Quattro lettere di Antonio Gramsci

a cura di Lelio La Porta

Vienna, 6 marzo 1924 alla sua compagna Giulia Schucht

Mia carissima,

vorrei baciarti gli occhi, per asciugare le lacrime che mi pare di vedere, che mi pare di sentire sulle mie labbra, come altre volte, quando la mia cattiveria ti ha fatto piangere. Ci facciamo male, ci tormentiamo a vicenda, perché siamo lontani l’uno dall’altro e non possiamo vivere così. Ma tu ti disperi troppo. Perché?

Mi hai promesso tante volte di essere forte e io ti ho creduto, e credo ancora che tu sei forte, più di quanto tu pensi: spesso sei più forte di me, ma io sono stato abituato dalla vita isolata, che ho vissuto fino dalla fanciullezza, a nascondere i miei stati d’animo dietro una maschera di durezza o dietro un sorriso ironico ed e qui tutta la differenza. Ciò mi ha fatto male, per molto tempo: per molto tempo i miei rapporti con gli altri furono un qualche cosa di enormemente complicato, una moltiplicazione o una divisione per sette di ogni sentimento reale, per evitare che gli altri intendessero ciò che io sentivo realmente. Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato? L’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti. Esso si allargo per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione: «Al mare i continentali!» Quante volte ho ripetuto queste parole. Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx che avevo letto prima per curiosità intellettuale. Mi sono appassionato cosi alla vita, per la lotta, per la classe operaia. Ma quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si era mai voluto bene a nessuno, neppure ai propri parenti, se era possibile amare una collettività se non si era amato profondamente delle singole creature umane. Non avrebbe ciò avuto un riflesso sulla mia vita di militante, non avrebbe ciò isterilito e ridotto a un puro fatto intellettuale, a un puro calcolo matematico la mia qualità di rivoluzionario? Ho pensato molto a tutto ciò e ci ho ripensato in questi giorni, perché ho molto pensato a te, che sei entrata nella mia vita e mi hai dato l’amore e mi hai dato ciò che mi era sempre mancato e mi faceva spesso cattivo e torbido. Ti voglio tanto bene, Julca, che non m’accorgo di farti male, qualche volta, perché io stesso sono insensibile.

Ti ho scritto, ti ho detto di venire perché nelle tue lettere avevo colto l’accenno che tu stessa volevi venire. Ho pensato anch’io ai tuoi: ma non puoi venire per qualche mese? Anche per un periodo determinato credi impossibile o difficile lasciare la famiglia? Come sarebbe bella una nuova parentesi di vita in comune, nella gioia quotidiana, di ogni ora, di ogni minuto, di volersi bene, di essere vicini. Mi pare di sentire la tua guancia accanto alla mia, e la mano che ti accarezza la testa e ti dice che ti voglio bene anche se la bocca tace. Ho avuto un tuffo al sangue, nel leggere la tua lettera. Tu sai perché. Ma il tuo accenno e vago e io mi struggo, perché vorrei abbracciarti e sentire anch’io una nuova vita che unisce le nostre più ancora di quanto non siano unite, o mio amore tanto tanto caro.

Ricevo ora molte lettere dai compagni italiani. Vogliono da me la fede, l’entusiasmo, la volontà, la forza. Credono che io sia una sorgente inesauribile, che io mi trovi in una situazione tale per cui tutti questi doni non possano mancarmi e in tale quantità da poterne fare ampia distribuzione. Ed essi sono in Italia, nel braciere ardente della lotta, e sono demoralizzati e sono sperduti. Qualche volta sono angosciato. Ho ricevuto una lettera di una compagna russa che abita a Roma, che e stata la compagna di Rosa Luxemburg e di Liebknecht, che è sfuggita allora per un caso o per uno sforzo inaudito di volontà al massacro e anche lei mi scrive scoraggiata, disillusa: e non e italiana, lei e non può avere la giustificazione del temperamento. Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente. La situazione del partito e molto peggiorata in questi ultimi mesi. Bordiga si è ritirato sull’Aventino e il suo atteggiamento aveva incantato tutto il meccanismo della vita comune dei compagni. Sono riuscito a tempo a strapparne qualcuno da questa situazione: ma basterà? Ho sempre vivo nella memoria il ricordo di una scena a Torino, durante l’occupazione delle fabbriche. Il comitato militare discuteva la necessità, che forse si sarebbe presentata il giorno dopo, di una sortita degli operai armati dalle fabbriche: sembravano tutti ubbriachi, stavano per venire alle mani tra di loro, la responsabilità li schiacciava, li maciullava fino alle midolla. Uno che si levo in piedi – e aveva fatto cinque anni di guerra, come aviatore e aveva rasentato la morte cento volte – barcollava e minacciò di cadere. Con uno sforzo enorme di nervi, io intervenni e li feci sorridere, con un tratto di spirito, e li ricondussi alla normalità e al lavoro proficuo. Ma oggi non saprei più fare così. Nel nostro partito sono tutti giovani, e la reazione, invece di rinsaldare, ha logorato nervi e volontà. Io stesso, perché sono stato male tanto tempo e ancora me ne risento? Anche a me la vita, che sentivo sempre appesa a un filo, per due anni, si e spezzata d’un tratto, dopo il mio arrivo a Mosca, quando ero al sicuro e potevo essere tranquillo. Oggi avrei bisogno di essere estremamente forte: ma come posso, se tu mi manchi, che sei tanta parte di me? Vieni, vieni, Julca, anche per poco tempo, solo che io possa sentirti ancora vicino a me, e riprendere nuovamente uno slancio di lavoro più in alto di quello che ho potuto fare finora.

