ADDIO AD ATTILIO GENTILI

di Aldo Pirone

Attilio ha vissuto una lunga vita, fra pochi mesi avrebbe compiuto cento anni. L’ho conosciuto alla sezione del Pci di Cinecittà negli anni ’60 del secolo scorso. Allora, sebbene lui fosse un assiduo militante, si andava a casa dei compagni a rinnovare la tessera di iscrizione al partito. Andare a casa di Attilio era una festa perché di tessere se ne facevano tante: al Pci e alla Fgci. Oltre a lui e a sua moglie, la cara Franca, a Roberto, a Paola, a Sergio e poi, quando crebbe diventando adolescente, a Anna. Era quella dei Gentili una famiglia di comunisti come ce n’erano tante in quei tempi. 

Poi l’ho conosciuto più a fondo quando divenni giovane segretario della sezione alla fine del ‘68. Attilio faceva parte del Direttivo alle cui riunioni partecipava regolarmente, dopo il lavoro. Ricordo che la sua presenza dava sicurezza a me che ero inesperto e che, grazie alla benevolenza dei vecchi compagni, avevo assunto quel compito in anni segnati da grandi lotte sociali e avanzate democratiche contrastate da trame antidemocratiche e violente intessute di stragi. 

Attilio aveva già sulle sue spalle l’esperienza di una militanza comunista negli anni cinquanta, gli anni del centrismo democristiano, del retrogrado regime clericale, della discriminazione e della scomunica dei socialisti e dei comunisti cui la famiglia Gentili aveva saputo resistere anche nella sua componente cattolica. Il compagno Attilio, allora, era responsabile di cellula nella sezione Appio. Mi è rimasto impresso un suo racconto. Mi disse che aveva conosciuto un giovane lavoratore che era stato fascista e aderente alla Repubblica sociale di Mussolini dopo l’8 settembre. Discutendo con lui lo aveva piano piano conquistato al partito fino all’iscrizione di cui si fece personalmente garante. All’epoca la tessera era una cosa seria, non la si dava al primo venuto e chi la chiedeva doveva essere garantito da almeno due compagni. Ancor più se era stato un milite fascista. Da quel momento il giovane ex fascista, impegnato nelle battaglie antifasciste, quando si trovava a discutere con i suoi vecchi camerati – mi diceva Attilio – usava dir loro: “State attenti che io con quella fiammella mi ci sono scottato di brutto”. La fiamma era nel simbolo del Msi e oggi in quello di Fd’I.

La cosa in questo racconto che mi colpì era l’attenzione dei comunisti verso la gioventù. In fondo Attilio aveva messo in pratica nel suo piccolo quel che raccomandava Togliatti in quegli anni del primo dopoguerra: conquistare alla democrazia progressiva, repubblicana e antifascista, anche quei giovani che erano stati fuorviati dal fascismo.

Attilio era un bravo operaio, poi artigiano, del ferro. Ricordo che insieme a Romolo Moreschi, altro militante popolare, risolsero un grande problema che allora avevamo: il palco per le manifestazioni della sezione. Ogni volta era un problema. Di solito si ricorreva ai tubi innocenti ma bisognava avere chi li sapesse montare. Loro s’ingegnarono e trovarono il modo di costruire dei moduli facilmente montabili da tutti. Può sembrare oggi, in epoca di computer, smartphone, social, un problema risibile ma non lo era allora quando molta della comunicazione politica passava per i comizi e le Feste de l’Unità.

Attilio ha fatto parte di quella generazione che ha costruito la democrazia italiana in anni difficili. Lo ha fatto scegliendo di militare nel Pci come milioni di italiani e italiane. Nella sua lunga vita ha visto l’avanzata e anche la sconfitta e la regressione politica. Ma non ha mai mollato. Lo ricordo ancora qualche anno fa mentre camminava per via Cavour partecipando, nonostante l’età già avanzata, ad una manifestazione democratica. Non c’era più da molto il suo partito, ma rimaneva l’attaccamento alla democrazia e alla giustizia che quel partito gli aveva inculcato.

Ha vissuto a lungo e lascia come eredità morale e politica una bella famiglia democratica e di sinistra che lo ricorderà per sempre e che io ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare.

Ciao Attilio!

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