La cultura della Costituzione per ripensare la sinistra

Articolo di Paolo Ciofi | Scritto per Malacoda, webzine, il 9 aprile 2017
La sinistra e il senso dell’alternativa. La Costituzione come progetto di cambiamento e la lotta per la sua applicazione. Una grande campagna di acculturazione costituzionale nei luoghi di studio e di lavoro

  1. Sinistre, sinistra e il senso dell’alternativa.

La sconfitta del capo del governo e segretario del Pd nel referendum istituzionale, che ha respinto – dopo quello messo in atto da Silvio Berlusconi – il secondo tentativo di conformare la Costituzione sugli interessi di una minoranza dominante organica al capitale finanziario, è stata clamorosa per effetto di una forte e inattesa (dagli esperti) partecipazione democratica seppure diversamente motivata. E ha aperto una stagione piuttosto convulsa di congressi, di fondazioni e separazioni, nonché di intenzioni spesso divergenti, nello schieramento del sistema politico denominato di sinistra. Cerchiamo allora, prima di tutto, di fare il punto su una situazione che al momento appare piuttosto confusa e tutt’altro che consolidata.

In estrema sintesi, il quadro si presenta ai nostri occhi con i tratti che seguono. È nata Sinistra italiana, fuoriuscita dal travaglio doloroso di Sel, il partito di Nichi Vendola, il cui scopo consiste «nel costruire una sinistra di tutte e di tutti, radicale, credibile, autonoma, popolare». Ma che, nel momento stesso in cui è venuta alla luce, ha perso una parte non irrilevante di se medesima, confluita nelle file di coloro i quali, a loro volta, fuoriusciti dal Pd di Matteo Renzi, hanno dato luogo a un’altra formazione politica. Con travagli più o meno dolorosi come quelli di Massimo D’Alema e poi di Pier Luigi Bersani.

Sebbene lo statista di Rignano sull’Arno confermi di voler procedere senza tentennamenti sulla linea del referendum costituzionale, bocciata secondo lui non perché era sbagliata ma perché il Pd non è riuscito «a far capire quanto fosse importante per l’Italia la riforma», l’obiettivo strategico del raggruppamento Articolo uno-Movimento democratici e progressisti sembra essere oggi quello di «un centro sinistra largo», come ha sostenuto Bersani. Cioè di un’alleanza di governo con il partito di Renzi, dal quale lo stesso Bersani alla fine è fuggito.

Una strategia alquanto contraddittoria, che in conclusione si risolve, a quanto sembra, in una tattica governista di non grande respiro, sebbene al momento non sia chiaro il destino del Pd e tutto lo schieramento politico sia in fibrillazione in vista delle elezioni politiche. Comunque, in attesa anche di ciò che deciderà di fare con il suo campo progressista l’avvocato Giuliano Pisapia, il quale a sua volta è in attesa di sapere se Renzi continuerà ad allearsi con il pluricondannato Denis Verdini o se invece si rivolgerà a specchiate persone della sinistra di governo, nel Mdp è emersa una divergenza non da poco sulla valutazione del Movimento 5 Stelle, e quindi sulla opportunità di aprire un dialogo o di alzare le saracinesche nei suoi confronti.

In questo quadro assai mosso, nel quale gli schieramenti prevalgono sui contenuti e sono visibili tendenze diverse se non addirittura opposte, Paolo Ferrero ha rilanciato al recente congresso di Rifondazione comunista, nella sua ultima relazione da segretario, un appello per dare vita a «un soggetto unitario della sinistra antiliberista, autonoma e alternativa al Pd». Dopo che, nel giugno 2016, si è costituito un altro piccolo partito della sinistra, denominato PCI, dalla trasformazione del PCdI e da militanti della stessa Rifondazione. Sostiene Ferrero che c’è bisogno di «un soggetto unitario e plurale», il quale, «senza chiedere scioglimenti a chicchessia, si presenti alle elezioni con un simbolo costante nel tempo e sia in grado di sviluppare iniziativa su tutti i nodi politici e sociali».

Una proposta non nuova, di fatto lasciata cadere dai principali attori del dramma che ormai in chiave farsesca sembra ripetersi a sinistra, e ripresa solo da Pippo Civati. Una indicazione, peraltro, che può essere utile, come è accaduto in alcune città, per presentare liste unitarie nei territori dove si sono compiute esperienze comuni, ma che appare insufficiente per costruire un’alternativa politico-culturale ed economico-sociale al dominio totalitario del capitale. Il quale – non dimentichiamolo – nella fase della globalizzazione finanziaria, vale a dire nella massima espressione del suo trionfo, tende a distruggere l’equilibrio naturale del pianeta per effetto delle sue interne contraddizioni, e a sottomettere e svalorizzare gli esseri umani, comprati e venduti al mercato come ogni altra merce, o lasciati deperire nell’esclusione e nell’abbandono perché non funzionali alla realizzazione del profitto. Questo è il brillante risultato ottenuto dalla illimitata libertà del capitale, vale a dire dalla sua dittatura: gli esseri umani al servizio dell’economia, non l’economia al servizio degli esseri umani. In Europa e nel mondo, e così anche in Italia.

