Tre lasciti di Enrico Berlinguer

Dall’intervento di Paolo Ciofi al convegno «Berlinguer e i giovani: un’altra idea del mondo», Roma 8 maggio 2014.

ciofi-berlinguer_430vertEnrico Berlinguer è vissuto e ha lottato in un’altra epoca storica. Da allora i cambiamenti sono stati radicali in Italia, in Europa e sull’intero scenario globale, ma i problemi che Berlinguer denunciava – lo sfruttamento della persona umana, la fame nel mondo e i pericoli di guerra, la disoccupazione e la distruzione dell’ambiente, l’oppressione della donna e il disagio giovanile – non sono scomparsi, al contrario si sono per molti versi aggravati. In tale condizione si può e si deve lottare per un civiltà superiore, oltre questa società capitalistica ingiusta e alienante: per una società nuova, di tipo socialista in cui si possano pienamente affermare, attraverso l’espansione della democrazia, i principi di libertà, di uguaglianza e di solidarietà, posti peraltro a fondamento della nostra Costituzione. Questo ci dice Berlinguer lungo tutto il suo percorso di dirigente comunista. E questo è un suo primo lascito fondamentale: l’idea – direi di più, la teoria e la pratica – della trasformabilità del sistema capitalistico, della società in cui viviamo.

La peggiore sconfitta è quella di non dare battaglia per una causa giusta, per combattere le ingiustizie e le sofferenze del mondo di oggi, che colpiscono soprattutto i giovani, espropriati del presente e del futuro. Perciò occorre contrastare alcune falsificazioni ideologiche che hanno fatto molta strada. Non è vero che dopo il capitalismo c’è un salto nel buio, un buco nero nel quale dovrebbe precipitare l’umanità. La storia non è finita. E le cosiddette leggi dell’economia non sono immodificabili leggi di natura, ma relazioni tra gli esseri umani che attraversano la storia. E dunque si possono cambiare. Oggi è proprio la crisi del capitalismo del XXI secolo, esplosa sul finire del 2007, che oscura il presente e il futuro dell’umanità, e rischia di far precipitare in un buco nero intere generazioni. Secondo l’economista francese Thomas Piketty, autore di un corposo volume intitolato «Il capitalismo del XXI secolo», già diventato un best seller negli Stati uniti e in Inghilterra, le disuguaglianze soffocano la società e stanno distruggendo un’intera civiltà. Per evitare che ciò avvenga – questa è la sua tesi – bisogna fare esattamente il contrario di ciò che le classi dirigenti stanno facendo, vale a dire assecondare i mercati. «La questione centrale è semplice – afferma Piketty su la Repubblica del 6 maggio – la democrazia e le autorità pubbliche devono essere messe nella condizione di poter riacquistare il controllo del capitalismo finanziario e di regolamentarlo in maniera efficace». Di fronte a questa questione di fondo la politica attuale nel migliore dei casi appare impotente. Dunque, occorre cambiare il senso, le finalità e la pratica della politica. E qui interviene il secondo lascito di Berlinguer: c’è bisogno, come lui sosteneva, di una rivoluzione copernicana della politica, a partire dai contenuti. Ciò comporta il rovesciamento della concezione attuale del partito politico, vale a dire l’abbandono di ogni visione elitaria, verticale, padronale. Non più il leader padrone del partito, ma il leader al servizio del partito, di una libera associazione di donne e di uomini che si uniscono per cambiare lo stato di cose presente.

Quindi, la politica come servizio, come impegno sociale, come impegno culturale e morale, non come mezzo di arricchimento e di corruttela per la tutela dei propri interessi personali e di gruppo. In proposito è opportuno ricordare le parole di Togliatti, cui Berlinguer si ispirava: «Fare politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale. […] Non vi può essere dubbio che la politica, in questo modo intesa, [è]collocata al vertice delle attività umane». Se dunque, come sostiene Piketty, il problema di oggi è mettere sotto controllo il capitalismo finanziario, è ovvio che ciò non si può ottenere se i sistemi politici sono conformati, a livello nazionale ed europeo, sugli interessi della finanza e della grande proprietà capitalistica. La sinistra, in proposto, viene chiamata direttamente in causa. Esiste o non esiste (come sostiene Tony Blair) oggi una differenza tra destra e sinistra? E cosa vuol dire oggi essere di sinistra? Qui emerge, in tutta la sua corposa attualità, il terzo lascito di Berlinguer. Secondo il segretario del Pci essere di sinistra significa stare dalla parte del lavoro, non del capitale; dalla parte degli sfruttati e degli oppressi, uomini e donne; dalla parte degli emarginati, di chi non ha voce né rappresentanza. Di tutti coloro che sono colpiti dalla crisi del sistema e che vivono nella precarietà. Ma anche di quelle figure professionali che emergono dalla rivoluzione scientifica e digitale, che ha cambiato a tutti i livelli i modi di lavorare e di vivere, senza trascurare ampi strati della piccola e media imprenditoria. Berlinguer guardava avanti. Alla domanda come deve affrontare il partito la nuova epoca caratterizzata dalla rivoluzione elettronica, rispondeva così: «Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile» della conoscenza dei fenomeni nuovi. «Credo che dobbiamo considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale. […] Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch’essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani… […] Il carattere sociale della produzione (e anche dell’informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica».

