Quando c’era Berlinguer

Articolo sul film di Walter Veltroni di Giuseppe Pierino* 

come recita il titolo del film di Veltroni – la crisi s’addensava all’orizzonte. Per scongiurarla egli cercò un’intesa per un cambiamento radicale: rinnovare la democrazia, riformare la politica, trasformare il sistema economico-sociale. Lottò per moralizzare la vita pubblica e impedire che i partiti occupassero e degradassero lo stato. E immaginò una politica d’austerità fatta non di lacrime e sangue come sta avvenendo, ma di tagli a sprechi, privilegi e consumi superflui per riconvertire il modello produttivo, garantire a tutti standard di vita più elevati, “dare un senso e uno scopo… ad una scelta obbligata, duratura e al tempo stesso condizione di salvezza”. Dunque austerità per un cambiamento culturale profondo, consumi pubblici e privati volti a un generale arricchimento umano, piena sostenibilità ambientale. Ma superata col suo aiuto l’emergenza petrolifera, DC e ceto politico gli voltarono le spalle nel pieno dell’attacco terroristico; il tentativo naufragò nel muro di gomma della DC intenta a spremere, logorare ed isolare i comunisti ed il fallimento del compromesso storico sgombrò la strada ad una crescente degenerazione della vita pubblica, all’impoverimento del tessuto produttivo e al declino. L’eccessivo indebitamento servì infatti a garantire una più tranquilla sopravvivenza, perpetuare il potere dominante, fiaccare le coscienze illudendole d’un benessere illimitato mentre si dissipavano risorse immense a scapito delle generazioni future. Così l’Italia si votò a un ceto politico-affaristico (dal Caf: Craxi Andreotti Forlani, sino a Berlusconi) finito poi alla gogna, e passo dopo passo precipitò nel degrado stupendamente descritto da Sorrentino ne La grande bellezza.
Strappare Berlinguer da questo contesto è come togliergli l’anima. Qui si rivela la sua proposta, la peculiarità ed attualità del suo pensiero, l’assillo per le sorti del paese: la questione morale, l’austerità, la diversità, il senso dello stato che caratterizzarono la sua riflessione e la sua azione politica. Per chi l’avversò è difficile comprenderlo. Ma come uscire dalla crisi, in una fase pur così diversa: la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, la stretta che affoga l’Italia sfuggendo alle questioni allora poste da Berlinguer? Dopo l’uccisione di Moro egli si svincolò dall’abbraccio mortale della DC con realismo ed onestà. Il guado non fu certo semplice, “rischiammo – disse a Scalfari – una sconfitta che poteva metterci in ginocchio”. Tuttavia non ebbe il tempo per radicare e mettere in sicurezza l’alternativa democratica anche per le resistenze interne al gruppo dirigente che la considerava una linea moralistica e identitaria, non la necessaria correzione di rotta. Come andò a finire, è noto. Ma la dura realtà avrebbe chiarito quant’era lucida l’analisi, coerenti le proposte, profetico lo sguardo sul futuro: “I partiti non fanno più politica…hanno occupato lo stato e le sue istituzioni…la questione morale, nell’Italia d’oggi, fa un tutt’uno con l’occupazione dello stato…è il centro del problema italiano… se si continua in questo modo la democrazia rischia di restringersi…di soffocare in una palude” (intervista a Scalfari del 28.7.1981). Tutto appare oggi più chiaro, ma non c’e chi lo riconosca tra quanti respingevano, in nome della modernità, l’insistente richiamo giudicato pauperizzante, regressivo e impolitico secondo un arretrato cliché avversato dal pensiero ambientalista e fatto a pezzi dai teorici della decrescita.
