LEZIONI SUL FASCISMO
PALMIRO TOGLIATTI
15 novembre 2019
FONDAZIONE GRAMSCI
SALA BIBLIOTECA
ROMA VIA SEBINO 43A – ORE 17

Presentazione del volume di Palmiro Togliatti con un’introduzione di Piero Di Siena (Editori Riuniti, Roma 2019)

ORE 17

Partecipano
Gianluca Fiocco, Alexander Höbel, Aldo Tortorella

PALMIRO TOGLIATTI: LEZIONI SUL FASCISMO

Lezioni sul fascismo togliatti editori riuniti

dall’introduzione di Piero Di Siena:

“…………. Ora rileggere le lezioni togliattiane sul fascismo nell’ottica della categoria dell’”analisi differenziata” può costituire una potente lezione di metodo rispetto ai problemi che oggi si presentano di fronte a una sinistra ridotta ai minimi termini, come del resto lo era quella travolta dai movimenti reazionari di massa tra le due guerre mondiali. Adesso come allora siamo di fronte a tendenze inedite che indicano un prevalere a livello di opinioni pubbliche di orientamenti reazionari, catalogati con una certa approssimazione come “populismi” o “sovranismi” in ascesa. Essi sono il frutto del fatto che, soprattutto a partire dalla crisi del 2007-2008, il processo di globalizzazione dell’economia è apparso nella sua vera natura, non tanto di unificazione dell’economia mondiale, ma di feroce competizione fra Stati a dimensione continentale per il primato nella nuova divisione internazionale del lavoro, dove a partire dalla Cina sono emersi nuovi soggetti che hanno segnato la fine irreversibile del primato dell’Occidente negli equilibri e negli assetti del mondo.
Siamo per paesi come l’Italia nel pieno di una crisi organica che, per le interdipendenze sempre più strette con il sistema mondo, non può avere una soluzione solo sul piano nazionale e che sottopone i diversi sistemi politici a passaggi traumatici e a esiti inediti. Per una sinistra, sia pure messa ai margini e ridotta al lumicino, come del resto lo erano i comunisti italiani nel pieno del regime fascista, il metodo dell’”analisi differenziata” capace di cogliere e di intervenire nelle contraddizioni dell’avversario nel suo rapporto con vasti strati del popolo è una lezione valida soprattutto per l’oggi.
Certamente un tale approccio analitico e le modalità dell’agire politico che ne derivavano non si trasformavano in Togliatti in una riduzione della politica rivoluzionaria a tattica senza prospettive, a scelte di manovra politica prive di un progetto, perché alle spalle vi era il ruolo dell’Urss e l’indicazione di marcia che la vittoria del socialismo, sia pure in un solo paese, indicava all’intero movimento. In genere si considera il “legame di ferro” che Togliatti ha permanentemente avuto con l’esperienza sovietica in tutte le sue fasi come una pura scelta dettata da una sorta di realismo politico, da una presa d’atto dei rapporti di forza da cui non si sarebbe potuto prescindere, del tutto estraneo al fatto che egli fosse con Mao, benché in tutt’altra direzione, il più grande innovatore del comunismo del Novecento. Ma, a mio parere, non è così. Quel legame stava a dimostrare l’attualità di un processo di transizione in atto verso un diverso assetto economico e sociale che costituiva la prospettiva irrinunciabile per l’agire politico di una forza di sinistra.
E’ l’assenza di punti di riferimento strategici e di una funzione di portata storica, di una visione alternativa dell’assetto del mondo, che espone ciò che resta della sinistra oggi al rischio dell’irrilevanza. Ma ciò può rendere anche più stringente la ricerca di quella nuova e inedita prospettiva rivoluzionaria (nel senso di un rovesciamento radicale del rapporto tra “governanti” e “governati”) che lo stato delle cose richiede.”