paolo-ciofi-con-berlinguer2In conclusione. Per porsi oggi all’altezza delle sfide del nostro tempo, c’è bisogno di un cambio di cultura e di comportamenti. Non si tratta solo di sconfiggere la cultura dell’egoismo proprietario e dell’individualismo esasperato. Tutti noi, vecchi e giovani, dobbiamo riabituarci a lottare, acquistando consapevolezza di noi stessi e abbattendo la gabbia culturale- mediatica in cui siamo stati rinchiusi come cittadini e lavoratori, mediatizzati e declassati al ruolo di subalterni, se non di sudditi che chiedono per favore ciò che ci spetta per diritto. Dal diritto stiamo camminando all’indietro verso la restaurazione della carità e della benevolenza del sovrano, sia esso un manager, un proprietario universale, un finanziere, un capo del governo, un burocrate europeo. Senza la lotta non si ottiene niente, ci insegna Berlinguer. Il quale sosteneva che «non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà». Seppellire se stessi, la propria storia e realtà, aggiungeva citando Francois Mitterrand, sarebbe «il gesto suicida di un idiota». Occorre dunque dare battaglia sul fronte culturale per recuperare qual filone del pensiero critico e della politica come mezzo di trasformazione della realtà che da Gramsci si dipana attraverso Togliatti e Longo fino a Berlinguer. Il progetto c’è. È la Costituzione, nella quale sta scritto che la principale disuguaglianza risiede nella distribuzione della proprietà, che secondo l’articolo 42 deve svolgere una «funzione sociale», e deve essere resa «accessibile a tutti». Il tema è particolarmente attuale, in un paese nel quale secondo le analisi del Censis il patrimonio delle 10 persone più ricche è uguale a quello di mezzo milione di famiglie operaie.

Con Berlinguer si raggiunge il punto più alto nella lotta, duramente contrastata con tutti i mezzi, per una civiltà più avanzata secondo i principi costituzionali. La sua grandezza stanel tentativo di aprire una via nuova in Europa di fronte alla crisi del capitalismo in Occidente e del socialismo realizzato ad Oriente. Quel tentativo non è riuscito, ma questo non vuol dire che le ragioni di Berlinguer non fossero fondate. Per questo motivo il segretario del Pci non è un nostalgico bene rifugio in tempi di crisi della politica, è una guida per l’azione. Cerchiamo allora di restituire a Berlinguer la caratteristica che gli è propria: quella di essere un moderno rivoluzionario. «Tutte le lotte che noi combattiamo – sono sue parole – tendono ad affermare una nuova gerarchia di valori, che abbia al centro l’uomo e il lavoro umano, che esalti le virtù più alte e serie dell’uomo: la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, la giustizia». Oggi viviamo dentro una contraddizione clamorosa: siamo in presenza di una pletora di “innovatori”, i quali si sbracciano in tutti i modi per conservare il sistema sociale esistente, che opprime, impoverisce e sfrutta milioni di esseri umani. Al contrario, c’è bisogno di un rivoluzionamento della società, e che i giovani si impadroniscano della propria vita e della costruzione consapevole del proprio destino. Tornano di particolare attualità le parole di Gramsci: istruitevi perché c’è bisogno di tutta la vostra intelligenza, organizzatevi perché c’è bisogno di tutta la vostra forza.

“Berlinguer e i giovani: un’altra idea del mondo” Incontro con gli studenti di Roma Tre

Seminario-Convegno svolto nell’Aula Volpi dell’Università Roma Tre l’8 maggio 2014 sul tema “Berlinguer e i giovani: un’altra idea del mondo”

Relazioni

Le idee-forza del comunismo di Enrico Berlinguer – Guido Liguori

I “pensieri lunghi” di Enrico Berlinguer su innovazione tecnologica e futuro dell’umanità – Gennaro Lopez

Tre lasciti di Berlinguer – Intervento conclusivo di Paolo Ciofi

VIDEO 

Enrico Berlinguer, “La sinistra verso il 2000”

2a6860fc0557dfcedeae93f4f101c49aIntervista a «l’Unità», 18 dicembre 1983, ora in E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo. Antologia 1969-1984, a cura di P. Ciofi e G. Liguori, Editori Riuniti 

Quando hai letto «1984», che reazioni ti ha suscitato?