Il film di Veltroni inquadra, in apertura, frotte di giovani che non sanno più chi fosse Berlinguer. E a scorno dei suoi eredi tornano in mente i versi: “Sugli estinti/non sorge fiore, ove non sia d’umane/lodi onorato e d’amoroso pianto”. Le immagini hanno un forte potere evocativo e possono suggestionare e commuovere. Sfugge ai più che può far sua l’idea della diversità chi la ritenne una vana riaffermazione d’orgoglio; o che i vertici del PDS-DS si fossero presto convertiti a un ideale di normalità al punto che su euromissili, scala mobile, alternativa democratica un suo segretario rinnegasse spudoratamente la “deriva identitaria e solipsistica di un partito che di fronte al presente non [seppe] opporsi alle sirene del passato”. Del resto ben riassume le ragioni del distacco l’odierno epitaffio d’un vecchio dirigente al passo coi tempi: “La storia di Berlinguer e della sua epoca è storia conclusa. Siamo entrati in un’epoca diversa. Lo vedo con i miei, mi rispettano, mi amano ma non capiscono cosa c’è stato”. Ma è difficile contestare che l’Italia affronti invece un passaggio sconvolgente senza scorgerne il senso, e una guida capace, nel vuoto lasciato dalla sinistra.
La trama del film presenta scarti notevoli: difetta il lungo apprendistato, la crescita intellettuale e umana del dirigente comunista mentre sfuggente è il Berlinguer delle battaglie sociali, dell’alternativa e della diversità: diversità dagli altri partiti, diversamente da come pare intenderla Napolitano, nonché immunizzazione del proprio rispetto alle inevitabili tentazioni. Carenze che inficiano la parte più curata relativa al dibattito, ed allo scontro, che ha attraversato il movimento comunista internazionale: la natura autoritaria e burocratica del socialismo reale, la necessità d’aprirsi alla democrazia, l’autonomia dei singoli partiti e la ricerca di nuove relazioni internazionali. Resta in ombra, infatti, il suo esser comunista, portatore semmai di una più evoluta concezione ideale che fu del PCI pur nell’aspra critica del socialismo realizzato. Come scrisse Pintor, egli “fece di un ideale un modo d’essere”, e fu amato per questa sua semplicità, coerenza, tenacia più che per la sua timidezza e l’apparente fragilità.
Si è detto che con Berlinguer è morto il PCI, cosa vera solo nel senso che sarebbe stato altrimenti impossibile liquidarlo in quel modo. Il PCI in realtà morì quando Natta fu defenestrato con un colpo di mano nel totale silenzio del gruppo dirigente. La caduta del muro offrì solo un pretesto, ma ormai corroso nei gangli decisivi il suo destino era segnato. Altri invece argomenta che il disegno politico di Berlinguer – dal compromesso storico all’alternativa, alla difesa della scala mobile – sia naufragato per cause e limiti intrinseci. Cosa non vera, pur non mancando gli errori: il compromesso storico, segnato dal golpe in Cile, era infatti una costruzione complessa, di largo respiro, suggerita dall’analisi pessimistica della situazione italiana, dei rapporti internazionali e dell’aggressività dell’America. Non un cedimento in cambio, magari, di qualcosa, ma un diverso e più avanzato terreno di lotta che non giustificava pertanto un’eccessiva fiducia nella DC e forse, nella fase d’avvio, avrebbe richiesto tempi più lunghi, maggiore cautela e cura al rapporto col PSI di De Martino e le altre forze laiche e democratiche. Ma questo è altro discorso. E purtroppo una perdurante reticenza ha impedito di far piena luce sulla vicenda da cui prese l’abbrivio la scomparsa del PCI e la presente deriva.
I protagonisti restano legati a un riserbo sconosciuto nel vecchio PCI, ma il diverbio tra Tortorella e Macaluso (esplicitatosi sul Corriere della sera dopo l’uscita del film, sull’isolamento dell’ultimo Berlinguer nello stesso gruppo dirigente del suo partito) sottende una storia che brucia ancora. Duole perciò che non ci sia storico interessato a indagare. E’ un po’ come per la guerra fredda, la grande impostura che ha drammaticamente deviato il corso della storia e ancora condiziona le scelte politiche, guardata con remissività. Ma un colossale imbonimento, o la silenziosa copertura d’una interessata rimozione, non può cancellare il diritto dell’uomo a conoscere, e vivere, il suo mondo reale.

