IL V CONGRESSO DEL PCI

di Lucia Fabi e Angelino Loffredi

Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 dicembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931, alla vigilia della presa del potere di Hitler, a Colonia, in Germania . I delegati presenti sono 1800, un numero elevatissimo. E’ la prima volta che tanti comunisti si ritrovano a discutere insieme in un clima di libertà. Lo fanno a soli sette mesi dalla fine della guerra inaugurando così la stagione dei congressi, non solo del partito comunista, ma anche di tutti gli altri partiti. Qualche settimana prima Alcide De Gasperi è diventato primo ministro di un governo di unità nazionale di cui anche i comunisti fanno parte.

Già nella giornata del 28 Roma è imbandierata, quasi vestita a festa. Si respira un clima euforico e di grande attesa per gli esiti congressuali. Palmiro Togliatti nella relazione introduttiva illustra con un’ampia panoramica le questioni aperte e da affrontare. Inserisce un tema che troveremo sempre presente durante e dopo il congresso: l’unità nazionale. L’unità nazionale, egli dice, “esteriormente sembra conservata; in realtà essa è fortemente intaccata ed in pericolo… ….Abbiamo appena settanta anni di vita unitaria e per questo la nostra unità è ancora qualcosa di fragile… …Quando sentiamo parlare di Nord e Sud come di entità contrapposte, di regioni che si vorrebbero staccare dalla madre patria, noi non siamo soltanto presi da preoccupazione, ma sentiamo che un grande partito nazionale come il nostro deve porre tra i suoi compiti quello di lavorare e di lotta re affinché l’unità non venga perduta o seriamente compromessa; perché venga rinsaldata e rafforzata in tutta la sua ampiezza“. Togliatti si esprime in modo ancora più esplicito, rivolgendo un “…appello non solo umanitario e sociale, ma politico e nazionale per un incontro rinnovato fra Nord e Sud attraverso un impegno comune di amore e solidarietà verso i bambini e le famiglie”. Il dibattito che si sviluppa è veramente a tutto campo, si discute infatti della ricostruzione, della proprietà della terra, del voto alle donne, della partecipazione dei credenti alla vita di partito. A tale proposito il PCI sarà l’unico partito comunista in tutto il mondo a non pretendere l’ateismo dai propri iscritti; sarà un partito né ateo né confessionale ma laico, aperto a tutti i contributi, la cui unica e fondamentale condizione è l’accettazione del programma e non del pensiero filosofico. Si vuole costruire un partito di massa e non di soli quadri già selezionati e messi alla prova, e per ottenere tutto ciò è necessario aprire una sezione in ogni paese. Nella relazione di apertura si sollecita il voto per il referendum fra la repubblica e la monarchia, e per l’assemblea costituente. Si discute, infine, se fare un unico partito della classe lavoratrice con i socialisti. Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene Raul Silvestri3 , uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone . Silvestri aveva fatto parte della Resistenza nella zona di Ripi, aveva stampato e diffuso un giornaletto titolato “Avanguardia “ e si era distinto per atti di sabotaggio lungo la via Casilina per rallentare il transito dei camion tedeschi diretti a Cassino.  Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti ha parlato del Sud, della miseria, dell’ unità. Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud. Lo fa pensando alle spinte indipendentiste portate avanti nella sua regione dall’ esercito volontari indipendenza Sicilia, al quale il bandito Giuliano ha aderito assumendo il grado di colonnello. Il 1945, infatti, è un anno durante il quale frequenti sono gli scontri a fuoco fra carabinieri e banditi-indipendentisti, tutti raccordati con Andrea Finocchiaro Aprile e tendenti ad ipotizzare la Sicilia come 49° Stato degli Stati Uniti. L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediatamente si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona. Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità. In seguito a questo clima solidale,” l’Unità” del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno. L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per  andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni. Ne fanno parte Teresa Noce ( Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone. Il giorno dopo a Cassino la delegazione arriva con una autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare pacchi viveri, medicinali, chinino, 100.000 lire, e davanti al sindaco della città, Gaetano Di Biasio, e a tante mamme, in un’atmosfera di commosso e incredulo silenzio, la delegazione prende l’impegno di far ospitare i bambini della zona da famiglie del Nord e di inviare ogni mese 150 pacchi. Immediatamente tutti i presenti incominciano a mostrare interesse e chiedono precisazioni per le procedure da attuare. In serata la delegazione ritorna a Roma e quando i lavori congressuali stanno per terminare Teresa Noce sale sulla tribuna e descrive la desolazione incontrata. Parla emozionata e commuove tutti i presenti: «Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre e dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani e ragazzi. Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riusciremo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali e di chinino per vincere la malaria” e quando, forte, alza l’urlo “Salviamo i bambini di Cassino, salviamo l’infanzia  » i delegati si alzano in piedi applaudendo lungamente e manifestando una convinta adesione al problema che è stato posto in modo appassionato e accompagnato da forti sentimenti. Un apprezzamento doveroso è rivolto, inoltre, alla persona di Estella, a ciò che rappresenta, alla sua autorevolezza. Non va dimenticato che Teresa Noce ha partecipato alla guerra di Spagna, successivamente internata in Francia e poi inviata in un campo di concentramento a Ravensburg, in Germania. Di ritorno, dopo essersi ristabilita, insieme a Daria Biffi, Dina Ermini e Maria Maddalena Rossi, organizza a Milano e a Torino, già nell’ottobre del 1945, il trasferimento dei bambini orfani e poveri verso le famiglie delle province di Mantova e di Reggio Emilia7 . Togliatti alla conclusione dei lavori si fa carico dell’atmosfera instauratasi tra i presenti in seguito a ciò che hanno sentito e si esprime in termini chiaramente impegnativi e inequivocabili. «Abbiamo visto con commozione come l’appello per aiutare i bambini di Cassino ha portato ad una gara fra le nostre organizzazioni allo scopo di mostrare a quei disgraziati figli del nostro popolo, vittime innocenti di una politica di tirannide, di violenza e sventure che intorno a loro è raccolta la parte migliore del popolo italiano. Sono raccolti operai ed intellettuali, uomini e donne che vivono di lavoro e che vogliono col loro sforzo rendere più leggera la sofferenza odierna del popolo e rinsaldare in una rinnovata coscienza di solidarietà nazionale i vincoli che uniscono tutti gli strati dei lavoratori » . Con il V congresso s’inaugura una più attenta elaborazione politica sull’unità fra Nord e Sud. Già in quei giorni nelle borgate romane e nella provincia di Latina tanti bambini si stavano preparando per partire il 19 gennaio 1946 verso il Nord; nei mesi successivi altri bambini sarebbero partiti dal cassinate, dalle province di Rieti e de L’Aquila; l’anno dopo dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel 1950 verranno ospitati i figli degli imprigionati per la rivolta di San Severo e poi i ragazzi di Calabria appartenenti a famiglie alluvionate. Togliatti in quel momento è , forse, l’unico ad avere letto e studiato tutti gli scritti di Antonio Gramsci e ad avere meglio assimilato cosa era stato il Risorgimento con il suo limitato consenso e la scarsa adesione delle masse popolari. Il pensiero di Antonio Gramsci non è ancora ben conosciuto ed è proprio attraverso il particolare impegno di Togliatti che verrà studiato e approfondito, per affermarsi in Italia come il “traduttore politico” del socialismo scientifico. Non è un caso o una coincidenza se nei giorni del Congresso lungo i corridoi dell’Università sono esposti 12 dei suoi trentatrè quaderni scritti in carcere. E’ il capitale teorico e politico messo a disposizione degli Italiani, è la fonte alla quale si disseteranno ricercatori, analisti per capire la politica e l’Italia, ma rappresenterà anche la stella polare attraverso la quale si svilupperà la politica del PCI. L’aiuto ai bambini di Cassino, così come a quello delle popolazioni meridionali, non è solo un umano gesto di fraterna solidarietà, ma rappresenta lo snodo di una strategia tendente a creare una unità dal basso fra ceti sociali di regioni diverse. Le indicazioni di Togliatti sono chiarissime, espresse da un dirigente di grande prestigio. Ora bisogna coniugare il dire con il fare: il lavoro si sposta verso la periferia, nelle federazioni, nelle sezioni, sul territorio, e il contatto con le masse di cittadini diventa sempre più capillare e decisivo.

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