L’assemblea della nostra associazione si terrà a Roma sabato 16 febbraio, presso la l’Associazione culturale Enrico Berlinguer in viale Opita Oppio 24 00174 Roma (metro A Porta Furba), alle ore 9,30 in prima convocazione e, in seconda convocazione, dalle ore 10,00 alle ore 13,30, col seguente o.d.g.:
1. Ruolo dell’Associazione e programma delle iniziative per l’anno in corso;
2. Rinnovo delle cariche sociali;
3. Approvazione del bilancio consuntivo
4. Modifiche statutarie
5. Varie ed eventuali.
Data la rilevanza dei temi in discussione e delle scelte da compiere, è auspicabile la più ampia partecipazione.
In caso di impossibilità a partecipare è possibile inviare la delega.
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Dittatura del proletariato. Secondo “la Repubblica
La disoccupazione non si ferma. Si intensifica lo sfruttamento degli esseri umani e si distrugge la natura. I morti sul lavoro aumentano e i più disperati della terra, uomini e donne, affogano in mare. Crescono le rendite, diminuiscono i salari. La precarietà dilaga, si diffonde la povertà e si concentra la ricchezza. Le disuguaglianze sono al top. Non è un bel vedere, e si direbbe che questo è l’effetto della dittatura del capitale, sempre e ovunque orientato all’ottenimento del massimo profitto. E invece no, è vero il contrario: stiamo vivendo «nella transizione fra capitalismo e comunismo», ossia nella dittatura del proletariato preconizzata da Marx.
È la scoperta epocale del filosofo (senza offesa per la categoria) Maurizio Ferraris dell’università di Torino. Il quale sostiene che «i populismi contemporanei» altro non sono che «la realizzazione della dittatura del proletariato». Per cui, equiparando il populismo al comunismo, «nulla è più ingannevole» del paragone tra il populismo e il fascismo.
Cosa si può dire di questa inarrivabile vacanza del pensiero, che pasticciando con le formule fa piazza pulita della realtà? Sicuramente che è un’altra dimostrazione, meschina ma significativa, del fallimento intellettuale e morale, prima ancora che politico, di una intera classe dirigente. Non per caso, sotto il titolo Nell’età della rabbia rivive la dittatura del proletariato, a questa falsificante vacanza filosofica dedica un’intera pagina la Repubblica, organo dichiarato della sinistra del capitale. Il cui proprietario, non dimentichiamolo, è uno dei più celebri speculatori, prima tessera del Pd e noto mallevadore dello sfasciacarrozze Matteo Renzi.
Complimenti, avanti così. E sentite condoglianze.
Paolo Ciofi
http://www.paolociofi.it
SANTIAGO ITALIA
Il bellissimo documentario di Nanni Moretti “Santiago Italia” appena uscito nelle sale ripercorre le vicende del golpe cileno dell’11 settembre 1973 con immagini d’ epoca e interviste ai rifugiati accolti in Italia grazie all’ impegno e alla mobilitazione di numerose associazioni e in primo luogo del Partito Comunista Italiano. Le immagini delle imponenti manifestazioni contro la dittatura militare di Pinochet che si svolsero in tante città italiane, ci rimandano ad una Italia profondamente diversa da quella attuale, un’ Italia in cui l’accoglienza e la solidarietà erano valori considerati universali e patrimonio della maggior parte degli italiani. Uno dei testimoni intervistati nel film definisce “belli” gli anni della militanza socialista: e ciò che li rendeva tali era la capacità di agire collettivamente per spendersi a favore degli altri.
E l’ultima intervista che chiude il film è ad un rifugiato che vive i Italia che dice “Vedo che l’Italia oggi assomiglia sempre di più al Cile”.
Riteniamo utile soprattutto per le nuove generazioni riportare nel nostro archivio i tre articoli di Berlinguer apparsi sul Rinascita nel settembre/ottobre 1973

PIU’ LIBRI PIU’ LIBERI

MARX E GLI OROSCOPI
Nella discussione su Marx e il capitale come rapporto sociale ci si domanda anche «che fine farebbe l’iniziativa privata […] in una società in cui venisse abolito il cosiddetto “plusvalore” (senza il quale nessuna iniziativa privata potrebbe esistere)». E la risposta che si dà non lascia scampo, giacché «senza iniziativa privata il mondo tornerebbe indietro di millenni, e crollerebbe su se stesso». Dunque, il “cosiddetto plusvalore” dovremmo tenercelo e coltivarlo con amore depositando il Moro di Treviri nel cestino dei rifiuti. Ne va della nostra stessa vita.