In tale condizione, dobbiamo constatare che nell’insieme gli orientamenti oggi prevalenti nel variegato mondo denominato di sinistra tendono, come nel passato, a porre in primo piano la questione elettorale, e quindi del governo. Sottostimando il tema cruciale posto dal persistere drammatico della crisi, che reclama una alternativa al sistema dominante, di conseguenza la costruzione di una sinistra in grado di misurarsi con le contraddizioni nuove della modernità capitalistica, e dunque con le concrete condizioni materiali e ideali in cui vive la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Come se il governo fosse il fine ultimo, l’obiettivo prioritario in sé indipendente dai contenuti, e non strumento per cambiare la società, che una sinistra non imbozzolata nella gestione (più o meno astuta) dell’esistente dovrebbe assumere.

Che senso ha oggi dirsi di sinistra se non ci si misura con le mutazioni profonde, peraltro in perenne movimento, che coinvolgono congiuntamente il capitale e il lavoro? Se non si lotta per dare organizzazione, rappresentanza e rappresentazione, alle lavoratrici e ai lavoratori del nuovo secolo, generati dalla rivoluzione scientifica e digitale in atto, che non abolisce il lavoro, ma cambia il modo di lavorare, di comunicare, di vivere? Se non si offre dignità e speranza, libertà e uguaglianza a tutti coloro i quali, bianchi, gialli e neri, uomini e donne, giovani e vecchi, di qualsiasi fede religiosa, per vivere hanno bisogno di lavorare? Se ai ceti intermedi impoveriti e a tutti coloro che soffrono per la crisi non si offre una sponda di vicinanza e di solidarietà? Se tutti insieme non si lotta per una civiltà più avanzata, oltre le colonne d’Ercole di un capitalismo decadente, e perciò feroce e distruttivo? Questo tema è nelle cose. E va posto con intelligenza e duttilità, al tempo stesso con la determinazione necessaria, se non si vuole che prevalgano forze nazionaliste, di destra e fascistiche, che attizzano la concorrenza e la guerra tra poveri. Con attenzione occorre guardare all’elettorato popolare, in particolare a quello dei 5 Stelle, che non sono la causa della crisi, ma il prodotto contraddittorio della crisi e di una politica asservita e corrotta che l’hanno aggravata.

2. Il riformismo è morto, seve una nuova cultura.

Lasciamo andare le dissertazioni più o meno interessate sul populismo e restiamo ai fatti. Con la bocciatura della controriforma costituzionale da parte degli italiani, e con il successivo strappo di D’Alema e Bersani, è venuto in chiaro senza possibilità di equivoci il fallimento di un’operazione nata alla Bolognina il 12 novembre 1989 e conclusasi il 4 dicembre 2016. Doveva nascere una nuova sinistra di governo cancellando il Pci, si è prodotta invece la mutazione genetica della sinistra, con la conseguente espulsione del lavoro dal sistema politico. Fino al tentativo di mettere in discussione anche formalmente la Costituzione, vale a dire l’impianto democratico del Paese che proprio nel lavoro trova il suo fondamento.

In definitiva Renzi e il renzismo sono il prodotto del fallimento di un’intera classe dirigente, che ignorando la portata innovativa della Costituzione si è rivelata incapace di progettare il futuro dell’Italia e dell’Europa nella fase della globalizzazione del capitale. Dopo aver toccato con l’approvazione della Carta del 1948 e con le lotte per la sua effettiva applicazione la vetta più alta del nostro tormentato cammino verso la libertà e l’uguaglianza, muovendo da Occhetto e passando per D’Alema e Veltroni, inventore del partito a vocazione maggioritaria come espressione della borghesia dominante secondo il modello americano, siamo pervenuti con Renzi a una vera e propria retrocessione verso il passato, che rompe con l’interclassismo della vecchia Dc e ha ben poco a che vedere con la predicazione di papa Bergoglio. Vale a dire, al tentativo di stabilizzare la libertà totalizzante del capitale all’interno di un sistema politico monoclasse, garantendo l’alternanza tra diverse componenti della borghesia dominante rinnovata nei metodi e negli assetti del potere. Il tutto mascherato da un linguaggio demagogico e falsificante, volto a far apparire di sinistra ciò che nei contenuti e nei metodi di governo è sostanzialmente di destra,

A questo esito si è giunti per effetto di due processi concomitanti che hanno coinvolto la sinistra. Da una parte, sul fronte della sinistra cosiddetta governista, invece di muovere dai principi costituzionali per dare nuova linfa e contenuti più avanzati alla democrazia, il Pd si è blindato all’interno di vecchi assiomi liberali: la non trasformabilità del sistema, assunto come un dato di natura e come se il capitalismo fosse l’approdo definitivo della storia; l’abbandono dell’analisi di classe della società, considerata una somma di individui privi di qualità sociale; la presa di distanza dalla cultura della Costituzione come progetto di cambiamento, fondato sulla democrazia progressiva e sulla partecipazione popolare. Come è noto, è stato il compianto Alfredo Reichlin a osservare che il Pd ha confuso il riformismo con il liberismo. Ma in tal modo si è diffusa una crisi democratica devastante, aggravata dal ricorso a leggi elettorali maggioritarie, che trasformano una minoranza di elettori in maggioranza assoluta degli eletti.

D’altro canto, sul fronte opposto della sinistra cosiddetta alternativista, è emersa chiaramente l’assenza di una strategia adatta alla trasformazione della società nell’Occidente avanzato, in Italia e in Europa. Ignorata di fatto quella tendenza del marxismo creativo, che da Gramsci attraverso Togliatti e Longo conduce fino a Berlinguer, e messo quindi in parentesi il progetto di nuova società delineato dalla Costituzione considerata poco più di un ammenicolo neoborghese, questa sinistra, nonostante l’impegno generoso di tanti e tante militanti, non è riuscita a uscire da uno stato di minorità politica e culturale, pur dichiarandosi rappresentante della classe operaia che però non l’ha riconosciuta come tale.

