La lezione di don Milani, prete scomodo

Di Lelio La Porta

Il rinvenimento, come da lui scritto sulla chat, da parte del compagno Roberto Del Fiacco di una copia della
Lettera a una professoressa in un cestino della carta a Barbarano Romano, copia peraltro intonsa, ci ha spinto a proporre a tutte e a tutti una riflessioe su don Milani, il prete scomodo del titolo dell’articolo che segue, che scrissi, nel lontano 2003 su la Rinascita della sinistra, settimanale allora diretto da Gianfranco Pagliarulo, oggi Presidente nazionale dell’ANPI. Ripropongo l’articolo senza alcuna modifica facendo, quindi, presente che si potrebbero trovare riferimenti a fatti del tempo: ma quel che conta, credo, è la profonda attualità del messaggio di don Milani in un’epoca come la presente così fortemente segnata da ingiustizie e ineguaglianze.

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non son venuto a portare la pace, ma la spada”: così recita il Vangelo di Matteo. E’ incredibile l’assonanza delle parole pronunciate da Cristo con le seguenti: “Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero”; a pronunciarle è don Lorenzo Milani nelle sue Esperienze pastorali del 1958. E, rivolgendosi ad un altro sacerdote, don Renzo Rossi, esplicita ancor meglio il suo metodo: “Vedi, con la dolcezza raggiungerei soltanto quelli che non hanno bisogno delle mie osservazioni. Con la durezza invece ho la speranza di sconquassare quelli, in buona fede, che non potrei raggiungere. Chi riceve uno schiaffo, se è in mala fede, reagisce male, si ribella. Se invece è in buona fede, viene scosso, e poi è portato a riflettere. Con la dolcezza lo lascerei nell’illusione!”. Le brevi citazioni sono già di per se stesse sufficienti a illustrare un metodo a metà strada fra Cristo e Socrate, in quanto recepisce, dal primo, la necessità di scuotere le coscienze e, dal secondo, la tendenza a partorire uno spirito critico. Eppure proprio la solare chiarezza delle sue appena riportate affermazioni spinge ad interrogarsi su chi fosse, dunque, Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nato il 27 maggio del 1923 in una ricca casa fiorentina da Albano Milani, laureato in chimica, poeta, filologo, conoscitore di sei lingue, e da Alice Weiss, una colta donna di origine ebraica. Un fratello più grande, Adriano, e una sorella più piccola, Elena, completavano la famiglia della quale il più illustre antenato, il bisnonno Domenico Comparetti, era riconosciuto come grande filologo e conoscitore di ben diciannove lingue. Il breve riferimento alla composizione della famiglia non sembra lasciare spazio a dubbi di sorta circa il fatto che don Milani fosse un privilegiato o, come si amava dire un tempo, un figlio di signori.

Il rapporto del giovane Lorenzo con la scuola è già da subito altamente conflittuale al punto che deve sostenere gli esami di ammissione alla terza classe del liceo da privatista: li supera ma soltanto perché è molto bravo nel tema di italiano. Conseguita la maturità, per lui, come accadeva per i rampolli delle famiglie di un certo prestigio (forse succede ancora oggi!), dovrebbero aprirsi le porte dello studio universitario. Lorenzo sarà pur erede di una ricca famiglia, ma ha una testa tutta sua e non va all’Università; preferisce dedicarsi alla pittura. Mentre sta dipingendo uno scorcio di vita fiorentina nei pressi di Palazzo Pitti (siamo in piena seconda guerra mondiale), addenta un panino e si sente apostrofare nel modo seguente da una donna: “non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri!”. L’episodio lo segnerà proprio come il rinvenimento di un messale del quale scriverà ad Oreste Del Buono come segue: “Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?”. Da qui inizia la sua conversione che culminerà con la scelta della vita religiosa che non sarà condivisa dai suoi familiari i quali non parteciperanno alla cerimonia della tonsura.

Il 13 giugno del 1947 il cardinale Elia Dalla Costa lo ordina sacerdote in Santa Maria del Fiore e ad ottobre viene nominato cappellano del proposto don Daniele Pugi a San Donato di Calenzano, un borgo operaio vicino a Prato. Qui, in quanto insegnante di religione nella scuola elementare, inizia il suo contatto diretto con il mondo della scuola. Nota i limiti dei testi e dei metodi tradizionali e comincia a lavorare ad un nuovo testo di catechismo su basi storiche, geografiche e archeologiche; dirà che il miglior commento al Vangelo non può che essere “la scrupolosa ricerca scientifica del vero significato di ogni parola e atto del Signore”. Eppure per lui, così rigorosamente legato alle regole della vita ecclesiastica, l’istruzione religiosa seguiva quella civile e non viceversa; per cui l’obiettivo doveva essere assicurare a tutti un minimo di istruzione necessario per sviluppare quelle capacità che avrebbero consentito la comprensione anche del messaggio religioso. Questa fu la molla che lo spinse a creare la scuola popolare, ossia una scuola serale nella canonica. Va però notato che l’idea della scuola popolare non fu esclusivamente milaniana; infatti l’allora Ministro della Pubblica Istruzione, Guido Gonella, promosse corsi per porre un argine al fenomeno dell’analfabetismo e della scarsa acculturazione dei ceti meno abbienti in un’ottica, però, di emergenza che costituisce l’indubbia differenza rispetto al tentativo di don Milani che vedeva nella scuola popolare una struttura non temporanea ma di lunga durata.

