di Maurizio Acerbo

Il 30 marzo 1915 nasceva Pietro Ingrao. Nel 1989-1991 guidò la lotta contro il cambio di nome del Pci intuendo che si trattava in realtà di una ben più profonda mutazione. Fu lui a proporre che la mozione del no si chiamasse “rifondazione comunista” da cui poi prese il nome il nostro partito. Ingrao inizialmente non aderì. Propose di rimanere nel Pds per condurre dall’interno la lotta. Nel 1993 lasciò il Pds prendendo atto che ormai era altra cosa. Sempre vicino a Rifondazione aderì formalmente al partito nel 2005. Lo ricordo con uno stralcio dal libro intervista Le cose impossibili, un’autobiografia raccontata e discussa con Nicola Tranfaglia, che Editori Riuniti pubblicò nel 1990. Un libro che meriterebbe una riedizione.

Ingrao: Perché tu pensi che la «critica al modello sovietico» debba portare all’abbandono di quello che anch’io ho chiamato l’orizzonte del comunismo? Io resto convinto che la società sovietica non era né comunismo, né socialismo. Il mio dissenso da essa ha avuto – tra le altre – questa motivazione essenziale. E altri questo giudizio l’hanno dato prima di me: dalla Luxemburg, a Korsch, allo stesso Gramsci. Dalla critica la più aspra del modello sovietico si possono derivare quindi conclusioni diverse. Ed è tempo di riconoscere laicamente questo fatto. (…) Tu parli di un comunismo astratto e irrealizzato. Ma il socialismo democratico si è realizzato? E dove? O queste parole significano un’altra cosa, e allora diciamolo. Le parole sono pietre. Socialismo non è capitalismo. Questo non lo sostengo solo io. L’hanno detto in tanti che non erano comunisti da Kautsky a Martov a Otto Bauer sino alle correnti di sinistra della socialdemocrazia tedesca della seconda metà di questo secolo. In ogni modo, se il socialismo come alternativa o differenza dal capitalismo è irrealizzabile, perché continuare ad usare quel nome? Quanto all’aggettivo democratico, tu sai meglio di me quanto sia controversa, in questo secolo, la nozione di democrazia. E’ vero che senza libertà di voto e di parola non sappiamo parlare, nel nostro secolo, di democrazia. Ma proprio c’è uguale «libertà di voto» fra Gianni Agnelli e I’ operaio della Fiat? Oppure io e Berlusconi abbiamo uguale «libertà di parola»? No. non è cosi. Non lo sostengo solo io. Dunque anche queste parole «socialismo democratico» se vogliamo dirci la verità evocano trasformazioni sinora irrealizzate da nessuna parte del mondo. Dobbiamo decidere perciò che dobbiamo considerarle «irrealizzabili»? Questo discorso rassomiglia all’altro sulle «cose possibili» da fare invece di inseguire le cose impossibili. Ma è proprio vero che c’è un confine cosi netto, e determinazioni cosi irrevocabili? Cento anni fa in tre quarti di questo paese lo sciopero era «impossibile» non solo perché negato dalle leggi, ma perché nemmeno voluto o addirittura nemmeno «pensato» da tanti. Alcuni però corniciarono a pensare che quell’«impossibile» era possibile. Non era una fantasticheria. Era una lettura delle cose, che orientava e illuminava un agire, una iniziativa. E l’impossibile cominciò a diventare possibile. Lo sciopero è diventato una forma di lotta che ha segnato questo secolo, praticamente e idealmente. Vedi che non sto parlando di un pensiero astratto, o di un utopia. Ma di un pensiero e di un progetto che comincia a vivere nella realtà, che comincia da ora a segnare un percorso. E del resto tu sai cento volte meglio di me, dalla storia, che anche certe utopie hanno cominciato a spalancare le finestre. Se lo sguardo resta fermo ed opaco, non si vedono nemmeno le cose da cui cominciare. «Cominciare», ecco un verbo importante. Qualcosa che non c’è e comincia a nascere. Temo che se ci manca questo coraggio resta solo l’adattarsi all’esistente. Purtroppo a me l’esistente non piace, e per questo sono comunista. Un’ultima osservazione. Tu puoi dirmi che con le parole «socialismo democratico» intendi i sistemi di «Welfare State», realizzati e sperimentati da alcune socialdemocrazie europee. Non li disprezzo affatto. Ho cercato di conoscerli e studiarli, quando se ne parlava poco anche nel mio partito. Ma anche queste soluzioni, per quel che so sono state colpite e messe in discussione dalla ristrutturazione capitalistica dell’ultimo ventennio. Pensare a una ripetizione di quei «modelli» questo si che mi sembra astratto. Voglio dire che o si individuano i termini nuovi del conflitto sociale (non solo nella fabbrica) o non si lavora né per il comunismo, e nemmeno per forme nuove di controllo democratico o di condizionamento del capitalismo. «Qui è Rodi».

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