Perciò occorre un taglio netto rispetto al passato. Non serve la riproposizione, trita e ritrita, del riformismo. Cosa significa oggi riformismo? Una parola malata, ha osservato il vecchio riformista Cofferati, perché concausa della crisi che il mondo sta attraversando. Con la quale si sono coperte le più svariate operazioni pro business di Clinton e dei padri nobili della socialdemocrazia europea: da Blair e Schröder fino a Hollande. E che è servita a tradurre in termini politici le regole imposte dai mercati globalizzati. È arrivato il momento di prendere atto che la fase socialdemocratica del movimento dei lavoratori si è da tempo conclusa non con un compromesso tra capitale e lavoro, ma con la completa resa del lavoro al capitale: nel pensiero e nella prassi.

Non basta però la critica al liberismo, sulla quale sembrano attestarsi diverse componenti della sinistra alternativista. È necessaria una cultura critica della realtà, se vogliamo trasformarla. Questa realtà è il capitalismo globale, e la società in cui viviamo, al di là delle formule attenuanti per edulcorarla, ha un nome preciso: si chiama società capitalistica. Perché – uso le parole di Luciano Gallino – «ha nel capitale il suo motore, la ragion d’essere, la sostanza che lo alimenta e tiene in vita». Dunque, se si vuole rovesciare lo stato delle cose presente, non basta contrastare l’ideologia della classe dominante, è necessario conoscere e mettere a nudo il meccanismo di funzionamento del capitale, e gli effetti che provoca sull’insieme della società.

Se è vero che la cultura dominante è la cultura della classe dominante, allora c’è bisogno oggi di un sovrappiù nell’esercizio della critica per mettere in luce che il capitale non è una “cosa”, un accumulo di merci o di mezzi finanziari, e tantomeno un algoritmo, ma una relazione, un rapporto sociale che fissa la divisione della società in classi. Tra chi è proprietario dei mezzi necessari alla produzione di beni e servizi materiali e immateriali, e pertanto alla riproduzione della vita stessa, e chi al contrario è proprietario esclusivo delle proprie attitudini fisiche e intellettuali che porta al mercato in cambio dei mezzi per vivere.

Nella modernità il capitale si mostra in tutta la sua violenza e brutalità come un rapporto sociale in cui compare il proprietario e l’espropriato, lo sfruttatore e lo sfruttato, il dominante e il dominato. Questa è la realtà del mondo di oggi, con le specificità derivanti dalla storia e dalla cultura di ciascun Paese. Il problema allora non è il liberismo, bensì il capitalismo, con le sue contraddizioni e il conflitto tra le classi. Tuttavia, se il capitalismo scompare dall’orizzonte della cultura e della politica della classe lavoratrice e dei ceti subalterni, non c’è alcuna possibilità del suo superamento verso una civiltà superiore. Sebbene sia questo il tema che il nostro tempo ci propone, in un mondo sconvolto dalla crisi del capitale.

3. La Costituzione: il progetto di cambiamento per cui lottare.

Redistribuzione! Di fronte alla crescita smisurata e insopportabile delle disuguaglianze, questo slogan si sta facendo strada in vari ambienti della sinistra. Ma c’è bisogno di chiarezza. Se il capitale, secondo l’analisi critica di Carlo Marx, oggi più che mai indispensabile per scoprire il codice genetico del capitalismo globale, è «un determinato rapporto di produzione sociale» ed è «costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società», ne consegue che la distribuzione della ricchezza e del reddito dipende in un ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.

Siamo realisti. C’è qualcuno che pensa di redistribuire sostanziosamente reddito e ricchezza senza toccare il rapporto di proprietà, vale a dire il rapporto di produzione capitalistico nella sua espressione giuridica? Non si farà alcun deciso passo in avanti restando nella sfera distributiva. Per ottenere risultati positivi a vantaggio della collettività è indispensabile intervenire nel processo di accumulazione della ricchezza reale e quindi redistribuire la proprietà, mettendo sotto controllo i detentori del grande capitale e della finanza. Come del resto la nostra Costituzione rende possibile se venissero applicate le norme del Titolo III riguardanti i rapporti economici, che sono sempre state un terreno di lotta e che oggi vengono del tutto ignorate.

Scopriamo una verità piuttosto imbarazzante: la cultura distributiva è rimasta molte spanne indietro rispetto alla cultura della Costituzione, la quale non teme di misurarsi con la questione cruciale della proprietà. E infatti, sul fondamento del lavoro, che da merce diventa inalienabile diritto e quindi ridefinisce sostanzialmente i principi di libertà e di uguaglianza, la nostra Carta del 1948 – la cui potente carica innovativa continua colpevolmente a essere sottovalutata – delinea un progetto di società molto avanzata, da costruire attraverso l’espansione progressiva della democrazia e il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori sulla via di una civiltà più evoluta e più umana, che potremmo denominare nuovo socialismo.

Teniamo bene a mente l’articolo tre, dove si afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Da cui discende: a) che l’applicazione di questo principio comporta il rovesciamento delle politiche economiche e sociali oggi vigenti in Italia e in Europa; b) che non è sufficiente intervenire nella sfera distributiva se si vogliono effettivamente garantire uguaglianza e libertà a tutti gli italiani, elevando le lavoratrici e i lavoratori al ruolo di classe dirigente.