 

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Il convegno “La Cina oggi e il suo ruolo nel mondo” è stato un successo. Ringraziamo ancora i relatori, che – dopo gli interventi introduttivi di Paolo Ciofi per l’associazione Futura Umanità e Yuze You per il Centro studi Concetto Marchesi – si sono alternati nella mattinata, analizzando la realtà cinese dal punto di vista del sistema economico (Vladimiro Giacché), del nuovo assetto giuridico (Antonio Banfi), dei fondamenti culturali (Federico Masini); Oliviero Diliberto che ha aperto con un saluto i lavori del pomeriggio, e i relatori che si sono susseguiti, parlando di Italia ed Europa di fronte all’espansione cinese (Alberto Bradanini) e delle contraddizioni tra Usa e Cina (Fulvio Lorefice), mentre la relazione di Alessandra Cappelletti sulla Nuova via della seta è stata letta, in assenza dell’autrice impossibilitata a muoversi dalla Cina in questi giorni. Dopo alcune domande del pubblico e risposte dei relatori, i lavori sono terminati con un intervento conclusivo di Alexander Hobel per l’associazione Futura Umanità e un saluto di Yuze You per il Centro studi Concetto Marchesi.
L’intento di approfondire l’analisi della realtà cinese proseguirà con la pubblicazione degli atti del convegno a cura delle edizioni Bordeaux, che pure ringraziamo assieme a Labaro TV e Radio Radicale, che hanno ripreso in video tutti i lavori, disponibili quindi sui loro siti internet, a Libera TV che ha coperto l’evento con varie interviste, e a TeleAmbiente che gli dedicherà una trasmissione di ulteriore approfondimento.
Grazie ancora, infine, a tutti i partecipanti, che hanno garantito con la loro attenta presenza la piena riuscita dell’iniziativa.
Chi fosse interessato troverà la videoregistrazione completa del convegno sul sito:

https://www.radioradicale.it/scheda/587616/70-anni-dopo-la-cina-oggi-e-la-sua-presenza-nel-mondo

 

La riscrittura dei fatti e la realtà della storia.

A proposito della mozione votata a Bruxelles

Alexander Höbel

1. La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come criminali comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato. Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all’aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.
Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l’inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l’Anschluss tedesco dell’Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti? Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov) (1) , preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica.
Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker (2) , la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere?
Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l’art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l’art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l’intento anche anti-russo dell’operazione. Grave ancora l’art. 17, che con evidente compiacimento “ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti”, come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci?
In generale, il senso di questo squallido documento è l’equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”.

2. C’è poi un altro aspetto della risoluzione, che pure è molto grave e contrasta con le acquisizioni più recenti di gran parte della storiografia: ossia il considerare il comunismo novecentesco come un Moloch totalitario, schiacciandolo completamente sul concetto di “stalinismo” e identificandolo con esso: un procedimento su cui già Togliatti aveva riflettuto criticamente, a partire dalla celebre Intervista a Nuovi Argomenti. Nel 1964, all’apice della sua riflessione critica, il leader del Pci ribadì che a un dato momento nella vita dell’Urss si era prodotta “non soltanto una deformazione – una degenerazione, abbiamo detto noi – del potere, ma l’assenza di una qualsiasi forma di potere e di controllo democratico”. E tuttavia – aggiungeva – dalle denunce dei guasti prodotti occorreva risalire agli “errori politici” che ne furono alla base e alle “cause di questi errori”, per capire meglio e “non consentire ai nostri avversari di buttare nell’informe calderone del cosiddetto ‘stalinismo’ tutti i momenti positivi della storia del primo Stato proletario” (3).
Il Segretario del Pci, dunque, sottoponeva a una critica severa aspetti rilevanti della direzione staliniana, ma ovviamente rifiutava i giudizi liquidatori dell’intera esperienza sovietica, collocando la stessa politica di Stalin nel quadro dello scontro mortale che si svolse nel mondo in quegli anni, nel quale l’Urss e il movimento comunista internazionale svolsero un ruolo fondamentale nella lotta contro i fascismi, dalla guerra di Spagna alla Resistenza.
Proprio a partire dai drammi di cui era stato testimone in Unione Sovietica (4) , peraltro, oltre che dall’esperienza spagnola e dalla svolta dei fronti popolari, e naturalmente sulla base dell’elaborazione di Gramsci, Togliatti impresse al Pci – a partire dalla “politica di Salerno” del 1944 – una impostazione nuova, che legava strettamente democrazia e socialismo, delineando quella “via italiana” fondata su “riforme di struttura” e “democrazia progressiva”(5) che sfociò in primo luogo nella lotta per l’Assemblea costituente e nel contributo decisivo fornito dai comunisti alla stesura della Costituzione repubblicana(6), quindi nelle lotte per la difesa e l’ampliamento della democrazia, e che nel 1956 venne organicamente definita(7) . Tale linea sarà poi portata avanti dai suoi successori, da Luigi Longo a Enrico Berlinguer, che proprio sul tema della democrazia come via del socialismo, inscindibile da esso, concentrò la sua elaborazione(8) . Vi è dunque un grande patrimonio di elaborazione e di prassi politica (che peraltro non riguarda solo l’Italia: si pensi all’esperimento di Allende in Cile, che vide alleati socialisti e comunisti e fu stroncato nel sangue dal golpe made in Usa), che non si può cancellare con una mozione e che al contrario ha ancora tanto da offrire di fronte alla crisi sistemica di un capitalismo globale sempre più distruttivo.
Il caso del Pci e della via italiana al socialismo è inoltre l’esempio più clamoroso di quanto sia scorretto e storicamente sbagliato presentare il comunismo novecentesco come un fenomeno a una sola dimensione, quella appunto “totalitaria”. È, quest’ultima, una concezione da Libro nero del comunismo, non a caso il volume maggiormente sponsorizzato e diffuso da quel Berlusconi che un tempo era il nemico giurato di tanti che hanno votato la mozione del Parlamento europeo. La storiografia più avvertita perla ormai da tempo del comunismo come fenomeno complesso ed eterogeneo, se non addirittura di “comunismi” al plurale(9) : una interpretazione che rende giustizia alla realtà storica e che appare lontana anni luce da un documento come quello votato a Bruxelles, che rappresenta un testo sbagliato e strumentale, da respingere al mittente e contro il quale sensibilizzare tutta l’opinione pubblica democratica e antifascista. Questo vale soprattutto nel nostro paese, in cui l’attacco alla storia dei comunisti rischia di essere funzionale a nuove offensive contro la Costituzione repubblicana, mentre proprio la Carta costituzionale continua a rappresentare una formidabile leva per la trasformazione e il progresso sociale.