Lo lessi nel 1950, appena uscito in edizione italiana. E la reazione che ebbi allora fu probabilmente molto influenzata dall’utilizzazione che del libro si fece durante la guerra fredda: antisovietica e anticomunista. Tutti videro infatti nello Stato descritto da Orwell una metafora dell’Unione Sovietica. Oggi non è più così. Oggi lo si può rileggere con maggiore distacco e anche apprezzarne alcune intuizioni. Tuttavia mi pare che quel romanzo contenga un decisivo difetto: è pervaso da un’ossessione sull’ineluttabilità della fine dell’individuo e delle sue espressioni che ne condiziona tutto l’impianto. E ne condiziona anche la “profezia”. Orwell lo scrisse nel 1948. Bene, cosa è successo nel mondo da allora? Certo, abbiamo assistito anche al rafforzamento di tendenze autoritarie e dispotiche, ma il segno di fondo dei processi storici mondiali è stato un altro: pensa al grandioso processo di liberazione costituito dal crollo degli imperi coloniali e quindi dal risveglio di interi popoli prima abbrutiti (e non certo abbrutiti dall’uso dei computer); pensa ai nuovi traguardi raggiunti nel riscatto delle masse proletarie e povere dei paesi industrializzati, pensa al processo di liberazione delle donne. Tutti questi dati, visti nel loro insieme, cosa altro sono se non gli indicatori di un generale processo mondiale di elevazione culturale degli uomini? No, se guardiamo alla storia del secondo dopoguerra ci accorgiamo che il mondo ha tradito la “profezia” di Orwell. Il mondo è andato in un’altra direzione.

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Sì, ma la rivoluzione elettronica è appena agli inizi. I suoi sviluppi non sono ancora immaginabili. Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo? Ti segnalo un dato curioso: allora il libro fu interpretato come una metafora del dispotismo sovietico. Oggi uno storico di quel paese come Medvedev sostiene che i computer apriranno un processo di liberalizzazione. Invece in America, proprio lì dove l’elettronica è più avanti, sta nascendo una grande paura.

Credo che l’atteggiamento più corretto di fronte alle nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come «neutrali». L’esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l’uso della microe¬lettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici domi¬nanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall’altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà.

E per quanto riguarda l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti?

I dati che mi hai riferito sono interessanti. Tuttavia io non mi sentirei di fare una profezia in quel senso. Non mi sentirei di dire che in Unione Sovietica i computer porteranno sicura¬mente ad una liberalizzazione e che negli Stati Uniti invece si andrà verso un’involuzione. Le profezie lasciamole a Orwell. Anche se le ha sbagliate. (…)

Insistiamo ancora sul tema dell’elettronica. Come deve prepararsi il partito ad affrontare questa nuova epoca?

Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. A tutti i livelli. Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini. Ma bisogna anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale del partito. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminu¬zione del peso specifico della classe operaia tradizionale. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con le lotte sindacali e politiche si deve poi intervenire in questi processi, per evitare che essi assumano un carattere selvaggio e si risolvano in un danno per i lavoratori. Ma la tendenza è quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e, conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch’essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani…

Si può arrivare a dire che i lavoratori intellettuali sostituiranno la classe operaia tradizionale?

È una domanda che si spinge molto avanti nel tempo. Forse avanti di alcuni decenni. Comunque già oggi i processi industriali spingono a far sostituire da questi strati notevoli settori di classe operaia. Mi pare però che sia assolutamente da respingere l’idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in partico¬lare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica.

Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora senso un partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti? L’elettronica non spezzerà il circuito della partecipazione?

La questione esiste ed è anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il Pci e i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell’associazione collettiva. Io francamente credo che questa esigenza sia una esigenza irrinunciabile dell’uomo e continuerà ad esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica…

Ma già si parla di «democrazia elettronica»: la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dall’amministrazione…

La «democrazia elettronica» limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni. Vedi, per esempio, nella nostra i movimenti pacifisti, i movimenti ecologici, quelli che, in un modo o nell’altro, contrastano la omologazione dei gusti e il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.

Quindi tu non credi che anche partiti storici come quelli della vecchia Europa possano diventare solo dei partiti-immagine…

Possono, certo che possono. Ma intanto bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d’opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell’uomo in generale.

Il rischio segnalato dagli intellettuali che si occupano di queste materie è che l’immagine tende progressivamente a svuotare di significato le parole, i contenuti, la sostanza di una linea per appiattirla al modello pubblicitario. Vince chi ha la reclame più efficace…

Dietro a questa e ad altre paure che vengono segnalate rispetto alla rivoluzione elettronica c’è spesso un tradizionale sentimento delle élite intellettuali che di fronte a tutti i fatti che significano socializzazione della cultura o della politica si ritraggono con l’impressione che questo poi finisca per schiacciare la vita dell’individuo, la creatività, l’arte. Del resto è stato così anche per Orwell. E non era neanche una grandissima novità perché era stato preceduto da altri che avevano la stessa «ossessione» ed erano anche scrittori più raffinati di lui come Huxley. Io credo che, in linea generale, bisogna avere un atteggiamento critico verso questi sentimenti, che, anche quando non esprimono la volontà di mantenere esclusive certe posizioni di privilegio intellettuale, finiscono per opporsi alla diffusione della cultura.

