LE RADICI DELLA NOSTRA STORIA Il P.C.I e il progetto di trasformazione della società

 

Nuovo ciclo di tre conferenze sulla storia del Pci, con inizio alle ore 18

Martedì 7 maggio. “Togliatti. Il partito nuovo e la via italiana al socialismo”
presso La Sala” Bianca” in Via Flaminia 53
Relatore: Corrado Morgia

Martedì 14 maggio. “Berlinguer e l’Europa. I fondamenti di un nuovo socialismo.”
presso l’Associazione Enrico Berlinguer in viale Opita Oppio 24 (metro Porta Furba- Quadraro).
Relatore: Gennaro Lopez

Martedì 21 maggio. “La Costituzione come via del socialismo”
presso l’Associazione Enrico Berlinguer in viale Opita Oppio 24 (metro Porta Furba- Quadraro).
Relatore: Paolo Ciofi

 

AVVERSI AL REGIME

 

avversi

Paolo Corsini, Gianfranco Porta, Avversi al regime. Una famiglia comunista negli anni del fascismo, Editori Riuniti, Roma 2018, pp. 360, € 20

Nella sua prefazione il presidente emerito dell’Anpi Carlo Smuraglia chiarisce le motivazioni profonde che hanno reso non solo utile, ma «addirittura necessaria», la ripubblicazione di questo libro – per molti aspetti esemplare – di Corsini e Porta, uscito la prima volta più di 25 anni fa. E le individua nell’esigenza non più rinviabile di recuperare la nostra contrastata storia di italiani nella lotta per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza. Una storia che si va scolorendo e annebbiando in un eterno presente senza passato e senza futuro. Quando non viene deliberatamente cancellata per rovesciare le conquiste sociali e politiche che le donne e gli uomini di questo Paese con fatica hanno raggiunto.
L’antifascismo, quindi, non come reperto archeologico di un passato morto e sepolto. E neanche come inconcludente retorica di pochi spiriti eletti. Bensì – sottolineano gli autori – come «espressione viva e permanente di valori fondanti la convivenza civile di una società democratica». E dunque come fattore costitutivo sociale, politico e morale della Repubblica democratica, fondata sul lavoro. E’ il senso, e il valore straordinariamente attuale, che segna in modo indelebile la vicenda umana, privata e pubblica, sindacale e politica, di Luigi Abbiati, di Antonia Oscar e dei loro figli, descritta con maestria in un grande affresco ricco di chiaroscuri e di colori vivaci. Da cui emerge, nei suoi diversi aspetti, la vita delle classi subalterne oppresse dallo sfruttamento e dalla povertà durante il ventennio di un regime reazionario con basi di massa, omicida e violento, dittatoriale e corrotto, che ha portato l’Italia alla catastrofe della seconda guerra mondiale.
L’avvento del fascismo e la sconfitta del movimento operaio, diviso e senza una comune strategia di lotta, che travolgono la resistenza di operai e contadini poveri a Brescia e nelle valli lombarde. Poi la guerra partigiana e l’abbattimento del fascismo. Antonia e Luigi, lui tornitore attrezzista e lei operaia tessile già a 14 anni, compiono insieme l’intero percorso dell’Italia fino alla conquista della democrazia e della libertà.
La fondazione del Partito comunista inizialmente segnato dal settarismo esclusivista di Amedeo Bordiga nel 1921 e la svolta impressa da Antonio Gramsci con il congresso di Lione nel 1926. La clandestinità, la disoccupazione, la fame e la difficoltà di allevare i figli, il carcere e il confino. Dove non cedono a ogni sorta di pressione, ma studiano all’università dei «rivoluzionari professionali» messa su da Terracini, Scoccimarro, Li Causi e altri dirigenti del Pci. Luigi e Antonia sempre con la schiena dritta, sempre dalla parte degli oppressi nella lotta per una civiltà più avanzata, sempre con la volontà di imparare per farsi classe dirigente.
Ecco come ricorda l’operaio Luigi Abbiati il giovane studente Giovanni Ferro, allora seguace di Giustizia e Libertà: «Quando sono arrivato a Lipari uno dei primi con cui ho stretto rapporti è stato Gino Abbiati. Ai miei occhi di studente un tipico rappresentante della classe operaia con tutti i requisiti di capacità, di serietà, di onestà che costituivano la qualità distintiva dei comunisti e giustificavano anche in sede teorica l’attrazione esercitata in me dal comunismo».