Ti bacio gli occhi, cara, a lungo, a lungo, per darti forza, per scacciare tutti i nuvoloni, perché tu sia forte forte, come puoi essere, come devi essere, mia compagna.

Gramsci

Ti mando il mio indirizzo «perfezionato»:

Florianigasse, 5 A, Tur 20, Stock III.

Vorrei avere una tua fotografia più recente, di questi giorni. Ho paura di dimenticarti, di conservare solo l’impressione di te che mi è rimasta dall’ultima sera che ti ho lasciato, quando ero tanto nervoso, tanto scontroso perché non sapevo cosa dirti. Mi avevi promesso un’altra fotografia. Mandamela, e che essa mi annunzi che anche tu verrai.

[…] Potresti farmi qualche estratto delle pagine più belle scritte per la morte di Lenin? Vedi che ti credo forte perché ti domando di lavorare per me.

10 maggio 1928 alla madre Giuseppina Marcias

Carissima mamma,

sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.

Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata.

Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.

La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono date dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.

Ti abbraccio teneramente.

NINO

Ti scriverò subito da Roma. Dì a Carlo che stia allegro e che lo ringrazio infinitamente. Baci a tutti.

6 marzo 1933 alla cognata Tatiana

Carissima Tania,

ho ancora vivo il ricordo (ciò non sempre mi capita più in questi ultimi tempi) di un paragone che ti ho fatto nel colloquio di domenica per spiegarti ciò che avviene in me. Voglio riprenderlo per trarne alcune conclusioni pratiche che mi interessano. Ti ho detto su per giù così: – immagina un naufragio e che un certo numero di persone si rifugino in una scialuppa per salvarsi senza sapere dove, quando e dopo quali peripezie effettivamente si salveranno. Prima del naufragio, come è naturale, nessuno dei futuri naufraghi pensava di diventare… naufrago e quindi tanto meno pensava di essere condotto a commettere gli atti che dei naufraghi, in certe condizioni, possono commettere, per esempio, l’atto di diventare… antropofaghi. Ognuno di costoro, se interrogato a freddo cosa avrebbe fatto nell’alternativa di morire o di diventare cannibale, avrebbe risposto, con la massima buona fede, che, data l’alternativa, avrebbe scelto certamente di morire. Avviene il naufragio, il rifugio nella scialuppa ecc. Dopo qualche giorno, essendo mancati i viveri, l’idea del cannibalismo si presenta in una luce diversa, finché a un certo punto, di quelle persone date, un certo numero diviene davvero cannibale. Ma in realtà si tratta delle stesse persone? Tra i due momenti, quello in cui l’alternativa si presentava come una pura ipotesi teorica e quella in cui l’alternativa si presenta in tutta la forza dell’immediata necessità, è avvenuto un processo di trasformazione «molecolare» per quanto rapido, nel quale le persone di prima non sono più le persone di poi e non si può dire, altro che dal punto di vista dello stato civile e della legge (che sono, d’altronde, punti di vista rispettabili e che hanno la loro importanza) che si tratti delle stesse persone. Ebbene, come ti ho detto, un simile mutamento sta avvenendo in me (cannibalismo a parte). Il più grave è che in questi casi la personalità si sdoppia: una parte osserva il processo, l’altra parte lo subisce, ma la parte osservatrice (finché questa parte esiste significa che c’è un autocontrollo e la possibilità di riprendersi) sente la precarietà della propria posizione, cioè prevede che giungerà un punto in cui la sua funzione sparirà, cioè non ci sarà più autocontrollo, ma l’intera personalità sarà inghiottita da un nuovo «individuo» con impulsi, iniziative, modi di pensare diversi da quelli precedenti. Ebbene, io mi trovo in questa situazione. Non so cosa potrà rimanere di me dopo la fine del processo di mutazione che sento in via di sviluppo. La conclusione pratica è questa: occorre che per un certo tempo io non scriva a nessuno, neppure a te, oltre le nude e crude notizie sui fatti dell’esistenza. Questo tempo lo si può fissare all’ingrosso nel periodo che è necessario perché si svolga la pratica dell’avvocato di cui abbiamo tanto parlato. Se la pratica si svolge favorevolmente, tanto meglio; ci sarà, entro certi limiti, un passato da dimenticare (dato che certe cose possano essere dimenticate, cioè non lascino tracce permanenti). Se la pratica si svolgerà sfavorevolmente, si vedrà ciò che c’è da fare. Nel frattempo, nessuna parola che in qualche modo turbi o complichi la difficile successione delle ore. –