Esattamente in ragione di ciò, nel Titolo III già menzionato si pone un limite alla proprietà, che, pubblica o privata, deve assolvere a una funzione sociale; si prescrive che comunque le diverse forme di iniziativa economica non devono recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, e pertanto vanno indirizzate a fini sociali; si rende esplicita la possibilità di trasferire a comunità di lavoratori e di utenti imprese che si riferiscano a servizi pubblici o a fonti di energia e a situazioni di monopolio. Sono condizioni che i padri costituenti ritennero indispensabili perché i nuovi diritti, i diritti sociali, possano tradursi in realtà, nella vita reale di ogni persona. Non certo come graziose concessioni di un sovrano o come bonus di un qualsiasi uomo solo a comando, bensì come tessuto connettivo di una società rinnovata.

Premesso che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (articolo quattro), mi limito qui a ricordare che la Costituzione garantisce il diritto a una retribuzione paritaria per uomini e donne a parità di condizioni lavorative, proporzionata alla quantità e qualità di lavoro, e comunque sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa»; nonché il diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite, alla tutela della salute, all’assistenza e alla pensione, all’istruzione. In poche parole: l’economia al servizio degli esseri umani, e non viceversa.

Sono diritti che nelle condizioni del mondo di oggi hanno valore universale. Come universale è il principio che ripudia la guerra in quanto «strumento di offesa alla libertà di altri popoli e di risoluzione delle controverse internazionali». La straordinaria modernità della nostra Costituzione si riscontra anche nel principio che assegna alla Repubblica – ed è questo un altro principio che trascende la dimensione nazionale – il compito di promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, e di tutelare l’ambiente e il patrimonio storico e artistico.

In linea con una visione complessa dell’uguaglianza che non si riduce nell’impianto della Carta alla parità delle condizioni di partenza, Stefano Rodotà ha osservato che oggi «l’accesso alla conoscenza reso possibile da Internet non basta ad affermare in astratto il pari diritto di ciascuno, se poi le condizioni materiali e culturali creano condizioni di disuguaglianza e di esclusione». In altre parole, l’uguaglianza sostanziale che le innovazioni scientifiche e tecnologiche del nostro tempo reclamano a gran voce, e che consentirebbero a tutti e a tutte di vivere lavorando meno e meglio, è esattamente ciò che la Costituzione garantisce agli italiani. I quali, dopo la grande vittoria democratica nel referendum, dovrebbero essere chiamati a lottare per l’applicazione dei principi costituzionali, portandoli in Europa e nel mondo.

Alla domanda del che fare rispondo che questo dovrebbe essere il compito della sinistra, e al tempo stesso il mezzo per costruire una vera sinistra, una sinistra nuova con caratteristiche popolari e di massa: promuovere un vasto e articolato movimento di lotta per l’applicazione della Costituzione con obiettivi concreti, da sviluppare nei territori ma anche a livello nazionale ed europeo. Facendo leva su quell’inestimabile patrimonio di energie e di intelligenze messe in campo senza risparmio nella campagna referendaria da uomini e donne, giovani e anziani, che si sono uniti e mobilitati per un grande obiettivo, al di là delle tessere che avevano o non avevano in tasca. Un patrimonio, e un esempio da mettere a valore.

Intanto, un primo passo potrebbe essere una grande campagna di acculturazione costituzionale da promuovere nelle scuole, nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro per diffondere la conoscenza della Costituzione antifascista, la sua cultura della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà, contro la cultura del business, della disuguaglianza e della divisione. A tutti coloro che soffrono per gli effetti distruttivi della crisi la nostra Carta fondamentale offre un orizzonte, una speranza e motivazioni molto concrete per ribellarsi e lottare. A una sinistra nuova, che sul fondamento del lavoro voglia costruire in Italia e in Europa un’alternativa praticabile alla dittatura del capitale, offre una tavola di valori e di diritti su cui definire un programma di interventi a medio e lungo termine.

La Costituzione unisce i lavoratori e il popolo, e chiede un cambiamento radicale: facciamo la sinistra della Costituzione, per l’applicazione della Costituzione.

Futura Umanità si unisce al dolore per la scomparsa di Alfredo Reichlin

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Con Alfredo Reichlin scompare uno dei dirigenti “storici” del Pci. Avrebbe compiuto 92 anni il prossimo 26 maggio.

Era nato a Barletta, dove il nonno paterno, svizzero, aveva impiantato ai primi del ‘900 una fabbrica per l’estrazione del tannino dalle vinacce.

Molto importante per la sua formazione politica fu l’amicizia con i due fratelli Pintor, Giaime e Luigi, nonché la partecipazione alla lotta di Liberazione (nei GAP) grazie ad un altro amico e compagno di gioventù, Lucio Lombardo Radice. Fu tra i giovani intellettuali che Togliatti “reclutò” tra i suoi collaboratori per la costruzione del “partito nuovo”. Al Pci si era iscritto nel 1946. Diresse per sei anni l’Unità (a partire dal 1958) e per altrettanti anni (dal 1962 al 1968) fu alla guida del Partito in Puglia, misurandosi con le difficili emergenze legate alla “questione meridionale”. Eletto alla Camera dei Deputati nel 1968, è stato parlamentare per sette legislature. Entrato a far parte della Direzione del Partito, fu tra i più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer, soprattutto per le politiche economiche. Dopo lo scioglimento del Pci, ha fatto parte del PDS, poi dei DS e infine del PD.