La qualità di questo libro, che lo rende forse unico nel suo genere differenziandolo da altre ricerche pure importanti sul fascismo che tuttavia si soffermano soprattutto sull’attività dei gruppi dirigenti, sulle loro scelte politiche e le impostazioni ideologiche, o anche sulle caratteristiche della forma partito, consiste nell’indagine approfondita e differenziata, sempre sorretta da una documentazione ineccepibile e vastissima, sopra i comportamenti sociali e politici dei cosiddetti «compagni di base». In altre parole, sopra quel tessuto connettivo che unisce gli individui alla base della società.
Senza il quale la politica scade a pura manovra di potere al servizio dei gruppi economici dominanti. E sul quale, invece, si è potuto costruire il più grande e influente partito comunista dell’Occidente capitalistico. Il «partito nuovo» cui ha messo mano Palmiro Togliatti, rivoluzionario e padre costituente. Un partito di classe, popolare e di massa, sempre in prima linea nella costruzione e nella difesa della democrazia costituzionale in questo Paese.
Senza la coerenza e l’impegno generoso di donne e uomini come Antonia e Luigi un tale partito, asse portante di una democrazia partecipata e progressiva, la cui via al socialismo si fondava sulla rigorosa attuazione della Costituzione antifascista, non sarebbe neanche nato. Nel passaggio cruciale della guerra di liberazione, il partigiano Luigi Abbiati viene barbaramente trucidato dai nazifascisti nel giugno del 1944. La partigiana Antonia Oscar continua a combattere e sopravvive. Rientrata a Brescia sarà dirigente comunista e vicesindaco della città, lasciando poi il testimone alla figlia Dolores. A sua volta dirigente sindacale nella Cgil e parlamentare del Pci.
Gli Abbiati avversi al regime. Antifascisti e comunisti italiani. Vale a dire combattenti per la democrazia, per l’uguaglianza e la libertà. Per la costruzione di un’Italia rinnovata nel rispetto del fondamento del lavoro, e dei diritti sociali e civili inscritti in Costituzione. Un storia esemplare da conoscere e da far conoscere, oggi oscurata e drammaticamente interrotta, nel tentativo di arrovesciarla nel suo contrario.
Corsini e Porta fanno notare che il senso del loro libro «sta nel fatto che vi sono tematizzati due grandi fenomeni del Novecento: il comunismo e il fascismo». Nel cui contesto «la storia della famiglia Abbiati viene (…) ripercorsa nella sua valenza di riferimento concreto ed esemplare, utile a esorcizzare l’uso di queste categorie in termini destoricizzati». Oggi, infatti, mentre nel primo caso, quello del comunismo, si sta operando «una liquidazione tout court» teorizzando l’impossibilità di andare oltre il capitalismo «senza fare i conti a pieno con una storia drammatica», nel secondo caso, quello del fascismo, al contrario si sta retrocedendo verso il passato ignorando lo svolgimento della storia.
In altri termini, si sta diffondendo una visione edulcorata e falsificata del fascismo, che nei fatti semina divisione, odio e violenza contro l’altro e il diverso, identificato come il nemico da isolare e da abbattere. Una chiave interpretativa «revisionista, riduzionista, giustificazionista, persino apologetica, quasi che le politiche razziali e le scelte belliche fossero state una sorta di incidente non connesso con la natura stessa del regime».
Ecco perché la riedizione di questo libro promossa da Dino Greco, erede e continuatore della famiglia Abbiati, è stata quanto mai utile e necessaria. Perché consente, soprattutto alle nuove generazioni, di prendere conoscenza e di appropriarsi di una lunga e straordinaria storia, conclusa con una vittoria e con una conquista che segna un passaggio d’epoca: la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un progetto inedito di nuova società, la vetta più alta, in Italia e in Europa, nel tormentato cammino verso la liberazione dallo sfruttamento del lavoro, la dignità della persona, l’affermazione piena dei diritti umani, sociali, civili e politici. Una vetta che è il punto da cui muovere per uscire dalla crisi di sistema in cui viviamo e costruire il futuro.
Questo libro sia dunque anche uno stimolo per unire le forze e lottare con un obiettivo concreto e non impossibile: l’attuazione dei principi e dei diritti che la Costituzione prescrive.
Paolo Ciofi

 

LA NOSTRA ASSEMBLEA DEL 16 FEBBRAIO 2019

Sabato 16 febbraio a Roma, nella sede dell’associazione culturale Enrico Berlinguer, si è svolta l’assemblea annuale di Futura Umanità. Associazione per la storia e la memoria del Pci, con all’ordine del giorno Il ruolo dell’Associazione e il programma delle iniziative per l’anno in corso; oltre alcune modifiche statutarie e il rinnovo degli organismi dirigenti.

