“Gramsci conteso”: vent’anni dopo

Egemonia e modernità. Il pensiero di Gramsci in Italia e nella cultura internazionale

Relazione di Guido Liguori al Convegno internazionale di studi Roma, 18-20 maggio 2017

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Il contributo che dovrei cercare di dare in questa sede, nell’ambito di una sezione dedicata alla ricerca e al dibattito italiani sui temi del convegno, si intitola “Gramsci conteso”: vent’anni dopo. Non è un titolo che ovviamente possa essere svolto in modo esauriente. Tanto più nello spazio di una esposizione orale necessariamente sintetica.

Anche intendendo il titolo come relativo solo al concetto di egemonia, come credo vada fatto, nell’ambito di questo convegno che all’egemonia è dedicato, dico subito che ho inteso il compito che mi è stato affidato non come un invito a ripercorrere pedissequamente il dibattito italiano degli ultimi venti anni (per autori e correnti di pensiero di altri paesi, del resto, sono previste in questo nostro incontro sessioni e relazioni apposite), ma solo come tentativo di indicare alcune delle principali idee-guida che hanno nutrito la ricerca e le interpretazioni gramsciane sul tema, in Italia, negli ultimi due decenni. Per comprendere i caratteri di fondo della ricerca gramsciana in Italia nell’ultimo ventennio occorre in primo luogo partire dal dato della grande diffusione del pensiero di Gramsci nel mondo, iniziata già nel decennio precedente, ma di cui si è avuta piena coscienza in questo paese soprattutto negli anni Novanta. Di contro, in Italia, il decennio in questione può essere definito un momento di passaggio, anche nel campo degli studi gramsciani come in altri settori della vita nazionale, culturale e non.

Finito il Partito comunista italiano, il partito di Gramsci, imperante l’ondata neoliberista, tanto forte da far credere ai suoi sostenitori di poter proclamare “la fine della storia”, anche il pensiero del comunista e marxista sardo ebbe a subire i contraccolpi di questa situazione, oscillando tra la diffusa proclamazione del suo definitivo tramonto e il tentativo, altrettanto diffuso, di assimilarlo al pensiero liberaldemocratico, che aveva ormai conquistato una nuova e più forte egemonia, a livello nazionale e internazionale. Forse anche come conseguenza, o se si vuole per reazione a questa situazione, prese vigore in Italia l’affermazione della necessità di tornare a uno studio serio degli scritti di Gramsci, a uno studio che si lasciasse anche in parte alle spalle l’enorme mole delle interpretazioni – certo in molti casi preziose e da studiare, ma influenzate da tanti motivi diversi e stratificati e non sempre ancora vitali – per determinare un ritorno ai testi, a una loro ulteriore messa a fuoco filologica (esigenza già avvertita negli anni ’80, ma rilanciata con decisione nel decennio successivo) e alla loro ermeneutica, meno condizionata che in passato dalla contingenza della contesa politica. Se si pone mente ai molteplici appuntamenti dell’anno gramsciano 1997, ad esempio, ai molteplici appuntamenti convegnistici che caratterizzarono quell’anno (Cagliari, Napoli, Lecce, Cosenza, Torino, solo per citarne alcuni, in ordine cronologico) si può dire che buona parte della “contesa su Gramsci” riguardasse in fondo la pertinenza o meno di quest’autore se non alla galassia liberaldemocratica, quanto meno a una collocazione molto vicino a essa. Faccio un esempio soltanto. Il convegno di Cagliari ebbe certo il merito di far conoscere meglio in Italia la scuola di studi incentrata sulla categoria gramsciana di «egemonia internazionale», fiorita in ambito soprattutto anglo-americano. Ma tale scuola non assumeva – mi chiedo –, al di là di ogni soggettiva volontà politica, una prospettiva di tipo democratico-liberale, nel momento in cui veniva assumendo positivamente la categoria di «società civile internazionale», incentrando su di essa il proprio discorso interpretativo?

In generale, ebbe a rilevare in quella sede un autore nordamericano, Benedetto Fontana, il porre al centro della scena teorica il concetto di «società civile» (come già Bobbio aveva fatto, in un contesto diverso, negli anni ’60), non significava solo leggere male Gramsci, ma anche dimostrarsi subalterni al rinnovato strapotere delle forze economiche e dei mercati da un lato, e alla «proliferazione di enti privati ed associazioni sempre più concentrati su singoli interessi»[1] dall’altro. Certo, lo scenario che andava delineandosi, a fronte della cosiddetta «globalizzazione» (direi meglio: «globalizzazione neoliberista») imponeva una rimessa a fuoco di alcune categorie gramsciane. Ad esempio a Lecce Pasquale Voza, ritenendo irreversibile la crisi dello Stato-nazione, sosteneva la necessità di andare, per alcuni aspetti, oltre Gramsci, di cui ricostruiva scrupolosamente le posizioni, per poi concludere: «Non c’è Stato senza egemonia»: aveva detto Gramsci nei Quaderni del carcere […] Ebbene, ora, dovremmo dire, c’è una egemonia capitalistica senza Stato, senza cioè l’attiva mediazione sociale e culturale dello Stato-nazione. Le casematte di questa egemonia capitalistica non sono riconducibili entro i confini tradizionali degli “apparati ideologici di Stato”, ma si articolano e si intrecciano in una trama di poteri e di saperi di ordine sovranazionale[2]. Non è questo il luogo per aprire il confronto sulla giustezza di questa tesi, a mio avviso solo parzialmente vera, ma comunque più che meritevole di attenzione e approfondimento.

Voglio solo indicare la dimensione dei problemi, le tensioni a cui anche la categoria di egemonia venne sottoposta, vent’anni orsono, dai grandi processi storici in atto. In generale, tornando al tema della fortuna internazionale di Gramsci, è in qualche misura inevitabile che quanto più un sistema di pensiero si diffonda in aree culturali lontane nel tempo e nello spazio da quelle in cui ebbe origine, tanto più aumentino i rischi di imprecisione o anche di infedeltà interpretative. Sul concetto di egemonia sono rimbalzate in Italia dall’estero anche molte voci che rispecchiavano una forte deformazione dello stesso. Come ha notato Joseph Buttigieg, negli studiosi e nei cenacoli intellettuali del mondo anglofono, anche i più prestigiosi, si trova «un Gramsci quasi irriconoscibile»[3]. Aggiungendo poi:

Sfogliando le 776 pagine di Cultural Sudies – una raccolta di saggi di autori vari, riuniti in un singolo volume pensato per essere adottato nei corsi universitari – ci si accorge ben presto che molti esponenti di questo filone di studi sono più disposti a decifrare degli elementi controegemonici che risiedono nella cultura popolare piuttosto che ad analizzare, come fece Gramsci, le ragioni per la durevolezza, l’elasticità dell’egemonia prevalente. Correnti controegemoniche si scoprono nei fenomeni più diversi e sorprendenti: negli spettacoli e nelle canzoni di Madonna, nella pornografia, persino nello “shopping” delle categorie sociali economicamente svantaggiate. Tale concetto di controegemonia non è mai stato elaborato da Gramsci nei suoi scritti, e perciò sarebbe più giusto considerarlo un concetto pseudogramsciano. L’attribuzione di questo concetto a Gramsci è basata sulla convinzione che egli fu il propugnatore della tesi che la cultura popolare è di per sé controegemonica. Più di una tesi, per i praticanti dei Cultural Studies, il quidditas contro-egemonico della cultura popolare è un articolo di fede ereditato da Gramsci[4]. Un altro esempio può essere considerato il canadese Richard J. F. Day, il cui libro (tradotto in italiano) aveva un titolo molto schietto e significativo: Gramsci è morto. Il lavoro di Day si scagliava proprio contro la politica come egemonia. Non era una tesi nuova, aveva anzi una lunga tradizione teorica alle spalle, in primo luogo anarco-spontaneista, tornata in auge in alcuni settori dei movimenti no global a cui l’autore faceva esplicito riferimento. Il tentativo di costruire una «contro-egemonia» (il termine è molto diffuso, come si vede, nel contesto anglofono) era per Day illusorio, poiché avrebbe significato accettare «l’egemonia dell’egemonia», ovvero una concezione della politica secondo cui un mutamento significativo può essere raggiunto solo simultaneamente, per lo più attraverso il controllo delle leve statuali e con una politica di alleanze.