Il 6 dicembre del 1954, pochi giorni dopo la morte di don Pugi, don Milani viene inviato a Sant’Andrea di Barbiana, piccolo borgo del quale era stato nominato priore. Si trattava di una vera e propria punizione; troppi i contrasti accumulati negli anni con la curia fiorentina; troppi i pronunciamenti anticonformisti dal pulpito; la logica dell’esilio per il personaggio scomodo scattò alla prima occasione propizia. Ma da subito cominciò a lavorare per i ragazzi “montanini”: creò una nuova scuola, assistito da due insegnanti, Adele Corradi e Agostino Ammannati. Molto è stato scritto e detto, non sempre con cognizione di causa, sui programmi seguiti nella scuola di don Milani; essendo frequentata da studenti che avrebbero poi sostenuto esami come privatisti, i programmi erano quelli di tutte le scuole della Repubblica; con una differenza, e qui bisogna valutare di che conto essa fosse: l’uso dei libri intesi come fonti da cui partire per operare ricerche e non come parti sparse di un sapere da mandare a memoria per ripeterlo nel modo migliore all’insegnante; la lingua come fondamento della comprensione e della comunicazione, la lingua come arte che va insegnata come qualsiasi altra arte. E’ evidente che, per realizzare un siffatto progetto, c’è bisogno di un maestro all’altezza della situazione, ossia in possesso di una conoscenza così vasta e profonda da poter diventare autentico punto di riferimento per i discenti. Queste qualità don Milani le possedeva in misura ampia e ad esse aggiungeva una consapevolezza di fondo del ruolo dell’insegnante sintetizzabile nell’affermazione seguente: “Dicesi maestro colui che non ha nessun interesse culturale quando è solo”.

Il frutto più famoso della scuola di Barbiana fu indubbiamente la Lettera a una professoressa (1967), uno scritto collettivo di critica ragionata della scuola. Dalla polemica contro gli insegnanti (“Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi”) passando per gli strali contro le interminabili discussioni sui progetti di riforma della scuola (“Discussioni interminabili fra parti che sembravano opposte ed erano uguali”), lo scritto approda a scarne ma limpide proposte: “Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme: 1) Non bocciare. 2) A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo. 3) Agli svogliati basta dargli uno scopo.” Lo strumento che, unico, può realizzare un universo egualitario è la lingua: “Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli”. Ha possibilità di esistenza una scuola riformata nel senso delle riforme di Barbiana? Ha spazio una metodologia intesa come dialogo continuo alla cui base c’è il libro di testo rappresentato dalla realtà quotidiana? Soltanto a condizione che non ci siano più voti, non ci siano soste forzate, che la scuola stessa sia intesa come preparazione alla vita e non agli esami. Se pensiamo che l’ultima riforma della scuola italiana abolisce proprio uno dei fondamenti della scuola di Barbiana, nonché dell’istruzione elementare, ossia il tempo pieno (e il modulo), a tutto vantaggio di chi potrà mandare i propri figli nella scuola privata, unica a potersi permettere il tempo pieno, si capisce quanto spazio ci sia ancora per ripensare l’istruzione in termini di pedagogia democratica.

L’impegno di don Milani non si fermò alla scuola popolare. Dopo nuovi contrasti con l’alto clero a causa delle sue Esperienze pastorali (pubblicata nel 1958, come già scritto in precedenza, l’opera fu ritirata dal commercio su ordine del Sant’Uffizio) e la mancata pubblicazione di un articolo con il quale preannunciava quell’impostazione dei rapporti interni alla Chiesa che sarebbe stata varata dal Concilio Vaticano Il (1962-1965), torna al centro dell’attenzione quando, il 6 marzo del 1965, Rinascita pubblica la sua Risposta ai cappellani militari con la quale difendeva il diritto all’obiezione di coscienza e, soprattutto, in senso lato, il diritto a non obbedire in maniera acritica. Venne sottoposto a processo per apologia di reato insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini; non può partecipare al processo a causa delle pessime condizioni di salute, ma scrive una Lettera ai giudici nella quale si legge, dopo aver evocato Hitler quale esempio di colui al quale si doveva tale e tanta obbedienza da rispondere positivamente a imperativi che avrebbero mandato a morte milioni di ebrei: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”. Vengono assolti, ma in appello Pavolini sarà condannato a cinque mesi e dieci giorni e per don Milani, appena deceduto, il reato sarà considerato estinto “per morte del reo”; il che, tutto sommato, equivalse ad una condanna.

Don Milani muore il 26 giugno del 1967 avendo portato a conclusione un’opera di grande impegno civile per lui così ortodossamente legato alla Chiesa; l’opera, al tirar delle somme, di un rompiscatole, di uno che amava scrivere di se stesso di “star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce”. Mai come in quest’occasione, la parolaccia, lungi dal creare scandalo, serve bene allo scopo per cui è usata: un cazzotto nell’occhio di chi non vuol vedere che esistono ancora oppressi ed oppressori e che l’emancipazione dei primi dal giogo dei secondi è un fatto culturale, inizialmente, e poi un processo politico.

Nel testamento lasciato ai suoi ragazzi don Milani ha scritto: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.

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