Gùnter Grass nel suo articolo dice: sì d’altra parte gli intellettuali sono poi pronti a sostenere il contrario il giorno dopo che le rivoluzioni sono avvenute…

No, io non sto accusando gli intellettuali di opportunismo. Dico solo che, in genere, l’intellettuale non accetta volentieri i fenomeni di socializzazione e teme spesso, ma sinceramente, in buona fede, che la massificazione possa portare ad una caduta di «tono» della civiltà. Del resto questo nella storia è già accaduto. L’entrata di nuove masse nella storia talvolta ha prodotto davvero la caduta di intere civiltà. In fondo l’impero romano non è stato travolto dai barbari che erano appunto «popoli nuovi»? Ma era un fatto ineluttabile. Non ci si può opporre ad avvenimenti di questo genere schierandosi con il «vecchio» o cercando di mantenere un carattere chiuso al patrimonio culturale. Perché, portata all’estremo, questa diventa una posizione reazionaria. I periodi di grandi trasformazioni possono anche comportare, temporaneamente, abbassamenti del livello culturale, della creatività, della creazione artistica ma, insieme, mettono in campo nuove energie, nuovi intelletti, nuove forze. Conta in modo decisivo la capacità di orientare e governare questi processi.

D’accordo, ma tu come te la immagini una vita nella quale si passa ore e ore a casa di fronte ad uno schermo gigante, nella quale si hanno a disposizione video-cassette che renderanno forse anche inutile la scuola così com’è?

Intanto bisogna vedere quali sono i contenuti di queste trasmissioni ricevute a casa. Il contenuto può essere tale da spingere gli uomini in una situazione di maggiore solitudine, di maggiore frustrazione, di maggiore ostilità nei confronti degli altri oppure può avvenire il contrario. Io dico che dipende molto da questo. Naturalmente se questi strumenti diventeranno espressione di una spinta che punta a rafforzare sentimenti egoistici questo sarà una cosa molto negativa.

Allora tu dici: attenzione al contenuto. Il mezzo in sé non ha poteri…

No, anche il mezzo conta. È evidente che non andare per niente a scuola o andarci magari soltanto per un’ora cambierà la vita della gente. Ma questi aspetti sono oggi difficilmente immaginabili. Prendiamo l’esempio della scuola e del libro: naturalmente io adesso sosterrei che la lettura del libro è insostituibile e anzi deve diventare ancora più importante. E sosterrei la stessa cosa anche per la scuola, naturalmente una scuola molto rinnovata. Però, anche qui, io non mi sento di fare affermazioni assolute. È difficile immaginare un computer che crei vera poesia o una opera d’arte e da questo punto di vista è difficile non tenere conto del grido d’allarme, che tu riferivi, di Vespignani. Tuttavia non si può escludere l’ipotesi che lo stesso mezzo televisivo possa produrre cose di altissima qualità che soddisfino anche le esigenze più raffinate e più creative.

Insomma la tecnologia non distruggerà l’individuo…

Nessuna epoca ha mai raggiunto la realizzazione dell’individuo, della maggioranza degli individui. Nel passato moltissimi individui erano «distrutti» non solo sul piano morale ma anche sul piano fisico. Pensa agli schiavi nell’antichità o ai negri razziati e trasportati in America. Quante erano le persone che riuscivano a diventare «individui» nel passato? Molte meno di oggi. Ma anche nel sistema capitalistico la morte precoce per lavoro dei fanciulli nella prima rivoluzione industriale non era una distruzione? E oggi, i bambini, gli uomini, le donne, che muoiono di fame o che restano analfabeti nel Terzo mondo non sono «distrutti»? Anzi in questi casi non si può neanche parlare di distruzione ma di vero e proprio impedimento della crescita e della vita dell’individuo.

Insomma «l’uomo onnilaterale» di Marx e Gramsci potrà nascere proprio dal computer?

Mettiamola così: tutti questi mezzi danno maggiori possibilità di arrivare ad una dimensione onnilaterale dell’uomo proprio perché sono portatori di un enorme arricchimento delle conoscenze, e offrono la possibilità di una cultura politecnica.

Carlo Bernardini scrive: «È finito il tempo dei pensieri lunghi». Elmar Altvater aggiunge: non ci sono più forze in Europa capaci di esprimere grandi utopie sulla società e sullo Stato. Condividi questi giudizi?

Credo anch’io che sia sempre più forte il bisogno di reinvestire la politica di «pensieri lunghi», di progetti. Naturalmente questi pensieri devono essere sorretti da una analisi scientifica della realtà, altrimenti i progetti si trasformano in vuote proclamazioni retoriche. Ma c’è da aggiungere una cosa: il pensiero e l’azione del movimento socialista in Italia (ma anche in tutti i paesi europei) sono stati influenzati da una visione che non era propria di Marx e che veniva in parte dall’illuminismo e poi dal positivismo. Sulla base di essa si concepiva la storia dell’umanità come un progresso continuo verso traguardi sempre più alti di benessere, di cultura, di democrazia. Per certi aspetti anche l’ideologia capitalistica negli anni del «boom» ha cercato di far intendere che si era entrati in una fase di inarrestabile progresso. Tutte queste ideologie si sono rivelate fallaci: non sono mai mancate nel passato, e non mancheranno nel futuro della storia dell’uomo, interruzioni brusche, rotture, anche involuzioni. E, sono stati possibili anche periodi di fosca tirannide, di fanatismo, di oppressione. Oggi si parla di Orwell ma io ricordo prima di lui uno scrittore forse ancora più valido come Jack London immaginare nel Tallone di ferro un periodo lungo in cui tutto il mondo civile sarebbe tornato in condizioni di assoluta tirannide. Bisogna avere coscienza che questi pericoli esistono e anche che si ripresenteranno sempre in forma diversa dal passato. Ma bisogna anche avere il coraggio di una utopia che lavori sui «tempi lunghi» per raggiungere l’obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e, nello stesso tempo, di guidare consapevolmente i processi economici e sociali. Cos’è il socialismo se non questo? È la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità.

