Di Vittorio, La Costituzione e la via italiana al socialismo

“Il fatto che il Partito contribuì attivamente a elaborare la Costituzione e la votò, conferma che sin da allora abbiamo marciato sulla via italiana al socialismo.
Il dato che caratterizza la via italiana al socialismo è la nostra dichiarazione solenne, contenuta nei punti programmatici, secondo cui nella situazione dell’Italia si può giungere al socialismo per via democratica nell’ambito della Costituzione e mediante la sua attuazione, senza guerra civile.
Questo è il nostro proponimento: Ma se le forze conservatrici e reazionarie si opporranno con la violenza, violando la Costituzione, come fecero con Crispi, con Pelloux e con il fascismo, noi rintuzzeremo questa violenza.
L’importanza che assume questa impostazione è quella di far cadere alcune barriere ideologiche fra noi, i socialisti, i socialdemocratici e i democratici in genere e di rendere possibile una vasta unione delle forze proletarie e popolari.
L’impegno che ne consegue per tutti noi è quello di conquistare la maggioranza del popolo lavoratore alla causa del socialismo verso la democrazia, che è la condizione indispensabile del grande progresso generale della società umana.
Noi vogliano sperimentare vie diverse, ma non per un periodo transitorio o come mero fatto tattico. La via italiana al socialismo non è un espediente furbesco, come pensa il compagno Melpignano, ma costituisce una grande scelta strategica.
No. Non è assolutamente vero che non possono essere vie nazionali. Gli esempi della Cina e della Jugoslavia danno ragione della diversità delle vie.

Se ci ricordiamo – noi, compagni della mia generazione – qual era lo stato di miseria nera, di ignoranza, di disgregazione, di umiliazione in cui vivevano alcuni decenni orsono, e confrontiamo le condizioni di allora con quelle attuali, che pure sono tuttavia misere, possiamo esser fieri del lavoro compiuto, delle lotte condotte, dei sacrifici accettati.
Noi abbiamo trasformato una plebe informe, priva di volontà e di una qualsiasi prospettiva, dedita alla rissa, trattata come bestiame, affamata, in una massa di uomini organizzati, consapevole dei propri diritti sociali e umani, l’abbiamo trasformata in popolo civile.
A questa massa noi abbiamo dato un ideale di riscatto, di giustizia e di superiore civiltà e fraternità umana.
A questa massa abbiamo dato una dignità e una personalità; l’abbiamo immessa nella storia, ne abbiamo fatto il motore del progresso umano”

Intervento conclusivo di Giuseppe Di Vittorio al decimo congresso provinciale del Pci di Capitanata, Foggia, 27 nov. 1956

(Letto da Paolo Ciofi  all’Assemblea dei soci della nostra Associazione)

ASSEMBLEA ANNUALE DI FUTURA UMANITA’

L’assemblea della nostra associazione si terrà a Roma sabato 16 febbraio, presso la l’Associazione culturale Enrico Berlinguer in viale Opita Oppio 24 00174 Roma (metro A Porta Furba), alle ore 9,30 in prima convocazione e, in seconda convocazione, dalle ore 10,00 alle ore 13,30, col seguente o.d.g.:
1. Ruolo dell’Associazione e programma delle iniziative per l’anno in corso;
2. Rinnovo delle cariche sociali;
3. Approvazione del bilancio consuntivo
4. Modifiche statutarie
5. Varie ed eventuali.
Data la rilevanza dei temi in discussione e delle scelte da compiere, è auspicabile la più ampia partecipazione.
In caso di impossibilità a partecipare è possibile inviare la delega.

