Bicentenario della nascita di Marx

In occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx (Treviri, 5 maggio 2018) pubblichiamo un capitolo del libro di Paolo Ciofi La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, in uscita nei prossimi giorni per gli Editori Riuniti.

Marx e la dittatura del capitale
Nonostante la ricerca di fantasiose e accattivanti denominazioni volte a occultarne la natura, la società in cui viviamo ha un nome che la definisce con chiarezza: si chiama capitalismo. Capitalismo perché è il capitale che dà a questa formazione economico-sociale il soffio della vita, ed è il propulsore che la spinge e la diffonde nel mondo. Ma cos’è il capitale? La domanda ci porta ai fondamenti, e proprio per questo è quanto mai attuale. È una cosa? Un insieme di merci, di macchinari e di materie prime? Un algoritmo? Un accumulo di titoli e mezzi finanziari ben nascosti nei paradisi fiscali con un semplice click?
Prima di tutto – come ha messo in chiaro Karl Marx al cui pensiero bisogna tornare per avviare un nuovo inizio – il capitale è un rapporto sociale ben definito e storicamente determinato, fondato sulla divisione degli esseri umani in due classi contrapposte: tra chi è proprietario dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio che usa per ottenere un profitto e chi è proprietario delle proprie abilità fisiche e intellettuali, la forza-lavoro che vende in cambio dei mezzi per vivere: lo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà è dunque la sua caratteristica inconfondibile. Continua a leggere “Bicentenario della nascita di Marx”

Il Fronte sconfitto, la pesante eredità di De Gasperi

Articolo di Fulvio Lorefice su Il Manifesto del 18.04.2018

In tema di sconfitte storiche, dopo quella del 4 marzo, oggi ne ricorre un’altra: quella del 18 aprile 1948. Socialisti e comunisti, nel Fronte Democratico Popolare, persero quasi 10 punti rispetto ai risultati dei due partiti alle elezioni per la Costituente.

Si attestarono al 31% consentendo alla Democrazia Cristiana di raggiungere il 48,4%. Per capire perché occorre fare un passo indietro.

Nella primavera precedente e più in particolare con le elezioni della prima assemblea regionale siciliana, avevano prevalso socialisti, comunisti e azionisti, raggruppati nel Blocco del Popolo. La decisione di De Gasperi di porre fine alla collaborazione governativa con comunisti e socialisti fu influenzata, infatti, non soltanto dal quadro internazionale segnato dall’avvento di Truman alla presidenza degli Stati uniti ma anche dalla minaccia, nitidamente avvertita in Sicilia, che, se un cambiamento di rotta non fosse intervenuto, un’altra formazione politica sarebbe potuta divenire riferimento dei settori più conservatori della borghesia italiana, insidiando quindi alla Dc la leadership dello schieramento delle forze moderate.

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La politica come scienza. L’esperienza di Frattocchie

Articolo di Fulvio Lorefice su Eticaeconomia

1. L’esito delle ultime elezioni politiche ci consegna – temporaneamente – un dato molto interessante: la centralità del Parlamento. Trattandosi di uno dei più clamorosiunintended resultsdella legge elettorale n. 165 del 3 novembre 2017, il cosiddettoRosatellum bis, questo stato di cose corre il serio pericolo di avere vita breve. Nel cammino evolutivo delle nostre istituzioni, infatti, la questione della centralità dell’esecutivo, e quindi della rinuncia a porzioni rilevanti di rappresentanza in favore della decisione, si è via via affermata fino a divenire principio irrefutabile per destra e sinistra.

Le parole in merito pronunciate dal neo-presidente della Camera, Roberto Fico, nel discorso di insediamento, più che rappresentare l’improbabile approdo teorico del gruppo dirigente di una forza politica, originano dall’aritmetica constatazione della mancanza di una maggioranza politica in seno al Parlamento. Eppure il sillogismo in forza del quale si richiama la centralità del Parlamento, in un quadro istituzionale pur segnato dalla perdita di rappresentanza delle classi subalterne e dei relativi interessi, non va ignorato da quanti ad essa legano le sorti della democrazia costituzionale.

