La memoria antistorica di Pigi Battista

Articolo di Guido Liguori

Sono seduto pigramente a leggere in una uggiosa domenica autunnale il supplemento libri del “Corriere della sera” quando letteralmente sobbalzo sulla sedia. Sto leggendo una recensione polemica di Pierluigi Battista all’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, libro che non ho letto. Certo, il titolo della recensione – Berlinguer non ti voglio bene – mi ha avvertito su gran parte del suo contenuto. La frase compendia non la posizione di Piccolo, ma quella del recensore, che critica l’autore proprio perché Piccolo dichiara esplicitamente di essere stato “dalla parte di Berlinguer” e dei comunisti, e non sembra rammaricarsene. E la critica viene avanzata in nome del fatto che, nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, secondo Battista, «dalla “parte giusta” stava Craxi, non il Pci».
Fin qui nulla di nuovo. Chiunque segua un po’ gli articoli di Pierluigi (per amici e conoscenti più semplicemente Pigi) Battista, non se ne può sorprendere. C’è una porzione d’Italia (per fortuna largamente minoritaria) che è stata craxiana, e poi (a volte maggioritaria, almeno in termini relativi) berlusconiana.

1402566799-berlinguer.jpgIo non ho mai fatto parte, per mia fortuna, né della prima né della seconda. Ma non mi scandalizzo. Ho già sentito e risentito la solfa che anche qui propina il giornalista: Craxi aveva ragione sulla scala mobile, sull’idea di proporre quello che Pigi chiama «un riformismo moderno», ecc. Non provo neanche a controbattere nel merito, quando i punti di vista sono così distanti che senso ha? Io penso su tutto l’opposto. Credo che Craxi abbia minato irrimediabilmente la politica fondata sui partiti, sul legame sociale, e abbia preso consapevolmente nelle sue mani sedicenti socialiste la bandiera della riduzione della democrazia e della alleanza coi “poteri forti”. Preferisco ricordare dunque come Enrico Berlinguer – esattamente per le posizioni cui allude polemicamente Battista – negli ultimi anni della sua vita abbia conquistato l’affetto, anzi dire l’amore, di milioni di donne e di uomini che lo riconobbero come loro «capo» (lo dico in senso gramsciano), nonché il rispetto e l’ammirazione di altri milioni di italiani, che pur non essendo comunisti o vicini ai comunisti, videro in lui il combattente onesto, leale, disinteressato. Non un «Ghino di Tacco», insomma, non uno che “faceva politica” in modo sporco o per proprio tornaconto o comunque per “mestiere”, per emergere o per imporsi a ogni costo, ma, come Berlinguer disse in tv a Minoli poco più di un anno prima dalla morte, per affermare i suoi ideali di comunista.
Fin qui, ripeto, nulla di nuovo: c’è chi sceglie tra i propri “eroi” Craxi, c’è chi sceglie Berlinguer. La frase che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è stata però un’altra. Raccontando di un incontro di hokey tra Urss e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969, meno di un anno dopo l’invasione di Praga, Battista scrive: «sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente “Dubcek Dubcek” straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista».

