chiunque coltivasse propositi di avventura sappia che il nostro partito saprebbe combattere e vincere su qualunque terreno, chiamando all’unità e alla lotta tutte le forze popolari e democratiche, come abbiamo saputo fare nei momenti più ardui e difficili.
Del “consenso” la profonda trasformazione della società per via democratica ha bisogno in un significato assai preciso: in Italia essa può realizzarsi solo come rivoluzione della grande maggioranza della popolazione; e solo a questa condizione, “consenso e forza” si integrano e possono divenire una realtà invincibile.
Tale rapporto tra forza e consenso è del resto necessario quali che siano le forme di lotta adottate, anche se si tratta di quelle più avanzate fino a quelle cruente. Il nostro movimento di liberazione nazionale, che fu un movimento armato, ha potuto resistere e vincere perché era fondato sull’unità di tutte le forze popolari e democratiche e perché ha saputo conquistarsi il sostegno e il consenso della grande maggioranza della popolazione. Del resto, anche sulla sponda opposta, si è visto che i movimenti antidemocratici e lo stesso fascismo non possono affermarsi e vincere unicamente con il ricorso alla violenza reazionaria, ma hanno bisogno di una base di massa più o meno estesa, soprattutto in paesi con una struttura economica e sociale complessa ed articolata. Ed è perfino ovvio ricordare che, più in generale, il dominio della borghesia non si regge solo sugli strumenti (da quelli più brutali a quelli più raffinati) della coercizione e della repressione, ma si regge anche su una base di consenso più o meno manipolato, su un certo sistema di alleanze sociali e politiche.
È il problema delle alleanze, dunque, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politica rivoluzionaria, ed esso è quindi quello decisivo anche per l’affermazione della via democratica.
In paesi come l’Italia si deve muovere dalla constatazione che si sono create ed esistono una stratificazione sociale e una articolazione politica assai complesse.
Lo sviluppo capitalistico italiano ha dato luogo alla formazione di un proletariato consistente. Questa classe che una lunga esperienza di lotte – siamo quasi a un secolo di battaglie proletarie – che l’opera educatrice del movimento socialista che l’influenza decisiva che su di essa esercita da cinquant’anni il partito comunista, hanno reso particolarmente combattiva e matura; questa classe, che è la forza motrice di ogni processo di trasformazione della società, tuttavia rimane pur sempre una minoranza della popolazione del nostro paese e della stessa popolazione lavoratrice. Così è anche, in misura maggiore o minore, in quasi tutti gli altri paesi capitalistici. Tra il proletariato e la grande borghesia – le due classi antagoniste fondamentali nel regime capitalistico – si è infatti creata, nelle città e nelle campagne, una rete di categorie e di strati intermedi, che spesso si sogliono considerare nel loro complesso e chiamare genericamente «ceto medio», ma di ognuno dei quali in realtà occorre individuare e definire concretamente la precisa collocazione e funzione nella vita sociale, economica e politica e gli orientamenti ideali.
Accanto e spesso intrecciati a questi ceti e categorie intermedie e al proletariato esistono poi nella nostra società strati di popolazione e forze sociali (si tratta, per esempio, di larga parte delle popolazioni del Mezzogiorno e delle isole, delle masse femminili e giovanili, delle forze della scienza, della tecnica, della cultura e dell’arte) che non sono assimilabili, come tali, nella dimensione di «categorie», e che tuttavia hanno una condizione nella società che le accomuna e in una certa misura le unisce, al di là della propria posizione professionale e persino della propria appartenenza a un determinato ceto sociale.
Appare chiarissimo che per l’esito della battaglia democratica che conduciamo per la trasformazione e il rinnovamento della nostra società è determinante dove si situano, in che senso sono orientate e come si muovono queste masse, questi ceti intermedi, questi strati di popolazione. È del tutto evidente, cioè, come sia decisivo per le sorti dello sviluppo democratico e dell’avanzata al socialismo che il peso di tali forze sociali venga a spostarsi o a fianco della classe operaia oppure contro di essa.
Da questa struttura economica e stratificazione sociale dell’Italia noi non abbiamo ricavato soltanto conseguenze che riguardano la nostra politica nella fase attuale, ma abbiamo fissato dei punti fermi che riguardano il posto che hanno nella rivoluzione italiana questioni come quella meridionale, femminile, giovanile, della scuola e della cultura, e la funzione dei ceti intermedi.