All’inizio dicevi che lo scenario catastrofico del futuro non lo vedi per l’elettronica ma per la guerra. Ti faccio una domanda che avrai già ricevuto centinaia di volte. Credi davvero alla possibilità della guerra nucleare globale?

Sì, penso sia davvero possibile. Non c’è nessuna legge storica che ci possa far dire: è impossibile. Per quanto la mente si ritragga, assolutamente inorridita, di fronte alla eventualità della fine della civiltà umana, questo non è un motivo sufficiente ad arrestare la possibilità della guerra. E direi che, negli ultimi tempi, il pericolo è diventato più reale. Infatti, mentre per una certa fase il cosiddetto «equilibrio del terrore» ha funzionato come deterrente, oggi comincia a non essere più così. Il rischio si è aggravato soprattutto per la crescente incontrollabilità dei processi economici e politici mondiali. Nello stesso tempo c’è stato un nuovo salto di qualità nella sofisticazione tecnologica delle armi. Sono stati spesi fiumi d’inchiostro, da studiosi e strateghi, per descrivere queste novità: quando ci sono strumenti coi quali si può colpire l’avversario in pochi minuti questo può far nascere la tentazione di sferrare il primo attacco. Oppure può far sorgere la paura di riceverlo e quindi, per reazione, la tentazione di sferrarlo per primi. E poi c’è l’ormai verificata possibilità dell’errore che tanti scienziati hanno più volte dimostrato come reale. Errori ad esempio nei sistemi d’avvistamento: ho letto che negli Stati Uniti sono avvenuti diversi di questi errori tutti poi corretti dopo alcuni minuti. Ed è immaginabile che altrettanto sia avvenuto in Urss. Ma questi tempi, con i nuovi missili e con altre armi, possono essere ancora ridotti e può arrivare il giorno in cui l’errore non potrà più essere corretto in tempo. E i missili, una volta lanciati, non possono essere fermati. Ma c’è di più: sento che oggi si comincia a parlare di «guerra nucleare limitata» o di «guerra nucleare vittoriosa». È già un segnale gravissimo che si parli in questi termini, che si pensi di poter uscire vittoriosi da uno scontro nucleare. E anche che qualcuno pensi di poterne uscire incolume. Questa è una concezione molto pericolosa. Ricordo un film degli anni sessanta: L’ultima spiaggia di Stanley Kramer. Si svolgeva in Australia. Un’Australia che era l’unica terra risparmiata dal conflitto nucleare. Poi alla fine erano tutti costretti ad ingoiare una pillola per uccidersi pur di evitare le atroci sofferenze provocate dalle radiazioni nucleari che, lentamente, si avvicinavano anche su quell’ultima spiaggia, su quell’ultima terra del mondo. Già negli anni sessanta si sapeva che un conflitto nucleare non lascia tregua a nessuno. Figuriamoci se non dobbiamo aver noi, oggi, ben viva questa coscienza.

