L’Europa di Gramsci

di: La Porta Lelio / Marola Francesco

I saggi raccolti nel volume analizzano la ricezione della cultura filosofica e letteraria europea nell’opera di Antonio Gramsci. La dimensione europea caratterizza fortemente l’originalità del pensiero gramsciano, ricco di influenze eterodosse rispetto alla tradizione del socialismo italiano e del marxismo positivista: una particolare lettura dell’idealismo tedesco e dell’Illuminismo, del soggettivismo di Sorel e Bergson, della dialettica di Lenin; del significato sociale dell’opera letteraria di Goethe, dei fratelli Grimm, di Tolstoj, Dostoevskij, Kipling, Dickens, del teatro di Ibsen, del Proletkult rivoluzionario, a partire dagli anni universitari torinesi fino alle traduzioni negli anni del carcere. Oltre a tali argomenti, i saggi raccolti trattano della critica del senso comune nel romanzo d’appendice (Dumas e Sue), del pragmatismo e dell’empirio-criticismo; dei punti di contatto col marxismo contemporaneo di Lukács; della riflessione sul linguaggio e sulla traducibilità dai vasti risvolti teorici, nonché direttamente politici. Potrà emergere dunque, dal complesso dei saggi, la concezione in Gramsci di una profonda unità dialettica e traducibilità reciproca delle culture e delle società europee, nell’arco di una ricerca ventennale costantemente volta alla fondazione di una nuova egemonia. A cura di Lelio La Porta e Francesco Marola.

Palmiro Togliatti: Il Parlamento specchio del Paese

Discorso tenuto alla Camera il 7 dicembre 1952 contro la “legge truffa” presentata dal ministro dell’Interno Scelba

[…] La Costituzione sancisce che l’Italia è una Repubblica democratica, e dal concetto che fa risiedere nel popolo la sovranità deriva il carattere rappresentativo di tutto il nostro ordinamento, al centro del quale stanno le grandi Assemblee legislative, la Camera e il Senato della Repubblica, a cui tutti i poteri sono coordinati e da cui tutti i poteri derivano. […] Questo è il nostro ordinamento, questo e non altro. È evidente che in siffatto ordinamento l’elemento che si può considerare prevalente, e che certamente è essenziale, è la rappresentatività. È un elemento essenziale per ciò che si riferisce ai rapporti tra i cittadini e le assemblee supreme dello Stato. Ma che vuol dire che un ordinamento costituzionale sia rappresentativo? I dibattiti dottrinali sul contenuto giuridico di questo concetto – e i colleghi che hanno frequentato le università giuridiche come studenti o che tuttora le frequentano come professori lo sanno meglio di me – sono stati infiniti. Li lascio in disparte perché ritengo giusta l’opinione che se questi dibattiti davano scarso aiuto per il progresso delle dottrine politiche, ciò derivava dal fatto che in essi si confondevano rapporti di diritto privato con rapporti di diritto pubblico. Non possono confondersi i rapporti di rappresentanza e di mandato, quali sono definiti dal codice e dalle leggi civili, con il mandato e la rappresentanza politici. Si tratta di cose diverse. Il più noto e grande dei nostri costituzionalisti moderni, dopo aver dibattuto a lungo questo problema, giunge alla conclusione, che mi sembra la sola esatta, che nel diritto pubblico non si arriva a capire le cose se non si tiene continuamente presente la storicità dei fatti e del diritto stesso.

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PALMIRO TOGLIATTI: UNA LEZIONE DA RISCOPRIRE

In occasione del 58^ anniversario della scomparsa di Palmiro Togliatti ripubblichiamo questo scritto del presidente della nostra associazione Alexander Höbel

Il 26 marzo del 1893 nasceva a Genova Palmiro Togliatti, il massimo esponente del comunismo italiano assieme ad Antonio Gramsci, che era di soli due anni più grande, ma di cui Togliatti si considerò sempre un allievo, oltre che un amico e un compagno di lotta.
A tanti anni di distanza anche dalla sua scomparsa, e dopo una lunga fase di damnatio memoriae, a partire almeno dal 50° anniversario della morte, nel 2014, una rilettura della sua opera si sta affermando anche sul piano storiografico. Una recente biografia ne mette in luce il forte realismo (quel realismo che ha le sue radici in un classico del pensiero politico come Niccolò Machiavelli). Né sono mancati volumi che hanno messo in luce, da un lato, la continuità della sua opera in relazione al tema della democrazia italiana; dall’altro, il suo ruolo nella vicenda del comunismo internazionale del XX secolo, che ne fa per certi versi un “leader globale” ante litteram . E tuttavia, per infelice paradosso, proprio nel momento in cui la figura di Togliatti viene giustamente rivalutata sul piano storiografico, la sua lezione appare largamente dimenticata sul terreno politico. Ed è invece proprio dell’attualità politica di molti suoi insegnamenti che vorrei soffermarmi.

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György Lukács, quando un maestro può essere criticato

Lelio La Porta dal Manifesto del 18/8/2022

SCAFFALE A proposito del volume di István Mészáros dedicato al filosofo ungherese, per le edizioni Punto Rosso. Un libro denso che, oltre a descrivere i temi del suo pensiero, non trascura quelli che furono i suoi amori intellettuali giovanili, per esempio la poesia di Endre Ady

Quali sono le caratteristiche che possano definire un maestro? Si incontrano pochissime persone in grado di insegnare cose importanti per tutta la vita; questi sono i maestri verso i quali si è riconoscenti. Se poi hanno insegnato ai loro allievi il pensiero critico, allora il limite della riconoscenza viene superato in direzione di quel «für ewig», per l’eternità che tanto era perseguito, e raggiunto, da Gramsci.

PENSIERO CRITICO, ossia formulazione di giudizi che, partendo dall’analisi del mondo e di quante e quanti in esso vivono, producano atti che possano realizzare un cambiamento dello stato presente delle cose. È questa una delle ottiche in cui leggere la silloge di scritti di István Mészáros intorno a Lukács (Lukács. Maestro di pensiero critico, a cura di Antonino Infranca, a cui si deve anche la prefazione, e di Roberto Mapelli, autore della postfazione, Edizioni Punto Rosso, pp. 380, euro 25).

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