dai funerali di Enrico Berlinguer
dai funerali di Enrico Berlinguer

 E qui sobbalzo! Perché ricordo bene che, a metà degli anni Settanta, almeno fino al 21 giugno 1976, Pigi Battista era iscritto al “nucleo” (ovvero alla cellula o sezione) della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma di un partito che si chiamava “Partito di unità proletaria per il comunismo”, nato dalla confluenza del “manifesto” e del Pdup e avente come segretario Lucio Magri. Come faccio a esserne sicuro? Perché allo stesso nucleo e allo stesso partito ero iscritto anche io. E con me (con noi, ricordo allo smemorato Battista) erano iscritti tra gli altri Norma Rangeri, Guglielmo Pepe, Paolo e Alberto Flores, Franco Moretti, Gianni Belardelli, Mino Fuccillo e tanti altri. Ero tra i giovanissimi di quel gruppo, iscritto al primo e al secondo anno di università, un semplice militante di base, ma ricordo bene tutte e tutti: parole, comportamenti, posizioni.
Ora, è evidente che ognuno ha il diritto di cambiare idea. Anche io in parte lo feci, ammettendo nel 1979 – con alcuni anni di anticipo sul partito guidato da Magri e in sintonia con l’inizio della politica del “secondo Berlinguer”, autocritica verso gli errori della solidarietà nazionale – che era più giusto e più saggio, per difendere lo schieramento politico di cui mi sentivo parte e soprattutto i lavoratori e i ceti più poveri, iscriversi al Pci, già sotto attacco in quei primi anni Ottanta della offensiva neoconservatrice e neoliberista guidata da Thatcher e poi da Reagan. Altri presero strade diverse, molte delle quali più che dignitose. Altri, purtroppo, scelsero approdi molto differenti, non del tutto coerenti, a mio avviso, come quelli craxiani. Le loro ragioni – perché qualche ragione c’è in ogni posizione – vanno comunque capite e spiegate, sul piano storico, prima o oltre che condannate.
Ma se tutto questo è vero, perché si deve arrivare a falsificare non solo la storia, ma persino la propria biografia? Perché retrodatare di sei o sette anni il proprio anticomunismo? Certo Battista può dire: ho detto “anticomunista” per brevità, volevo dire anti-Pci. Ma sarebbe scusa meschina. Prima di tutto perché le parole hanno un senso e un peso precisi. In secondo luogo, perché proprio da Praga, proprio dal 1968-1969, Berlinguer iniziò a chiarire definitivamente che il Pci, i comunisti italiani, il comunismo italiano erano altra cosa dai carrarmati del patto di Varsavia. E in terzo luogo, potremmo aggiungere, perché proprio quel Dubcek che qui Battista evoca rimase sempre legato al Pci, coerente con le posizioni di comunismo democratico difese da Berlinguer. Che andò in quello stesso anno, il 1969, appena eletto vicesegretario, a dire in faccia ai sovietici, a Mosca, le distanze che separavano e che sempre più avrebbero separato comunisti sovietici e italiani. Forse fu fatto vicesegretario e designato a divenire poi segretario del Pci proprio per questo: perché non aveva alcun timore di dire tutto questo in faccia ai sovietici.
Esiste allora davvero – viene da domandarsi – un “complesso del rinnegamento” che fa dire a molti, prima che il gallo canti: “io non lo conosco”, ovvero: “io non sono mai stato comunista”? Sembrerebbe proprio di sì.

Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro

Cronaca dell’iniziativa “Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro” scritta per il quotidiano “il manifesto” da Aldo Garzia

La sua storia e l’eredità politica in un convegno a Roma. Sala del Teatro de’ Servi, via del Tritone a Roma, affollata per il convegno dal titolo “Togliatti e la Costituzione” promosso dall’Associazione Futura Umanità. Tocca subito a Giampasquale Santomassimo tratteggiare la complessa personalità di Togliatti. Lo fa iniziando da un particolare biografico poco conosciuto: “Negli anni 1922-1923, mentre il fascismo si insediava, scomparve e fu Umberto Terracini a chiedergli di farsi vivo. Togliatti passava le giornate studiando, pensando a una seconda laurea e a risolvere il dubbio esistenziale sulla politica come vera vocazione. Togliatti non fu un totus politicus”. Parte da qui una ricostruzione che spiega come il leader comunista fu eletto segretario del Pci solo nel 1946 diventandone ben prima il leader indiscusso, dopo essere stato in Spagna nel corso della guerra civile di fine anni trenta dove imparò sul campo come si debba rispondere al tema delle alleanze sociali e della democrazia, se non si vuole essere sconfitti; poi fu in Francia dove apprese la lezione dei “fronti popolari”. La tesi di Santomassimo è che quel Togliatti che arriva in Italia alla caduta del fascismo è un politico a tutto tondo: aveva nella sua esperienza già accumulato tutte le riflessioni di quella “via italiana al socialismo” e di quel “partito nuovo” che segneranno così fortemente la storia della democrazia italiana e del Pci.