 (1) Cfr. M.J. Carley, 1939, l’alleanza che non si fece e l’origine della Seconda guerra mondiale, Napoli, La Città del Sole, 2009. Sulla politica di Litvinov, cfr. S. Pons, Stalin e a guerra inevitabile, Torino, Einaudi, 1995.
(2) E. Honecker, Autodifesa, Napoli, Laboratorio politico.
(3) P. Togliatti, Per l’unità del movimento operaio e comunista internazionale, rapporto alla sessione di CC e CCC del PCI del 21-23 aprile 1964, in Il Partito comunista italiano e il movimento operaio internazionale 1956-1968, a cura di R. Bonchio, P. Bufalini, L. Gruppi, A. Natta, Roma, Editori Riuniti, 1968, p. 214
(4) Si veda il dialogo col dirigente comunista tedesco Ernst Fischer riportato in A. Agosti, Palmiro Togliatti, Torino, Utet, 1996, p. 219.
(5) P. Togliatti, La via italiana al socialismo, Roma, Editori Riuniti, 1964; D. Sassoon, Togliatti e il partito di massa. Il Pci dal 1944 al 1964, Roma, Castelvecchi, 2014 (nuova ed. di Togliatti e la via italiana al socialismo, Torino, Einaudi, 1980); A. Höbel, a cura di, Togliatti e la democrazia italiana, Roma, Editori Riuniti, 2017.
(6) P. Ciofi, G. Ferrara, G. Santomassimo, Togliatti il rivoluzionario costituente, Roma, Editori Riuniti, 2014.
(7) Cfr. P. Togliatti, Il 1956 e la via italiana al socialismo, a cura di A. Höbel, Roma, Editori Riuniti, 2016.
(8) Cfr. E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo. Antologia 1969-1984, a cura di P. Ciofi e G. Liguori, Roma, Editori Riuniti, 2014.
(9) M. Dreyfus et al., dirs., Le Siècle des communismes, Paris, Éditions de l’Atelier, 2000 (trad. it. Il secolo dei comunismi, Milano, Marco Tropea, 2000).

