Questione cattolica e questione religiosa nella storia del Pci

di Gennaro Lopez

La storia del Pci, da Gramsci fino a Berlinguer, è attraversata dalla riflessione sulla “questione cattolica”. Gramsci, andando oltre il “tradizionale” anticlericalismo socialista, già nel 1919 vedeva nel neonato partito dei cattolici, il Partito Popolare, il frutto della laicizzazione e del rinnovamento di matrice post-unitaria, che avrebbe potuto contribuire ad una progressiva maturazione del proletariato italiano in direzione di un orizzonte socialista. Nel 1924, ormai in pieno fascismo e col Partito Popolare in piena crisi, egli elaborerà una netta distinzione tra politica vaticana e cattolicesimo politico italiano; e ancora, nel periodo del carcere, dunque nei Quaderni, Gramsci svilupperà un’analisi articolata della Chiesa, della sua gerarchia, delle sue organizzazioni, in particolare dell’Azione Cattolica, considerata come vero e proprio braccio secolare della politica pontificia; egli distingue, inoltre, all’interno del mondo cattolico, tre correnti in lotta per l’egemonia (integralisti, gesuiti, modernisti).

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di Maurizio Acerbo

Il 30 marzo 1915 nasceva Pietro Ingrao. Nel 1989-1991 guidò la lotta contro il cambio di nome del Pci intuendo che si trattava in realtà di una ben più profonda mutazione. Fu lui a proporre che la mozione del no si chiamasse “rifondazione comunista” da cui poi prese il nome il nostro partito. Ingrao inizialmente non aderì. Propose di rimanere nel Pds per condurre dall’interno la lotta. Nel 1993 lasciò il Pds prendendo atto che ormai era altra cosa. Sempre vicino a Rifondazione aderì formalmente al partito nel 2005. Lo ricordo con uno stralcio dal libro intervista Le cose impossibili, un’autobiografia raccontata e discussa con Nicola Tranfaglia, che Editori Riuniti pubblicò nel 1990. Un libro che meriterebbe una riedizione.

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Palmiro Togliatti, una lezione da riscoprire

Alexander Höbel

Pubblicato originariamente su sinistraineuropa.it
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Il 26 marzo del 1893 nasceva a Genova Palmiro Togliatti, il massimo esponente del comunismo italiano assieme ad Antonio Gramsci, che era di soli due anni più grande, ma di cui Togliatti si considerò sempre un allievo, oltre che un amico e un compagno di lotta.
A tanti anni di distanza anche dalla sua scomparsa, e dopo una lunga fase di damnatio memoriae, a partire almeno dal 50° anniversario della morte, nel 2014, una rilettura della sua opera si sta affermando anche sul piano storiografico. Una recente biografia ne mette in luce il forte realismo (quel realismo che ha le sue radici in un classico del pensiero politico come Niccolò Machiavelli). Né sono mancati volumi che hanno messo in luce, da un lato, la continuità della sua opera in relazione al tema della democrazia italiana; dall’altro, il suo ruolo nella vicenda del comunismo internazionale del XX secolo, che ne fa per certi versi un “leader globale” ante litteram . E tuttavia, per infelice paradosso, proprio nel momento in cui la figura di Togliatti viene giustamente rivalutata sul piano storiografico, la sua lezione appare largamente dimenticata sul terreno politico. Ed è invece proprio dell’attualità politica di molti suoi insegnamenti che vorrei soffermarmi. Continua a leggere “Palmiro Togliatti, una lezione da riscoprire”

LA COMUNE DI PARIGI

di Guido Liguori 18 marzo 2021

Centocinquanta anni fa veniva proclamata la Comune di Parigi. Durò solo due mesi o poco più. Ma destò entusiasmi e timori destinati a durare decenni. Marx capì subito che non aveva molte possibilità di durare, ma seguì con grande partecipazione quel primo tentativo di potere proletario registrato dalla storia moderna. Forse ne amplificò un po’ la portata e l’esemplarietà, ma nelle successive prefazioni a “La guerra civile in Francia” Engels puntigliosamente cercò di dimostrare come i fatti e la lettura di Marx non differissero molto. Rivendicò il carattere socialista di tutti i provvedimenti del governo rivoluzionario di Parigi, rimproverandogli solo di non essere intervenuto sulla Banca centrale. Quali gli insegnamenti teorico-politici della Comune? La lotta allo Stato come entità separata dalla società. E Stato significava allora in primis esercito e polizia, sostituiti dal popolo in armi e da incarichi a rotazione. Ma soprattutto: gli elettori possono sfiduciare in qualsiasi momento il loro eletto e i parlamentari non devono avere più di un salario operaio. Ciò serve davvero a estendere il controllo sociale sulle istituzioni e sullo Stato. Va superata inoltre la divisione dei poteri: gli eletti fanno le leggi e le applicano. Se quest’ultimo punto non mi convince (le repliche della storia sono state molto dure), l’indicazione del tendenziale superamento della democrazia liberale-parlamentare (il parlamento specchio del paese, che nei 4 o 5 anni in carica lo rappresenta qualsiasi cosa faccia o vi accada) mi sembra sempre più attuale e auspicabile. Certo, se si va avanti verso la democrazia comunarda o consiliarista, non se si torna indietro verso un plebiscitarismo bonapartista.

Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante una o più persone e testo