Dittatura del proletariato. Secondo “la Repubblica

La disoccupazione non si ferma. Si intensifica lo sfruttamento degli esseri umani e si distrugge la natura. I morti sul lavoro aumentano e i più disperati della terra, uomini e donne, affogano in mare. Crescono le rendite, diminuiscono i salari. La precarietà dilaga, si diffonde la povertà e si concentra la ricchezza. Le disuguaglianze sono al top. Non è un bel vedere, e si direbbe che questo è l’effetto della dittatura del capitale, sempre e ovunque orientato all’ottenimento del massimo profitto. E invece no, è vero il contrario: stiamo vivendo «nella transizione fra capitalismo e comunismo», ossia nella dittatura del proletariato preconizzata da Marx.
È la scoperta epocale del filosofo (senza offesa per la categoria) Maurizio Ferraris dell’università di Torino. Il quale sostiene che «i populismi contemporanei» altro non sono che «la realizzazione della dittatura del proletariato». Per cui, equiparando il populismo al comunismo, «nulla è più ingannevole» del paragone tra il populismo e il fascismo.
Cosa si può dire di questa inarrivabile vacanza del pensiero, che pasticciando con le formule fa piazza pulita della realtà? Sicuramente che è un’altra dimostrazione, meschina ma significativa, del fallimento intellettuale e morale, prima ancora che politico, di una intera classe dirigente. Non per caso, sotto il titolo Nell’età della rabbia rivive la dittatura del proletariato, a questa falsificante vacanza filosofica dedica un’intera pagina la Repubblica, organo dichiarato della sinistra del capitale. Il cui proprietario, non dimentichiamolo, è uno dei più celebri speculatori, prima tessera del Pd e noto mallevadore dello sfasciacarrozze Matteo Renzi.

Complimenti, avanti così. E sentite condoglianze.
Paolo Ciofi
http://www.paolociofi.it

SANTIAGO ITALIA

 

Il bellissimo documentario di Nanni Moretti “Santiago Italia” appena uscito nelle sale ripercorre le vicende del golpe cileno dell’11 settembre 1973 con immagini d’ epoca e interviste ai rifugiati accolti in Italia grazie all’ impegno e alla mobilitazione di numerose associazioni e in primo luogo del Partito Comunista Italiano. Le immagini delle imponenti manifestazioni contro la dittatura militare di Pinochet che si svolsero in tante città italiane, ci rimandano ad una Italia profondamente diversa da quella attuale, un’ Italia in cui l’accoglienza e la solidarietà erano valori considerati universali e patrimonio della maggior parte degli italiani. Uno dei testimoni intervistati nel film definisce “belli” gli anni della militanza socialista: e ciò che li rendeva tali era la capacità di agire collettivamente per spendersi a favore degli altri.
E l’ultima intervista che chiude il film è ad un rifugiato che vive i Italia che dice “Vedo che l’Italia oggi assomiglia sempre di più al Cile”.

Riteniamo utile soprattutto per le nuove generazioni riportare  nel nostro archivio i tre articoli di Berlinguer apparsi sul Rinascita nel settembre/ottobre 1973

