L’internazionalismo, nella diversità

di Fulvio Lorefice

La spinta a collegare le sue vicissitudini a quelle del mondo circostante venne dalla guerra. In mare, negli angusti spazi di un sommergibile, l’irrequietezza giovanile si fece coscienza politica: «a me la dichiarazione di essere socialista» – scrive Barca il 25 luglio 1943, a esito del censimento politico sul sommergibile in cui è imbarcato – «è venuta spontanea» (Luciano Barca, Buscando per mare con la Decima Mas, 2013, p. 78). «Ci sono state a bordo, nelle ore di veglia, letture importanti, riflessioni critiche» ma «a sancire la scelta c’è l’arrivo a La Spezia» con l’«inatteso spettacolo» di «decine di bandiere rosse» (Barca, cit., 78-79

L’ammutinamento di cui è protagonista nel settembre 1943 – grazie al quale il sottomarino italiano viene condotto a Malta e consegnato agli alleati anziché ai tedeschi a Genova, come avrebbe voluto invece il comandante Canezzai – segna, non a caso, uno spartiacque: rotti gli indugi si passa all’azione. Inizia così a prendere forma l’adesione attiva ad un campo internazionale, con tutte le contraddittorie implicazioni che l’hic et nunc della politica impone. Di fronte al caos della guerra viene affermandosi cioè la necessità di un nuovo ordine di libertà ed emancipazione: un gesto di alterità, quindi, l’ammutinamento, solo apparentemente estraneo al movimento operaio. Negli anni della guerra internazionale contro la giovane repubblica sovietica le fregate della marina militare francese, chiamate a soffocare quell’esperimento profano, erano state teatro, infatti, di disordini e ammutinamenti promossi da rivoluzionari non ancora di professione, quali Marty, Tillon e anche Tôn, futuro presidente del Vietnam riunito.

La parentesi bellica consegna un mondo nuovo alle giovani generazioni, nel quale possente si staglia il messaggio dell’Ottobre. Quanti intendono opporsi ad ogni tentativo di normalizzazione sociale, finalizzato, se non a neutralizzare il cambiamento, almeno a contenerlo sugli equilibri più arretrati a salvaguardia delle classi dominanti, individuano nel Partito comunista l’avamposto di questa azione civilizzatrice. Il profondo rinnovamento introdotto dall’analisi leninista aveva consentito di stabilire finalmente un rapporto strategico tra le lotte del proletariato dei paesi capitalistici e quelle dei popoli oppressi. Tale nozione si era poi arricchita del magistero gramsciano, che proprio in quegli anni, grazie a Togliatti, iniziava ad essere divulgato. Innanzi alla crescita delle interdipendenze, come intuito dal comunista sardo, dominare la trama di nessi intercorrenti tra nazionale e internazionale diveniva parte essenziale di ogni funzione di direzione politica.

Entro queste coordinate venivano quindi formati dirigenti e «quadri» comunisti, la cui opera di pedagogia politica delle masse si caratterizzava proprio per la propensione alla lettura di insieme della realtà. L’internazionalismo del PCI conosceva invece un’importante evoluzione nella seconda metà del secolo scorso: al mutamento delle condizioni oggettive che sino a quel momento avevano reso centrale il rapporto con il PCUS corrispose, infatti, una più articolata lettura del quadro internazionale. L’atteggiamento di Barca nei confronti del «socialismo reale» non fu mai contrassegnato da un particolare coinvolgimento. E tuttavia, pur avendo condiviso il crescendo di dubbi e critiche, che fu proprio della stragrande maggioranza del gruppo dirigente e che a lui era valso una specifica «scomunica» sovietica, a seguito di un articolo sulla Polonia pubblicato su «Rinascita» nel dicembre ’80, non ebbe a rallegrarsi di fronte alla caduta del muro di Berlino e alla conseguente «annessione» dell’est.

A questo sguardo sulle vicende internazionali Barca accompagna vivacità intellettuale e un’adeguata dose di disincanto. Se il suo ruolo dirigenziale, dopo la fulminante ascesa patrocinata da Togliatti, grazie alla quale entra in segreteria non ancora quarantenne, è contrassegnato da un progressivo ridimensionamento, con cui sembra scontare il suo peccato originale: essere «diventato cardinale senza essere stato né parroco né vescovo» (Luciano Barca, Cronache dall’interno del vertice del PCI, 2005, p. 266), la vera costante del suo percorso, che ne comprova il rilievo politico sostanziale, è il ruolo diplomatico.

È appunto in quest’ambito prospettico che va approfondita la riflessione. Mediazione e compromesso sono del resto categorie classiche dell’agire politico, ancora più centrali nella congiuntura storica del secolo passato. L’«assedio reciproco», per usare un’altra categoria gramsciana cara a Franco De Felice, non caratterizzava infatti la sola dinamica politica nazionale, nella quale forze di progresso e conservazione non riuscivano a prevalere le une sulle altre, ma anche quella internazionale. Gli stessi rapporti coi partiti fratelli, risentendo del particolare indirizzo strategico impresso dai comunisti italiani, richiedevano abilità e sensibilità particolarmente raffinate, di cui Barca diede indubbia prova fin dalla primavera ’59 in occasione della missione in Cina (qui il documentario AAMOD).