Bisogna invece – per l’autore – agire in modo «non-egemonico», mettendo «in discussione – egli scrive – la logica dell’egemonia nel suo stesso fondamento» e sposando l’«affinità per l’affinità – afferma Day –, cioè per rapporti non-universalizzanti – ci spiega l’autore –, non-gerarchici, non-coercitivi, basati sull’aiuto reciproco e sul comune impegno etico». Ci si trovava, da un punto di vista teorico, nell’ampia area culturale «post-strutturalista», in una versione particolarmente radicale che Day chiama anche «post-anarchica», il cui scopo era definire una politica che potesse – egli scrive – «portare a un mutamento sociale progressista che [rispondesse] alle aspirazioni e alle necessità di identità diverse, senza tentare di sussumerle sotto un unico progetto»[5]. Elogio e irriducibilità delle differenze, dunque, possiamo dire, e incapacità di vedere nella struttura di dominio del sistema socio-politico un unico insieme strutturato, e dunque impossibilità di contrapporre a esso un’alleanza dei soggetti subalterni intorno a un progetto di alternativa complessiva: non resta che il riconoscersi per affinità e dar luogo a manifestazioni esistenziali e politiche di insubordinazione, rifiuto e fuga. In una prospettiva del genere, però, a mio avviso, non sarebbe tanto Gramsci a essere morto, quanto ogni ipotesi reale di cambiamento politico e sociale. Anche come reazione a questo rischio di deformazione di Gramsci, che è comunque un rischio, sia pure a volte denso di implicazioni positive, creative, che ha dato luogo a risultati di grande interesse (pensiamo a Stuart Hall, ad esempio)… anche come reazione a questo rischio di deformazione di Gramsci, negli ultimi venti anni in Italia, come dicevo, sono cresciuti – a scapito forse eccessivo degli usi di Gramsci – soprattutto gli studi filologici ed ermeneutici sull’opera del comunista e marxista sardo, e gli studi più approfonditi sull’effettivo contesto storico e culturale in cui egli operava, e sulla complessa biografia di questo autore, per capire il senso esatto di termini e concetti e ragionamenti non sempre facili da decifrare correttamente, specie nei Quaderni. Dell’apporto notevolissimo in questa direzione dato dai diversi gruppi di lavoro della Edizione nazionale si è qui già detto, come anche dell’apporto dei nuovi studi biografici, sugli anni del carcere e non solo.

Un altro filone della ricerca gramsciana delle ultime due decadi che ha avuto diversi riconoscimenti è stato quello intrapreso dalla International Gramsci Society Italia sul fronte della messa a punto della ermeneutica gramsciana e della chiarificazione terminologica e concettuale dell’opus carcerario. È stato nell’ambito di questo lavoro seminariale, collettivo e interdisciplinare, che Giuseppe Cospito ha proposto per la prima volta la sua ricognizione del termine egemonia, che costituisce oggi il contributo più esauriente e filologicamente attento di cui disponiamo sul lemma e sul concetto, e che per la prima volta apparve nel 2004 nel volume Le parole di Gramsci, che raccoglieva i primi testi appunto del Seminario della Igs. Cospito avrebbe poi anche scritto la voce Egemonia nel grande Dizionario gramsciano 1926-1937, che da quegli stessi seminari scaturì, e fu tra i protagonisti di uno specifico convegno sul tema, nel 2005, svoltosi tra Napoli e a Salerno[6]. Questo incontro – organizzato da Angelo d’Orsi – aveva l’obiettivo di indagare una parola in buona parte ritenuta non a torto «controversa», anche perché spesso investita da interessate distorsioni pubblicistiche e propagandistiche. Nell’ambito di quel convegno, i contributi dedicati soprattutto[7] a chiarificare i testi gramsciani, oltre a quello di Cospito, furono le relazioni di Giancarlo Schirru, che discuteva criticamente le tesi di Lo Piparo sulla derivazione del concetto dalla formazione linguistica di Gramsci; di Francesco Giasi, che affrontava il tema degli anni torinesi e dei Consigli; della compianta Anna Di Biagio, che indagava, con risultati estremamente interessanti, il dibattito ai vertici della Terza Internazionale; di Giuseppe Vacca, che ne proponeva una coniugazione in chiave sovranazionale, collegandolo col tema dell’interdipendenza; accanto ad altri, tesi invece a costruire raffronti e interpretazioni a partire dall’egemonia gramscianamente intesa. Una citazione merita senza dubbio anche la ricerca di Fabio Frosini, che soprattutto nel suo libro dedicato al rapporto tra «politica e verità nei Quaderni del carcere» (così recita il sottotitolo del suo La religione dell’uomo moderno) sottolineava il carattere davvero pervasivo e strutturante del discorso gramsciano sull’egemonia. «Egemonia – scrive Frosini – si produce dappertutto, ove vi sia un rapporto di forze, che è sempre già “saturo” di rappresentazioni e di funzioni connettive supportate da intellettuali»[8]. L’«analisi della politica in termini di egemonia», cioè, mostra – scrive ancora Fabio – come «la “realtà” è sempre già segmentata in rapporti di forze, in cui verità e ideologia – nota l’autore, alla luce del suo assunto più generale – entrano in […] tensione»[9]. Il nesso ideologia-egemonia pare anche a me essere davvero di grande significato e di grande importanza, e Frosini lo declina in modi nuovi e di grande interesse. Mentre più di un dubbio conservo sul collegamento, sia pure parziale (ed è bene sottolineare con forza tale parzialità), che è rintracciabile, mi pare, tra la riflessione di Frosini e quella (molto nota) di Laclau e Mouffe, per i quali non vi sarebbe – alla luce di Gramsci – nesso alcuno tra politica ed economia. Da cui appunto scaturisce una visione che assegna smisurata importanza alla tematica dei «rapporti di forze», certo rilevante nei Quaderni, ma che definire come sostitutiva del nesso struttura-sovrastruttura (termini e concetti su cui tanto spesso torna Gramsci, anche negli ultimissimi Quaderni) mi pare cosa non del tutto convincente. Anche questa tesi era stata proposta originariamente, mi sembra, da Cospito nei seminari della Igs Italia e aveva dato luogo a diverse discussioni.

Posso qui solo dire che, alla luce della mia lettura dei Quaderni, non mi sento di condividerla. Né posso o voglio parlare delle tesi di Laclau e Mouffe, a cui sono dedicate altre relazioni in altre sessioni. Segnalo solo che per Gramsci i soggetti ultimi dell’egemonia sono le «classi fondamentali», mentre in questi ultimi due autori tale dato essenziale mi pare vada perso irreparabilmente. Una lettura profondamente diversa della realtà storico-sociale, dunque, mi sembra, rispetto a Gramsci.