 

Pur consapevoli, quindi, che tale ritrovata centralità del Parlamento non è il frutto di un’«impresa titanica» della sinistra, cui da ultimo ci richiamava Azzariti, ma di una legge elettorale pasticciata e che quindi potrebbe presto lasciare il campo a nuove iniziative legislative ultra-maggioritarie, con buona pace della nostra Costituzione, vale la pena svolgere un esercizio ipotetico e ragionare attorno ad uno dei requisiti più peculiari che un Parlamento richieda per esercitare quella che Azzariti chiama la «virtù del confronto»: la formazione della classe politica.

2. Dell’edificio che un tempo ospitava la scuola di Frattocchie, al chilometro 22 della via Appia, non resta che una sorta di rudere. Eppure, nel discorso politico odierno, non si smette di evocare quella prestigiosa «scuola quadri» del Partito comunista italiano, ogni qual volta si assiste a una nuova e originale forma di degenerazione del costume politico. Frattocchie per contrapposto ha rappresentato, infatti, il simbolo di una politica posta al vertice delle attività umane: una scienza che nulla concedeva a faciloneria e dilettantismo, per la quale occorreva dedizione e spirito di sacrificio. I comunisti dovevano studiare, molti avevano iniziato a farlo al confino dove dal ’26 erano state allestite scuole e corsi, e all’«università del carcere». Chi guadagnava nuovamente la libertà, si scriverà di Cino Moscatelli, comandante partigiano e poi deputato alla Costituente – era «un rivoluzionario agguerrito e addestrato, non più un ragazzo di periferia temerario e senza istruzione» (Barbano, 1982).

Mitizzata e rimpianta da alcuni, demonizzata e maledetta da altri, a Frattocchie e all’intero sistema educativo di scuole nazionali e regionali del PCI è dedicato il volume di Anna Tonelli «A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1994-1993)». Una ricerca preziosa, attraverso la quale si possono ripercorrere le tappe di quel poderoso processo di pedagogia politica delle masse promosso dai comunisti italiani.

3. Se il teorico della scuola politica – sottolinea l’autrice, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Urbino – era stato Antonio Gramsci, fu soltanto al volgere della Seconda guerra mondiale che le federazioni provinciali del PCI iniziarono a ricevere le prime istruzioni dalla Direzione su come individuare il gruppo di allievi da indirizzare alla Scuola centrale. Le esperienze da alcuni maturate in carcere o al confino, notava Edoardo D’Onofrio, non risultavano, infatti, adeguate ai compiti nuovi che le circostanze storiche imponevano. In questa fase la formazione venne quindi intesa come «strumento di organizzazione e acculturazione delle classi popolari». Le divaricazioni socio-culturali manifestatesi tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta scossero nel profondo il partito, l’attività educativa venne quindi riformata estendendone la presenza a tutto il territorio nazionale, diversificando i corsi e attribuendo a ciascuna scuola una vocazione specifica. Nell’aprile ’74 gli Editori Riuniti diedero alle stampe il «Dizionario di politica economica», a cura di Luciano Barca. Il successo editoriale dell’opera segnò l’acmedella pedagogia politica comunista: anche le nozioni economiche erano parte ormai del bagaglio culturale del quadro di partito.

4. L’affermazione politica del PCI schiuse in quel frangente le porte di moltissime amministrazioni locali, un numero crescente di quadri politici venne quindi investito di incarichi di responsabilità pubblica. Per rispondere alle problematiche connesse bisognava assimilare gli «strumenti e gli istituti del governare»: si trattava in altre parole di conoscere lo Stato, le sue leggi e le sue logiche.