A proposito di questi ultimi, nel documento più impegnativo del nostro partito, che è la Dichiarazione programmatica approvata dall’VIII Congresso (1956) si afferma:
«Si stabilisce, oggettivamente, una concordanza di fini fra la classe operaia, che lotta contro i monopoli e per abbattere il capitalismo, non più solo con le masse proletarie e semiproletarie, ma con la massa dei coltivatori diretti nelle campagne e con una parte importante dei ceti medi produttivi nelle città, ciò che consente nuove possibilità per l’allargamento del sistema di alleanze della classe operaia e delle basi di massa per un rinnovamento democratico e socialista.
«La massa del ceto medio è costituita da stratificazioni e gruppi sociali diversi, in relazione alle diverse caratteristiche economiche e sociali e al diverso grado di sviluppo delle diverse zone. Pur essendo quindi necessario un approfondimento differenziato da zona a zona, la possibilità di una alleanza permanente della classe operaia con strati del ceto medio della città e della campagna è determinata da una convergenza di interessi economici e sociali che trae origine dallo sviluppo storico e dalla attuale struttura del capitalismo…
«D’altra parte deve essere chiaro che per gruppi decisivi di ceto medio il passaggio a nuovi rapporti di tipo socialista o socialisti non avverrà che sulla base del loro vantaggio economico e del libero consenso, e che in una società democratica che si sviluppi verso il socialismo sarà garantita la loro attività economica.»
La strategia delle riforme può dunque affermarsi e avanzare solo se essa è sorretta da una strategia delle alleanze. Anzi, noi abbiamo sottolineato che, nel rapporto tra riforme e alleanze, queste sono la condizione decisiva perché, se si restringono le alleanze della classe operaia e si estende la base sociale dei gruppi dominanti, prima o poi la realizzazione stessa delle riforme viene meno e tutta la situazione politica va indietro, fino anche a rovesciarsi.
Naturalmente, la politica delle alleanze ha il suo punto di partenza nella ricerca di una convergenza tra gli interessi economici immediati e di prospettiva della classe operaia e quelli di altri gruppi e forze sociali. Ma tale ricerca non va concepita e attuata in modo schematico o statico. Occorre, cioè, indicare rivendicazioni e perseguire obiettivi che offrano concretamente a questi strati di popolazione e a queste forze e gruppi sociali una certezza di prospettive che garantiscano in forme nuove e possibilmente migliorino il loro livello di esistenza e il loro ruolo nella società, ma in un diverso sviluppo economico e in un più giusto e più moderno assetto sociale.
A questo scopo diviene necessario lavorare anche per determinare una evoluzione nella stessa mentalità di questi ceti e forze sociali, nel senso di allargare in tutta la popolazione una visione sempre meno individualistica o corporativa e sempre più sociale della difesa degli interessi dei singoli e di quelli della collettività.
Noi non ci limitiamo, dunque, a ricercare e a stabilire convergenze con figure sociali e categorie economiche già definite, ma tendiamo a conquistare e a comprendere in un articolato schieramento di alleanze interi gruppi di popolazione, forze sociali non classificabili come ceti, quali sono, appunto, le donne, i giovani e le ragazze, le masse popolari del Mezzogiorno, le forze della cultura, movimenti di opinione, e proponiamo obiettivi non soltanto economici e sociali, ma di sviluppo civile, di progresso democratico, di affermazione della dignità della persona, d’espansione delle molteplici libertà dell’uomo. Ecco il modo con cui noi intendiamo e compiamo il lavoro concreto per costruire e preparare le basi, le condizioni e le garanzie di quello che si vuole chiamare un «modello» nuovo di socialismo.

Un grosso problema che ci impegna in sede politica e che deve impegnare di più, in sede teorica, i marxisti e gli studiosi avanzati dell’Italia e dei paesi dell’Occidente, è come far sì che un programma di profonde trasformazioni sociali – che determina necessariamente reazioni di ogni tipo da parte dei gruppi retrivi – non venga effettuato in modo da sospingere in posizione di ostilità vasti strati dei ceti intermedi, ma riceva invece, in tutte le sue fasi, il consenso della grande maggioranza della popolazione. Ciò, evidentemente, comporta una attenta scelta delle priorità e dei tempi delle trasformazioni sociali e comporta, di conseguenza, l’adoperarsi non solo per evitare un collasso dell’economia ma per garantire anzi, anche nelle fasi critiche di passaggio a nuovi assetti sociali sociali, l’efficienza del processo economico.