Anche la lettura di Giuseppe Vacca per molti versi appare estremamente innovativa, ma è tesa soprattutto a rileggere Gramsci cercando di mettere in luce il significato più vero delle categorie dell’autore dei Quaderni. Il suo recente Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci è un libro di grande interesse. Essa si presente come una esposizione dei principali concetti gramsciani (egemonia, rivoluzione passiva, filosofia della praxis, ecc.), che indubbiamente l’autore maneggia con invidiabile padronanza, ma anche con una curvatura interpretativa molto personale. Del concetto di egemonia Vacca ricostruisce la genesi e l’evoluzione in Gramsci, le varie fasi del suo utilizzo anche nel periodo precarcerario, i nessi con l’uso che del termine veniva fatto da vari esponenti del bolscevismo, i punti di svolta cruciali del 1926, la nuova concettualizzazione che innerva la ricerca dei Quaderni, fino a evidenziare in modo forte la novità lessicale, che per l’autore è anche teorica e politica, che si avrebbe col termine e col concetto di «egemonia civile», una espressione – come è noto – che compare due volte sole nei Quaderni: nel Quaderno 8, § 52 prima e nel rispettivo testo C, l’importante §7 del Quaderno 13 poi. Tutta la politica, afferma Vacca non a torto, in questo caso, si declina ora come egemonia. Vacca aggiunge che la teoria dell’egemonia in Gramsci subisce una «progressiva liberazione dal vincolo “di classe”», il che sembra aprire la strada a una visione per la quale – come ha scritto Angelo d’Orsi – lo svolgimento della elaborazione gramsciana diviene «un progressivo abbandono dell’ottica rivoluzionaria e un’adesione, sostanzialmente, alla via democratica». Non è che vi sia, a mio avviso, contrapposizione necessaria tra le due vie: si può essere democratici e rivoluzionari a un tempo. Condivido anche il giudizio di Vacca per cui «Gramsci oppone all’universalismo liberale un universalismo comunista»[10], più alto. Ma se ciò è vero, non si dovrebbe lasciare sfocare, sbiadire, la differenza forte che vi è tra la complessiva visione liberaldemocratica e la complessiva visione marxista, sia pure non «volgare» (tra virgolette, in senso gramsciano), o tutt’altro che «volgare», propria di Antonio Gramsci. Né mi convince l’affermazione, che Vacca fa, per cui «la linea di tendenza delle democrazie occidentali dopo la seconda guerra mondiale» sia stata quella evocata da Gramsci nel Quaderno 12, § 2, dove si legge che «la democrazia politica tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati)»[11]. Perché le democrazie occidentali non si sono realmente preoccupate – come anche la nostra Costituzione, la Costituzione italiana, tra l’altro, richiede – di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano «di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini», ovvero di affermare la necessità dei prerequisiti della democrazia, di ordine economico, culturale, dell’informazione.

Per procedere con rinnovata lena su questa strada, che io chiamo socialista, comunista e democratica, occorre anche ripartire da Gramsci. Occorre forse anche qui in Italia riprendere a usare Gramsci, e non solo a interpretarlo, secondo la lezione che da altre parti del mondo ci è stata data, pur nella consapevolezza che una buona lettura e un uso proficui si tengono a vicenda e non sono cosa facile. Se non vogliamo rassegnarci al presente e alle sue miserie bisogna ripartire da qui. Gramsci non si è mai rassegnato a non più lottare per una società più giusta, come era quella socialista, nella sua visione. Bisogna meditare sulla necessità di non rassegnarci, noi oggi, in situazioni certo meno drammatiche, ma forse non più facili.

[1] B. Fontana, «Che cosè la verità?». Modernità ed egemonia in Gramsci, in Gramsci e il Novecento, vol. I, p. 290.

[2] P. Voza, Gramsci e l?egemonia, oggi, in Gramsci e l’Internazionalismo, pp. 105-6.

[3] J. A. Buttigieg, I Quaderni del carcere negli Usa, in F. Lussana, G. Pissarello (a cura di), La lingua/le lingue di Gramsci e delle sue opere. Scrittura, riscritture, letture in Italia e nel mondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008, p. 226.

[4] Ivi, p. 227.

[5] R. J. F. Day, Gramsci è morto. Dall’egemonia all’affinità, Milano, Elèuthera, 2008, pp. 17-9.

[6] A. d’Orsi, F. Chiarotto (a cura di), Egemonia. Usi e abusi di una parola controversa, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2008.

[7] V. Cingari, Punzo, ecc.

[8] F. Frosini, La religione dell’uomo moderno, p. 24.

[9] Ivi, p. 29.

[10] G. Vacca, Modernità alternative, p. 226.

[11] Q. 1549.

Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto. Di Alexander Höbel

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Foto di gruppo per i garibaldini italiani volontari in Spagna. Tra loro comandanti militari e commissari politici. I due al centro sono (a sinistra con il giaccone bianco) Luigi Longo “Gallo”, poi comandante partigiano in Italia e segretario del Pci, e il dirigente comunista Ilio Barontini.

È facile prevedere che, nel 70° anniversario della Liberazione, non molti sottolineeranno il ruolo dei comunisti e ricorderanno il contributo di una personalità come Luigi Longo, che pure ebbe una funzione determinante nella Resistenza italiana. In quei 20 mesi di lotta, infatti, Longo si trovò contemporaneamente al vertice della Direzione Nord del Pci, delle Brigate Garibaldi – in questi due ruoli affiancato da Pietro Secchia – e del Corpo volontari della libertà, accanto a Ferruccio Parri e al generale Cadorna; una posizione strategica, che facilitò l’interscambio continuo che vi fu fra queste tre realtà: il Partito, le Brigate partigiane che esso promuoveva concependole aperte anche a non comunisti, e il Cvl – e il suo Comando generale – come organismo unitario di coordinamento della lotta partigiana. A Longo peraltro si deve quello che può essere considerato il “documento fondativo” della Resistenza italiana, quel Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi che, redatto nella notte del 30 agosto 1943 – prima ancora, quindi, che l’armistizio con gli Alleati fosse concluso, anche se la notizia in tal senso era stata confermata da Giaime Pintor – prevedeva la rottura dell’alleanza con la Germania, l’armistizio, la preparazione della difesa del Paese, la collaborazione a tal fine fra esercito, popolo e Fronte Nazionale, l’“armamento di unità popolari”; e infine la necessità di “liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello Stato”, e di “portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica”. Il testo, che Amendola definirà “il primo atto compiuto dal PCI per l’inizio della Resistenza”, fu sottoposto agli altri partiti di sinistra del neonato “Fronte nazionale” antifascista, che lo accolgono “nella sostanza”; viene quindi istituita una “giunta militare tripartita”, composta da Longo stesso, dal socialista Sandro Pertini e da Riccardo Bauer per il Partito d’azione[1]. Sono i comunisti dunque a fare i primi passi, ma mirando fin da subito a trascinare all’azione le altre forze: è una prima applicazione pratica di quel ruolo di avanguardia del Partito, che in quegli anni non fu certo una mera formula, ma fu anzi qualcosa di molto concreto. Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, Longo, che è ancora a Roma, dà a Fabrizio Onofri, diretto in Abruzzo, istruzioni per collegare le prime bande che immagina stiano sorgendo e costruire un movimento di guerriglia anti-tedesca. Fin da ora Longo ha in mente un’organizzazione strutturata in “gruppi, distaccamenti, brigate”. Ricorderà poi Secchia: quando Onofri rientrò, “si sentì chiedere da Longo: ‘C’erano poi quelle bande? E ci saranno poi le brigate?’ L’altro lo guardò sbalordito”; ‘ma guarda questo qui: mi ha mandato per prendere collegamenti con delle bande che non sapeva neppure se esistessero!’. La guerra partigiana, insomma, era “fatta di molta concretezza, ma anche di fantasia. Longo fu sempre il primo a dimostrarlo”[2].