L’Associazione Futura Umanità rende il suo omaggio partecipe e commosso al ricordo del combattente antifascista e del dirigente comunista.

“Nella Resistenza romana” di Alfredo Reichlin

Intervento pronunciato al convegno della Igs Italia «Valentino Gerratana “filosofo democratico”» (Roma, 18-19 novembre 2010), ora in Valentino Gerratana “filosofo democratico”, a cura di E. Forenza e G. Liguori, Roma, Carocci, 2011.

 

Ricordo il giorno in cui incontrai Valentino Gerratana. Era l’inverno del 1944 nella Roma occupata dai tedeschi. L’appuntamento era in una piccola trattoria vicino Piazza Fiume. Mi è rimasto impresso il suo volto: magrissimo, con la barba nera mal rasata che rendeva i suoi occhi più tristi e severi. Poche parole e lunghi silenzi. Luigi Pintor e io eravamo ragazzi. Avevamo preso la licenza liceale solo pochi mesi prima. Era lì che qualcuno ci aveva detto che avremmo potuto incontrare l’uomo del “centro”, questa parola pronunciata a bassa voce e con enorme circospezione che indicava il Comando segreto dei comunisti.

Guardando quell’uomo che mi sembrava senza età pensai: finalmente si fa sul serio. Valentino corrispondeva infatti perfettamente all’immagine che mi ero fatta di un capo comunista: un uomo i cui ordini non erano discutibili. Di cui ci si poteva fidare. Che poteva dirci dove e come cominciare a sparare. E così fu. Qualcuno – credo Lucio Lombardo Radice – aveva garantito per noi tre (Luigi Pintor, Arminio Savioli e io) come nuovi e affidabili possibili “gappisti”. Così, formammo una cellula, cioè quell’unità combattente di base che per le ragioni della sicurezza clandestina poteva avere rapporti con l’insieme della rete solo attraverso una persona. Quella persona era Valentino Gerratana, nome di battaglia “Santo”. Il nostro compito era “rendere la vita impossibile all’occupante”: queste furono le direttive generali che ricevemmo da “Santo” quel giorno.

In quei mesi febbrili e sconvolgenti (per me almeno) io lo rividi – stando ai miei ricordi – forse solo un’altra volta. Poi in una stupenda giornata di sole in una Roma chiassosa e volgare piena di prostitute e di borsari neri, con le strade percorse da traballanti camioncini pieni di gente e dalle camionette americane, lo rincontrai. Eravamo stati convocati dal Partito (entità per me ancora misteriosa) in un grande caseggiato di ferrovieri in viale Regina Margherita, dove abitava uno di noi. Per conoscerci e per festeggiare. È lì che vidi per la prima volta le facce di quei venti giovani sconosciuti che avevano colpito duramente la guarnigione tedesca di Roma, fino all’attentato di via Rasella, e l’avevano costretta sulla difensiva fino a fissare il coprifuoco alle cinque del pomeriggio. Eravamo i componenti del famoso Gap centrale. Un pugno di giovani intellettuali, parecchi dei quali diventeranno poi famosi: Salinari, Calamandrei, Gerratana, Trombadori, Bentivegna, Carla Capponi e altri e altre. Tra costoro c’era anche Marisa Musu, che diventò la prima moglie di Gerratana. Scarsissima la presenza di proletari.

Quei giovani non venivano da Mosca o dall’esilio, ma dalle scuole e dalle università italiane, e ciò che li animava non erano tanto i testi del comunismo (che avremmo letto dopo), ma uno strano impasto ideale e culturale che non si riduceva al mito sovietico e che si era formato negli anni ’30. Era nato in quegli anni un sentimento nuovo, l’antifascismo, che ripensava la grande tradizione democratica dello storicismo italiano e al tempo stesso si mescolava con le esperienze più moderne del Novecento europeo. Dopo il grande cinismo da straniero in patria alla Prezzolini e l’edonismo dannunziano, nasceva una cultura che si chiamò dell’impegno e le cui tracce erano visibili perfino nell’attualismo “gentiliano”. Il mito sovietico contava naturalmente. Ma se quegli anni ’30 furono così importanti è perché vi successe di tutto: l’avvento dei fascismi e gli spettacolari trionfi della pianificazione sovietica, la guerra di Spagna e le prime esperienze socialdemocratiche. Insomma, quell’insieme di cose che avevano alimentato la cosiddetta “guerra civile europea”. È in quegli anni e in quella temperie che le avanguardie giovanili scoprirono il famoso impegno. Così fu anche per Valentino.
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Le scelte di Futura Umanità per il 2017