Ho ricevuto una lettera di Grazietta; non ho voglia di risponderle. Scrivile tu, ti prego, descrivendole, nel modo che ti parrà migliore, il tuo viaggio a Turi. – Voglio ancora dirti qualche cosa, a proposito di alcuni tuoi accenni, nel colloquio di domenica, alla mia precedente lettera. Non devi credere, in nessun modo, che io abbia (anche a torto) pensato di fare dei rimproveri a Iulca. Nel mio atteggiamento verso Iulca non c’è stato mai altro che tenerezza, e questa tenerezza è forse venuta aumentando in questi ultimi tempi, non certo diminuendo (e dico forse perché non so se essa poteva aumentare). Mi dispiace persino che una tale quistione possa essere posta e discussa. Così hai avuto torto di interpretare in malo modo un accenno di una mia lettera (credo sia la lettera che da Roma ti è stata rispedita a Turi): non ho mai pensato che tu potessi avermi voluto dirmi delle bugie e infatti avevo usato la parola «imbarazzo» che in italiano non solo non ha rapporto con la bugia, ma neppure con la reticenza. Veramente avevo pensato che tu, dopo avermi annunziato una lettera di Iulca, avessi cercato di farmi dimenticare l’accenno, perché nella lettera erano contenute notizie che potevano dispiacermi fortemente, nel momento dato. Niente di più. Anche per queste ragioni preferisco per qualche tempo di non scrivere altro che le nude notizie, senza commenti, valutazioni ecc. Poi vedremo. Forse è bene ti dica ciò che ho pensato: se l’avvocato, dopo che gli avrai parlato, riterrà opportuno che io sia visitato dal medico, secondo il permesso avuto dal Ministero, dò il mio consenso preventivo: cioè lascio che la quistione sia risolta dall’avvocato, secondo il criterio di maggiore utilità che egli riterrà da applicare. Carissima, ti abbraccio teneramente

ANTONIO

PS. Mi hai detto, nel colloquio di domenica, che solo in questi ultimi giorni ti è stato comunicato ufficialmente a casa che dal Ministero era stata concessa la visita di un medico di fiducia. Dato che l’avvocato lo ritenga utile e che la visita sia decisa, permetti che ti dia alcuni consigli: 1º Avere il permesso scritto per il medico, in modo che non sorgano all’ultimo momento delle difficoltà burocratiche, 2º Se è nel costume e nelle abitudini, fare in modo che in questo permesso sia specificato che il medico può interrogarmi ed io posso rispondere (e parlargli) di tutte le quistioni che riteniamo necessarie del caso. Cioè il medico non deve solo venire per un consulto personale, per indicarmi un metodo di cura personale, ma essere messo in grado ufficialmente di fare dei rapporti alle autorità superiori sull’andamento generale delle cose in quanto influiscono o possono influire sulla condizione di salute dei carcerati. Questo punto mi pare fondamentale. Tu capisci che prendere una medicina e fare una cura quando continuano a sussistere le condizioni che determinano la malattia è una burletta, vuol dire spendere inutilmente i soldi. Il mio malessere dipende proprio da ciò e da ciò dipende l’inefficacia dei medicamenti. Forse è troppo tardi «formalmente» per mutare le cose o per ottenere che il mutamento delle cose determini un mutamento nelle condizioni di salute. In ogni modo, solo questo punto rende la possibile visita di un medico comprensibile e razionale. Perciò, decidendomi a una iniziativa, non posso staccare la decisione dalla condizione che rende l’iniziativa razionale e utile.

Affettuosamente

ANTONIO

Senza data [probabilmente ottobre del 1935] al figlio maggiore Delio

Carissimo Delio,

mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?

Ti abbraccio.

ANTONIO

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