Quando c’era Berlinguer

Articolo sul film di Walter Veltroni di Giuseppe Pierino* 

come recita il titolo del film di Veltroni – la crisi s’addensava all’orizzonte. Per scongiurarla egli cercò un’intesa per un cambiamento radicale: rinnovare la democrazia, riformare la politica, trasformare il sistema economico-sociale. Lottò per moralizzare la vita pubblica e impedire che i partiti occupassero e degradassero lo stato. E immaginò una politica d’austerità fatta non di lacrime e sangue come sta avvenendo, ma di tagli a sprechi, privilegi e consumi superflui per riconvertire il modello produttivo, garantire a tutti standard di vita più elevati, “dare un senso e uno scopo… ad una scelta obbligata, duratura e al tempo stesso condizione di salvezza”. Dunque austerità per un cambiamento culturale profondo, consumi pubblici e privati volti a un generale arricchimento umano, piena sostenibilità ambientale. Ma superata col suo aiuto l’emergenza petrolifera, DC e ceto politico gli voltarono le spalle nel pieno dell’attacco terroristico; il tentativo naufragò nel muro di gomma della DC intenta a spremere, logorare ed isolare i comunisti ed il fallimento del compromesso storico sgombrò la strada ad una crescente degenerazione della vita pubblica, all’impoverimento del tessuto produttivo e al declino. L’eccessivo indebitamento servì infatti a garantire una più tranquilla sopravvivenza, perpetuare il potere dominante, fiaccare le coscienze illudendole d’un benessere illimitato mentre si dissipavano risorse immense a scapito delle generazioni future. Così l’Italia si votò a un ceto politico-affaristico (dal Caf: Craxi Andreotti Forlani, sino a Berlusconi) finito poi alla gogna, e passo dopo passo precipitò nel degrado stupendamente descritto da Sorrentino ne La grande bellezza.
Strappare Berlinguer da questo contesto è come togliergli l’anima. Qui si rivela la sua proposta, la peculiarità ed attualità del suo pensiero, l’assillo per le sorti del paese: la questione morale, l’austerità, la diversità, il senso dello stato che caratterizzarono la sua riflessione e la sua azione politica. Per chi l’avversò è difficile comprenderlo. Ma come uscire dalla crisi, in una fase pur così diversa: la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, la stretta che affoga l’Italia sfuggendo alle questioni allora poste da Berlinguer? Dopo l’uccisione di Moro egli si svincolò dall’abbraccio mortale della DC con realismo ed onestà. Il guado non fu certo semplice, “rischiammo – disse a Scalfari – una sconfitta che poteva metterci in ginocchio”. Tuttavia non ebbe il tempo per radicare e mettere in sicurezza l’alternativa democratica anche per le resistenze interne al gruppo dirigente che la considerava una linea moralistica e identitaria, non la necessaria correzione di rotta. Come andò a finire, è noto. Ma la dura realtà avrebbe chiarito quant’era lucida l’analisi, coerenti le proposte, profetico lo sguardo sul futuro: “I partiti non fanno più politica…hanno occupato lo stato e le sue istituzioni…la questione morale, nell’Italia d’oggi, fa un tutt’uno con l’occupazione dello stato…è il centro del problema italiano… se si continua in questo modo la democrazia rischia di restringersi…di soffocare in una palude” (intervista a Scalfari del 28.7.1981). Tutto appare oggi più chiaro, ma non c’e chi lo riconosca tra quanti respingevano, in nome della modernità, l’insistente richiamo giudicato pauperizzante, regressivo e impolitico secondo un arretrato cliché avversato dal pensiero ambientalista e fatto a pezzi dai teorici della decrescita.
Il film di Veltroni inquadra, in apertura, frotte di giovani che non sanno più chi fosse Berlinguer. E a scorno dei suoi eredi tornano in mente i versi: “Sugli estinti/non sorge fiore, ove non sia d’umane/lodi onorato e d’amoroso pianto”. Le immagini hanno un forte potere evocativo e possono suggestionare e commuovere. Sfugge ai più che può far sua l’idea della diversità chi la ritenne una vana riaffermazione d’orgoglio; o che i vertici del PDS-DS si fossero presto convertiti a un ideale di normalità al punto che su euromissili, scala mobile, alternativa democratica un suo segretario rinnegasse spudoratamente la “deriva identitaria e solipsistica di un partito che di fronte al presente non [seppe] opporsi alle sirene del passato”. Del resto ben riassume le ragioni del distacco l’odierno epitaffio d’un vecchio dirigente al passo coi tempi: “La storia di Berlinguer e della sua epoca è storia conclusa. Siamo entrati in un’epoca diversa. Lo vedo con i miei, mi rispettano, mi amano ma non capiscono cosa c’è stato”. Ma è difficile contestare che l’Italia affronti invece un passaggio sconvolgente senza scorgerne il senso, e una guida capace, nel vuoto lasciato dalla sinistra.
La trama del film presenta scarti notevoli: difetta il lungo apprendistato, la crescita intellettuale e umana del dirigente comunista mentre sfuggente è il Berlinguer delle battaglie sociali, dell’alternativa e della diversità: diversità dagli altri partiti, diversamente da come pare intenderla Napolitano, nonché immunizzazione del proprio rispetto alle inevitabili tentazioni. Carenze che inficiano la parte più curata relativa al dibattito, ed allo scontro, che ha attraversato il movimento comunista internazionale: la natura autoritaria e burocratica del socialismo reale, la necessità d’aprirsi alla democrazia, l’autonomia dei singoli partiti e la ricerca di nuove relazioni internazionali. Resta in ombra, infatti, il suo esser comunista, portatore semmai di una più evoluta concezione ideale che fu del PCI pur nell’aspra critica del socialismo realizzato. Come scrisse Pintor, egli “fece di un ideale un modo d’essere”, e fu amato per questa sua semplicità, coerenza, tenacia più che per la sua timidezza e l’apparente fragilità.
Si è detto che con Berlinguer è morto il PCI, cosa vera solo nel senso che sarebbe stato altrimenti impossibile liquidarlo in quel modo. Il PCI in realtà morì quando Natta fu defenestrato con un colpo di mano nel totale silenzio del gruppo dirigente. La caduta del muro offrì solo un pretesto, ma ormai corroso nei gangli decisivi il suo destino era segnato. Altri invece argomenta che il disegno politico di Berlinguer – dal compromesso storico all’alternativa, alla difesa della scala mobile – sia naufragato per cause e limiti intrinseci. Cosa non vera, pur non mancando gli errori: il compromesso storico, segnato dal golpe in Cile, era infatti una costruzione complessa, di largo respiro, suggerita dall’analisi pessimistica della situazione italiana, dei rapporti internazionali e dell’aggressività dell’America. Non un cedimento in cambio, magari, di qualcosa, ma un diverso e più avanzato terreno di lotta che non giustificava pertanto un’eccessiva fiducia nella DC e forse, nella fase d’avvio, avrebbe richiesto tempi più lunghi, maggiore cautela e cura al rapporto col PSI di De Martino e le altre forze laiche e democratiche. Ma questo è altro discorso. E purtroppo una perdurante reticenza ha impedito di far piena luce sulla vicenda da cui prese l’abbrivio la scomparsa del PCI e la presente deriva.
I protagonisti restano legati a un riserbo sconosciuto nel vecchio PCI, ma il diverbio tra Tortorella e Macaluso (esplicitatosi sul Corriere della sera dopo l’uscita del film, sull’isolamento dell’ultimo Berlinguer nello stesso gruppo dirigente del suo partito) sottende una storia che brucia ancora. Duole perciò che non ci sia storico interessato a indagare. E’ un po’ come per la guerra fredda, la grande impostura che ha drammaticamente deviato il corso della storia e ancora condiziona le scelte politiche, guardata con remissività. Ma un colossale imbonimento, o la silenziosa copertura d’una interessata rimozione, non può cancellare il diritto dell’uomo a conoscere, e vivere, il suo mondo reale.

