Un blocco mediatico pretende il consenso popolare alla guerra

di Fabrizio De Sanctis *

*Presidente Anpi di Roma

dal “Il Fatto Quotidiano”, 24 aprile 2022

Che cosa significa esattamente vincere la guerra? Al quesito implicitamente posto dal Pontefice, in occasione dell’Angelus del 10 aprile, nessuno ha risposto.

Col passare dei giorni e delle settimane la mattanza avviata dal governo russo contro l’Ucraina non accenna a placarsi. Si moltiplicano così le violenze, le atrocità e quegli eccidi che lo sviluppo tecnologico ha portato in dote sui moderni campi di battaglia. Maggiore è il sacrificio di vite umane e minore risulta la disponibilità delle parti a raggiungere compromessi. È così che la via del negoziato e della pace, con cui porre fine alle violenze e alle sofferenze contro i civili ucraini, scompare dall’orizzonte.

Di fronte a questo fatale avvitamento della crisi bellica nessuno sembra concretamente adoperarsi per spegnere un incendio, che rischia di divampare nel vecchio continente e non soltanto.

Di rado capita vedere esponenti di primo piano delle forze armate e della diplomazia ammonire pubblicamente i decisori politici sugli scenari bellici che si stanno determinando. Le voci che invocano prudenza, mediazione e diplomazia non sembrano levarsi eppure ci sono. Lo rivelano molteplici rilevazioni demoscopiche cui si è replicato con la consueta sicumera che “il popolo è minorenne”. Come se non fosse chiaro ai più che la direzione intrapresa anche dal nostro governo, unitamente all’Unione europea e alla Nato, rischia di portare a un coinvolgimento diretto nel conflitto. In assenza di una rapida e decisa sterzata verso il negoziato e la pace, la guerra economica e la fornitura di armi – da sole – delineano una belligeranza di fatto del nostro Paese.

In questa penombra meschina viene bandita ogni logica diversa da quella di Caino: al complesso mediatico-militare spetta allora il compito di alimentare il desiderio di guerra e rintuzzare chi intende limpidamente perseguire il negoziato e la pace e non la vittoria, o peggio la resa. Siano essi il Pontefice, il sindacato, l’Anpi, poco importa: ingenui al meglio, nemici al peggio. Un diversivo con cui occultare precise e circostanziate responsabilità: quale forza politica era gemellata con Russia Unita? Quale presidente del Consiglio riteneva Putin un “dono del Signore”? Quale leader sedeva nel board della più grande società di car sharing in Russia? Chi si complimentava con Putin per la sua quarta elezione a presidente, segnalando l’“inequivocabile” volontà popolare? E che dire di quelle testate che stilano liste di proscrizione i cui inserti erano finanziati dai russi e i cui proprietari hanno dovuto attendere 54 giorni di guerra per interrompere la produzione in Russia?

Solleticare gli umori più cupi di una popolazione prostrata da una gravissima crisi economica, nel tentativo di suscitare un consenso popolare alla guerra, è pericolosissimo. Storicamente, infatti, questi movimenti d’opinione si sa dove nascano ma non si sa dove portino: più che illudersi di poterli indirizzare assecondandoli, occorre risolutamente contrastarli prima che forze scioviniste e reazionarie, verso cui sono naturalmente protesi, possano assumerne la piena direzione.

Assillo dei democratici e degli antifascisti, pur nella pluralità di punti di vista, dev’essere il negoziato e la pace. Da intendersi come un obiettivo politico concreto e non invece una mera declamazione ideale. Del resto nell’epoca nucleare, come fu già chiaro in occasione della crisi di Cuba alle culture politiche della Resistenza e della Costituzione, la pace diventa un valore supremo, assoluto, prioritario.

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