Per il rispetto della memoria e della storia

Appello all’Europarlamento. Le giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista

La risoluzione del Parlamento europeo approvata a grande maggioranza il 19 settembre scorso, su «importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», è un atto politico e culturale sbagliato e da respingere con forza.
In primo luogo va detto che non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia.
Questo è un compito che va lasciato al libero confronto tre le diverse interpretazioni e opinioni, alla ricerca degli studiosi. Un uso della storia che voglia imporre una determinata visione dei principali eventi del secolo scorso per farne armi per la battaglia politica immediata non dovrebbe avere cittadinanza in una vera democrazia.
In secondo luogo, le affermazioni riguardanti la storia del Novecento presenti nella risoluzione contengono errori, forzature e visioni unilaterali che sono inaccettabili.
Vi si afferma che il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Si omette così qualsiasi riferimento al colpevole comportamento delle democrazie liberali di fronte alla politica espansionistica nazifascista, che data almeno dall’invasione dell’Etiopia (1935) e dalla guerra di Spagna scatenata dal generale Franco (1936), e proseguita con il “diktat di Monaco” (1938) e il conseguente smembramento della Cecoslovacchia non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria. E non va dimenticata la annessione dell’Austria (Anschluss) avvenuta l’11 marzo del 1938.
La storia ci insegna che l’Unione Sovietica cercò a lungo una intesa con Francia e Regno Unito in funzione antitedesca, e si decise a un accordo con la Germania (al fine di rimandare il pur inevitabile attacco nazista) solo quando fu chiaro che tale intesa era impossibile, anche per l’opposizione della classe dirigente polacca alleata di Francia e Regno Unito.
Inoltre la risoluzione non fa cenno all’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti stesse dell’Europa e dell’umanità, dato sia dall’Unione Sovietica (oltre 25 milioni di morti), sia da chi, ovunque in Europa e nel mondo, spesso guidato dagli ideali e dai simboli delle varie correnti del movimento comunista internazionale, si oppose alle truppe hitleriane e ai loro alleati. Si dimentica così che Antonio Gramsci, oggi tra gli autori più letti e studiati in tutto il mondo, morto per volontà del fascismo, era un dirigente e teorico comunista. Si riesce a nominare Auschwitz senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio.
O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo, dando un contributo di primo piano alla sua sconfitta e alla rinascita in quei paesi di una democrazia costituzionale e alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose. Per non parlare del decisivo apporto che Stati e idealità comuniste diedero nel Novecento alla liberazione di interi popolo dal giogo coloniale e a volte dalla schiavitù.
Ricordare questi dati di fatto, che la mozione colpevolmente omette, non significa ignorare e tacere sugli aspetti più condannabili di ciò che generalmente si chiama “stalinismo”, sugli errori e sugli orrori che vi furono anche in quel campo.
Essi però non possono cancellare una differenza di fondo: mentre il nazifascismo, nel dare vita a una spietata dittatura e nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato, le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi, i regimi comunisti prima e dopo la guerra, allorquando si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà, tradirono gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto.
La qual cosa deve produrre domande, riflessioni e indagini, ma – congiuntamente al contributo dato dai militanti e dall’Urss alla sconfitta del nazifascismo – non permette in alcun modo l’equiparazione di nazismo e comunismo che è al centro della risoluzione del Parlamento europeo, né l’identificazione, più volte fatta dalla mozione, di comunismo e stalinismo, vista la grande varietà di correnti ideali ed esperienze politiche a cui il primo ha dato vita.
Queste falsificazioni e omissioni non possono essere assunte come base di una «memoria condivisa» e tantomeno diventare base di un programma comune di insegnamento della storia nelle scuole, come la mozione auspica.
Non può divenire la piattaforma di una «Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari», quale la mozione chiede. Né fornire la motivazione per la rimozione «di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.)» che, con la scusa della lotta a un indistinto totalitarismo, invita in realtà a cancellare limpide pagine della storia di chi contribuì col proprio sacrificio a battere il nazifascismo.
Si afferma che la mozione del Parlamento europeo contiene inevitabili compensazioni atte a far passare anche una affermazione di volontà di lotta al «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza».
Ma queste giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista. I popoli d’Europa non lo devono permettere.
PRIMI FIRMATARI:
1. Guido Liguori
2. Maurizio Acerbo
3. Walter Baier
4. Maria Luisa Boccia
5. Luciana Castellina
6. Paolo Ciofi
7. Davide Conti
8. Enzo Collotti
9. Maria Rosa Cutrufelli
10. Paolo Favilli
11. Paolo Ferrero
12. Eleonora Forenza
13. Nicola Fratoianni
14. Citto Maselli
15. Lidia Menapace
16. Massimo Modonesi
17. Roberto Morea
18. Roberto Musacchio
19. Pasqualina Napoletano
20. Rosa Rinaldi
21. Bianca Pomeranzi
22. Aldo Tortorella
Per adesioni: transform.italia@gmail.com