I lavori sono stati aperti dal presidente Gennaro Lopez, che nella sua relazione introduttiva  ha tracciato un’approfondita e lucida analisi dell’attuale crisi della democrazia rappresentativa, delle sue cause e delle sue manifestazioni più drammatiche, sottolineando la necessità di affermare sempre di più il ruolo pedagogico di Futura Umanità: lavorare per la memoria, come recita il nome stesso dell’associazione, ma per elaborare e fornire gli strumenti per una critica del presente.
In quest’ottica, vanno inserite le proposte di iniziative da mettere in campo nel corso del 2019: il trentennale della caduta del Muro di Berlino; un momento di analisi della società cinese e del suo peso nel mondo; l’anniversario dell’”autunno caldo” (1969).
Si tratta di iniziative, come è stato sottolineato anche nel corso del dibattito seguito alla relazione introduttiva, che andrebbero pensate come percorso di avvicinamento alla scadenza del 2021, quando cade il centenario della fondazione del PCI. Anniversario al quale l’associazione dovrebbe dedicarsi fin da subito, immaginando di fatto un programma triennale.

Dal dibattito, – nel quale sono intervenuti Corrado Morgia, Guido Liguori, Carmela Covato, Alexander Höbel, Piero Di Siena, Sergio Gentili , – è anche arrivata la sollecitazione ad attivare sinergie e collaborazioni con altre associazioni e istituzioni, in particolare l’Anpi e il mondo del lavoro; promuovere un ciclo di incontri sulla storia del Pci; ampliare la presenza dell’associazione oltre Roma; lavorare alla comunicazione rafforzando e migliorando il sito.
Nel suo intervento conclusivo, Paolo Ciofi ha tra l’altro sottolineato e analizzato i gravi rischi di involuzione storica, raccomandando però di operare un’analisi differenziata del momento politico e sociale. In modo da far emergere le contraddizioni interne al capitalismo del nostro tempo, e quindi anche le possibilità di uscire dalla crisi verso una civiltà più avanzata. In tale contesto va valorizzata come punto di riferimento per una possibile alternativa la grandiosa manifestazione sindacale del 9 febbraio a San Giovanni: sia per la straordinaria partecipazione unitaria, sia per la qualità dei contenuti da proporre in Italia e in Europa.

Concluso il dibattito, si è proceduto all’approvazione del bilancio, presentato da Mario Ruggiano, e alle modifiche statutarie tutte approvate all’unanimità.

È seguita poi l’elezione degli organismi dirigenti, anch’essi votati all’unanimità.

Il Comitato direttivo di Futura Umanità risulta così composto:
Michela Becchis, Paolo Ciofi, Carmela Covato, Sergio Gentili, Alexander Höbel, Guido Liguori, Gennaro Lopez, Fulvio Lorefice, Corrado Morgia, Mario Ruggiano, Andrea Sonaglioni, Romina Velchi.

Sono stati eletti nel Collegio dei Garanti:
Nino Ferraiuolo, Lelio La Porta, Ignazio Mazzoli.

Subito dopo si è riunito il Comitato direttivo che all’unanimità, dopo aver ringraziato per il suo impegno Gennaro Lopez il quale ha ritenuto di non poter proseguire nella sua funzione di presedente, ha eletto presidente Alexander Höbel. Mario Ruggiano è stato rieletto segretario. Presidente onorario è stato confermato Paolo Ciofi.