*Già Deputato eletto nelle liste del Pci – Nato a Cetraro (Cosenza, Calabria) il 15 gennaio 1937

Berlinguer, il partito, la politica internazionale.

Saggio di Alexander Höbel

Praga, punto di svolta nei rapporti tra Pci e Pcus.
La distensione internazionale e il superamento dei blocchi. Eurocomunismo, terza via, terza fase.
Il dialogo con la sinistra socialdemocratica e col Terzo mondo. L’obiettivo del socialismo nella democrazia.

Enrico Berlinguer viene eletto segretario generale del Pci nel marzo 1972, al termine del XIII Congresso. Per tre anni ha svolto la funzione di vice-segretario accanto a un leader storico come Luigi Longo, che nel- l’autunno del 1968 era stato colpito da un ictus. Poco prima, dinanzi all’intervento del Patto di Varsavia nella Cecoslovacchia del Nuovo corso di Dubček, con- dannato con nettezza dal Pci, Berlinguer era stato tra i più critici, e nel dibattito interno aveva posto il pro- blema di una possibile rottura col Partito comunista sovietico e della necessità di preparare il Partito a tale eventualità. Longo aveva espresso una posizione al- trettanto severa sull’intervento militare, ma aveva esortato a «stare attenti a non lasciarci spingere fuo- ri dal campo dove vogliamo restare», il campo legato ai paesi socialisti e più in generale al fronte antimpe- rialista mondiale; e la maggioranza della Direzione aveva concordato col segretario. Aprendo una riunio- ne di segretari regionali e federali Berlinguer aveva ribadito: le posizioni del Pci contestate dai sovietici «sono per noi qualcosa di irrinunciabile […] parte essenziale del nostro patrimonio politico». Bisognava «approfondire le nostre posizioni e al tempo stesso evi- tare le rotture», il che poi costituiva «una messa alla prova» della togliattiana unità nella diversità. Il punto era dunque quello di rivendicare ancora di più che in passato «un sistema […] di rapporti democratici tra tutti i partiti comunisti», come effetto ed esigenza dello sviluppo del movimento comunista che implicava una articolazione di posizioni e anche di opzioni strategiche su cui non si poteva mettere alcun «tappo». L’internazionalismo implicava la diversità delle posizioni e il poli- centrismo auspicato da Togliatti diventava una necessità ineludibile [Höbel 2010a, pp. 538-541].

La memoria antistorica di Pigi Battista

Articolo di Guido Liguori

Sono seduto pigramente a leggere in una uggiosa domenica autunnale il supplemento libri del “Corriere della sera” quando letteralmente sobbalzo sulla sedia. Sto leggendo una recensione polemica di Pierluigi Battista all’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, libro che non ho letto. Certo, il titolo della recensione – Berlinguer non ti voglio bene – mi ha avvertito su gran parte del suo contenuto. La frase compendia non la posizione di Piccolo, ma quella del recensore, che critica l’autore proprio perché Piccolo dichiara esplicitamente di essere stato “dalla parte di Berlinguer” e dei comunisti, e non sembra rammaricarsene. E la critica viene avanzata in nome del fatto che, nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, secondo Battista, «dalla “parte giusta” stava Craxi, non il Pci».
Fin qui nulla di nuovo. Chiunque segua un po’ gli articoli di Pierluigi (per amici e conoscenti più semplicemente Pigi) Battista, non se ne può sorprendere. C’è una porzione d’Italia (per fortuna largamente minoritaria) che è stata craxiana, e poi (a volte maggioritaria, almeno in termini relativi) berlusconiana.