Dall’osservatorio del Teatro de’ Servi, sembrano lontani i tempi in cui Togliatti era personaggio divisivo sia nel confronto tra Pci e Psi (gli anni del craxismo), sia all’interno del Pci (21 agosto 1989, l’articolo dal titolo “C’era una volta Togliatti” su “l’Unità” a firma del filosofo Biagio De Giovanni), sia ancora nel rapporto tra alcuni gruppi della nuova sinistra sessantottina e la politica togliattiana. Nel convegno, tra relazioni e interventi, affiora invece un forte bisogno di togliattismo, inteso come strategia e progetto sociale. Gianni Ferrara, nella sua relazione, propone per esempio l’affascinante tesi di Togliatti “rivoluzionario costituente”, ricordando che fu il solo dei segretari di partito dell’Assemblea costituente che volle far parte della Commissione dei 75 a cui fu affidato il compito di elaborare il progetto di Costituzione. Ferrara ricorda che Togliatti era un giurista. Ciò gli permise di giocare un ruolo di primo piano perfino nella formulazione dei singoli articoli contribuendo a quella vera rivoluzione culturale che fu far poggiare la Carta sulla centralità del lavoro e dei lavoratori ponendo la questione della proprietà in termini nuovi.Palmiro Togliatti
Molti interventi sviluppano approcci particolari alla “questione Togliatti”. Piero Di Siena ricorda come proprio la strategia togliattiana pose in termini inediti il tema dell’unità nazionale. Poi analizza le ultime tappe di riflessione di Togliatti: il discorso a Bergamo del marzo 1963, quando rivolse l’invito ai cattolici al dialogo sui “destini dell’uomo”; il Memoriale di Yalta dove affiora la consapevolezza della crisi del socialismo reale. Luciana Castellina ricorda il Togliatti della svolta di Salerno di fine marzo 1944 che gettò le basi del “partito nuovo e di massa” e dell’accettazione della democrazia come terreno d’azione: “Per lui, il partito era innanzitutto rappresentanza sociale”.
Paolo Ciofi, presidente dell’associazione che ha promosso il convegno, analizza le novità contenute nella strategia della “via italiana al socialismo” e nella Costituzione dove “la società dei proprietari cede il passo alla società dei lavoratori”. Sono sufficienti alcune citazioni di Togliatti nella fase costituente per cogliere la svolta politica: “Siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione”. Ciofi spiega la rivoluzione concettuale operata dal leader comunista su un punto fondamentale: “Libertà del lavoro e libertà della persona si intrecciano, giacché il lavoro, in una sintesi inedita che non contrappone la classe all’individuo, è considerato come fattore costitutivo della personalità”. La democrazia che si organizza, come amava ripetere Togliatti, conclude Ciofi, prende forma con i partiti di massa e si dispiegherà nel progetto di nuova società che non esclude compromessi con l’avversario.
Emanuele Macaluso, autore di un recente libro dedicato a Togliatti, esprime subito una tesi netta: “Senza di lui ci sarebbe stato comunque un partito comunista in Italia ma non avremmo avuto la democrazia italiana. Va riconosciuto senza tentennamenti il ruolo di Togliatti nella storia repubblicana. La straordinaria strategia togliattiana va però in crisi definitiva nel 1989, quando cade l’Urss. Lui aveva mantenuto quel legame e non lo aveva rotto del tutto neppure Enrico Berlinguer che nel 1983 era stato vittima in Bulgaria di un incidente che interpretò come un tentativo di farlo fuori fisicamente”. Quanto all’attualità, Macaluso invita a non rigettare ipotesi di riforma della Costituzione: “Servono i partiti di massa, servono le riforme per far funzionare meglio la democrazia”.
Argomenta Mario Tronti “Togliatti è la politica, chi vuole fare politica a quella scuola deve andare e chi vuole pensare la politica deve fare altrettanto. La Costituzione fu un miracolo politico. Il compromesso, del resto è una modalità della politica, proprio come lo è il conflitto. Oggi è l’assenza dei partiti uno dei mali della situazione”. Secondo Aldo Tortorella, le modalità della svolta occhettiana del 1989 impedirono al Pci di riflettere su se stesso e sui propri errori: “Fummo posti seccamente di fronte a un sì o a un no, senza la possibilità di discutere sul perché avevamo perso. Togliatti e la sua generazione si erano arrovellati sull’avvento del fascismo come regime reazionario di massa”. Dice Tortorella: “Non ci accorgevamo dei cambiamenti della società italiana, non avvertivamo la necessità di rielaborare un programma. Io non mi assolvo, perché ho svolto funzioni dirigenti”.

(da “il manifesto”, 9 novembre 2013)

 Registrazione audio iniziativa:
//www.radioradicale.it/scheda/395617/iframe

Video iniziativa: 
http://libera.tv/2013/11/11/togliatti-e-la-costituzione-labaro-tv/

La registrazione contiene l’apertura dei lavori di Gennaro Lopez. Le relazioni di Giampasquale Santomassimo: “Togliatti verso la Costituzione. Il partito di massa e la democrazia progressiva”; di Gianni Ferrara: “Togliatti costituente. La centralità del lavoro e la questione proprietaria”; di Paolo Ciofi “Togliatti e la via costituzionale per la trasformazione della società: democrazia e socialismo”. Oltre alle relazioni ci sono tutti gli inteventi del dibattito.

Sono intervenuti: Gennaro Lopez (presidente Associazione “Proteo Fare Sapere”), Giampasquale Santomassimo (storico), Alexander Hobel (storico Fondazione Luigi Longo), Carlo Felice Casula (storico), Renzo Martinelli (regista), Angelo Rossi (segretario di LiberAperta, Associazione politica liberale e libertaria di Arezzo), Gianni Ferrara(costituzionalista), Dino Greco (direttore di Liberazione), Piero Di Siena (giornalista), Andrea Catone (componente dell’Associazione Marx ventuno), Luciana Castellina (vicepresidente di EUROVISIONI), Sergio Caserta (consulente aziendale), Paolo Ciofi (presidente Futura Umanità), Emanuele Macaluso (direttore de “Le nuove ragioni del socialismo” e collaboratore de “il Riformista”), Mario Tronti (presidente del Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato), Aldo Tortorella (presidente onorario dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra).