L’Europa dei popoli e dei lavoratori

Il progetto tradito di E. Berlinguer e A. Spinelli

Intervista di Paolo Ciofi rilasciata al http://www.ilbecco.it il 26 giugno 2016

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Nel marzo del 2015 Futura Umanità, l’associazione da lei presieduta, ha promosso un importante convegno sulla figura di Enrico Berlinguer. Le relazioni esposte in occasione di tale iniziativa sono state recentemente raccolte in un volume da lei curato in collaborazione con Gennaro Lopez (Berlinguer e l’Europa. I fondamenti di un nuovo socialismo, Editori Riuniti, 2016). A suo avviso, chi oggi ha raccolto, nell’Europarlamento, il pensiero di Berlinguer circa l’Europa?

Oggi, di fronte alla Brexit, che è la dimostrazione clamorosa del fallimento dell’Europa dei trattati di Maastricht e di Lisbona, le parole di Enrico Berlinguer, pronunciate nel 1984, appaiono profetiche: «L’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica possibile». Il fatto che dopo la sua morte sia stata costruita non l’Europa dei popoli e dei lavoratori, ma l’Europa della finanza e dei mercati che sfrutta, opprime e divide i popoli e i lavoratori, ci dice che il pensiero e la pratica politica del segretario del Pci non hanno avuto, e non hanno tutt’ora, molti seguaci nell’Europarlamento. La vittoria del capitalismo neoliberista su scala globale, insieme alla liquidazione del partito di Berlinguer, ha portato alla conversione delle socialdemocrazie in traballanti stampelle del sistema dominante e del pensiero unico, senza più neanche la volontà di redistribuire la ricchezza a vantaggio dei lavoratori subalterni e dei ceti intermedi. Mentre il partito della sinistra europea è poco più di una sigla, non ha radicamento sociale salvo rare eccezioni, e appare diviso anche su fondamentali questioni di principio. Ma d’altra parte, in questo quadro non esaltante, di fronte alla crisi ormai conclamata dalla Brexit dell’Europa costruita sugli interessi del capitalismo dominate e delle tecnoburocrazie che lo rappresentano, proprio il pensiero critico e la visione politica rivoluzionaria di Enrico Berlinguer tornano d’attualità come punti di riferimento ineludibili per la costruzione di un’altra Europa.

Antitetiche rispetto al disegno europeista promosso da Berlinguer, appaiono le posizioni euroscettiche che, anche a sinistra, raccolgono un crescente consenso. Qual è la sua opinione in merito all’idea di un “plan b” per l’Europa lanciata da Varoufakis, Melenchon, Lafontaine e Stefano Fassina, lo scorso settembre?

E’ difficile non essere euroscettici in questa Europa. Nella quale il lavoro da diritto torna ad essere una merce mal pagata in balia delle oscillazioni del mercato, e i diritti all’istruzione, alla salute, alla pensione vengono smantellati e trasformati in fonti di profitto per privati, assicurazioni e banche, mentre si moltiplicano le guerre tra poveri e alle porte premono masse di diseredati contro i quali si innalzano muri di incomprensione e di odio. Il problema però non consiste nell’essere in astratto più o meno scettici, pro o contro l’Europa, ma di stabilire quale Europa si vuole. E cosa si fa per mettere in campo un progetto alternativo, lottando su tutti i terreni – culturale, sociale, politico – per poter realizzare tale progetto. È impensabile che la via d’uscita, come già aveva previsto Berlinguer, possa consistere nel ritorno al passato dell’Europa delle patrie, retrocedendo verso Stati nazionali chiusi nella propria identità. L’innalzamento delle barriere nazionali, nelle condizioni della globalizzazione del capitale, significa perdere di vista la portata e la configurazione inedita del conflitto tra le classi, con la conseguenza che i lavoratori finiscono per combattersi tra loro, aprendo la strada a prospettive imprevedibili e incontrollabili, invece di unirsi nella lotta per un’Europa nuova che garantisca libertà e uguaglianza sostanziali. La via nazionalista è dunque una prospettiva falsa, un’illusione pericolosa che alimenta spinte irrazionali e fascistiche senza intaccare i fondamenti su cui si regge il dominio del capitale finanziario in Europa e in ogni singolo Paese. Da questo punto di vista, il cosiddetto “piano b”, come pure il dibattito sul tema euro no-euro sì che divide la sinistra, a mio parere non vanno al cuore del problema: lo dimostra tra l’altro proprio la Brexit, che ha messo in evidenza come il diffuso stato di malessere sociale e di incertezza sulle prospettive sia esploso in un Paese dove l’euro non ha corso. Mentre, per altro verso, la Grecia, emblema della vittoria della sinistra in un solo Paese, rischia di essere soffocata dalle attuali politiche europeiste. Per cui il tema vero è quello di un “piano a”, che rovesci l’intero impianto dell’Unione mettendo al centro, al posto del capitale, il lavoro: nelle sue moderne declinazioni culturali, sociali e politiche. Aveva proprio ragione Berlinguer: senza un adeguato peso politico delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo l’Europa non esiste.

La sinistra italiana si trova oggi divisa su linee di fratture marcate rispetto al tema dell’Europa, tra il succitato euroscetticismo e l’idea di un’Europa ancora più radicalmente unita. Vi è una prospettiva di ricomposizione tra queste due anime? Quale delle due ha oggi maggiore prospettiva di radicamento?

Occorre essere molto chiari su un punto. Non si esce dalla crisi se non si è in grado di condizionare e di mettere sotto controllo il capitale finanziario, in Europa e in Italia. Anche ponendo dei limiti alla proprietà sui mezzi di produzione e di comunicazione, in modo da assicurarne la funzione sociale e di fare in modo che l’iniziativa economica non offenda la sicurezza e la dignità della persona, come prevede la nostra Costituzione. Ma è evidente che il capo del filo di una simile prospettiva non si può afferrare se non si costituisce una soggettività politica con caratteristiche popolari e di massa, che dia forza e rappresentatività alle lavoratrici e ai lavoratori del nostro secolo. Piuttosto che dividersi sul “piano b” e sulla questione dell’euro, la sinistra dovrebbe cercare l’unità su questo tema strategico, che è diventato di stringente attualità. In Europa e nel mondo preme la necessità di una civiltà più avanzata: di un nuovo socialismo, diverso dai modelli finora conosciuti. Persino in America, con Sanders, si è tornati a pronunciare la parola socialismo.

Stiamo assistendo, nel nostro continente, a spinte sempre più fortemente antieuropee e spesso venate da xenofobia, come si è visto con la Brexit e come si può constatare dalle posizioni della Lega e del Front National in Francia, di Orban e Jobbik in Ungheria e anche di altri esponenti politici. C’è ancora futuro per quella idea di Europa che animò l’iniziativa dei padri fondatori dell’Unione?

Direi che non c’è futuro per l’Europa se non si torna ai fondamenti. Si fa un gran parlare del Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita di cui Altiero Spinelli fu promotore. Ma lo si fa spesso, in particolare da parte del presidente del consiglio, ignorandone i contenuti veramente innovativi e riducendolo a un volantino di propaganda in cui scompare l’essenziale. Ovvero il nesso che lega la questione sociale con la questione democratica per perseguire l’obiettivo di fondo di un nuovo ordinamento, in cui non basta affermare il principio liberale dell’uguaglianza davanti la legge. «La rivoluzione europea» – vi si legge – «dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici». Di conseguenza, sarà necessario affrontare il nodo della proprietà privata, che «deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». Un’impostazione che si ritrova nella Costituzione del 1948, in netto contrasto con i trattati europei, che assumendo come fondamento l’economia di mercato non lasciano alcuno spazio ai diritti del lavoro e ai diritti sociali, considerati variabili dipendenti dal mercato. Non è un caso che dalla collaborazione tra Enrico Berlinguer e Altiero Spinelli, eletto al Parlamento europeo nelle liste del Pci e poi nominato vicepresidente del gruppo comunista, sia nata la proposta più innovativa di quegli anni, il passaggio dal mercato comune all’unità politica dell’Europa. «Senza la forza del Pci – ha osservato il padre del federalismo europeo – non avrei potuto condurre la mia battaglia europeista». E ciò è stato possibile, aggiungeva, perché Berlinguer «ha portato a compimento, con rigorosa conseguenza, la saldatura tra democrazia e socialismo e una politica comunista tesa a conquistare un’Europa fatta dagli europei». Democrazia e socialismo: le due parole chiave che l’Europa dei trattati tra oligarchie di potere ha nella sostanza cancellato. Emarginando l’Europarlamento e la partecipazione democratica, concentrando proprietà e ricchezza nelle cattedrali del capitale. Generando esclusioni e malessere, accentuando lo sfruttamento esasperato della persona umana e dell’ambiente. Alimentando con ciò la crescita dei terrorismi e il rischio di una guerra planetaria. Ma condannando al tempo stesso se stessa a un irrilevante ruolo gregario nello scacchiere globale. Democrazia e socialismo per l’affermazione piena della libertà e dell’uguaglianza: sono le parole chiave da recuperare e rinnovare nei significati, se vogliamo arrestare il declino del nostro continente e far avanzare nel mondo la funzione di pace, di cooperazione, di solidarietà e di progresso di un’Europa nuova. Sono le parole che hanno guidato l’impegno di Enrico Berlinguer. E che oggi, in una mutata condizione del mondo, si ripresentano come una necessità storica che chiede una risposta.

Giù le mani da Berlinguer

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Articolo postumo pubblicato da Rinascita il 16 giugno 1984  Enrico Berlinguer scriveva:

    Ormai tutti vedono che le coalizioni che prendono vita alle spalle del Parlamento, che i governi che non vogliono e non sanno governare con e attraverso il Parlamento, che sono il prodotto di questi meccanismi e di questi metodi consun­ti, e divenuti anche pericolosi, non sono coalizioni realmen­te solidali ed efficienti. I partiti delle maggioranze delimita­te che compongono quelle coalizioni stanno insieme al go­verno spalleggiandosi per poter conservare il loro potere sul­le istituzioni e sulla società, ma ciascuno è dominato dalla paura che un altro lo scavalchi.

    E allora si va alle ben note «verifiche», dopo le quali, tuttavia, quelle coalizioni restano egualmente divise, continuano a covare contrasti, dai quali possono venire o oscillazioni, incertezze e paralisi dei gover­ni, ovvero polemiche e lacerazioni: queste ultime, però, esplodono per lo più fuori del Parlamento (negli organi di partito, nei convegni, sulla stampa).

    Nel Parlamento esse o vengono artatamente coperte e dissimulate o si manifestano nella forma patologica dei «franchi tiratori». Si corre, allo­ra, ai ripari; ma, ancora una volta, i rimedi a cui si pensa vanno prevalentemente in direzione di un indebolimento dei poteri del Parlamento.

    Sicché la profonda esigenza di restituire alle istituzioni la funzionalità e il ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare viene distorta e tradita. Attraverso alcune delle «riforme» di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il Parlamen­to, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a gover­ni che non riescono a garantirsele per capacità e forza politi­ca propria.

    Ecco la sostanza e la rilevanza politica e istituzionale della «questione morale» che noi comunisti abbiamo posto con tanta decisione.

    Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrisia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e di abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi (la mafia, la camorra, la P2) che hanno inquinato e condizionano tuttora i poteri costituiti e legitti­mi fino a minare concretamente l’esistenza stessa della no­stra Repubblica.

    Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza de­mocratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e di meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgi­menti che romperebbero anche formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni.

    Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza al loro funzionamento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi, se seguitano ad agire e a comportarsi come agiscono e si comportano oggi, se non si risanano, se non si rigenerano, riacquistando l’autenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni.

Paolo Maddalena. La necessità delle campagne referendarie

La prima cosa da dire ai cittadini chiamati a esprimersi sui referendum, per “le riforme costituzionali” e per l’abrogazione della legge elettorale “Italicum”, è quella di chiedersi: “cui prodest”? A chi giova? In altri termini, all’immaginario collettivo, ottenebrato dalla politica menzognera del “neoliberismo”, pensiero unico dominante, deve essere innanzitutto chiarito che dette riforme, obiettivo ultimo e non rinunciabile di Matteo Renzi, non sono di alcuna utilità per il popolo italiano, ma servono soltanto agli interessi economici della “finanza”, cioè delle banche e delle multinazionali, alle quali Renzi, come in genere l’intera classe politica, si è da tempo asservito.

In proposito è molto importante sottolineare che la “finanza” possiede una “ricchezza fittizia”, costituita da “prodotti finanziari”, ed in particolare da “derivati” ad alto rischio per la Collettività, che ha raggiunto dimensioni stratosferiche.

E’ stato valutato che, nel 2010, il valore dei “derivati” in circolazione nel mondo ammontava a 1,2 quadrilioni di dollari, mentre il prodotto interno lordo di tutti i paesi del mondo arrivava a mala pena a 60 trilioni di dollari. La situazione odierna è certamente molto più grave, ma ciò che è da porre in evidenza è che la “finanza”, avendo in mano, quasi per intero, tutta questa “ricchezza fittizia”, è in grado di determinare, essa sola, il livello dei prezzi delle materie di maggior consumo, il valore delle singole imprese (aziende, industrie, banche, ecc.) e il livello dei tassi di interesse sul debito pubblico e privato. Ne consegue che i destini dei singoli e dei popoli sono finiti nelle loro mani.

Questa “ricchezza fittizia” è stata costruita grazie al “sistema della creazione del danaro dal nulla” da parte delle banche private, le quali sono state autorizzate dalla legge a trasformare i propri diritti di credito (derivanti da prestiti a clienti), in “titoli commerciabili”, cioè in “obbligazioni” il cui valore dipende dal fatto, certamente aleatorio, che il debito sia pagato. Questo “sistema” cosiddetto dei “derivati” si è ben presto esteso a qualsiasi “strumento finanziario” che faccia “derivare il proprio valore” da quello di altre attività, quali merci, valute, crediti, titoli, indici finanziari o addirittura eventi sportivi, corse di cavalli, gare di calcio, ecc. Si tratta in sostanza di “scommesse” sul verificarsi di un determinato evento. Un vero e proprio assurdo.

Le leggi che rendono legittimi questi “strumenti finanziari” sono state emanate, dapprima negli Stati Uniti, e poi man mano in molti Stati dell’Occidente. In Italia, la legge n. 448 del 2001 (finanziaria 2002) autorizza gli enti locali a pareggiare i propri bilanci con i “derivati”, che la legge stessa denomina “swap”. La legge n. 130 del 1999, disciplina precisamente la “cartolarizzazione dei diritti di credito”, cioè di un particolare tipo di derivati che fanno derivare il “valore” economico del titolo stesso dal

“pagamento” o dal “mancato pagamento” dei “debiti cartolarizzati”. Ci sono poi numerose leggi dei governi Berlusconi, che riguardano “la cartolarizzazione delle vendite degli immobili pubblici”, il cui valore economico deriva dal fatto che detti immobili “siano venduti” o restino “invenduti”; ci sono ancora leggi che prevedono un’altra forma di “derivati”, i “project bond”, il cui “valore” deriva dal fatto che la costruzione di una determinata opera pubblica “produca” o “non produca” un aumento di valore degli immobili circostanti, e l’elenco, lo si creda, potrebbe continuare a lungo. Questi “titoli commerciabili” sono in sostanza delle obbligazioni, per così dire, “a rischio”, il cui valore, come si è appena detto, deriva dal verificarsi o meno di determinati eventi, e servono per “trasferire” sugli acquirenti” il “rischio” insito nel titolo stesso. Se, poi, con detti titoli si pareggiano i bilanci di una banca che non può fallire, ovvero un ente pubblico territoriale, è chiaro che il rischio viene direttamente trasferito sulla collettività.

Tutto questo avviene a livello mondiale. La situazione, tuttavia, è ancora più grave in Europa, nella quale dirige le operazioni la cd. “troica”, che è formata: dalla BCE, composta da 18 banche centrali “private”, dalla Commissione Europea (completamente asservita ai voleri della finanza) e (non si sa bene a quale titolo) dal Fondo Monetario Internazionale, formato da 12 banche “private” di primaria importanza, tra le quali la Rothschild, la Goldman Sachs, la J. P. Morgan, e da una moltitudine di altre banche private tra loro collegate e in genere dipendenti dalle banche maggiori. Questo organismo, sotto la spinta autoritaria della Bundesbank, che è la più forte delle banche centrali europee, impone agli Stati membri del sud Europa una “politica di austerità”, al fine dichiarato, ma assolutamente menzognero, di diminuire il debito pubblico, che poi, con altra menzogna, viene fatto ritenere come conseguente ai “costi dello stato sociale”, e non, come realmente è, agli alti “tassi di interesse” imposti dai mercati sui titoli del debito pubblico. E si noti al riguardo che i paesi del nord Europa, e specie i paesi scandinavi (che sono portati a modello) spendono per i servizi pubblici essenziali di gran lunga molto più dell’Italia e, in genere, dei Paesi del sud Europa. In effetti, non può sfuggire all’opinione pubblica che l’imposizione della politica di austerità, facendo tagliare le spese e facendo diminuire gli investimenti in attività produttive, comporta una “aumento” e non una “diminuzione” del debito pubblico, visto che si tratta di un rapporto tra debito e PIL. Come se ciò non bastasse, questo Organismo impone agli Stati del sud Europa anche i cd. “compiti a casa”, l’obbligo cioè di attuare riforme che, anziché far crescere l’economia con investimenti produttivi, la fanno andare in recessione aumentando la disoccupazione.

E qui viene in evidenza l’altro strumento che, oltre la “creazione del danaro dal nulla”, utilizza la “finanza”: le “privatizzazioni” dei beni pubblici in proprietà collettiva del popolo, le quali sono presentate come” vantaggiose” per gli interessi degli Italiani, in quanto servono a pareggiare i bilanci pubblici. Si tratta, invece, di strumenti menzogneri e micidiali, poiché recidono il legame tra

un’industria, o un altro bene produttivo, ed il territorio, facendo in modo che questo bene, che apparteneva a tutti i cittadini e che è stato venduto a un solo soggetto, di solito straniero, vaga per il mondo come vaga il suo titolare con la conseguente “delocalizzazione” che provoca perdita dei posti di lavoro ed ulteriore miseria.

Altra disastrosa menzogna è quella che riguarda la proclamata bontà delle “liberalizzazioni”, anch’esse volute da questa specie di Europa che Europa non è, le quali sono invece dannosissime per l’Italia, poiché pongono in concorrenza aziende ed industrie dei paesi del sud Europa, e soprattutto italiane, con aziende ed industrie straniere, come quelle tedesche, che godono dei favori del mercato, e quindi godono di una posizione di vantaggio (posizione economica dominante), e agiscono spesso violando impunemente i Trattati internazionali e quelli dell’Unione Europea.