1402566799-berlinguer.jpgIo non ho mai fatto parte, per mia fortuna, né della prima né della seconda. Ma non mi scandalizzo. Ho già sentito e risentito la solfa che anche qui propina il giornalista: Craxi aveva ragione sulla scala mobile, sull’idea di proporre quello che Pigi chiama «un riformismo moderno», ecc. Non provo neanche a controbattere nel merito, quando i punti di vista sono così distanti che senso ha? Io penso su tutto l’opposto. Credo che Craxi abbia minato irrimediabilmente la politica fondata sui partiti, sul legame sociale, e abbia preso consapevolmente nelle sue mani sedicenti socialiste la bandiera della riduzione della democrazia e della alleanza coi “poteri forti”. Preferisco ricordare dunque come Enrico Berlinguer – esattamente per le posizioni cui allude polemicamente Battista – negli ultimi anni della sua vita abbia conquistato l’affetto, anzi dire l’amore, di milioni di donne e di uomini che lo riconobbero come loro «capo» (lo dico in senso gramsciano), nonché il rispetto e l’ammirazione di altri milioni di italiani, che pur non essendo comunisti o vicini ai comunisti, videro in lui il combattente onesto, leale, disinteressato. Non un «Ghino di Tacco», insomma, non uno che “faceva politica” in modo sporco o per proprio tornaconto o comunque per “mestiere”, per emergere o per imporsi a ogni costo, ma, come Berlinguer disse in tv a Minoli poco più di un anno prima dalla morte, per affermare i suoi ideali di comunista.
Fin qui, ripeto, nulla di nuovo: c’è chi sceglie tra i propri “eroi” Craxi, c’è chi sceglie Berlinguer. La frase che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è stata però un’altra. Raccontando di un incontro di hokey tra Urss e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969, meno di un anno dopo l’invasione di Praga, Battista scrive: «sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente “Dubcek Dubcek” straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista».

dai funerali di Enrico Berlinguer
dai funerali di Enrico Berlinguer

 E qui sobbalzo! Perché ricordo bene che, a metà degli anni Settanta, almeno fino al 21 giugno 1976, Pigi Battista era iscritto al “nucleo” (ovvero alla cellula o sezione) della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma di un partito che si chiamava “Partito di unità proletaria per il comunismo”, nato dalla confluenza del “manifesto” e del Pdup e avente come segretario Lucio Magri. Come faccio a esserne sicuro? Perché allo stesso nucleo e allo stesso partito ero iscritto anche io. E con me (con noi, ricordo allo smemorato Battista) erano iscritti tra gli altri Norma Rangeri, Guglielmo Pepe, Paolo e Alberto Flores, Franco Moretti, Gianni Belardelli, Mino Fuccillo e tanti altri. Ero tra i giovanissimi di quel gruppo, iscritto al primo e al secondo anno di università, un semplice militante di base, ma ricordo bene tutte e tutti: parole, comportamenti, posizioni.
Ora, è evidente che ognuno ha il diritto di cambiare idea. Anche io in parte lo feci, ammettendo nel 1979 – con alcuni anni di anticipo sul partito guidato da Magri e in sintonia con l’inizio della politica del “secondo Berlinguer”, autocritica verso gli errori della solidarietà nazionale – che era più giusto e più saggio, per difendere lo schieramento politico di cui mi sentivo parte e soprattutto i lavoratori e i ceti più poveri, iscriversi al Pci, già sotto attacco in quei primi anni Ottanta della offensiva neoconservatrice e neoliberista guidata da Thatcher e poi da Reagan. Altri presero strade diverse, molte delle quali più che dignitose. Altri, purtroppo, scelsero approdi molto differenti, non del tutto coerenti, a mio avviso, come quelli craxiani. Le loro ragioni – perché qualche ragione c’è in ogni posizione – vanno comunque capite e spiegate, sul piano storico, prima o oltre che condannate.
Ma se tutto questo è vero, perché si deve arrivare a falsificare non solo la storia, ma persino la propria biografia? Perché retrodatare di sei o sette anni il proprio anticomunismo? Certo Battista può dire: ho detto “anticomunista” per brevità, volevo dire anti-Pci. Ma sarebbe scusa meschina. Prima di tutto perché le parole hanno un senso e un peso precisi. In secondo luogo, perché proprio da Praga, proprio dal 1968-1969, Berlinguer iniziò a chiarire definitivamente che il Pci, i comunisti italiani, il comunismo italiano erano altra cosa dai carrarmati del patto di Varsavia. E in terzo luogo, potremmo aggiungere, perché proprio quel Dubcek che qui Battista evoca rimase sempre legato al Pci, coerente con le posizioni di comunismo democratico difese da Berlinguer. Che andò in quello stesso anno, il 1969, appena eletto vicesegretario, a dire in faccia ai sovietici, a Mosca, le distanze che separavano e che sempre più avrebbero separato comunisti sovietici e italiani. Forse fu fatto vicesegretario e designato a divenire poi segretario del Pci proprio per questo: perché non aveva alcun timore di dire tutto questo in faccia ai sovietici.
Esiste allora davvero – viene da domandarsi – un “complesso del rinnegamento” che fa dire a molti, prima che il gallo canti: “io non lo conosco”, ovvero: “io non sono mai stato comunista”? Sembrerebbe proprio di sì.