Ma di che parliamo? Non certo dell’analisi marxiana del capitale, che si regge sullo sfruttamento umano e della natura, ossia sul plusvalore generato dal pluslavoro di chi possiede solo le capacità fisiche e intellettuali del proprio corpo, la forza-lavoro materiale e immateriale che viene venduta in cambio dei mezzi per vivere. Qui siamo in presenza di un immaginario e falsificante luogo comune, secondo il quale Marx avrebbe affossato l’iniziativa privata, vale a dire l’ingegno e la creatività degli esseri umani. Esattamente il contrario del suo pensiero e della sua pratica politica.
Il plusvalore generato dal pluslavoro eccedente la normale riproduzione della forza-lavoro degli individui ha a che fare nell’analisi marxiana non con l’iniziativa privata dei medesimi individui, ma con l’accumulazione del capitale. Con un processo sociale nel quale, grazie alla separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro, mentre si realizzano nel mercato le merci che incorporano il plusvalore a beneficio del proprietario dei mezzi di produzione, si riproduce in pari tempo il rapporto di proprietà. Questo è il centro del problema: il plusvalore nell’analisi di Marx è causa ed effetto della proprietà capitalistica, il convitato di pietra innominato e intoccabile. Oggi dominante ma decadente.
Nella visione del pensatore e rivoluzionario che ha lottato per cambiare il mondo, il comunismo è il regno della libertà, nel quale gli uomini e le donne possono espandere e arricchire i loro talenti proprio perché cambia la natura dell’accumulazione della ricchezza. Nella nuova condizione sociale infatti, detratti i fondi per la sostituzione dei mezzi di produzione e per la riproduzione della forza lavoro ai più alti livelli della scienza e della tecnica, il surplus generato dal lavoro sociale viene impiegato non già per il profitto di pochi ma per il benessere e l’incivilimento individuale e collettivo.
Al di là di ogni semplificazione degli epigoni, il superamento del capitalismo si configura quindi come un processo di portata storica non lineare, bensì complesso e contradittorio, in cui è essenziale mettere in moto un movimento reale che cambi lo stato di cose presente. Rovesciando il monopolio di una ristretta minoranza di proprietari universali sui mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio materiali e immateriali. Istituendo invece e coordinando, lungo una fase di transizione che può delinearsi non breve, diverse forme di proprietà e di gestione della ricchezza e dei beni naturali.
È troppo comodo, e anche ingeneroso, incolpare Marx della inconsistenza attuale e della sconfitta storica subita dal movimento dei lavoratori nel Novecento. Soprattutto perché, nella sua visione, fondamentale è il fattore soggettivo, la capacità di organizzazione e di lotta degli sfruttati che debbono costituirsi in partito politico, se – come egli sostiene – «ogni lotta di classe è lotta politica». Condizioni, queste, che certamente nel mondo di oggi Carlo Marx non ci può dare.
Chi continua ad agitare il suo spauracchio con il risultato di consolidare il monopolio della proprietà privata capitalistica e la dittatura del capitale in ogni angolo del pianeta e in tutti campi delle attività umane si rilegga la Costituzione italiana, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica. In particolare gli articoli 41, 42, 43. Nei quali si stabilisce che l’iniziativa privata non può recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana; che la proprietà è pubblica o privata e questa deve svolgere una funzione sociale rendendola accessibile a tutti; che comunità di lavoratori o di utenti possono gestire determinate categorie di imprese a fini di utilità generale.
Un’ utile lettura è anche il libro di Luciano Gallino del 2015 intitolato Il denaro, il debito e la doppia crisi. Dove si sostiene che c’è bisogno in Europa di «cambiare il capitalismo», «sostituendolo con un inedito genere di socialismo democratico, o social-ecologico (oppure conferendogli, perché no, un nome affatto nuovo, visto il tradimento dei loro ideali costitutivi compiuto dalle socialdemocrazie europee dopo gli anni Ottanta)». E che per questo c’è bisogno di un nuovo soggetto politico che faccia asse sulla classe lavoratrice del nostro tempo. È la risposta che il sociologo torinese dà alla sua stessa domanda: «Se la politica la fa il capitale, come si può fare politica per opporsi al capitale»?