Lotta all’attendismo e alla passività, spirito di iniziativa e al tempo stesso costante tensione unitaria furono dunque le caratteristiche fondamentali dell’azione dei comunisti nella Resistenza: essere pronti a fare i primi passi nella lotta, ma sempre con l’obiettivo di trascinare nella lotta le masse e le altre forze politiche. Nello stesso senso andrà l’azione del Pci nei Comitati di liberazione nazionale, che si cercherà di trasformare in organismi rappresentativi di realtà di massa. E per la stessa impostazione il gruppo dirigente del Nord non avrà alcuna difficoltà a seguire la linea unitaria lanciata da Togliatti a Salerno, trovandosi di fatto già a praticarla nel fuoco della lotta partigiana. Nel giugno 1944, scrivendo sulla Nostra lotta, Longo riprende l’“appello per l’insurrezione” lanciato da Ercoli da Roma liberata. Ormai “è questione non più di mesi ma di settimane”; “l’insurrezione […] nasce da un movimento popolare che, in forme necessariamente varie, si sviluppa […] in tutte le regioni” per sfociare “nello sciopero generale insurrezionale”. “Gallo” (pseudonimo e nome di battaglia di Longo) insiste in particolare sulla necessaria “convergenza del movimento partigiano e del movimento di massa”. Quella della lotta armata, argomenta, è ormai una scelta che devono fare i contadini per difendere case e bestiame, gli operai per impedire la distruzione delle fabbriche, i giovani per sfuggire ai bandi. Quanto agli organismi di massa, devono “portare sopra un piano […] insurrezionale la [loro] attività”, in “strettissimo collegamento” coi CLN. Questi ultimi “devono essere il centro direttivo di tutto il movimento” e articolarsi “in Comitati di rione e di fabbrica”. Essi “saranno poi […] gli organi di potere popolare che in nome del Governo democratico dovranno assumere nelle città e regioni liberate la direzione della pubblica amministrazione”[3]. partigiani4

Il Pci intanto ha istituito “triumvirati insurrezionali” in ogni regione dell’Italia occupata e a novembre li riunisce in una conferenza, nella quale Longo tiene il rapporto politico e Secchia quello organizzativo. Per Gallo, l’insurrezione è “un’esigenza assoluta per la salvezza del patrimonio materiale, politico e morale” del Paese; essa peraltro non va ridotta a una mitica “ora x”, ma concepita come un processo da avviare subito, intensificando “la guerriglia di ogni giorno”, quella dei partigiani in montagna e quella di Gap e Sap nelle città, in stretto collegamento con l’iniziativa della classe operaia. “Con l’estensione della guerriglia – dice Longo nel suo rapporto – dobbiamo estendere l’organizzazione militare del territorio”, dividendolo “in zone coi rispettivi comandi militari, per modo che […] tutta l’attività partigiana risulti coordinata in un piano generale”. Come già aveva fatto in Spagna, anche ora Gallo insiste sulla necessità di unificare e centralizzare lo sforzo militare, evitando competizione, rivalità e conflitti tra le diverse formazioni. Il Corpo volontari della libertà – afferma – deve essere veramente unificato non solo nei suoi comandi, ma nelle sue unità […]. Deve essere eliminato ogni spirito di concorrenza fra formazione e formazione partigiana, ogni lavoro di disgregazione […]. Questa unificazione sostanziale […] del movimento partigiano è una necessità non solo per le condizioni attuali della lotta, ma anche per i compiti futuri che si porranno.

partigiani-640Longo dunque insiste sulla impostazione unitaria della lotta, e al tempo stesso sulla sua dimensione popolare e di massa, per cui il movimento partigiano doveva sempre più coordinarsi con l’azione di comitati d’agitazione nelle fabbriche, comitati di villaggio, gruppi di difesa della donna, gruppi giovanili: tutti organismi che andavano affiancati ai CLN locali e che dovevano costituirne il lievito, in vista di quella democrazia popolare e progressiva che i comunisti ponevano come obiettivo della lotta di liberazione e prima tappa di un inedito processo di transizione al socialismo[4].

Pochi giorni dopo la conferenza, il proclama del generale Alexander invita i partigiani a cessare le azioni “su vasta scala” in vista dell’inverno. Il nuovo “capolavoro” di Gallo è allora quello di “interpretare” le direttive alleate, che già stavano provocando disorientamento nelle file partigiane, convincendo in tal senso l’intero Comando generale del CVL, che fa propria la sua lettura : si dovevano interrompere le azioni “su vasta scala”, ma questo non significava mettere la sordina alla lotta ma solo cambiarne le modalità; occorreva anzi una sua “intensificazione e l’allargamento delle formazioni partigiane”, che potevano anche in parte spostarsi in pianura, ma sempre in modo organizzato e compatto, operando magari per piccoli gruppi e portando anche lì la guerriglia. È la linea della “pianurizzazione”, che con tanto successo fu praticata soprattutto nella pianura padana, sotto la guida di Arrigo Boldrini. E ancora una volta la linea proposta dai comunisti si afferma come linea condivisa e unitaria[5].

partigiani-a-bosco-marteseQuei mesi invernali sono anche come un’occasione per il movimento partigiano di legarsi maggiormente alla popolazione, riceverne assistenza e al tempo stesso proteggerla e aiutarla, allargando ulteriormente la dimensione di massa della lotta.

Nel febbraio del ’45, sulla scorta dell’avanzata delle truppe sovietiche, ormai a poche decine di chilometri da Berlino, e dell’avvicinarsi degli Anglo-americani alle regioni occupate, il movimento di liberazione rilancia l’offensiva in grande stile. Nella Direzione allargata del Pci per l’Italia occupata dell’11-12 marzo, Longo lo dice chiaramente: “La battaglia finale è cominciata”, e richiamandosi ancora a un discorso di Togliatti aggiunge: l’insurrezione “deve essere insurrezione non di un partito o di una classe, ma di tutto il popolo per la cacciata di tedeschi e fascisti e per la creazione di un’Italia nuova”. La lotta finale dovrà basarsi sulla “trasformazione delle formazioni partigiane in regolari unità militari, aventi un solo obiettivo, una sola disciplina, una sola bandiera: quelli del CLN”. Al tempo stesso, Gallo esorta a dare “la massima attenzione all’organizzazione di massa”, alla preparazione degli scioperi che dovranno fiancheggiare e sostenere l’insurrezione, e in generale alla mobilitazione della popolazione e dei CLN[6].e3eceedfa57a4c148856b077ca9abc14-1

Il 28 marzo a Milano gli operai di oltre cento stabilimenti entrano in sciopero per il pane e il salario e contro il terrore nazifascista: è quella che Longo definirà la “prova generale” dell’insurrezione. Il giorno seguente, il CLN Alta Italia nomina un Comitato esecutivo insurrezionale composto da Longo stesso, Pertini e Leo Valiani[7].

L’8 aprile la Direzione Nord del Pci emana la direttiva n. 15, che sottolinea l’importanza dell’astensione dal lavoro dei ferrovieri e di tutti i lavoratori dei trasporti ai fini della riuscita dell’insurrezione. Due giorni dopo, con la direttiva n. 16, Longo e la Direzione Nord trasmettono le ultime istruzioni pre-insurrezionali: bisogna scatenare l’assalto definitivo. […] le formazioni partigiane devono iniziare gli attacchi in forza a presidi nazifascisti, obbligarli alla resa o sterminarli […]; devono muovere con la più grande energia alla liberazione del territorio nazionale, liberando dai nazifascisti paesi, vallate e intere regioni, favorendo, nelle zone liberate, la costituzione immediata di organi popolari di amministrazione e di governo. Al tempo stesso va avviato lo “sciopero generale insurrezionale”, concepito come “progressione accelerata di movimenti popolari, di fermate, di manifestazioni e di scioperi”. Ancora una volta, infine, i comunisti agiranno in modo unitario, ma non si faranno fermare da eventuali ripensamenti di altre forze:

Queste direttive […] devono essere portate in tutti i nostri comandi militari e in tutte le organizzazioni di massa […]; devono essere fatte accettare e realizzate da tutti. Ma la carenza, l’opposizione degli altri non deve costituire, per nessun motivo, ragione valida per giustificare, da parte dei nostri compagni, ritardi, debolezze, incertezze nell’azione insurrezionale. Dove gli altri resistono, mancano o si oppongono, dobbiamo fare noi, anche solo con le nostre forze. […]

Può darsi che questa sia l’ultima direttiva che le nostre organizzazioni potranno ricevere dal centro del partito […] ma, per tutti, deve essere ben chiara una cosa: per nessuna ragione il nostro partito, e i compagni che lo rappresentano […] devono accettare proposte […] tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo.