*Già Deputato eletto nelle liste del Pci – Nato a Cetraro (Cosenza, Calabria) il 15 gennaio 1937

Petroselli, il Pci e le amnesie della Rai

Articolo di Lelio La Porta

Sabato primo marzo 2014 alle ore 19,30 è andato in onda, come tutte le sere, il Telegiornale Regionale del Lazio sulla Terza Rete della Televisione di Stato. A cura di Betty Beltrami è stato proposto un servizio sulla presentazione, avvenuta a Roma la mattina, di un documentario di Andrea Rusic su Petroselli (nato il 1° marzo 1932).
La giornalista, dopo aver ricordato la provenienza di Petroselli da Viterbo, dove era stato segretario della Federazione di un Partito non citato e quindi, probabilmente, mai esistito, e aver rammentato il suo ruolo di direzione del Comitato regionale del Lazio di non si sa quale Partito, chiudeva con un’autentica chicca, relativa alla morte di Petroselli, avvenuta, veniva detto nel servizio, «al termine di un accorato intervento al Comitato centrale del Pd». Insomma, la Beltrami, pur di non nominare il Partito comunista, si è sottoposta a delle giravolte verbali audaci e quasi ingenue nella loro profonda (e forse voluta) ignoranza.
Ricordiamo che Petroselli è morto il 7 ottobre del 1981, quando ancora esisteva il Pci, nelle cui liste aveva ottenuto 130.000 voti di preferenza nelle elezioni del 1981, con le quali era stato rieletto sindaco, carica che aveva già ricoperto dal 27 settembre del 1979, dopo le dimissioni di Argan. La giornalista, avrebbe detto Amendola, dovrebbe andare a studiare (non semplicemente a ripassare, come le potrebbe suggerire un qualsiasi “buonista”).
E, soprattutto, è necessario che in questa fase di “renzusconismo” le persone che hanno fatto del loro impegno politico la ragione della loro esistenza vengano ricordate per quello che sono state e che ancora sono per moltissime e per moltissimi. Petroselli era comunista e ha vissuto pienamente l’esperienza del Pci. Scrisse Pajetta su “l’Unità” dell’8 ottobre del 1981 che Petroselli era morto come Togliatti a Yalta e Di Vittorio a Lecco (e, possiamo aggiungere, come sarebbe morto Berlinguer a Padova tre anni dopo) sul lavoro, «perché in questo partito, in mezzo alla gente, inseguendo quasi l’ossessione di poter fare ancora qualche cosa è sembrato loro di poter essere pienamente se stessi».
Cliccando sul seguente link si può ascoltare e vedere il servizio in questione. Anche una risata li seppellirà! http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-983f8280-0b8a-47db-9e68-d0531b98ebce-tgr.html

Subalternità culturale e sinistra. L’infinita telenovela sul “perfido” Togliatti. Di Alexander Hobel

pci-gramsci-togliattiL’operazione politico-culturale volta a colpire la figura di Palmiro Togliatti – presentandolo come nemico, traditore e occultatore di Antonio Gramsci, e magari complice sua della morte, anziché come il dirigente politico che più di chiunque altro seppe tutelarne, diffonderne e proseguirne l’elaborazione – ha trovato una nuova puntata nell’ultimo libro di Mauro Canali, Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata, Marsilio 2013. Sul sito della International Gramsci Society (Igs) – Italia, Antonio di Meo  e Nerio Naldi  hanno già provveduto a smontare parte delle argomentazioni sostenute da Canali; e altri studiosi stanno facendo altrettanto in altre sedi. Tuttavia, come sempre accade in questi casi, i principali mezzi d’informazione non danno molto spazio a contributi critici di questo tipo, preferendo accrescere il coro dei “laudatores”. Colpisce e dispiace che a tale coro si sia aggiunta anche la rivista “Left”, che pure viene diffusa assieme a quella “Unità” di cui Gramsci fu fondatore. Pubblichiamo quindi la lettera che Guido Liguori, vicepresidente della nostra associazione e presidente della Igs-Italia, ha inviato alla redazione della rivista, esortandola a un diverso approccio nell’affrontare questioni così delicate. Per parte nostra, condividiamo le sue parole e quelle contenute nel citato intervento di Di Meo: «Per dar vita a un Togliatti “occultatore” del “vero” pensiero di Gramsci è stata necessaria la superba invenzione – stravagante e filologicamente molto fantasiosa – di un “Quaderno mancante”. Senza Togliatti, in realtà, sarebbero mancati tutti i 33 Quaderni ora a nostra disposizione!». Un fatto, questo, che non andrebbe mai dimenticato da parte di chi intenda ricostruire la complessa vicenda del rapporto tra due dirigenti politici (e due intellettuali) così importanti nella storia italiana del XX secolo.

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Cara redazione di Left,

sono rimasto molto dispiaciuto nel vedere nel numero della rivista oggi in edicola una intervista di Elisabetta Amalfitano a Mauro Canali che è semplicemente una esaltazione acritica delle tesi dello studioso sul presunto “tradimento” di Gramsci da parte di Togliatti. Si dovrebbero sentire in proposito più “campane”, non spingere l’opinione pubblica in una sola direzione, spacciando per ormai scontate tesi interpretative che sono invece estremamente controverse nella comunità scientifica. Come presidente della International Gramsci Society Italia, parte di una libera comunità di studiosi diffusa in tutto il mondo, vi invito a visitare il nostro sito (www.igsitalia.org) , dove troverete due recensioni, di Antonio Di Meo e Nerio Naldi, che smontano completamente le tesi di Canali. Se poi volete fare anche la fatica di leggere qualcosa di più ampio, vi rimando alla raccolta di scritti togliattiani su Gramsci da me curata e ripubblicata recentemente da Editori Riuniti university press, con una introduzione sui rapporti tra i due autori. Ho la speranza che possiate dare una informazione più completa e meno unilaterale. Cordiali saluti,

Guido Liguori Presidente della International Gramsci Society Italia (Igs Italia)

Il Pci e il sindacato: la storia non si ripete

Articolo di Guido Liguori – Sull’Unità del 20 maggio 2013

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Emanuele Macaluso

Emanuele Macaluso ha criticato la manifestazione della Fiom di due giorni prima. Questo, conoscendo Macaluso, non sorprende. L’articolo in questione è interessante soprattutto per un altro motivo: come spesso gli capita, l’ex dirigente del Pci fa numerosi riferimenti alla storia di quello che per tanti decenni è stato il suo partito. Ed è questo aspetto che più attira l’attenzione, ma anche che lascia maggiormente perplessi.

Scrive Macaluso, a proposito delle polemiche sulla “non partecipazione” di Epifani o di altri dirigenti del Pd alla giornata di lotta del 18: «Negli anni della guerra fredda e dell’opposizione dura della sinistra ai governi centristi, Togliatti, Nenni, Longo, De Martino, Amendola e Lombardi non partecipavano alle manifestazioni della Cgil o della Fiom. E non vi partecipava Berlinguer. Nel corso dello scontro durissimo sul decreto della scala mobile (1984), quando la Cgil fece la grande manifestazione di piazza San Giovanni, Berlinguer – come testimonia la famosa foto con Enrico che espone l’Unità con il grande titolo “Eccoci”… – era con i cittadini che assistevano alla sfilata del corteo sindacale…».
Su questi frammenti di “memoria storica comunista” vorrei avanzare alcune osservazioni critiche. La prima è di metodo. Troppo di frequente capita di leggere affermazioni – di ex-dirigenti, intellettuali o semplici militanti, sui giornali e ancor più sul web – che tendono a giustificare o condannare qualche azione presente alla luce degli esempi del passato. È operazione rischiosa. Perché la “contingenza” storico-politica è sempre determinata da moltissime varianti, da moltissimi fattori, per cui un momento è in realtà sempre diverso da un altro, solo apparentemente uguale. E dunque in ogni momento storico bisogna cercare di distinguere le “costanti” (che però si riferiscono per lo più ai rapporti tra le forze sociali) dalle variabili, dai «rapporti di forza» politici, per richiamare una espressione di Gramsci.

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Il quale per questo parlava di «filologia vivente» a proposito dell’analisi della realtà politica, per mettere in guardia contro le generalizzazioni. In particolare . poiché il fattore “tempo” esiste e non va dimenticato – ritengo che non si possano paragonare opzioni politiche apparentemente uguali quando tra esse intercorrono svariati anni o addirittura decenni. Ad esempio, come quando si pretende di proiettare la politica di unità nazionale (e di “compromesso”) del dopoguerra sulle scelte degli anni Settanta o persino sul sostegno all’attuale governo: sono semplificazioni che non convincono dal punto di vista culturale e che spesso sono dettate da pure strumentalità politica.
Per venire poi al merito delle posizioni espresse da Macaluso, sia permesso di avanzare anche qui più di una osservazione. Togliatti non andava ai cortei sindacali? Si dimentica il fatto che allora i legami fra partito e sindacato erano ben diversi dagli attuali, che i leader della Cgil erano del tutto interni ai partiti di sinistra e che la “divisione dei ruoli” in piazza era supportata e resa possibile prima di tutto dal fatto che i dirigenti comunisti erano uniti fra loro da un legame (di partito) che prescindeva completamente dai rispettivi ruoli. Ai tempi di Berlinguer le cose erano già in parte diverse, gli anni Sessanta avevano posto fine all’assoluta sovrapposizione di partito e sindacato. È però errato neutralizzare, come tenta di fare Macaluso, la memoria storica di quello che fece l’”ultimo Berlinguer” per ritrovare la «connessione sentimentale» con gli operai e i lavoratori in genere, dopo glie errori della “solidarietà nazionale”. Proprio la storica foto di Berlinguer alla manifestazione per la difesa della scala mobile che Macaluso ricorda lo testimonia egregiamente: Berlinguer era lì esattamente per dire “sono/siamo con voi”, non per “assistere” alla “sfilata” come un qualsiasi “cittadino”. E ve lo vedete Epifani che va a salutare in modo analogo gli operai in lotta? Forse le reazioni sarebbero state diverse da quelle (entusiastiche, davanti a Berlinguer) di trent’anni fa, ma sarebbe stato comunque un gesto politico significativo. Che invece non c’è stato. E forse è stato meglio, se ne è guadagnato in chiarezza. Si pensi poi al noto episodio – che Macaluso non ricorda nell’articolo in questione – della visita del segretario del Pci ai cancelli della Fiat, quando assicurò agli operai in lotta tutto il suo appoggio anche se gli operai avessero deciso l’occupazione della fabbrica! Se allora tutto il suo partito lo avesse allora seguito, forse quella lotta non sarebbe stata persa…

18/05/2013 Roma. Manifestazione nazionale della FIOM
Fiom 18 maggio 2013

In definitiva, al di là della presenza o non presenza fisica dei dirigenti di un partito tra i lavoratori in lotta, il problema è un altro: come si colloca questo o quel partito rispetto ai movimenti sociali, in primo luogo alle lotte operaie e sindacali? Il Pci quasi sempre seppe essere interno a quelle lotte e ai quei pezzi di società, ai lavoratori e alle masse che intorno a loro si stringevano, perché aveva una visione di classe della società, anche se – per fortuna – non in senso economico-corporativo. Nel 1989-1991 fu fatta invece dalla maggioranza del gruppo dirigente del Pci una scelta diversa, si abbandonò prima in linea teorica e poi di fatto tale visione di classe e il partito che si fece erede del Pci dopo averlo soppresso abbandonò pian piano ma inesorabilmente la sua internità ai processi sociali e al mondo del lavoro. I frutti sono davanti agli occhi di tutti, non solo in termini di disgregazione e disperazione sociale, ma anche in termini di rappresentanza politica della classe operaia. Che non c’è più.