Non può sfuggire a nessuno che, In realtà, le “privatizzazioni” e le “liberalizzazioni” servono per far sì che la finanza possa trasformare in “beni reali” i beni “fittizi” creati dal nulla, possa cioè impunemente esercitare un’opera predatoria di rastrellamento dei beni reali esistenti, annientando la sua originaria funzione che era quella di investire, guadagnare sugli investimenti (il profitto) e aumentare l’occupazione. In altri termini, l’antico percorso “finanza-prodotto-finanza”, si è ora trasformato nel percorso “finanza-finanza”, con l’effetto di produrre ricchezza per pochi e disoccupazione, recessione e miseria per tutti coloro che non fanno parte della ristretta “oligarchia neocapitalistica”.

Si capisce, a questo punto, che l’ultimo ostacolo che la finanza desidera fortemente superare per la realizzazione completa del suo “progetto politico” è costituito dall’esistenza in Europa delle Costituzioni del secondo dopoguerra, che tutelano i diritti fondamentali della persona umana e che impediscono le subdole operazioni delle quali si è detto. D’altro canto è da segnalare che già oggi il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’Organo dell’UE che elargisce i prestiti, gettando nella miseria e nella morte milioni di persone (vedi la Grecia), si avvale di taluni provvedimenti normativi che dichiarano i loro componenti “immuni da qualsiasi responsabilità penale, civile e amministrativa, ed immuni i loro archivi”, in modo che nessun giudice nazionale possa leggere i documenti in essi conservati. Questa “immunità” verrà estesa a tutti gli operatori economici e finanziari con la firma, già promessa da Renzi, del Trattato Transatlantico tra Stati Uniti e UE (TTIP), di prossima sottoscrizione.

Eppure, questo “deforme sistema economico finanziario” che è stato creato dal pensiero neoliberista e attuato dall’oligarchia finanziaria, potrebbe essere facilmente smantellato, se si abrogassero le leggi incostituzionali sinora emanate in materia dai singoli Stati e, per quanto ci riguarda, si applicasse il sistema dell’”economia mista” previsto dalla Sezione terza della Parte prima della vigente Costituzione repubblicana.

Ma, ovviamente, i governi Europei, ed in particolare i nostri, del tutto asserviti alla finanza, si guardano bene dall’applicare le proprie Costituzioni e fanno di tutto per distruggerle. Infatti, da noi, le modifiche costituzionali oggetto di referendum servono proprio per fare in modo che una ristretta cerchia di elettori, che potrebbero costituire anche solo il 20 o 25 per cento dell’elettorato attivo, possa, mediante il sistema del ballottaggio previsto dall’attuale legge elettorale, detta “Italicum”, avere la stragrande maggioranza dei seggi in Parlamento, e, essendo stato il Senato reso del tutto passivo ed imbelle dalla stessa riforma, attuare agevolmente “ulteriori modifiche” anche della parte prima della Costituzione, cancellando persino i “diritti fondamentali” che più insidiano gli interessi della finanza, come il diritto alla salute, all’istruzione, alla ricerca scientifica e tecnologica e così via dicendo.

E’ opportuno comunque ricordare che tutti i provvedimenti legislativi approvati nel corso del governo Renzi hanno questa incredibile caratteristica: sono a favore della finanza internazionale (soprattutto statunitense e tedesca) e sono contro gli interessi del Popolo italiano, contro la salute dei cittadini e contro l’ambiente. Per esser brevi, citiamo soltanto l’art. 1 del decreto “Sblocca Italia”, nel quale si legge che “in caso di motivato dissenso da parte di un’Amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico o artistico o alla tutela della salute e della pubblica utilità, la questione, in deroga all’art. 14-quater, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modifiche e integrazioni, è rimessa alla decisione del Commissario, che si pronuncia entro quindici giorni”. Il che vuol dire che l’interesse all’esecuzione dell’opera (molto spesso inutile o dannosa) prevale sulla tutela del territorio, della salute e dell’incolumità dei cittadini. Si potrebbero peraltro citare una serie interminabile di provvedimenti che vanno in questo senso: si pensi al “Jobs Act”, che ha eliminato con un tratto di penna i diritti dei lavoratori conseguiti dopo decenni di lotta, alla “buona scuola”, che affida tutto a un “manager” e privilegia le scuole dei ricchi al posto di quella pubblica di tutti, alla “riforma della P. A.”, la quale, tra l’altro, ha disposto che il principio del “silenzio assenso” valga anche per le zone vincolate, mentre ha tolto autorità alle Soprintendenze, accorpandole e sottoponendole al Prefetto.

Ciò detto si capisce che Renzi dice il vero quando annuncia che, se perdesse il referendum, lascerebbe la politica: egli, evidentemente, ha assicurato ai suoi sostenitori “finanziari” che avrebbe cancellato la nostra Costituzione Repubblicana. Cosa che, come si è visto, è resa possibile attraverso la modifica costituzionale in esame in rapporto alla nuova legge elettorale detta Italicum. Una combinazione di leggi che consegnerebbe il Parlamento ed il Paese ad una minoranza, divenuta, per la “magia” delle modifiche renziane, una “maggioranza fittizia”, facilmente manovrabile dal Capo del governo.

Ecco allora che si rende necessaria la battaglia referendaria che sta per iniziare: dire chiaramente NO a questa riforma costituzionale ed a questa legge elettorale rappresenta un dovere per ogni cittadino Italiano ed una necessità improrogabile per l’interesse dell’intero nostro Paese.

Paolo Maddalena
(Vice Presidente Emerito della Corte costituzionale)

Enrico Berlinguer è morto nel 1984, ma molte delle sue idee-forza possono essere utili ancora oggi.

Articolo di Guido Liguori

Anche per quel che concerne la politica internazionale – vera e propria passione del comunista sardo e palcoscenico centrale della sua attività politica – e in particolare lo scenario europeo, le prospettive della sinistra oggi in Europa, dopo la vittoria di Tsipras in Grecia. È a partire da queste convinzioni che Futura Umanità, l’associazione nata per studiare e diffondere «la storia e la memoria del Pci», insieme alle fondazioni e agli istituti culturali della Linke e di Syriza e al gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl, hanno promosso un incontro internazionale in programma per venerdì prossimo a Roma (Auditorium di via Rieti 11, dalle ore 9.30). Sia per ricordare l’eurocomunismo di Berlinguer, il suo dialogo con le correnti di sinistra delle socialdemocrazie europee, il suo proficuo incontro con Altiero Spinelli; sia per valutare il cammino fatto e da fare per «la costruzione di una sinistra nuova in Europa», come recita una sessione del convegno.

Oltre l’esperienza sovietica

Berlinguer vedeva nel capitalismo un sistema che rendeva strutturalmente instabile la pace e a rischio la sopravvivenza del genere umano e del suo ambiente; la fonte insuperabile di crisi economiche, di fenomeni di disoccupazione di massa e di impoverimento, di sfruttamento e alienazione dei lavoratori. E considerava endemici i rischi di autoritarismo e fascismo, tanto da scrivere che «proprio per salvare la democrazia, per renderla più ampia, più forte, più ordinata possibile bisogna superare il capitalismo». Nel contempo, al centro dell’azione di Berlinguer vi è stata, soprattutto dopo l’invasione di Praga del 1968, la convinzione che il modello di socialismo per cui potevano essere chiamate a lottare le classi subalterne dei paesi a capitalismo avanzato. Nel contempo, al centro dell’azione di Berlinguer vi è stata, soprattutto dopo l’invasione di Praga del 1968, la convinzione che il modello di socialismo per cui potevano essere chiamate a lottare le classi subalterne dei paesi a capitalismo avanzato non poteva che essere diverso da quello del socialismo autoritario nato con l’esperienza sovietica. Quali connotati doveva avere allora questa società socialista per la quale si batteva Berlinguer? Pur riconoscendo i meriti storici della Rivoluzione russa del ’17 e dell’Urss, egli affermava che i comunisti italiani avevano «coscienza dei limiti» di quella esperienza, innanzitutto del fatto che essa negava alcune fondamentali libertà politiche. Non solo Berlinguer, in polemica coi sovietici, dichiarò ripetutamente che il Pci intendeva avanzare verso il socialismo «su una via democratica»: egli arrivò a sostenere proprio a Mosca, nel 1977, in occasione dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, che la democrazia è un «valore universale» e che dunque una società socialista non può essere davvero tale se non è democratica. Ovviamente anche per la democrazia – sosteneva Berlinguer – non esiste un unico «modello» che «vada bene per tutti». Il parlamento è dunque uno strumento utile per esercitare la volontà popolare, ma può essere affiancato da altri strumenti democratici, più diffusi e più capaci di favorire la partecipazione. Non erano solo e tanto le forme della rappresentanza a definire per Berlinguer la democrazia, poiché esse possono variare, a seconda delle tradizioni, dei costumi, delle esperienze storiche. Quello che era indispensabile per Berlinguer era «il riconoscimento del valore delle libertà personali e della loro garanzia; i principi della laicità dello Stato, della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose, della libertà della cultura, dell’arte, delle scienze… una pianificazione che faccia leva sulla coesistenza di varie forme di iniziativa e di gestione pubblica e privata». Era questa via di costruzione del socialismo nella libertà il cuore della proposta politica che fu detta dell’eurocomunismo prima e poi della «terza via», intesa come una via diversa sia dal socialismo autoritario sovietico, sia dalla socialdemocrazia che aveva rinunciato a cambiare il sistema capitalistico. Bisognava insomma aprire una «terza fase» della lotta per il socialismo, dopo che quelle della Seconda e della Terza Internazionale avevano esaurito la loro «spinta propulsiva».Profondamente intrecciata con la proposta eurocomunista appare la nuova attenzione per la Comunità europea (come si chiamava allora la Ue) che i comunisti italiani dimostrano negli anni Settanta. Berlinguer vedeva l’Europa come fondamentale in primo luogo per la lotta per la pace, per la distensione internazionale, una «distensione dinamica» che non fosse accettazione dello status quo, ma permettesse anzi di superare le rigide delimitazioni imposte dagli accordi di Yalta. Ma anche per il tema, connesso, di un diverso governo mondiale delle risorse e di «un nuovo ordine economico internazionale», che non condannasse alla morte per fame e per sete milioni di persone: questo terreno, come è noto, costituì il luogo di incontro con due leader socialdemocratici di sinistra come il tedesco Willie Brandt e lo svedese Olof Palme.

Il rapporto con Spinelli

Certo Berlinguer non ignorava il fatto che il processo di unità europea fosse anche condotto da forze legate «a strutture capitalistiche che noi vogliamo trasformare», ma pensava che la sfida andasse accettata, «portando la lotta di classe a livello europeo». Una lotta che aveva come obiettivo la democratizzazione della Comunità europea, la costruzione di «un’Europa dei popoli e dei lavoratori», come presupposto perché il «socialismo nella libertà» divenisse la via maestra per arrestare il declino del Vecchio Continente. Anche perché la soluzione – affermava Berlinguer – non poteva essere quella di chi, anche allora, predicava il ripiegamento nei vecchi Stati nazionali. Su queste basi avvenne l’incontro con Altiero Spinelli, che si batteva per passare «da un semplice “mercato comune” a una “unificazione politica dell’Europa”». Il padre del federalismo europeo fu eletto nelle liste del Pci sia nel parlamento italiano che in quello di Strasburgo, e del gruppo comunista europeo divenne anche vicepresidente, intessendo con Berlinguer un dialogo fatto di qualche dissonanza, ma soprattutto di convergenze e battaglie comuni. Di questi temi, di evidente attualità, parleranno venerdì a Roma studiosi e politici italiani, tedeschi, greci, francesi e spagnoli. Tra essi Heinz Bierbaum (Die Linke), Paolo Ciofi, Gianni Ferrara, Eleonora Forenza, Gilles Garnier, Haris Golemis (Syriza), Alexander Höbel, Rita Maestre (Podemos), Curzio Maltese, Maite Mola (Izquierda Unida), Gerard Streiff, Aldo Tortorella e molti altri. Alexis Tsipras, che a dicembre aveva promesso la sua partecipazione, ora ha, per fortuna sua e anche nostra, altro da fare. Ma si tratta di una battaglia comune.

© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Il comunismo di Gianni Borgna

Articolo di Paolo Ciofi
Gianni Borgna l’ho incontrato l’ultima volta l’8 novembre scorso in occasione del convegno su Togliatti e la Costituzione, che aveva contribuito a preparare con grande passione. Stava già molto male, ma aveva voluto esserci. E si era impegnato in prima persona perché il convegno si potesse svolgere non in una sede riservata a pochi specialisti, bensì in un luogo aperto a tutti come il teatro de’ Servi. Il successo dell’iniziativa gli aveva dato ragione, ne era contento e aveva voluto esprimermi la sua soddisfazione.

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La memoria antistorica di Pigi Battista

Articolo di Guido Liguori

Sono seduto pigramente a leggere in una uggiosa domenica autunnale il supplemento libri del “Corriere della sera” quando letteralmente sobbalzo sulla sedia. Sto leggendo una recensione polemica di Pierluigi Battista all’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, libro che non ho letto. Certo, il titolo della recensione – Berlinguer non ti voglio bene – mi ha avvertito su gran parte del suo contenuto. La frase compendia non la posizione di Piccolo, ma quella del recensore, che critica l’autore proprio perché Piccolo dichiara esplicitamente di essere stato “dalla parte di Berlinguer” e dei comunisti, e non sembra rammaricarsene. E la critica viene avanzata in nome del fatto che, nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, secondo Battista, «dalla “parte giusta” stava Craxi, non il Pci».
Fin qui nulla di nuovo. Chiunque segua un po’ gli articoli di Pierluigi (per amici e conoscenti più semplicemente Pigi) Battista, non se ne può sorprendere. C’è una porzione d’Italia (per fortuna largamente minoritaria) che è stata craxiana, e poi (a volte maggioritaria, almeno in termini relativi) berlusconiana.

1402566799-berlinguer.jpgIo non ho mai fatto parte, per mia fortuna, né della prima né della seconda. Ma non mi scandalizzo. Ho già sentito e risentito la solfa che anche qui propina il giornalista: Craxi aveva ragione sulla scala mobile, sull’idea di proporre quello che Pigi chiama «un riformismo moderno», ecc. Non provo neanche a controbattere nel merito, quando i punti di vista sono così distanti che senso ha? Io penso su tutto l’opposto. Credo che Craxi abbia minato irrimediabilmente la politica fondata sui partiti, sul legame sociale, e abbia preso consapevolmente nelle sue mani sedicenti socialiste la bandiera della riduzione della democrazia e della alleanza coi “poteri forti”. Preferisco ricordare dunque come Enrico Berlinguer – esattamente per le posizioni cui allude polemicamente Battista – negli ultimi anni della sua vita abbia conquistato l’affetto, anzi dire l’amore, di milioni di donne e di uomini che lo riconobbero come loro «capo» (lo dico in senso gramsciano), nonché il rispetto e l’ammirazione di altri milioni di italiani, che pur non essendo comunisti o vicini ai comunisti, videro in lui il combattente onesto, leale, disinteressato. Non un «Ghino di Tacco», insomma, non uno che “faceva politica” in modo sporco o per proprio tornaconto o comunque per “mestiere”, per emergere o per imporsi a ogni costo, ma, come Berlinguer disse in tv a Minoli poco più di un anno prima dalla morte, per affermare i suoi ideali di comunista.
Fin qui, ripeto, nulla di nuovo: c’è chi sceglie tra i propri “eroi” Craxi, c’è chi sceglie Berlinguer. La frase che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è stata però un’altra. Raccontando di un incontro di hokey tra Urss e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969, meno di un anno dopo l’invasione di Praga, Battista scrive: «sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente “Dubcek Dubcek” straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista».

dai funerali di Enrico Berlinguer
dai funerali di Enrico Berlinguer

 E qui sobbalzo! Perché ricordo bene che, a metà degli anni Settanta, almeno fino al 21 giugno 1976, Pigi Battista era iscritto al “nucleo” (ovvero alla cellula o sezione) della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma di un partito che si chiamava “Partito di unità proletaria per il comunismo”, nato dalla confluenza del “manifesto” e del Pdup e avente come segretario Lucio Magri. Come faccio a esserne sicuro? Perché allo stesso nucleo e allo stesso partito ero iscritto anche io. E con me (con noi, ricordo allo smemorato Battista) erano iscritti tra gli altri Norma Rangeri, Guglielmo Pepe, Paolo e Alberto Flores, Franco Moretti, Gianni Belardelli, Mino Fuccillo e tanti altri. Ero tra i giovanissimi di quel gruppo, iscritto al primo e al secondo anno di università, un semplice militante di base, ma ricordo bene tutte e tutti: parole, comportamenti, posizioni.
Ora, è evidente che ognuno ha il diritto di cambiare idea. Anche io in parte lo feci, ammettendo nel 1979 – con alcuni anni di anticipo sul partito guidato da Magri e in sintonia con l’inizio della politica del “secondo Berlinguer”, autocritica verso gli errori della solidarietà nazionale – che era più giusto e più saggio, per difendere lo schieramento politico di cui mi sentivo parte e soprattutto i lavoratori e i ceti più poveri, iscriversi al Pci, già sotto attacco in quei primi anni Ottanta della offensiva neoconservatrice e neoliberista guidata da Thatcher e poi da Reagan. Altri presero strade diverse, molte delle quali più che dignitose. Altri, purtroppo, scelsero approdi molto differenti, non del tutto coerenti, a mio avviso, come quelli craxiani. Le loro ragioni – perché qualche ragione c’è in ogni posizione – vanno comunque capite e spiegate, sul piano storico, prima o oltre che condannate.
Ma se tutto questo è vero, perché si deve arrivare a falsificare non solo la storia, ma persino la propria biografia? Perché retrodatare di sei o sette anni il proprio anticomunismo? Certo Battista può dire: ho detto “anticomunista” per brevità, volevo dire anti-Pci. Ma sarebbe scusa meschina. Prima di tutto perché le parole hanno un senso e un peso precisi. In secondo luogo, perché proprio da Praga, proprio dal 1968-1969, Berlinguer iniziò a chiarire definitivamente che il Pci, i comunisti italiani, il comunismo italiano erano altra cosa dai carrarmati del patto di Varsavia. E in terzo luogo, potremmo aggiungere, perché proprio quel Dubcek che qui Battista evoca rimase sempre legato al Pci, coerente con le posizioni di comunismo democratico difese da Berlinguer. Che andò in quello stesso anno, il 1969, appena eletto vicesegretario, a dire in faccia ai sovietici, a Mosca, le distanze che separavano e che sempre più avrebbero separato comunisti sovietici e italiani. Forse fu fatto vicesegretario e designato a divenire poi segretario del Pci proprio per questo: perché non aveva alcun timore di dire tutto questo in faccia ai sovietici.
Esiste allora davvero – viene da domandarsi – un “complesso del rinnegamento” che fa dire a molti, prima che il gallo canti: “io non lo conosco”, ovvero: “io non sono mai stato comunista”? Sembrerebbe proprio di sì.