Non sembra molto difficile da capire. Ma a leggere certe “scoperte” viene voglia di dare ragione a Manuel Vazquez Montalban: «Si abbandona il marxismo e si finisce per credere agli oroscopi, senza sapere distinguere il bene dal male».
Paolo Ciofi
http://www.paolociofi.it
RISPOSTA A F.B
Prendendo di petto la mia introduzione alla giornata di studio su Marx e il capitale come rapporto sociale del 18 ottobre scorso all’Università Roma Tre, Franco Bianco dichiara: a) che «Ciofi pensa ancora che il lavoro sia quello dell’epoca fordista»: b) che le analisi di Marx «non sono più, oggi, né valide né applicabili».
Per quanto mi riguarda, ho sempre sostenuto, e continuo a sostenere, che per effetto della rivoluzione elettronica e digitale cambia la nozione stessa del tempo e dello spazio, e quindi il modo di lavorare e di vivere, con una diffusione enorme del lavoro cognitivo e intellettuale. E con tutte le conseguenze che ciò comporta sul terreno sociale e politico.
Per quanto riguarda Marx, si tratta di stabilire cosa sia il capitale oggi, nell’epoca della sua dittatura, come ha scritto un famoso politologo americano. Se sia un dato puramente tecnico, come ritiene FB, o se invece, come sosteneva l’autore del Capitale, sia un rapporto tra gli esseri umani storicamente determinato in continua evoluzione in conseguenza delle continue conquiste della scienza e della tecnica.
Nel quale una minoranza monopolizza i mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio con lo scopo di ottenere un profitto. Mentre la stragrande maggioranza monopolizza solo le proprie soggettive capacità fisiche e intellettuali, la forza-lavoro messa in vendita in cambio dei mezzi per vivere. Un sistema che si regge sullo sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani sulla base di determinati rapporti di proprietà.
Si domanda retoricamene il puntuto critico di Carlo Marx: ma il plusvalore è un male in sé? La risposta è semplice. Il plusvalore è il fondamento della accumulazione capitalistica in questo sistema in cui le innovazioni scientifiche e tecnologiche servono per intensificare il lavoro ed estendere lo sfruttamento. Con il risultato di concentrare profitti e ricchezza, e di accrescere enormemente le disuguaglianze diffondendo precarietà e insicurezza.
Non è scritto da nessuna parte che debba essere così. E tanto meno nella nostra Costituzione. Ma oggi la digitalizzazione del capitale ha prodotto big della finanza globalizzata e della comunicazione come Facebook, Google, Apple, Amazon, che non solo sfruttano il lavoro in tutte le sue forme, ma monopolizzano le conoscenze e il sapere, condizionando ogni aspetto della nostra vita. E’ ovvio che la società contemporanea non si riduce a questo, e tuttavia questo è l’aspetto fondamentale che caratterizza oggi il mondo.
Cosa ci dice in proposito FB? La sua tesi è semplice: identificando lo sfruttamento del lavoro con il lavoro fordista, ne consegue che se scompare il lavoro fordista scompare anche lo sfruttamento del lavoro. Una tesi priva di qualsiasi riscontro con la realtà, ma in pari tempo una “scoperta” fantastica a beneficio del dominio del capitale. In Italia acquisita tra i primi dal filosofo soi-disant riformista Biagio De Giovanni, passato dall’analisi del marxismo al servizio del renzismo.
Un testa-coda del pensiero, che però ha avuto due conseguenze distruttive per la vita della maggioranza degli italiani e delle italiane, e per la stessa tenuta della democrazia, da cui non riusciamo a risollevarci. Da una parte, la liquidazione dell’organizzazione e della rappresentanza politica della classe lavoratrice del nostro secolo; dall’altra, la trasformazione della sinistra riformista in una disordinata truppa di complemento al servizio del capitale.
Il barbone di Treviri sosteneva che ogni lotta di classe è lotta politica. E oggi, uno del ramo, il multimiliardario Warren Buffett, sostiene che la lotta di classe esiste e l’hanno vinta loro. Caro Franco Bianco, questa è la realtà. Per uscirne è indispensabile, prima di tutto, capire in che mondo viviamo. Torna la domanda che poco prima di morire ci ha posto Luciano Gallino: «Se la politica la fa il capitale, come si può fare politica per opporsi al capitale»?
Paolo Ciofi
http://www.paolociofi.it