Se i nostri amici, nei CLN e nei comandi militari, intendessero dar corso a simili diposizioni […] dobbiamo fare di tutto per dissuaderli […]. Ma se […] non riuscissimo […] dobbiamo anche fare da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze è possibile, agendo sempre, però, in nome del CLN […] e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività non ci proponiamo affatto scopi e obiettivi di parte[8].

I comunisti, insomma, tenderanno come sempre all’unità, ma devono essere pronti ad agire anche da soli, ovviamente con l’intento di trascinare le altre forze. Ancora una volta, è l’applicazione pratica del concetto di avanguardia e dell’idea del Partito comunista come forza di avanguardia. Aver inteso e praticato correttamente questa impostazione consentì al Pci di essere la forza trainante di tutto il movimento di liberazione, riuscendo al tempo stesso a far sì che esso fosse ampio, unitario e vittorioso. Una lezione politica e teorica che vale ancora oggi.

[1] Organizzare la difesa nazionale, 30 agosto 1943, in L. Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 33-34; A. Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013, pp. 304-305.

[2] Ivi, p. 306.

[3] Avanti, per la battaglia insurrezionale!, in “La Nostra lotta”, n. 10, giugno 1944.

[4] Dopo un anno di lotte e di vittorie, schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei triumvirati insurrezionali del Pci, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 241-267.

[5] Le istruzioni del generale Alexander per la campagna invernale, direttive del Comando generale del CVL, 2 dicembre 1944, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 268-275; Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), cit., pp. 345-346. Ricorderà Longo: il proclama “era chiaro […]. Ma, a una più cavillosa lettura, mi persuasi che gli si poteva dare una ‘interpretazione’ che, mentre formalmente l’approvava […] sostanzialmente ne capovolgeva in senso. Mi ci provai […] e buttai giù di botto la circolare del Comando generale […] con la quale mi recai alla riunione dove attendevano il generale Cadorna, l’ing. Solari che sostituiva Parri e la delegazione di Venezia. […] Non ebbi alcuna obiezione […]. Credo che l’audacia con cui avevo rovesciato il significato del proclama Alexander avesse lasciato di stucco […] i miei potenziali interlocutori” (Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 25-27).

[6] Per l’insurrezione nazionale, rapporto politico alla riunione allargata della Direzione del Pci per l’Italia occupata, 11-12 marzo 1945, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 308-340.

[7] Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), cit., pp. 358-359.

[8] Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 344-350.

Un libero contadino che coltiva la Repubblica. Togliatti e le campagne

Alexander Höbel, dal saggio di Alfonso Pascale “Un libero contadino che coltiva la Repubblica. Togliatti e le campagne”. 

«Palmiro Togliatti era nato a Genova in una famiglia tipica della piccola borghesia piemontese. I genitori erano maestri elementari e lui era terzo di quattro fratelli. Nel retro della casa di Sondrio, dove si erano trasferiti quando lui era ancora bambino, c’era un orto, a cui la mamma Teresa accudiva per integrare il bilancio familiare. Lì Palmiro e i suoi fratelli avevano imparato ad allevare ogni sorta di animali e a coltivare fiori e ortaggi. Per due mesi dell’estate andavano a vivere a duemila metri in un fienile affittato per poche lire e si nutrivano del cibo dei pastori. Nei pochi giorni di riposo concessigli dal lavoro, il padre Antonio faceva da guida ai ragazzi in lunghissime gite. L’amore per la terra e la passione per le escursioni in montagna non lo abbandoneranno mai più. I nonni paterni vivevano a Coassolo Torinese ed erano proprietari di poco più di un ettaro di terreno, coltivato a prato e a pascolo e con qualche albero da frutta; qualche pecora e pochi animali da cortile completavano il loro magro patrimonio. Col suo puntiglio storico e filologico, il futuro capo del PCI andrà alla ricerca delle origini della sua famiglia e scoprirà che fin dal 1300 i suoi antenati erano “liberi contadini”. “Come vede – scrive a Carlo Trabucco – non mi mancano i titoli di nobiltà, e quella vera”. In questo scritto esaminerò le ricadute di queste peculiarità della cultura politica dei comunisti sulla vita democratica del paese e sull’evoluzione storica e mentale della società civile non già in termini generali ma guardandole da una particolare visuale: quella dell’apporto di Togliatti all’elaborazione di politiche per l’agricoltura e alla costruzione di iniziative di massa nelle campagne. Restringere il campo di osservazione a siffatto ambito non significa scegliere un modo più agevole per indagare una questione complessa, ma vuole essere un modo per mettere a fuoco uno snodo essenziale della modernizzazione del paese: il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una società prevalentemente industriale. E in tale trasformazione un Togliatti inedito e poco studiato sorprendentemente si rivela, come vedremo, protagonista di primo piano. Ma prima vediamo in cosa consistono le principali novità introdotte dal capo del PCI, come queste si siano venute delineando nella maturazione del suo pensiero politico, soprattutto nel periodo della sua permanenza a Mosca, e come si traducono nelle scelte di politica agraria e nella costruzione del rapporto con le masse rurali.»

LEGGI IL SAGGIO DI ALFONSO PASCALE –> LINK

Berlinguer, il partito, la politica internazionale.

Saggio di Alexander Höbel

Praga, punto di svolta nei rapporti tra Pci e Pcus.
La distensione internazionale e il superamento dei blocchi. Eurocomunismo, terza via, terza fase.
Il dialogo con la sinistra socialdemocratica e col Terzo mondo. L’obiettivo del socialismo nella democrazia.

Enrico Berlinguer viene eletto segretario generale del Pci nel marzo 1972, al termine del XIII Congresso. Per tre anni ha svolto la funzione di vice-segretario accanto a un leader storico come Luigi Longo, che nel- l’autunno del 1968 era stato colpito da un ictus. Poco prima, dinanzi all’intervento del Patto di Varsavia nella Cecoslovacchia del Nuovo corso di Dubček, con- dannato con nettezza dal Pci, Berlinguer era stato tra i più critici, e nel dibattito interno aveva posto il pro- blema di una possibile rottura col Partito comunista sovietico e della necessità di preparare il Partito a tale eventualità. Longo aveva espresso una posizione al- trettanto severa sull’intervento militare, ma aveva esortato a «stare attenti a non lasciarci spingere fuo- ri dal campo dove vogliamo restare», il campo legato ai paesi socialisti e più in generale al fronte antimpe- rialista mondiale; e la maggioranza della Direzione aveva concordato col segretario. Aprendo una riunio- ne di segretari regionali e federali Berlinguer aveva ribadito: le posizioni del Pci contestate dai sovietici «sono per noi qualcosa di irrinunciabile […] parte essenziale del nostro patrimonio politico». Bisognava «approfondire le nostre posizioni e al tempo stesso evi- tare le rotture», il che poi costituiva «una messa alla prova» della togliattiana unità nella diversità. Il punto era dunque quello di rivendicare ancora di più che in passato «un sistema […] di rapporti democratici tra tutti i partiti comunisti», come effetto ed esigenza dello sviluppo del movimento comunista che implicava una articolazione di posizioni e anche di opzioni strategiche su cui non si poteva mettere alcun «tappo». L’internazionalismo implicava la diversità delle posizioni e il poli- centrismo auspicato da Togliatti diventava una necessità ineludibile [Höbel 2010a, pp. 538-541].