Relazione di Paolo Ciofi all’assemblea dell’associazione del 28 gennaio

Un rapido bilancio delle iniziative svolte nell’anno trascorso è utile per tracciare, sia pure a grandi linee, il programma per il 2017. Al riguardo, ricordo che il 27 aprile si è svolto all’Università di Bari, per iniziativa di Pasquale Voza e Imma Barbarossa, un convegno su Giuseppe Di Vittorio con la partecipazione di Ettore de Conciliis e di Franco Metta sindaco di Cerignola. Sull’esperienza delle giunte rosse a Roma, in occasione della pubblicazione del mio libro sul governo della città edito da Bordeaux in vista delle elezioni amministrative, sono stati organizzati una presentazione il 10 maggio e successivamente un incontro il 10 ottobre con Berdini, Emiliani, Fassina e Daniela Preziosi.
Segnalo, inoltre, come un aspetto significativo della nostra attività, per cui desidero oggi ringraziare Anna Ricca, la pubblicazione di due volumi da parte degli Editori Riuniti: “Berlinguer e l’Europa, i fondamenti di un nuovo socialismo”, che contiene gli atti del convegno internazionale tenuto a Roma nel 2015; e “Il 1956 e la via italiana al socialismo”, che raccoglie alcuni scritti di Togliatti a cura di Alexander Hobel.
Tuttavia, come sapete, il nostro impegno principale è stato concentrato nel 2016 sulla ricorrenza del 1956, con il convegno del 16 dicembre alla Casa della memoria e della storia, e sul tema della Costituzione, in particolare con il seminario dedicato a “Il Pci, la Costituzione, e le riforme istituzionali”, che si è svolto l’11 novembre con la partecipazione di Aldo Tortorella. Una iniziativa, questa, organizzata nel contesto di un impegno più vasto – voglio sottolinearlo – che abbiamo profuso nella campagna referendaria per il no come Associazione e come individualità. Tra le quali spicca, per qualità e quantità dell’impegno, Gianni Ferrara.

