Cambiamo la politica. Non la Costituzione

Paolo Ciofi

In Italia, stretta tra l’epidemia con le sue pesanti ricadute in tutti i campi e la necessità pressante della ripresa economica e sociale, il referendum sul taglio dei parlamentari ha reso evidente l’involuzione e l’inconsistenza in cui si dibatte oggi la politica. Dato confermato dalle elezioni regionali, che con il risultato nettamente negativo dei 5 Stelle segnalano la persistente instabilità del sistema.

La maggioranza degli italiani sembra ritenere che lo stato del Paese sia da porre in relazione con il numero degli eletti, oltre che con il ruolo e gli intrighi del Parlamento descritto come un’adunanza di parassiti che campano occupando poltrone: una visione rozza e punitiva, pericolosamente falsificante lontana mille miglia dalla realtà dei rapporti sociali, da cui si trae la risibile conclusione che tagliando i rappresentanti di conseguenza si risolvono i problemi dei rappresentati e dell’intera società.

In realtà è stato inferto un colpo alla Costituzione, e i grillini applaudono in modo scompostamente infantile per quella che considerano una vittoria «storica», peraltro intrecciata alla altrettanto «storica» sconfitta da loro subita nel voto regionale con numeri quasi sempre al di sotto di due cifre. La spinta antistituzionale è diventata comunque più insistente e pericolosa, con la Lega e l’intera destra che puntano a una Repubblica di tipo presidenziale, fondata sul rapporto diretto capo-masse. Mentre Grillo vuole abolire il Parlamento scegliendo l’estrazione a sorte al posto delle elezioni.

La Repubblica presidenziale fa capolino da più parti, e sono in molti a volersi sbarazzare della Costituzione. Un obiettivo, questo, sempre perseguito dalla destra e pomposamente annunciato a suo tempo da Berlusconi, che ora coinvolge lo stesso Pd e le forze politiche presenti in Parlamento.

La cultura costituzionale non è mai stata molto diffusa in Italia, nell’opinione pubblica e anche nel ceto politico. Mentre, al contrario, ripetuti e insistiti sono i richiami alla democrazia liberale. Proprio quando la democrazia liberale è in crisi nel mondo per effetto delle condizioni imposte dal capitalismo dominante, che nella sua decadenza tende a distruggere non solo le istituzioni socio-politiche in cui sopravvive ma anche il pianeta Terra e gli esseri viventi che la abitano.

I dirigenti politici provenienti dal Pci sono stati tra i più tenaci e perseveranti sostenitori della democrazia liberale. Ed è noto come il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer sia stato il fattore decisivo della guerra di liberazione dal fascismo e della conquista della Costituzione, e anche delle lotte democratiche di massa per la sua attuazione. Sembra un paradosso ma in realtà, senza il testardo impegno di quelli che avrebbero dovuto continuare l’opera costruttiva di una democrazia partecipata e progressiva, ben più difficile e complicata sarebbe l’inversione a U verso la democrazia liberale.

Non per l’attuazione della Costituzione, ma per la retrocessione verso la democrazia liberale hanno fieramente combattuto i fondatori del Pd Walter Veltroni e Goffredo Bettini. E se il sindaco di Roma è stato pubblicamente elogiato dal quotidiano della Confindustria per il suo deferente omaggio alla ricchezza innalzando al cielo «le virtù dei ricchi», il suo aiutante pensieroso, chiedendo il sostegno dei ricchi virtuosi, è stato ancora più chiaro. Occorre «una vera e propria rifondazione democratica» perché la Repubblica è stata costruita principalmente da due partiti che rispondevano a «poteri esterni»: «la Chiesa per la Dc, il mondo comunista per il Pci. Questo ha ritardato una vera rivoluzione liberale», che è l’obiettivo per cui nasce il Pd.

Ma cos’è questa benedetta democrazia liberale, per la quale i più ganzi chiedono addirittura una rivoluzione? In sintesi, è l’assetto socio-politico che consente la massima libertà e sovranità del mercato, condizione ideale per l’espansione e il dominio del capitale. E siccome la nostra Repubblica è fondata non sul capitale ma sul lavoro che al capitale impone dei vincoli, ciò comporta che la libertà del capitale si possa ottenere solo ignorando la Costituzione, o facendone strame con l’obiettivo di depositarla nel retrobottega della storia.

In questi anni i tentativi sono stati numerosi. Con il risultato di concentrare fortemente la ricchezza e diffondere la povertà, accrescere le disuguaglianze e la disoccupazione, generalizzare la precarietà penalizzando soprattutto le donne e i giovani. Nel contesto di un deterioramento grave della condizione ambientale e di quella del Mezzogiorno. E senza che nessuno dei tradizionali problemi storici del Pese, come quello della sburocratizzazione e dell’efficienza democratica, sia stato avviato a soluzione.

Problemi preesistenti alla pandemia, che da questa sono stati fortemente aggravati, cambiando il nostro modo di vita, le relazioni umane e degli stessi esseri umani con la natura. E mettendo al tempo stesso in evidenza, nelle avversità, le risorse e le capacità di cui dispongono l’Italia e gli italiani.

Il nostro punto forte è proprio la Costituzione, che fondando la Repubblica sul lavoro e stabilendo il principio dell’uguaglianza sostanziale secondo cui occorre rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà, impediscono lo sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», ci ha consentito con la gestione pubblica della sanità di limitare i danni e di assicurare maggiore sicurezza rispetto ad altri Paesi, soprattutto anglosassoni, che hanno operato secondo il principio del privatismo individualista.

L’Italia, facendo asse su quel che resta del pubblico, ha potuto reagire con maggiore efficacia proprio perché ha usato gli strumenti messi a disposizione da una Costituzione in cui il pubblico ha una funzione trainante. Da noi, infatti, secondo l’articolo 32 della nostra Carta, «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

Se dunque la Costituzione ha dato un’ottima prova di sé in un momento cruciale della storia come quello che stiamo attraversando non ha alcun senso cambiarla. Nel migliore dei casi si tratterebbe di una regressione culturale e politica, nel peggiore di una svolta reazionaria. Il vero problema di cui soffriamo non è la Costituzione, ma la sua mancata attuazione a causa della vittoria del capitale sul lavoro e del degrado dei partiti, che come tramite tra la società e le istituzioni dovrebbero essere il pilastro su cui si regge la Repubblica.

Tema cruciale già affrontato con grande lucidità da Enrico Berlinguer quando, denunciando la questione morale, sosteneva che «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia». Con una differenza sostanziale rispetto ad allora: che oggi non esiste un partito in grado di rappresentare la classe lavoratrice e il mondo del lavoro del nostro tempo. Tanto meno di organizzarla. Una parte fondamentale della società moderna non ha né rappresentazione né rappresentanza. Tanto meno organizzazione.

Questa è la ragione di fondo della crisi della democrazia, e dello sragionare sulla necessità di cambiare la Costituzione. La Costituzione non va cambiata rovesciando il principio dell’uguaglianza sostanziale. Va aggiornata, potenziando e perfezionando quel principio. C’è bisogno di un’adeguata “manutenzione”. Ma soprattutto c’è bisogno di forze politiche che facciano asse sul lavoro È tempo di preoccuparsi. Di ragionare e di lavorare per colmare un insostenibile e pericoloso vuoto politico.

 

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