Mussolini, i comunisti e il 1° Maggio

di Diego Angelo Bertozzi

Il 19 aprile del 1923 Mussolini, dall’ottobre a capo di un governo di coalizione tra forze cosiddette nazionali, annuncia: “il giorno 21 aprile dedicato alla memoria della fondazione di Roma sarà celebrata in tutto il Regno d’Italia la Festa Nazionale del lavoro e saranno passati in rassegna i reparti della Milizia volontaria” . Il capo del governo giustifica così la decisione alla Camera dei Deputati: “La grande guerra, che ha valorizzato ogni manifestazione di attività, ha sviluppato anche in tutte le classi una più profonda coscienza delle energie e del lavoro individuale. Celebrare, in un giorno all’anno, queste energie e questo lavoro è sprone ad una più fervida, proficua attività collettiva e nazionale; ed è bene che ciò sia formalmente riconosciuto in una legge dello Stato. E perché la celebrazione si ricongiunga ai ricordi della nostra storia e del genio della stirpe, il Governo ha voluto farla coincidere con la data del 21 aprile: la fondazione di Roma, data immortale da cui ha inizio il lungo, faticoso, glorioso cammino dell’Italia”. Tutta la retorica fascista, che per un ventennio coprirà e silenzierà il Paese, è qui utilizzata per cancellare dal calendario la manifestazione del Primo Maggio, che solo l’anno prima il presidente del Consiglio Facta aveva riconosciuto come giornata festiva, e per sostituirla con una di regime. Così, alle spedizioni punitive e alle efferate violenze contro le organizzazioni operaie socialiste e comuniste, tollerate quando non sostenute dagli organi statali, segue con puntualità l’attacco finale al simbolo per eccellenza del movimento dei lavoratori: quel Primo Maggio che dal 1890 ne seguiva sviluppi, vittorie e sconfitte. Primo MaggioGià negli anni precedenti in questa occasione lo squadrismo fascista aveva fatto sentire la sua presenza, tanto che nel 1921 per l’Avanti! ci si trovava di fronte al Primo Maggio “il più tragico, il più tempestoso, il più significativo tra quanti ne ha solennizzati la classe lavoratrice d’Italia”. In quasi tutto il Paese, nonostante l’astensione del lavoro sia stata ancora considerevole a Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze e Roma, la manifestazione si era svolta senza bandiere, senza musiche, canti e apparati festivi e organizzare comizi costituiva una intollerabile insolenza di fronte alla mobilitazione fascista. “Volete la salute? Lavorate il 1° Maggio”, recitava perentoriamente un avviso. A Torino, impedito il corteo e lo sfoggio di bandiere rosse, si era sfilato davanti alle rovine della Casa del Popolo devastata nei giorni precedenti, a Firenze si erano svolte riunioni al chiuso mentre a Mantova il terrore nero aveva costretto alla amara decisione di evitare qualsiasi manifestazione pubblica. Portare il classico garofano rosso all’occhiello o un fazzoletto rosso intorno al collo significava – e continuerà a farlo per molto – diventare in automatico un bersaglio della violenza. Nel 1922 nel Bolognese si sono contati tre morti e una cinquantina di feriti, mentre a Milano, alla fine dei comizi, una caccia all’uomo dei fascisti ha causato un morto e il ferimento di due persone. A Mantova le coraggiose operaie filatrici che, vestite di rosso e adornate di coccarde, nastrini e di garofani, hanno deciso di attraversare la principale via della città sono state insultate e percosse dalle squadre di Farinacci. Come ricorda lo storico Francesco Renda nel 1922 “solo nella giornata del 1° maggio in 26 centri furono effettuale aggressioni, sparatorie, scontri vari con 6 morti e 25 feriti; fra le città violentate c’erano Milano, Reggio Emilia, Bologna, Rovigo, Alessandria, Brindisi, Perugia, Vercelli” . La decisione mussoliniana di abolire definitivamente la Festa dei lavoratori è la conseguenza di un potere che si va sempre più stabilizzando sulle macerie della sconfitta del movimento operaio e che si avvia a passi decisi verso la definitiva torsione autoritaria. Un decisione che, a conti fatti e con il senno di poi, si rivelerà controproducente. Gli altri regimi di derivazione fascista, e più di tutti il nazismo tedesco, non cancelleranno il Primo Maggio, non gli opporranno una giornata ufficiale senza robuste radici storiche, preferendo, invece, sfruttarne la tradizione di mobilitazione e la forza evocativa declinandola in senso nazionalista o castrandola in generica glorificazione del lavoro . Considerazione, questa, che leggiamo anche sull’Avanti: “Quel duce o viceduce che escogitò la originale pensata di far Primo Maggio […] il 21 aprile, non fu buon psicologo come deve essere un demagogo, ossia un conduttore di popolo. In questa faccenda del 21 aprile, non l’hanno imbroccata bene. Regola generale, non toccate alla gente le sue feste, non toccatele certe tradizioni, certi nomi. […] Così, e peggio, delle feste, siano esse antiche, o siano, come il Primo Maggio, entrate nell’uso da tempo e accolte da simpatie sempre più larghe. È il Primo Maggio, la festa, o la giornata, del Lavoro, della fede socialista, della aspirazione proletaria. Voler celebrare qualcosa di simile, in un altro giorno, significa voler contrapporre, voler dividere, e voler dividere è indebolire, e ogni cosa che divide è, per definizione, krumira” . Fin da subito comunisti e socialisti sottolineano l’inutilità di questa decisione perché un simbolo come il Primo Maggio non si cancella – e neppure si concede – per decreto anche perché la sua natura è internazionalista e come tale è sempre stata vissuta . Netta è, inoltre, la contrapposizione, perché antitetici sono ideali e valori, alla nuova giornata celebrativa introdotta dal nascente regime fascista. La manifestazione operaria ha ora un nuovo nemico, per quanto sclerotizzato nella sua ufficialità di parata di graduati e gallonati. Due stralci tratti da articoli de L’Unità sono esemplificativi a questo proposito: “Nel 21 aprile i capitalisti e i proprietari terrieri festeggiano i tempi dell’Impero, i tempi in cui i proprietari romani tenevano sotto il loro tallone di ferro il mondo allora noto e, soprattutto, tenevano stretti i lavoratori alle catene della schiavitù. Il 21 aprile i nostri capitalisti risognano il sogno di ridurre alla schiavitù antica il proletariato italiano. 21 aprile e fascio littorio sono i simboli storici della schiavitù nei rapporti di classe. […] I proletari d’Italia, ridotti a schiavitù dal fascismo, nel Primo Maggio, sentono di rivivere in loro la tradizione di Spartaco” ; e ancora: “Il fascismo, che ha combattuto e vinto il proletariato per conto dei capitalisti, dei padroni, della monarchia, ha soppresso la data del 1° Maggio, e con tutte le libertà popolari ha tolto anche ai lavoratori quella di celebrare questa giornata di fede e di lotta. Il fascismo ha sostituito il 1° Maggio rosso con il 21 aprile nero. Ma il 21 aprile non dice ai lavoratori ciò che dice il 1° Maggio. […] Il 21 aprile è un giorno di esaltazione della potenza militare, della guerra, del fascismo. È la giornata dell’oppressore. In ogni casa di lavoratori, il 21 aprile, si fa questo bilancio: cosa eravamo noi prima del fascismo, cosa siamo noi oggi, dove andiamo a finire” . Nel 1933 su Battaglie Sindacali, organo della CGL, si può leggere l’articolo “Contro il 21 Aprile degli affamatori del popolo! Per il Primo Maggio proletario!” nel quale gli operai sono invitati a trasformare la manifestazione fascista in manifestazione di massa contro il regime. Ad accettare, invece, in qualche modo la calata del sipario sulla giornata operaia sono i popolari che, per bocca della Confederazione italiana dei lavoratori, invitano a seguire le indicazioni delle autorità e degli industriali in vista del 21 aprile e i repubblicani che parlano ormai di una solennità proletaria che ha “perduto irrimediabilmente gran parte del suo fascino antico” e per la quale “non valga più la pena ormai di impegnare su di essa una grande battaglia”. Tutt’altra è la posizione del Partito comunista d’Italia: la strenua difesa dei diritti dei lavoratori e la lotta al fascismo passano attraverso la difesa e il rilancio della manifestazione operaia che, dopo la sconfitta subito ad opera del fascismo, ha ritrovato “tutto il suo antico significato” e “resterà, ormai, nell’avvenire, giorno di lotta e di raccolta” . Nel 1924, all’indomani delle elezioni politiche, è rivolto senza successo un invito ai socialisti massimalisti del Psi e ai riformisti del Psu a dare vita, in ossequio alla parola d’ordine del Fronte unito dal basso, ad una manifestazione unitaria all’insegna dell’astensione del lavoro. L’intento è quello di dare una prova di forza: “Se si riuscirà ad evitare che la festa internazionale dei lavoratori passi inosservata, se i lavoratori avranno tanta forza da attuare una larga estensione dal lavoro, la classe lavoratrice avrà ottenuta un’altra vittoria, molto più significativa e promettente di quella elettorale” . Nelle principali città, nonostante intimidazioni, violenze e clima da terrore, si segnalano ancora astensioni dal lavoro, ma ad imporsi sono sempre più segni e gesti, atti di fede e di sfida che, benché isolati, mantengono vivo il ricordo del Primo Maggio, facendone già giornata di resistenza. Nell’anno in questione a Torino è fatta volare in aria, grazie a una ventina di palloncini, una enorme bandiera rossa e un piccolo gruppo di operai si reca al cimitero con due enormi cuscini di garofani rossi per commemorare i caduti “nella lotta contro gli sfruttatori”, mentre a Roma si sfila in silenzio sotto la bandiera rossa apparsa sulPrimo Maggio 1921 balcone dell’ambasciata sovietica e l’onorevole Picelli issa sull’asta del Parlamento un drappo rosso. La repressione per il 1° Maggio non è certo una novità. Era già calata con intermittenza nei primi anni della sua esistenza (in Italia dal 1890 fino al 1901), quando il movimento socialista viveva in una legalità assai precaria, ma ora diventa sistematica e capillare. Dal 1923 è sguinzagliata la milizia fascista per intimidire i lavoratori nelle fabbriche, per aggredirli o