Si tratta delle pagine probabilmente più belle dei diari, sia per la prosa, leggera e pungente, in cui troneggia un delizioso Giancarlo Pajetta, sia per le atmosfere e i luoghi, incastonati in un tempo quasi onirico, sia per gli interlocutori, lo stato maggiore della Lunga marcia. In questa sede Barca viene deputato da Pajetta a condurre il negoziato per la stesura del documento comune ai due partiti, un compito arduo alla luce delle rispettive analisi di fase. Superata questa prova, con tanto di inconveniente linguistico – «in cinese non esiste un ideogramma per dire “riforme”» (Barca, cit., p. 219), gli vengono affidate alcune delicate missioni internazionali. Eccolo, quindi, nell’autunno ’61 in delegazione al XXII congresso del PCUS dove, tra un compito e l’altro, irrompe nella sala dei segretari per conferire con Togliatti. L’immagine che involontariamente restituisce è paradigmatica del momento storico attraversato dal movimento comunista internazionale.

Lo spettacolo è più incredibile che emozionante. Manca Mao Zedong (al suo posto c’è Zou Enlai che l’indomani abbandonerà polemicamente il Congresso), ma gli altri capi e dirigenti del movimento comunista internazionale ci sono tutti. Mi emoziona passare accanto ad Ho Ci Min, che risponde con un leggero cenno del capo al mio saluto. Ma sull’emozione vince la meraviglia e l’incredulità: quello che dovrebbe essere e potrebbe essere (e certamente appare così all’esterno) un temibile vertice informale dei capi del comunismo mondiale è un caffè Greco di single. Ho Ci Min è solo al suo tavolo. Thorez è solo. Castro è solo. Gomulka, Ulbricht, Togliatti sono soli con il loro bicchiere di tè e il piattino dei biscotti. (Barca, cit., pp. 261-262)

Seguono, poi, altre «missioni» per conto di Togliatti, con cui il sodalizio è fortissimo: in Francia sotto «copertura» presso Thorez (dicembre ’61), cui segue uno sgambetto interno dei servizi bulgari, e a Berlino-Est (febbraio ’62), dove incontra Axen. La cura dei rapporti è cifra della statura politica di Barca. La consuetudine con Tullio Ancora, originata dal dibattito parlamentare sulla Programmazione economica nell’autunno ’66, è, non a caso, premessa e forma dell’avvicinamento Berlinguer – Moro e della connessa diplomazia per il «compromesso storico».

Non deve, quindi, stupire se gli americani nel ’75 e i cinesi nel ’79 lo scelgano quale interlocutore all’interno del PCI. Il dialogo coi primi, autorizzato da Berlinguer ma a lungo taciuto al resto del Partito e soprattutto a Pajetta, è un’infruttuosa manovra di accompagnamento del progetto di «compromesso storico»: da intendersi, sottolinea ruvidamente Barca, in polemica con le incrostazioni interpretative successive, come «ripristino di corretti rapporti costituzionali attraverso un ritorno alle regole del ‘46-47 e alla normalità democratica senza fattori K» (Barca, cit., p. 593). Mentre per gli americani, nella persona del primo segretario d’ambasciata Martin Weenick, è parte di un più ampio sondaggio per verificare le intenzioni del PCI, sul terreno economico in modo particolare, nel caso in cui fosse andato al governo. Il dialogo coi secondi, autorizzato da Berlinguer e questa volta condiviso con Pajetta e con il resto del Partito, segna invece una svolta nei rapporti tra comunisti italiani e cinesi dopo la rottura del ’62. Quello con Zu Qiushun, terzo segretario d’ambasciata «ma chiaramente investito di poteri maggiori» (Barca, cit., p. 775), è un rapporto che non cesserà mai.

Lo sguardo alle vicende cinesi è del resto in Barca una costante, come testimonia il progetto di libro con Boffa, sulla base della documentazione di alcuni incontri riservati e dei relativi appunti, che non vedrà mai la luce e per il quale si attende ora uno storico. Due note sull’argomento meritano, inoltre, di essere menzionate: quella del 1990, a chiosa del viaggio del ’59, in cui sottolinea quegli elementi in nuce che già all’epoca, nonostante l’«apparente forzato egualitarismo», avevano differenziato la Cina dall’Unione Sovietica: «mercato, incentivi, competizione, decentramento di responsabilità» (Barca, cit., p. 225); e quella dell’agosto ’85, a latere del secondo viaggio in Cina su invito personale di Hu Yaobang, in cui veniva compiuta una sintetica disamina comparativa tra il modello maoista e quello denghista secondo la mediazione critica dell’allora segretario generale del PCC.

Le pagine dei diari sono impreziosite dall’inedita cura nel rendere forme e riti della diplomazia internazionalista: ne sono efficace dimostrazione i gustosi retroscena, nel senso autentico del termine, sui congressi dei PC di Polonia (febbraio ’80), Vietnam (marzo ’82) ed Etiopia (settembre ’84). Non mancano, poi, brevi ma puntali ritratti di persone incontrate e luoghi visitati: suggestive risultano ad esempio la brevissima parentesi dedicata al Capodanno copto o la digressione sull’atmosfera degli incontri in Siria, Libano e Iraq, nel febbraio ’74. Di tanto in tanto, infine, le vicende del dirigente lasciano il passo alle note dell’osservatore, dedicate ai principali eventi della politica mondiale di un sessantennio. Nelle pregevoli glosse di accompagnamento traspare in conclusione un’identità tra ricerca, lavoro e lotta: un’idea di politica quale espressione più alta dell’attività umana, di cui l’internazionalismo è stella polare.

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