Questo è certamente uno dei problemi vitali che ha dinnanzi a sé un governo di forze lavoratrici e popolari; ma è un problema altrettanto fondamentale in un paese come l’Italia, ove una forza grande come la nostra uscita da tempo dal terreno della pura propaganda, cerca, fin da ora, dall’opposizione, con l’arma della pressione di massa e dell’iniziativa politica unitaria, di imporre l’avvio di un programma di trasformazioni sociali.
Se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica.
D’altronde, la contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masse importanti della popolazione si sentono rappresentate, conducono a una spaccatura a una vera e propria scissione in due del paese, che sarebbe esiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico.
Di ciò consapevoli noi abbiamo sempre pensato – e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione – che l’unità dei partiti di lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democrazia ove a questa unità si contrapponga un blocco di partiti che si situano dal centro fino alla estrema destra. Il problema politico centrale in Italia è stato, e rimane più che mai, proprio quello di evitare che si giunga a una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra, a un largo fronte di tipo clerico-fascista e di riuscire invece a spostare le forze sociali e politiche che si situano al centro su posizioni coerentemente democratiche.
Ovviamente, l’unità, la forza politica ed elettorale delle sinistre e la sempre più solida intesa tra le loro diverse e autonome espressioni, sono la condizione indispensabile per mantenere nel paese una crescente pressione per il cambiamento e per determinarlo. Ma sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare (cosa che segnerebbe, di per sé, un grande passo avanti nei rapporti di forza tra i partiti in Italia) questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 per cento.
Ecco perché noi parliamo non di una «alternativa di sinistra» ma di una «alternativa democratica» e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico.
La nostra ostinazione nel proporre questa prospettiva è oggetto di polemiche e di critiche di varia provenienza. Ma la verità è che nessuno dei nostri critici e obiettori ha saputo e sa indicare un’altra prospettiva valida, capace di far uscire l’Italia dalla crisi in cui è stata gettata dalla politica di divisione delle forze democratiche e popolari, di avviare a soluzione gli immani e laceranti problemi economici, sociali e civili che sono aperti e di garantire l’avvenire democratico della nostra Repubblica.
E del resto, a veder bene, le polemiche e i tentativi di rendere impossibile la prospettiva che noi proponiamo non hanno impedito che essa, invece, si sia affermata e si affermi nella coscienza di sempre più larghe masse popolari e nei loro movimenti reali, come anche, in una certa misura e in vari modi, nella stessa vita politica e nei partiti. Sta qui la comprova che il problema da noi posto diventa ogni giorno più maturo e urgente. E se nessuno è in grado di prospettare una diversa alternativa democratica altrettanto valida e credibile rispetto a quella da noi proposta, ciò è perché tale diversa alternativa, in Italia, non c’è.
La nostra politica di dialogo e di confronto con il mondo cattolico si sviluppa necessariamente su diversi piani e con diversi interlocutori.
Vi è innanzitutto il problema, sul quale la nostra posizione di principio e la nostra linea politica sono note, posto dalla presenza in Italia della Chiesa cattolica, e dai suoi rapporti con lo Stato e con la società civile. Vi è poi il problema della ricerca di una più ampia comprensione reciproca e di una intesa operante con quei movimenti e tendenze di cattolici che, in numero crescente, si collocano nell’ambito del movimento dei lavoratori e si orientano in senso nettamente anticapitalistico e antiimperialistico.
Ma non si può certo pensare di sfuggire all’altro grande problema costituito dalla esistenza e dalla forza di un partito politico come la Democrazia cristiana, che a parte la qualificazione di «cristiana» che esso dà di se stesso, raccoglie nelle sue file o sotto la sua influenza una larga parte delle masse lavoratrici e popolari di orientamento cattolico.
“Rinascita” ha pubblicato alcuni mesi or sono una serie di articoli e di saggi nei quali sono stati esaminati e vagliati i vari aspetti della questione della DC. Rimandiamo a essi il lettore, limitandoci noi, in questa sede, a riproporre il tema nei suoi termini di fondo.
L’errore principale da cui bisogna guardarsi è quello di giudicare la Democrazia cristiana italiana, e anzi tutti i partiti che portano questo nome, quasi come una categoria astorica, quasi metafisica, per sua natura destinata, in definitiva, a essere o a divenire sempre o ovunque un partito schierato con la reazione. Ed è davvero risibile che a ciò si riduca, nella sostanza, tutta l’analisi sulla DC che ci viene data da gente che, con tanta spocchia, cerca di salire in cattedra per impartire a tutti lezione di marxismo.
Naturalmente il nostro giudizio sulla DC è ugualmente lontano da quello che di essa danno quei suoi dirigenti i quali, rovesciando il contenuto ma mantenendo il medesimo metodo astorico che ora abbiamo criticato, presentano la DC come un partito che, «per sua natura», sarebbe il garante delle libertà e l’alfiere del progresso democratico. In realtà, entrambi i giudizi che abbiamo ricordato sono privi di effettiva serietà e hanno entrambi un carattere puramente strumentale. Il solo criterio marxista, o che voglia essere anche solo fondato sulla serietà politica, consiste nel considerare la DC sia nel contesto storico politico in cui è collocata e opera che nella composita realtà sociale e politica che in essa si esprime. Solo in questo modo è possibile mettersi in grado di intervenire e di influire realmente sugli orientamenti e sulla condotta pratica di tale partito.
Noi abbiamo sempre avuto ben presente il legame tra la Democrazia cristiana e i gruppi dominanti della borghesia e il loro peso rilevante, e in certi momenti determinante, sulla politica della DC. Ma nella DC e attorno ad essa si raccolgono anche altre forze e interessi economici e sociali, da quelli di varie categorie del ceto medio sino a quelli, assai consistenti soprattutto in alcune regioni e zone del paese, di strati popolari, di contadini, di giovani, di donne ed anche di operai. Anche il peso e le sollecitazioni provenienti dagli interessi e dalle aspirazioni di queste forze sociali si sono fatti sentire in misura più o meno avvertibile nel corso della vita e della politica della DC e possono essere portati a contare sempre di più.
Oltre a questa varia e contraddittoria composizione sociale della DC vanno prese in considerazione le sue origini, la sua storia, le sue tradizioni e le differenti tendenze politiche e ideali che si sono agitate e si agitano nel suo interno, da quelle reazionarie a quelle conservatrici e moderate fino a quelle democratiche e anche progressiste. Tutto ciò contribuisce a spiegare come le vicende storiche di questo partito siano state assai tortuose e spesso contrassegnate da atteggiamenti tra loro antitetici. Nato come partito popolare, democratico e laico esso si oppose all’inizio al movimento fascista, passando poi all’appoggio e alla partecipazione al primo governo Mussolini, staccandosene successivamente per giungere, attraverso un faticoso travaglio, alla partecipazione alla lotta clandestina e all’impegno pieno e diretto nella Resistenza, al fianco e in unità con le forze proletarie e popolari. Dopo la liberazione, dopo l’avvento della Repubblica e dopo l’elaborazione della Costituzione, frutto di un accordo tra i tre grandi partiti di massa (comunista, socialista e democristiano) fu proprio il partito democristiano – nel clima di divisione in Europa e nel mondo creato dall’incipiente guerra fredda – il principale artefice della rottura dell’alleanza di governo con i comunisti e con i socialisti, dell’unità sindacale e più in generale dell’intesa fra le forze antifasciste. E fu proprio la DC a condurre da quel momento una politica di contrapposizione e di scontro frontale con il movimento operaio e popolare di ispirazione comunista e socialista. La sconfitta di questa politica, dovuta alle capacità di combattimento della classe operaia, dei braccianti, dei contadini, dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e politiche, e dovuta anche alla tenacia con cui il nostro partito non ha mai deflettuto dalla sua linea unitaria, ha riaperto una prospettiva di avanzata al movimento democratico e al paese e ha creato una situazione nuova anche nella DC. Essa, infatti, pur mantenendo l’ispirazione conservatrice e moderata della sua linea, è stata messa nella impossibilità di riportare il paese alla condizione della spaccatura verticale e della contrapposizione frontale. Quando un suo uomo, Tambroni, si avventurò nel tentativo estremo di ripristinare tale condizione, fu travolto rapidamente da un grande moto popolare e unitario e liquidato dal suo stesso partito. Ma c’è di più: quando la DC, sconfitta in questa sua linea, dette inizio a una manovra di nuovo tipo, con l’esperimento di centro-sinistra per giungere all’isolamento del PCI, essa fallì anche su questo terreno.
Dalla crisi di prospettive determinata dal fallimento di questi diversi tentativi per affermare una linea di divisione nel popolo e nel paese la DC non è ancora uscita. Essa avverte che è assai difficile e che può essere gravido di avventure fatali per tutti e per se stessa giocare la carta della contrapposizione e dello scontro, ma non è giunta ancora a intraprendere con coerenza una strada opposta. E sta proprio in ciò una delle cause determinanti della crisi che attanaglia il paese.
Che fare? In quale direzione dobbiamo cercare noi di spingere le cose? Dalla sommaria ricapitolazione che abbiamo fatto della composizione sociale e della condotta politica della DC risulta che questo partito è una realtà non solo varia, ma assai mutevole; e risulta che i mutamenti sono determinati sia dalla sua dialettica interna sia, e ancor più, dal modo in cui si sviluppano gli avvenimenti internazionali e interni, dalle lotte e dai rapporti di forza tra le classi e fra i partiti, dal peso che esercitano sulla situazione il movimento operaio e il PCI, dalla loro forza, dalla loro linea politica e dalla loro iniziativa. Si pensi alla vicenda più recente, quella del governo Andreotti: l’ostilità attiva delle masse popolari, la combattività e l’iniziativa unitaria dell’opposizione comunista, la battaglia del partito socialista e quella di gruppi, correnti e personalità della stessa DC hanno portato allo sfaldarsi della coalizione di centro-destra e hanno creato una situazione in cui la stessa maggioranza di forze interna alla DC che aveva portato Andreotti al governo, o che comunque lo sosteneva, è venuta meno. La DC ha dovuto abbandonare la linea e la prospettiva del centro-destra.
Tali essendo la realtà della DC e il punto in cui essa si trova oggi, è chiaro che il compito di un partito come il nostro non può essere che quello di isolare e sconfiggere drasticamente le tendenze che puntano o che possono essere tentate di puntare sulla contrapposizione e sulla spaccatura verticale del paese, o che comunque si ostinano in una posizione di pregiudiziale preclusione ideologica anti-comunista, la quale rappresenta di per sé, in Italia, un incombente pericolo di scissione della nazione. Si tratta, al contrario, di agire perché persino sempre di più, fino a prevalere, le tendenze che, con realismo storico e politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari senza che ciò significhi confusioni o rinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche che contraddistinguono ciascuna di tali forze.
Certo, noi per primi comprendiamo che il cammino verso questa prospettiva non è facile né può essere frettoloso. Sappiamo anche bene quali e quante battaglie serrate e incalzanti sarà necessario condurre sui più vari piani, e non solo da parte del nostro partito, con determinazione e con pazienza, per affermare questa prospettiva. Ma non bisogna neppure credere che il tempo a disposizione sia indefinito. La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande «compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano.

La proprietà di Salvini e quella della Costituzione

Articolo di Paolo Ciofi

Bene ha fatto Alfonso Gianni, sul Manifesto del 4 settembre, a cannoneggiare con l’artiglieria pesante della critica l’affermazione retrograda e reazionaria di Matteo Salvini, secondo cui «la proprietà privata è sacra». Una bestemmia, sostiene Gianni, o se volete una fake news in contrasto radicale con ciò che la Costituzione prescrive. Occorrerebbe però riconoscere anche a Salvini un merito, peraltro involontario, se con la sua perentoria affermazione riporta alla luce del sole la questione cruciale di questa fase storica, appunto la proprietà, per troppo tempo oscurata anche a sinistra. 

Opportunamente sono stati ricordati al vicepresidente del Consiglio dei ministri (e anche a molti altri che in materia non hanno mosso e non muovono un dito) alcuni fondamentali principi fissati in Costituzione. Quelli dell’articolo 41 riguardante l’iniziativa economica, che deve essere orientata all’utilità sociale e non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Quelli dell’articolo 42, che pone precisi limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. E anche quelli dell’articolo 44, che prevede vincoli per la proprietà terriera. Continua a leggere “La proprietà di Salvini e quella della Costituzione”