purgarli, mentre le autorità di pubblica sicurezza sono chiamate, fin dai giorni precedenti, a stroncare qualsiasi movimento collettivo sospetto e a prevenire ogni attività individuale. Retate, arresti preventivi, sequestri di volantini, manifesti e di fogli sovversivi diventano normalità. Festeggiare il Primo Maggio è ormai un reato duramente punito, tanto che Critica Sociale pubblica nel 1927 un editoriale dall’evocativo titolo “Senza data”. A partire da quell’anno, in linea con le leggi eccezionali, entra in azione anche il Tribunale Speciale dello Stato che commina pesanti condanne: nel solo 1928, per aver celebrato il 1° Maggio, sette operai di Trieste, cinque di Verona, tre di Torino e uno di Milano sono condannati a più di 102 anni di carcere. Ricorda il comunista confinato Celeste Negarville: “Non si trattava, è chiaro, di fare delle manifestazioni di massa, ma si trattava di fare una manifestazione comunque, anche nelle mani del nemico, anche nelle condizioni in cui l’oppressione assume una forma diretta”. E, così, neppure i confinati politici rinunciano alla manifestazione, anche nella semplice, quanto dirompente, forma di una sfilata in paese con i vestiti delle festa e le scarpe tirate a lucido, oppure con un discorso in camerata davanti ad una tavola più imbandita del solito . A viverla nell’intimità sono anche semplici militanti come la donna romagnola che scrive una lettera all’Unità raccontando il suo gesto solitario: la deposizione di fiori rossi sulla fossa di compagni di lotta in memoria di “tutti i martiri di ieri e di oggi che all’avvenire proletario hanno consacrata e sacrificata la loro esistenza” . Resistenza privata, gesti audaci e la presenza politica – quest’ultima a partire dalla svolta comunista dei primi anni ’30 – di avanguardie comuniste vecchie e nuove si uniscono nel mantenere in vita il Primo Maggio e per farne, al contempo, giornata di riflessione e di lotta antifascista, trovando anche la crescente solidarietà di diverse forze democratiche. Le cronache, anche se sempre più sparute de L’Unità, come i rapporti dei prefetti ne dànno chiara testimonianza. Riporta l’organo comunista nel 1930: “Tacciono sulle molte migliaia di Unità e Avanguardia che sono state distribuite il Primo Maggio, malgrado le eccezionali misure di polizia. Tacciono sui centomila manifestini che hanno inondato da un capo all’altro l’Italia. […] Tacciono sui cortei avvenuti – improvvisati – al canto di Bandiera rossa a Lugo e in qualche altro paese dell’Emilia Romagna. […] Tacciono sulle molte migliaia di arresti preventivi, sulle centinaia di perquisizioni, sulla mobilitazione di tutte le forze armate che non sono riuscite ad impedire la manifestazione del Primo Maggio ”. Oltre alle richieste politiche – ancora velleitarie visti i rapporti di forza – che sono lanciate attraverso stampa e manifesti clandestini, a dare dimostrazione di un recuperato significato di lotta da parte del Primo Maggio sono soprattutto le tante testimonianze di gesti di ribellione che arrivano da tutto il Paese. A Torino nel 1927 si approfitta del passaggio del Giro d’Italia, e del conseguente assembramento di tifosi, per lanciare bandierine e volantini e attaccare drappi rossi alle biciclette di due concorrenti; a Milano, invece, nella mattinata i tram escono dai depositi pavesati di bandiere rosse e carichi di volantini e giornali clandestini. Nel 1930, sempre a Milano, alcuni taxisti si dirigono verso diverse zone della città per distribuire volontani fuori dalle fabbriche, mentre a Modena, Reggio Emilia e nel Ravennate i fascisti devono mobilitarsi per levare le molte bandiere rosse esposte su pali e alberi. Nel 1932 a Imola la distribuzione di volontani avviene mentre si svolge una sentita processione religiosa. Nel 1934 a Roma l’invito di un gruppo clandestino antifascista a sfoggiare per l’occasione una cravatta rossa genera un vero e proprio allarme, con la polizia che si mette a caccia di chi le sfoggia e ferma anche chi le porta per puro caso. La volontà fascista di togliere la manifestazione anche dal calendario ribelle è così tenace da confinare con la psicosi: in Romagna gli squadristi irrompono nelle case in cerca di tortelli, solitamente serviti sulle tavole nei giorni di festa. Sono questi solo alcuni esempi, forse i più clamorosi, della volontà di avanguardie e lavoratori di ricordare al regime che la cancellazione del 1° Maggio per decreto è rimasta solo sulla carta. Per tutto il ventennio scritte sovversive sui muri – sempre più quelle inneggianti a Stalin e all’Urss – drappi rossi su alberi e edifici e piccole riunioni private sono segnalate a Pavia, Varese, Como, Verona, Sondrio, Bergamo, Brescia, Goriza, Trieste, Udine, Venezia, Vicenza, Padova, Rovigo, Livorno, Pescara, Benevento, Foggia, Cosenza, Roma, Ragusa, Cagliari, Taranto e Trapani . A partire degli anni ’30 il 1° Maggio recupera anche il suo originario significato internazionalista. L’opposizione all’imperialismo si unisce alla lotta contro la dittatura quando si fa sempre più imminente l’aggressione fascista all’Abissinia e crescente è il timore di una nuova guerra mondiale che possa trovare nell’Urss la vittima predestinata. Nel 1932, accanto alle richieste per l’aumento dei salari, la libertà di organizzazione sindacale e il diritto di sciopero, compare l’invito ad opporsi all’invio di navi da guerra e di soldati in Cina e a mobilitarsi a favore della Russia sovietica. L’Unità titola a tutta pagina “Contro il fascismo, contro la guerra, per un Primo Maggio di riscossa proletaria!” e invita a trasformare la guerra imperialista in insurrezione a armata. La difesa dell’Unione Sovietica è intimamente legata a quella dei diritti dei lavoratori: “Questo paese che è diretto dagli operai e dai contadini e che compie uno sforzo gigantesco verso il benessere delle masse è un cattivo esempio per gli operai e i contadini soggetti allo sfruttamento capitalistico: contro di esso bisogna muovere una guerra che lo restituisca ai padroni, agli sfruttatori. Se il piano dei capitalisti riuscisse i lavoratori di tutto il mondo (e non solo quelli della Russia) piomberebbero per lunghi anni in una schiavitù di fronte alla quale quella fascista attuale sarebbe un ricordo di libertà” . “Compagna”, il quindicinale comunista dedicato alle donne, invita alla lotta contro l’imperialismo giapponese in Cina: “Tutte unite noi dobbiamo preparare un Primo Maggio Rosso, un Primo Maggio di lotta contro la guerra. Tutte unite dobbiamo lottare contro i nostri sfruttatori, contro i padroni, contro il fascismo. Lottiamo a fondo con tutte le nostre forze, a fianco di tutti i lavoratori, per la difesa dell’Urss e per una Cina sovietica!”. Un volantino diffuso nel 1935 nel modenese invita ad aiutare i soviet proclamati in Cina a “liberarsi dal giogo degli imperialisti cinesi, giapponesi, inglesi, americani, italiani” e sostenere, “fraternizzando coi fratelli di classe dell’Etiopia”, l’eroica resistenza dell’Abissinia contro le mire fasciste . Nel 1931, in occasione del suo ultimo 1° Maggio, lo storico leader del socialismo italiano Filippo Turati aveva chiamato il proletariato a combattere il militarismo e l’imperialismo: il fascismo – recitava l’articolo – “è la faccia interna dell’imperialismo; l’imperialismo è il fascismo tra le nazioni. Il fascismo non può vivere senza esaltare e preparare la guerra. Dire dunque disarmo e pacifismo è dire implicitamente guerra e morte al fascismo”. Mentre con il passare degli anni, e soprattutto con lo scoppio della guerra mondiale, la stretta fascista si fa sempre più capillare e le pubblicazioni a stampa calano drasticamente, compaiono, invece, sempre più scritte sovversive a sostegno della “Spagna rossa”, impegnata a difendersi contro il golpe franchista sostenuto da nazisti e fascisti, e della Russia di Stalin. La voce comunista tornerà a farsi sentire in occasione del Primo Maggio del 1942, all’indomani del rientro dei suoi quadri in Italia, con un manifesto che ribadisce la necessità di farla finita con il fascismo per imporre la pace e salvare l’Italia dalla catastrofe attraverso il sabotaggio della guerra: “Nelle giornate del Primo Maggio 1918-19-20, la vostra unione e azione aveva strappato ai capitalisti la giornata di lavoro di otto ore, l’aumento di salari, la libertà di organizzazione, di riunione e di stampa, avete impedito la continuazione della guerra e l’invio di soldati e materiale bellico contro la giovane Unione Sovietica. Lavoratori, madri, spose, soldati, italiani! Voi potete far cessare questa terribile e ingiusta guerra di Mussolini e Hitler. Per il 1° Maggio fate il vostro dovere. Impegnatevi a disertare, a rallentare, a sabotare la produzione.” . L’avvio della resistenza armata nel Nord Italia, il rinnovato protagonismo operaio con gli scioperi del 1943, nonché la notizia della vittoria sovietica a Stalingrado, danno al Primo Maggio una rinnovata vitalità, a dimostrazione che venti anni di dominazione fascista non sono valsi a cancellarlo. Nel 1944 importanti astensioni dal lavoro si segnalano in diversi stabilimenti milanesi, astensioni e sospensioni del lavoro a Torino, Genova, Novara e Pavia . Nella parte del Paese liberata per la prima volta si è tornati a manifestare liberamente e, nell’occasione, è avviata una sottoscrizione per sostenere la lotta di liberazione . Quello del 1945 sarà il Primo Maggio della liberazione, finalmente uscito dalle catacombe, nel quale si esprimono nuovamente e alla luce del sole, con la parola d’ordine dell’unità della classe operaia, gli ideali di emancipazione soffocati per un ventennio. Per l’Unità è una giornata di rinascita nazionale e di promesse: “Lavoratori! Partigiani! Popolo italiano! Il 1° Maggio 1945 sia una giornata di mobilitazione unitaria di tutto il popolo per la rinascita nazionale! I nostri morti ci chiedono di marciare decisamente sulla via della ricostruzione di un’Italia libera, democratica, progressiva dove il popolo che ha preso in mano il suo destino, possa intravedere un avvenire più felice nella pace e nella libertà!” .