Direttore della scuola veniva nominato Luciano Gruppi, il prototipo – a giudizio di Italo Calvino – di quella «serietà riflessiva», di quella «maturità» e di quella «chiarezza responsabile» propria dei quadri comunisti. Un intellettuale «organico», autore di moltissimi pregevoli studi sul pensiero politico, nonché formatore e divulgatore straordinario, due propensioni indispensabili per quell’attività assai peculiare di formazione dei gruppi dirigenti. La capacità di rivolgersi a tutti gli strati della popolazione con un linguaggio accessibile senza tuttavia perdere il rigore scientifico, contraddistinse il suo magistero. Si faceva «acuta» la «questione del linguaggio», come ebbe a definirla in un intervento su «l’Unità» del gennaio ’79. Le «astruserie» cui si ricorreva nel discorso politico generale già in quella fase – nel convincimento «che ciò che è chiaro e semplice è inevitabilmente superficiale, e solo ciò che è oscuro e arduo può essere profondo ed originale» – minavano il rapporto tra intellettuali e lavoratori e soprattutto tra partito e masse. Ci si sarebbe dovuti sforzare invece «di essere chiari sempre, facili il più che si può». Su questo delicato crinale si sarebbe osservato il declino di una sinistra, fattasi negli anni sempre più povera ed elitaria. La profondità del distacco tra sinistra e classi subalterne, oggi, può misurarsi anche sul terreno del linguaggio.

5. Ragionando dell’attualità è agevole constatare che le conoscenze e le competenze necessarie «alla costruzione di pubbliche decisioni che assicurino […] un buon governo», diversamente dal passato, sono disperse tra una moltitudine di individui (Barca, 2013). La concentrazione delle decisioni nelle mani di pochi, sulla scorta di un’illusione accentratrice, contraddice pertanto «non solo il principio democratico della rappresentanza, ma anche il principio di competenza» (Ibidem). Le decisioni pubbliche, è questa la tesi di Fabrizio Barca, non possono che scaturire dalla mobilitazione e interazione tra conoscenze e competenze diffuse. Il bandolo della matassa si trova quindi nei partiti, educatori e formatori e ad un tempo promotori della «mobilitazione cognitiva» (Ibidem). La funzione educativa delle organizzazioni politiche va pertanto ripensata ed aggiornata, salvaguardandone tuttavia il valore e la rilevanza. Tutto ciò, in conclusione, non potrà però verificarsi a prescindere dalla politica: dalla riaffermazione, cioè, di una progettualità in grado di esprimere una lettura della società ed una visione del cambiamento. Per rendere, nuovamente, la democrazia un esercizio di massa sarà necessario liberare la politica dai pesanti tentacoli di quelle élite economiche senza scrupoli, che non smettono di mortificarla.

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Il Comunismo italiano tra presente e passato

Intervista a Fulvio Lorefice sulla situazione politica italiana rilasciata alla rivista americana Jacobin con il titolo “Italy’s Past Glories”

Il Partito Comunista Italiano (PCI) era un partito con sensibilità diverse. Secondo Palmiro Togliatti era una ‘giraffa’ con una tradizione democratica e nazional-popolare, ma legato allo stesso tempo alla parabola leninista del Comintern. Durante la leadership riformatrice di Enrico Berlinguer negli anni ’70 e nei primi anni ’80, il PCI rimase attaccato a questo passato, anche se cercò di accentuare la sua autonomia da Mosca. Il PCI morì insieme all’Unione Sovietica nel 1991, quale eredità ha lasciata il comunismo italiano?

«Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince». Il comunismo italiano non si è sottratto al celebre vaticinio di Benjamin. Se è vero che quell’eredità continua ad informare alcune culture politiche della sinistra italiana è altrettanto vero che nella sua traduzione maggioritaria, quella cioè «migliorista», forte è l’impronta «nemica».

Il realismo di Togliatti era finalizzato alla costruzione di rapporti di forza favorevoli nella società e si inscriveva in un disegno politico di emancipazione e progresso. Dopo l’89 il «migliorismo» degli ex Pci è consistito invece in una semplice funzione descrittiva della realtà: un pragmatismo politico fine a se stesso, privo di referenti sociali e orizzonte strategico. Per costoro la rincorsa ad un baricentro politico che andava spostandosi a destra non è mai finita, per legittimare questa deriva si è svuotato di significato il lessico togliattiano che ha assunto una funzione ornamentale. Nella percezione comune il «peggiorismo», andrebbe così definita la cultura politica della destra Pci dopo l’89, rappresenta drammaticamente uno dei principali lasciti del comunismo italiano in termini di cultura politica. La cultura del conflitto per i beni economici è stata accantonata, come se i paradigmi legati ai valori, ai diritti civili, alla partecipazione cognitiva avessero vita autonoma.