MARX E GLI OROSCOPI

Nella discussione su Marx e il capitale come rapporto sociale ci si domanda anche «che fine farebbe l’iniziativa privata […] in una società in cui venisse abolito il cosiddetto “plusvalore” (senza il quale nessuna iniziativa privata potrebbe esistere)». E la risposta che si dà non lascia scampo, giacché «senza iniziativa privata il mondo tornerebbe indietro di millenni, e crollerebbe su se stesso». Dunque, il “cosiddetto plusvalore” dovremmo tenercelo e coltivarlo con amore depositando il Moro di Treviri nel cestino dei rifiuti. Ne va della nostra stessa vita.
Ma di che parliamo? Non certo dell’analisi marxiana del capitale, che si regge sullo sfruttamento umano e della natura, ossia sul plusvalore generato dal pluslavoro di chi possiede solo le capacità fisiche e intellettuali del proprio corpo, la forza-lavoro materiale e immateriale che viene venduta in cambio dei mezzi per vivere. Qui siamo in presenza di un immaginario e falsificante luogo comune, secondo il quale Marx avrebbe affossato l’iniziativa privata, vale a dire l’ingegno e la creatività degli esseri umani. Esattamente il contrario del suo pensiero e della sua pratica politica.
Il plusvalore generato dal pluslavoro eccedente la normale riproduzione della forza-lavoro degli individui ha a che fare nell’analisi marxiana non con l’iniziativa privata dei medesimi individui, ma con l’accumulazione del capitale. Con un processo sociale nel quale, grazie alla separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro, mentre si realizzano nel mercato le merci che incorporano il plusvalore a beneficio del proprietario dei mezzi di produzione, si riproduce in pari tempo il rapporto di proprietà. Questo è il centro del problema: il plusvalore nell’analisi di Marx è causa ed effetto della proprietà capitalistica, il convitato di pietra innominato e intoccabile. Oggi dominante ma decadente.
Nella visione del pensatore e rivoluzionario che ha lottato per cambiare il mondo, il comunismo è il regno della libertà, nel quale gli uomini e le donne possono espandere e arricchire i loro talenti proprio perché cambia la natura dell’accumulazione della ricchezza. Nella nuova condizione sociale infatti, detratti i fondi per la sostituzione dei mezzi di produzione e per la riproduzione della forza lavoro ai più alti livelli della scienza e della tecnica, il surplus generato dal lavoro sociale viene impiegato non già per il profitto di pochi ma per il benessere e l’incivilimento individuale e collettivo.
Al di là di ogni semplificazione degli epigoni, il superamento del capitalismo si configura quindi come un processo di portata storica non lineare, bensì complesso e contradittorio, in cui è essenziale mettere in moto un movimento reale che cambi lo stato di cose presente. Rovesciando il monopolio di una ristretta minoranza di proprietari universali sui mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio materiali e immateriali. Istituendo invece e coordinando, lungo una fase di transizione che può delinearsi non breve, diverse forme di proprietà e di gestione della ricchezza e dei beni naturali.
È troppo comodo, e anche ingeneroso, incolpare Marx della inconsistenza attuale e della sconfitta storica subita dal movimento dei lavoratori nel Novecento. Soprattutto perché, nella sua visione, fondamentale è il fattore soggettivo, la capacità di organizzazione e di lotta degli sfruttati che debbono costituirsi in partito politico, se – come egli sostiene – «ogni lotta di classe è lotta politica». Condizioni, queste, che certamente nel mondo di oggi Carlo Marx non ci può dare.
Chi continua ad agitare il suo spauracchio con il risultato di consolidare il monopolio della proprietà privata capitalistica e la dittatura del capitale in ogni angolo del pianeta e in tutti campi delle attività umane si rilegga la Costituzione italiana, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica. In particolare gli articoli 41, 42, 43. Nei quali si stabilisce che l’iniziativa privata non può recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana; che la proprietà è pubblica o privata e questa deve svolgere una funzione sociale rendendola accessibile a tutti; che comunità di lavoratori o di utenti possono gestire determinate categorie di imprese a fini di utilità generale.
Un’ utile lettura è anche il libro di Luciano Gallino del 2015 intitolato Il denaro, il debito e la doppia crisi. Dove si sostiene che c’è bisogno in Europa di «cambiare il capitalismo», «sostituendolo con un inedito genere di socialismo democratico, o social-ecologico (oppure conferendogli, perché no, un nome affatto nuovo, visto il tradimento dei loro ideali costitutivi compiuto dalle socialdemocrazie europee dopo gli anni Ottanta)». E che per questo c’è bisogno di un nuovo soggetto politico che faccia asse sulla classe lavoratrice del nostro tempo. È la risposta che il sociologo torinese dà alla sua stessa domanda: «Se la politica la fa il capitale, come si può fare politica per opporsi al capitale»?
Non sembra molto difficile da capire. Ma a leggere certe “scoperte” viene voglia di dare ragione a Manuel Vazquez Montalban: «Si abbandona il marxismo e si finisce per credere agli oroscopi, senza sapere distinguere il bene dal male».
Paolo Ciofi
http://www.paolociofi.it