Dal convegno sul 1956 e soprattutto dalla campagna referendaria, che dopo la vittoria del no ha reso stringente il nodo dell’applicazione della Costituzione e della lotta per la sua attuazione, si rafforza l’esigenza di fare chiarezza sulla storia e la memoria del Pci. Non solo per illuminare un percorso storico spesso ignorato e falsificato, ma anche e soprattutto per poter osservare con occhi critici il presente. Vale a dire per cercare strumenti adatti a interpretare la realtà per trasformarla e riprendere il discorso su una società più avanzata, su quello che potremmo chiamare nuovo socialismo.
Siamo immersi in una crisi del sistema, ma non si parla più di superamento del sistema. Da una parte, si usa a sproposito la parola riformismo, una parola malata, che si identifica con la gestione (non sempre mite) del capitalismo. Dall’altra, con la parola liberismo, che significa tutto e il contrario di tutto, si finisce per occultare la realtà del capitale. Il capitalismo, che al massimo della sua espansione sta provocando il massimo dei disastri, è scomparso dalla scena e dal linguaggio comune, sostituito da espressioni oblique e falsificanti, come ha messo bene in evidenza con le sue analisi Luciano Gallino.
Se le vittime del capitalismo continueranno tra di loro a combattersi e a dilaniarsi, il capitale continuerà a prosperare sfruttando le sue vittime, dopo aver abbattuto ogni distinzione tra destra e sinistra prima di tutto sul piano culturale. «Si abbandona il marxismo e si finisce per credere agli oroscopi, senza sapere distinguere il bene dal male». La famosa battuta di Manuel Vazquez Montalban sembra confermata da due recenti episodi, particolarmente significativi: il direttore dell’Unità Staino che attacca con inusitata violenza la Cgil e la Camusso perché si sono schierate dalla parte dei lavoratori; Toni Negri il quale al convegno sul comunismo ha sostenuto che la forma partito va ormai abbandonata in favore dell’impresa. Dove si dimostra che comunque alla subalternità al capitale si approda agevolmente da sponde opposte.
In quest’anno, centenario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, dovremmo concentrare l’attenzione proprio su quell’evento, che per la prima volta nella storia ha visto i subalterni al capitale liberarsi e farsi classe dirigente. Pensiamo a un convegno di vasto respiro che potrebbe intitolarsi “Noi, l’Ottobre rosso e la rivoluzione in Occidente. La necessità di un nuovo socialismo”. Un’iniziativa impegnativa da preparare adeguatamente, coinvolgendo anche altre associazioni e istituzioni come le università, oltre che singole personalità e studiosi che hanno approfondito il tema.
Muovendo dall’analisi del 1917 e dalle sue conseguenze, dovremmo essere in grado di porre all’attenzione il tema del processo rivoluzionario in Italia e nell’Occidente avanzato, e dei contributi che in proposito hanno fornito Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Gramsci per la visione dell’egemonia e della rivoluzione come processo; Togliatti per la teoria e la pratica della democrazia progressiva e del partito nuovo di massa; Berlinguer per la ricerca sulla terza fase del movimento operaio e sull’eurocomunismo. In definitiva tre fonti di un nuovo socialismo.
In tale contesto emergono due temi oggi particolarmente attuali. Innanzitutto, la Costituzione, che è passaggio decisivo nella storia del Pci e nella costruzione di un nuovo socialismo. Non solo. Oggi appare del tutto chiaro che il rovesciamento delle politiche economiche e sociali, necessario per portarci fuori da una crisi di sistema che investe globalmente gli esseri umani e la natura, per quanto riguarda noi italiani è organicamente connesso con la lotta per l’applicazione della Costituzione.
Nonostante le operazioni minimaliste in corso da più parti, non si può in alcun modo sottovalutare il fatto che il 4 dicembre è stato sconfitto, sia pure con diverse motivazioni, il tentativo di conformare l’impianto costituzionale sugli interessi della finanza e del grande capitale, come del resto chiedevano in coro i loro rappresentanti. Esattamente il contrario di ciò che stabilisce la Costituzione. La quale afferma non solo che la sovranità appartiene al popolo, ma anche che la Repubblica è fondata sul lavoro e non sul capitale.
Un principio che non ammette omissioni, dal quale scaturisce, come sappiamo, il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ciò che comporta, com’è del tutto evidente, il rovesciamento delle politiche fin qui perseguite dai governi e delle direttive imposte dall’Europa. E, sul terreno politico, l’affermazione della classe lavoratrice come classe dirigente.
Quindi, dal recupero attivo della storia e della memoria del Pci, si perviene direttamente al passaggio cruciale della Costituzione e della sua applicazione, che dovrebbe essere il punto di riferimento per tutte le forze di sinistra e di progresso. Da qui al secondo tema di particolare attualità che dovremmo approfondire il passo è breve. Si tratta dell’Europa, e le ragioni sono piuttosto evidenti. Anzitutto perché i principi costituzionali, sebbene emersi dalla nostra storia culminata nella lotta antifascista, hanno una valore universale, che trascende la dimensione domestica.
Universale è il principio, cui sopra ho fatto riferimento, che sancisce la necessità di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per assicurare libertà e uguaglianza. Universale è il principio che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. Universale è anche l’esigenza di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni; di assicurare una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità di lavoro per uomini e donne a parità di condizioni lavorative; come pure l’esigenza di garantire il diritto all’occupazione, all’istruzione, alla salute, alla pensione. Non intendo annoiarvi con molte citazioni, voglio però sia chiaro che la Costituzione è un progetto di società nuova, che trascende i confini nazionali, e che noi dovremmo portare in Europa. Un impianto che garantisce tutte le libertà, ma non quella di offendere la dignità, la sicurezza, la libertà altrui.
Il crollo del «socialismo reale» non ha eliminato l’esigenza di una società più giusta e solidale. Al contrario, l’ha resa più stringente e necessaria. Proprio in funzione di questa alternativa possibile la Costituzione pone dei limiti alla proprietà, che può essere pubblica o privata e deve comunque essere accessibile a tutti; prescrive che le diverse forme di iniziativa privata non devono recare danno alla sicurezza e alla dignità umana, e pertanto vanno coordinate a fini sociali; rende esplicita la possibilità di trasferire a comunità di lavoratori e di utenti imprese che si riferiscano a servizi pubblici o a fonti di energia o a situazioni di monopolio. Queste sono le parole scritte e non dette, che invece dobbiamo pronunciare ad alta voce.
Nel limite posto alla proprietà e al mercato la Costituzione trova un punto di equilibrio tra uguaglianza e libertà di tutti e di ciascuno. E il pluralismo nelle forme della proprietà, contrapposto al totalitarismo della proprietà privata capitalistica, apre le porte a un percorso inedito e originale verso una civiltà più avanzata. Si stabilisce infatti, muovendo dal fondamento del lavoro, una relazione ricca di implicazioni straordinariamente moderne tra impresa e utilità sociale, tra individuo e classe, tra persona e collettività che dà all’intero impianto costituzionale il respiro di un’operazione di grande portata strategica. Fino a far emergere le coordinate per un diverso progetto di società: un socialismo pluralistico e democratico, diverso da ogni modello finora conosciuto.
Un impianto che va ben oltre il compromesso socialdemocratico e il ritorno al keynesismo, come oggi taluni propongono. La Costituzione infatti, per assicurare i diritti, indica la necessità di oltrepassare la sfera distributiva e di mettere i piedi nel rapporto di produzione, vale a dire nel rapporto di proprietà. Ma se è così, e se portiamo il discorso a livello europeo, allora è evidente che non si può oggi affrontare il nodo dell’Europa dando la priorità alle politiche monetarie e/o al tema dell’uscita dall’euro.
Non si possono confondere le conseguenze con le cause, giacché la moneta è espressione di un determinato rapporto di forza tra le classi e tra le potenze economiche dominanti. L’idea, da più parti avanzata, di uscire dall’euro per poi, una volta recuperata la sovranità nazionale, intervenire nell’economia e nella società, porta di fatto alla paralisi politica e finisce per favorire le spinte nazionalistiche e fascistiche, e per alimentare una lotta spietata tra i poveri e gli sfruttati. A maggior ragione oggi, dopo la vittoria di Trump e i conflitti che si moltiplicano nel mondo.
Il crollo dell’euro non si può escludere. Ma non è certamente il terreno su cui far crescere una mobilitazione democratica, popolare e di massa per la costruzione di un’altra Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È necessario dunque spostare il terreno della ricerca e dell’iniziativa dando priorità alla questione sociale, del lavoro e dell’occupazione, dei diritti e delle tutele, fissando standard comuni sociali e ambientali a livello europeo e ponendo il problema del controllo dei mercati e della finanza, cancellando i paradisi fiscali.
D’altra parte, non è pensabile che le migrazioni di massa e le disuguaglianze esplosive cui assistiamo possano trovare sbocchi e soluzioni adeguate dentro i confini nazionali. Perciò la visione deve essere europea e puntare verso un nuovo internazionalismo dei lavoratori. Ma, nello stesso tempo, non si può eliminare il territorio nazionale per promuovere movimenti concreti, anche parziali, con l’obiettivo, per noi italiani, di dare attuazione alla Costituzione in materia di diritti sociali, civili e politici. Per costruire l’Europa dei popoli e dei lavoratori l’obiettivo è la crescita in ciascun Paese di movimenti e di lotte per rovesciare i trattati europei.
Sono indubbiamente temi complessi che potremo approfondire preparando l’appuntamento sulla Rivoluzione d’ottobre e la rivoluzione in Occidente, che ho proposto a nome del Comitato direttivo e che dovrebbe essere la nostra principale iniziativa centrale. In ogni modo, sarà compito dei nuovi organismi che eleggeremo definire il programma concreto delle iniziative per l’anno in corso. Naturalmente sono benvenute altre idee, suggestioni, proposte.
Manterremo, tra le iniziative centrali, i seminari sulla storia del Pci. E dovremo dedicare maggiore attenzione alla promozione e formazione di giovani energie, al tesseramento e ai mezzi finanziari, alla battaglia delle idee sul web, a un migliore e più moderno uso della comunicazione. Nello stesso tempo riteniamo che l’attività dell’associazione si dovrebbe arricchire di una molteplicità di iniziative locali, legate a figure e storie di comunisti, uomini e donne, che nei diversi territori hanno segnato in modo indelebile la vita degli italiani.
Insomma, abbiamo molte cose da fare. Vi ringrazio per il vostro impegno. A tutti e a tutte un caro saluto e buon lavoro.

