Il 1926 di Antonio Gramsci

Di Lelio La Porta

Discorso pronunciato alla tomba di Gramsci il 27 aprile 2026

Il resoconto dei lavori del III congresso del Partito comunista d’Italia (Lione 20-26 gennaio 1926) venne dettato da Gramsci all’allora redattore dell’Unità Riccardo Ravagnan[1] e pubblicato sul quotidiano il 24 febbraio 1926. Il titolo (Cinque anni di vita del Partito) indica già il contenuto del documento che va legato alle Tesi congressuali, redatte da Gramsci e da Togliatti. Vi si sosteneva che il proletariato dovesse proclamare la sua egemonia nella lotta antifascista avvalendosi della distinzione fra le forze borghesi tendenzialmente antifasciste, con cui allearsi per raggiungere l’obiettivo della riconquista delle libertà democratico-borghesi, e quelle irrimediabilmente schierate con il fascismo; in questo diventava primario il ruolo del Partito comunista e delle sue cellule presenti nei luoghi di lavoro. In Cinque anni di vita del Partito Gramsci ripercorre le tappe della storia del Partito fino al congresso di Lione soffermandosi sulla struttura del Partito e sui problemi interni ma anche sui problemi legati alla situazione italiana, in specie a quella del Meridione, ponendo le basi del suo scritto incompiuto dedicato proprio alla quistione meridionale[2]. Nota Gramsci come proprio l’importanza dei temi affrontati nel dibattito congressuale non abbia consentito di prendere in considerazione la situazione internazionale in rapporto alla linea politica dell’Internazionale comunista. Alla stessa maniera si rammarica che il Congresso non abbia potuto prendere nella giusta considerazione «l’organizzazione nel campo femminile» e quella della stampa e che fu poco trattata la questione del programma del Partito, pure posta all’ordine del giorno del Congresso. La conclusione cui perviene Gramsci, però, è comunque chiara:

occorre che il partito si mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo, di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno[3].

Il 30 agosto nasce Giuliano, il secondo figlio del dirigente comunista che il padre non conoscerà mai. Gramsci aveva previsto di recarsi a Mosca due mesi dopo la sua nascita, in occasione del VI Plenum dell’Internazionale Comunista (novembre-dicembre 1926). L’arresto lo colse, però, come si scriverà in seguito, l’8 novembre.

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35 anni dalla fine del PCI

L'”associazione per la storia e la memoria del PCI – Futura Umanità” e l'”associazione culturale Enrico Berlinguer” vi invitano al convegno sui 35 anni dello scioglimento del PCI che si terrà mercoledì 4 febbraio alle ore 17:15, presso la sede dell’associazione Berlinguer di viale Opita Oppio, 24 (Roma).
Come e perché si giunse a questo esito?
L’incontro-dibattito sarà preceduto dalla proiezione del film “Cento anni dopo“.
Insieme all’autrice della pellicola Milena Fiore (Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) e la regista Monica Mauer ne discutono Sergio Gentili (saggista e scrittore), Alexander Höbel (presidente associazione Futura Umanità) e Corrado Morgia (scrittore).
Coordina l’evento Verino Tinaburri.

Per Pier Paolo Pasolini

Di Lelio La Porta

L’articolo seguente si avvale di alcuni passi di uno scritto pubblicato su «La Città Futura» il 30/10/2015.

Ma come io possiedo la storia,

essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

(P. P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci)


L’assassinio di Pasolini, il cui corpo orrendamente massacrato fu rinvenuto il 2 novembre del 1975 e di cui ricorre il 50° anniversario, è stato causa di dolore e di rabbia autentica per chi militava a sinistra o, comunque, aveva a cuore le sorti della cultura nel nostro paese (e per questo stava a sinistra ieri e a sinistra si trova ancora oggi). Chi lo avrebbe visto con piacere bruciare in Campo de’ Fiori come Giordano Bruno o, meglio ancora, avrebbe desiderato fargli indossare la mordacchia, ancor prima di spedirlo al rogo, dimenticava tutto. Ci fu chi pensò di sottrare ad un’appartenenza comunista colui il cui fratello Guido (Guidalberto) era morto nell’eccidio di malga Porzûs, compiuto dai gappisti di “Giacca”, presumibilmente su ordine del comando del IX Corpo jugoslavo, e il padre aveva salvato Mussolini dalle mani dell’attentatore (o meglio, presunto tale) Zamboni. E poi non era stato espulso dal Pci nel 1949 per “indegnità morale”?1

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La Repubblica Popolare Cinese e il processo di transizione: una questione aperta.

di Alexander Hobel

Riteniamo utile riproporre qui il testo del saggio di Alexander Hobel contenuto nel libro “Più vicina. La Cina del XXI secolo” curato da Paolo Ciofi e pubblicato dalle edizioni Bordeaux in collaborazione con la nostra associazione.

Chi fosse interessato all’acquisto può rivolgersi direttamente alla casa editrice Bordeaux che provvederà alla spedizione gratuita con sconto per i nostri iscritti.

Nella complessa realtà del mondo attuale, sempre più interconnesso e interdipendente, l’esigenza di approfondire una questione cruciale come quella dei caratteri e della natura della Cina di oggi, del suo ruolo nel mondo, delle sue prospettive, è giustamente sempre più avvertita. Anche in Italia, l’ampliamento delle conoscenze sulla realtà cinese ha visto già da qualche tempo molti stimolanti sviluppi, con convegni, ricerche, traduzioni e analisi di grande interesse1. Del resto, nel nostro paese, l’interesse verso la Repubblica popolare cinese è antico, così come l’attenzione nei suoi riguardi da parte di intellettuali e forze politiche, a partire, com’è ovvio, dal Partito comunista italiano e dai suoi leader.

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