Alla Bolognina si è chiusa la Repubblica

Michele Prospero, 21.01.2021

Profondo rosso. La generazione dei quadri post ’68 non ha assorbito il nucleo del togliattismo, ha
tenuto il realismo politico e ha rinunciato alla strategia di cambiamento. La svolta ha alzato un’onda
che alla lunga ha lesionato le stesse istituzioni
Prima ancora che i pezzi di muro lo graffiassero, il Pci aveva già subito una mutazione. L’inizio
anagrafico del partito risale al gennaio del ’21. E al mito dell’ottobre è connessa la formazione del
suo primo gruppo dirigente, per tanti versi eroico. Ma la nascita, per così dire, logica del soggetto
politico è databile solo 1944. Il congresso di Lione e altre fantasiose ricostruzioni di oggi, suggerite
pigramente dal Gramsci, c’entrano ben poco. Un partito clandestino in dottrina non è infatti
considerato un vero partito, o lo è in un senso molto sui generis. Un organismo deve partecipare al
voto competitivo, svolgere attività pubblica per essere una forma-partito.

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Cento anni dopo

IL PCI e la rivoluzione in occidente

di Paolo Ciofi

«Veniamo da molto lontano, e andiamo molto lontano» Queste parole di Palmiro Togliatti[1], il rivoluzionario costituente stratega della rivoluzione in Occidente, dal quale non si può prescindere ricordando il Pci, danno il senso di un percorso lungo e complicato, che dai primi passi di Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci si dipana poi lungo tutto il Novecento. Fino alla guida del partito da parte dello stesso Togliatti, cui seguiranno Luigi Longo ed Enrico Berlinguer.

[1] P. Togliatti, Per la sfiducia al IV governo De Gasperi 26 settembre 1947, in Discorsi parlamentari, Camera dei deputati 1984

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Il centenario del Pci: la resa dei conti degli storici anticomunisti

di Vindice Lecis  da Fuori Pagina del 6 gennaio 2021

Libri, articoli di giornale, interviste. Il centenario della nascita del Pci (21 gennaio 1921) sta conquistando più attenzioni di quanto si potesse supporre in questa Italia ormai priva dei partiti architrave della Repubblica e della Costituzione. Forse c’è stupore per il fatto che, pur non essendoci più il Pci, ancora si parli di quella straordinaria vicenda storica. Che appare ancora una materia viva. Ecco perché sono rievocazioni con molte valenze: si passa da lavori onesti, anche critici, a una resa di conti postuma. In questo secondo campo si distinguono i liberali, professionisti che non riescono a sfuggire dall’ossessione dei comunisti fornendo immagini deformate dalla lente di lettura figlia della guerra fredda. Ne vedremo qualcuna

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La storia del Pci, fra processi di apprendimento e strategia egemonica

Alexander Höbel *


* Il presente contributo è in uscita anche nel numero di gennaio 2021 della rivista online “Malacoda”.

1. Una storia organica, una strategia di lunga durata

La storia del Partito comunista italiano, di cui nel gennaio 2021 si celebrerà il centenario della fondazione, è stata da sempre oggetto, oltre che di una storiografia spesso straordinaria (si pensi a Paolo Spriano ed Ernesto Ragionieri), anche di molte letture deformanti, viziate dal pregiudizio ideologico quando non dalla vera e propria incomprensione. Tale tipo di revisionismo storico applicato a una vicenda grande e complessa come quella del Pci ha conosciuto ovviamente una nuova fioritura dopo il 1989-91, trovando nuovi adepti a destra ma anche a sinistra. La fine non esaltante del Pci, avviata dalla svolta occhettiana della Bolognina, a indotto molti a rileggere in negativo tutta quella storia, oppure a individuare questo o quel “peccato originale”, da cui sarebbe iniziata – come un processo inevitabile – la dissoluzione del partito: la “svolta di Salerno” del 1944, il “compromesso storico” ecc. La conseguenza è che la vicenda del Pci viene “fatta a pezzi”, assumendone solo alcune parti e liquidando il resto.

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