Nel discorso politico della sinistra italiana prevale non a caso una lettura del cambiamento addomesticata, che prescinde sostanzialmente dal tema del conflitto. Si è perso di vista un dato ben presente a Togliatti, quello dell’essenzialità della pressione dal basso da parte delle classi subalterne in vista della conquista e della stabilizzazione di nuovi spazi di democrazia e di avanzamento sociale. Senza la dimensione del conflitto, tutto si riduce infatti alla pura e semplice amministrazione dell’esistente.

Per il resto del comunismo italiano sopravvive poco altro: alcune prestigiose figure sono state culturalmente imbalsamate, altre demonizzate e accusate di ogni nefandezza. Eppure basta sfogliare alcune riviste non direttamente politiche – come «Il Contemporaneo», «Riforma agraria» o «Cinemasessanta» – per avere un’idea di quel patrimonio.

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La sinistra e il programma. Il tempo è scaduto

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Articolo di Paolo Ciofi

Il lettino dello psichiatra, suggerito da Eugenio Scalfari, non basta per portare allo scoperto le ferite inferte da Matteo Renzi alla sinistra e alla democrazia. Con l’uomo di Rignano il Pd ha compiuto la sua parabola ed è diventato il partito di un uomo solo al comando: un altro partito padronale schierato sfacciatamente sul fronte del capitale, che usando l’etichetta del socialismo tenta di coprire con la demagogia una politica di destra. Dannosa soprattutto per tutti coloro, uomini e donne, i quali per vivere devono lavorare, ma anche per l’intero Paese.

È una realtà che la comunicazione dominante edulcora o nasconde. D’altra parte, scissa dal sociale, la politica è stata pressoché privatizzata, con il risultato che il mondo del lavoro e i ceti subalterni si sono ritrovati senza un partito che li rappresentasse e li organizzasse. Rigettati nel recinto della prepolitica, oggi vivono in uno stato di sofferenza, di precarietà e di paura, che opportunamente eccitato finirà per favorire Berlusconi e le destre più estreme. Se non si prende atto di questo stato delle cose, a sinistra non si farà alcun reale passo avanti. Continua a leggere “La sinistra e il programma. Il tempo è scaduto”

La forza creativa della Costituzione

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Paolo Ciofi, pubblicato su Critica Marxista n. 4/5 – 2017

Il programma economico della Costituzione:
un confronto con Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro.
I problemi che nascono dallo svuotamento dello Stato nazionale
e dalla possibilità reale di incidere dei lavoratori nella vita pubblica.
Dall’impianto costituzionale emerge una visione culturale e politica che va al di là delle ricette di Keynes.

Cosa vuol dire, nelle condizioni del mondo di oggi, lottare per l’applicazione della Costituzione del 1948, che fonda sul lavoro la nostra Repubblica democratica? Il tema, ignorato per anni e colpevolmente messo in sonno dai partiti subito dopo il clamoroso risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che ha respinto la controriforma renziana orientata a deformare l’assetto costituzionale secondo gli interessi del capitale finanziario e di un’oligarchia di comando, è stato con efficacia riproposto all’attenzione del dibattito pubblico dall’Assemblea per la democrazia e l’uguaglianza, organizzata da Anna Falcone e Tomaso Montanari al teatro Brancaccio di Roma il 18 giugno scorso. In questo nuovo contesto indubbiamente suscita interesse il saggio di Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro dal titolo La Costituzione come programma economico, pubblicato sul numero 4/2017 di Micromega in un almanacco di economia che esplicitamente propone di «tornare a Keynes». Una visione che, sebbene gli autori non lo dichiarino in modo esplicito, sul terreno politico inevitabilmente ci riconduce al compromesso socialdemocratico, e dunque alla pratica politica del riformismo. Anche perché, come essi stessi sottolineano, l’economia è una disciplina in cui «l’elemento politico ha un peso importante e perfino determi- nante». Andiamo a vedere. (Continua a leggere…)