Paolo Spriano storico del Pci

Relazione di Gianpasquale Santomassimo al convegno organizzato dall’Istituto Gramsci a Roma il 4 aprile scorso sulla figura di Paolo Spriano.

Roberto Battaglia avrebbe dovuto scrivere la Storia del Pci. Era una designazione naturale e scontata, dopo il grande successo della Storia della Resistenza italiana, con le sue tormentate e sofferte edizioni presso Einaudi. Si era disposto a questo compito con grande entusiasmo, convinto di scrivere la storia dell’unico partito «non provinciale» in Italia. Battaglia però non fece a tempo neppure a iniziare il suo lavoro, colpito da infarto nel 1962 e poi scomparso il 20 febbraio 1963. Quella di affidare in seguito il compito a Paolo Spriano fu anch’essa una decisione abbastanza naturale. Per il forte legame con Einaudi e la cultura torinese, per le prove che aveva già dato nella ricostruzione della Torino operaia e socialista. Per il suo stile piano e leggibile che si avvicinava a quello di Battaglia, pur senza la forbitezza letteraria del più anziano storico dell’arte. Spriano, che aveva scritto la sua tesi di laurea su Piero Gobetti nella stessa biblioteca di casa Gobetti dove era stato ospitato durante gli anni universitari. Fino ad allora la storia del partito comunista aveva visto opere per lo più agiografiche o puramente polemiche. Il precedente immediato, l’auspicio e l’esempio di una storia rigorosa e fondata sui documenti era venuta da parte dello stesso Togliatti col libro su La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924 , in polemica contro la storia concepita come una «ininterrotta processione trionfale». Subito dopo la morte di Togliatti veniva dato un indirizzo risolutivo in direzione di una storia scientifica e fondata su documenti. La decisione era presa nel settembre 1964. Il progetto originario prevedeva un solo volume, ma ben presto ci si rese conto che il progetto era destinato ad ampliarsi. «Al partito si manifestano contentissimi del progetto – scriveva Spriano il 7 ottobre 1964 a Giulio Bollati – e mi promettono l’accesso a tutti i documenti, mentre io ho precisato il carattere scientifico del lavoro e la mia responsabilità personale». Continua a leggere “Paolo Spriano storico del Pci”