Il programma dell’associazione per il 2107 Gennaro Lopez eletto presidente

Lo scorso 28 gennaio si è svolta a Roma, presso la sede dell’Aamod, l’assemblea nazionale degli iscritti di Futura Umanità – Associazione per la storia e la memoria del Pci.
L’assemblea, che si è svolta con un’ampia discussione, è stata aperta dalla relazione di Paolo Ciofi sulle linee programmatiche per il 2017 e sullo stato dell’associazione, e si è chiusa con il rinnovo delle cariche statutarie.
Nell’ambito di un programma più vasto che spetterà al nuovo Comitato direttivo definire, Ciofi ha proposto, tra l’altro, di concentrare l’attenzione sul centenario della Rivoluzione d’Ottobre con un convegno che potrebbe intitolarsi Noi, l’Ottobre rosso e la rivoluzione in Occidente: la necessità di un nuovo socialismo. Nel quale, muovendo dall’analisi del 1917, si valorizzi il percorso dei comunisti italiani con particolare attenzione ai contributi di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.
Il nuovo Comitato direttivo, eletto all’unanimità, è risultato così composto: Paolo Ciofi, Alexander Hobel, Guido Liguori, Gennaro Lopez, Fulvio Lorefice, Mario Ruggiano, Paola Scarnati, Andrea Sonaglioni, Romina Velchi, con Sacha Tolomeo invitata permanente.
Nel comitato dei Garanti sono stati eletti Aniello Ferraiolo, Lelio La Porta e Rossana Platone
L’assemblea ha anche approvato il bilancio consuntivo e il bilancio preventivo di Futura Umanità, illustrati da Mario Ruggiano.
Successivamente, il 9 febbraio, si è riunito il Comitato direttivo che, su proposta di Paolo Ciofi, ha eletto presidente Gennaro Lopez nell’ambito di un processo di rinnovamento che dovrà proseguire dopo i risultati positivi ottenuti da Futura Umanità nei primi anni di vita. Alla vicepresidenza Guido Liguori è stato sostituito da Alexander Hobel, mentre nella carica di segretario e tesoriere è stato confermato Mario Ruggiano.
Nella stessa riunione sono stati focalizzati gli argomenti del programma che l’associazione intende promuovere nell’anno in corso: oltre al centenario della Rivoluzione d’Ottobre e alle iniziative per l’attuazione della Costituzione, il proseguimento dei seminari sulla storia del Pci, la ricorrenza della morte di Antonio Gramsci e approfondimenti sulla figura di Giuseppe Di Vittorio.

Il video dell’assemblea è disponibile al link: goo.gl/SenLK4

In ricordo di Bruzio Manzocchi

Articolo di Paolo Ciofi

Ricorre il 21 gennaio il centenario della nascita di Bruzio Manzocchi (Francavilla Marittima 21 gennaio 1917 – S. Vincent 5 settembre 1961), che subito dopo la Liberazione si misurò sui temi della gestione sociale delle imprese e della organizzazione del lavoro insieme – tra gli altri – a Silvio Leonardi. Nonché sui nodi irrisolti e tuttora attuali della qualità dello sviluppo, delle nazionalizzazioni e di una politica economica innovativa fondata sui principi costituzionali, che approfondì nel volume Lineamenti di politica economica in Italia (1945—1959, Editori Riuniti 1960. Bruzio Manzocchi fu membro della Commissione economica centrale del CLN Alta Italia e segretario del Movimento dei consigli di gestione, per poi far parte della Commissione economica centrale del Pci, che diresse fino alla morte sopravvenuta improvvisamente a soli 44 anni. Pubblichiamo per l’occasione il ricordo di Paolo Ciofi scritto per Rinascita della sinistra nel novembre 2001.

Cresciuto in una famiglia socialista, Bruzio Manzocchi, che aveva assistito alle persecuzioni fasciste contro suo padre, conquistò gradualmente la consapevolezza di un impegno di lotta, e trovò nel Pci il terreno più fecondo per la ricerca intellettuale e l’azione politica. Come molti giovani intellettuali brillanti e colti del suo tempo, che intendevano cambiare il destino del proprio Paese, compì una scelta radicale e definitiva: “entrare nel partito – annotò nella sua autobiografia – significava, per me, dedicarvi interamente la mia attività e quindi indirizzare in modo nuovo la mia vita”. Continua a leggere “In ricordo di Bruzio Manzocchi”