RELAZIONE DEL PRESIDENTE USCENTE GENNARO LOPEZ

Care amiche, cari amici, care compagne, cari compagni,
le mie comunicazioni sul primo punto all’o.d.g. saranno piuttosto brevi, sia perché il tempo a nostra disposizione è limitato e dobbiamo procedere ad importanti adempimenti, sia e soprattutto perché il ritrovarci in assemblea ci offre l’opportunità, attraverso la libera discussione, di mettere a confronto orientamenti, opinioni, idee su cui costruire funzioni, iniziative, programmi della nostra associazione.
Non ostante e a dispetto di tutto quanto accade intorno a noi (ed è davvero tanto, quello che accade), sia pure controcorrente, questa associazione continua ad esistere e a resistere, pur immersa nelle mille solitudini della sinistra, ma con una finalità che dà senso al nostro esserci: lavorare sulla memoria per ricavarne elementi di critica del presente e individuare un possibile orizzonte per il futuro, per una … futura umanità. Come ha più volte sottolineato e poi precisato in un suo pregevole libro il nostro presidente onorario, il compagno Paolo Ciofi, le parole “socialismo” e “rivoluzione” vanno rideclinate per la società del XXI secolo, ma, appunto, rideclinate e non certo espunte. E non sarà davvero un caso se, in un mondo sempre più segnato dalle disuguaglianze, dal riaffacciarsi di nazionalismi, fanatismi, oltranzismi e razzismi, da conflitti commerciali e armati, da una inaudita ripresa della corsa agli armamenti, da economie in cui convivono lo spreco più oltraggioso e la povertà estrema, forme di nuovo schiavismo accanto alla classica contraddizione tra capitale e lavoro, non è un caso – dicevo – se in un mondo siffatto torna d’attualità un gigante del pensiero moderno e contemporaneo come Carlo Marx.
Poiché della situazione italiana siete tutti voi documentatissimi, consentitemi di soffermarmi su un unico aspetto, quello che a mio avviso può suggerire proficui percorsi di studio, di ricerca e di proposta per la nostra associazione. Mi riferisco alla crisi della democrazia rappresentativa basata sull’istituto parlamentare e sulla Costituzione della Repubblica, i cui esiti appaiono al momento oscuri, e inquietante risuona intanto l’eco di parole, gesti, vicende che caratterizzarono gli anni Venti del secolo scorso. Si tratterà pure, in molti casi, di folklore nostalgico, ma è pur vero che quel folklore manifesta umori che inquinano le viscere del Paese e trovano sponde sempre più sfacciate in rappresentanti delle istituzioni (nelle loro parole e nei loro comportamenti). Attenzione, perché – come un’amara storia ci insegna – si incomincia sempre con manifestazioni da operetta, ma puntualmente arriva poi qualcuno che trasforma l’operetta in dramma tragico. A me pare stucchevole la disputa nominalistica sui termini “fascismo” e “populismo”: l’importante è prendere coscienza che culture e poteri di segno reazionario (con pulsioni di tipo autoritario) stanno via via invadendo società e istituzioni. Questo è il sintomo più preoccupante della crisi della democrazia rappresentativa. Essa è certamente accelerata dal contesto economico-sociale, ma per un’analisi approfondita del fenomeno, non mi sembra sufficiente il riferimento alla crisi sviluppatasi in Italia e in Europa dopo il 2008, che ha certamente prodotto un’accelerazione, ma il processo era in atto già da molti anni. Per esempio, sarebbe opportuno domandarsi a partire da quando la discussione e il confronto politico nelle assemblee elettive (non soltanto in Parlamento!) sono stati contrapposti alla tempestività e rapidità delle decisioni (il “decisionismo” di fine anni ’70 – anni ’80). Sarebbe da riprendere e rileggere tutto quanto fu detto e scritto – il più delle volte strumentalmente – a proposito della cosiddetta “governabilità”.
L’idea del confronto politico in sedi assembleari inteso come “perdita di tempo” (in realtà, un luogo comune molto antico, caro ai denigratori della democrazia e della politica, presenti persino nella Grecia classica, quella delle poleis) è diventata negli anni – ed è tuttora – senso comune – anche a sostegno di reiterate riforme regolamentari, elettorali, istituzionali e persino costituzionali (v. abolizione delle province, la proposta abolizione di un ramo del Parlamento, quella di una drastica riduzione del numero di parlamentari, ecc.). Del resto, ci troviamo nel pieno della fase in cui i tempi dettati dalle innovazioni tecnologiche e dalle transazioni dei mercati economico-finanziari globali comportano un’accelerazione nell’insieme delle attività umane e – in particolare – laddove si tratti di assumere decisioni: a questo proposito, sarebbe utile sviluppare un ragionamento sui tempi della politica e della democrazia, cioè di attività che per loro stessa natura richiedono tempi lunghi e distesi. In ogni caso, una delle conseguenze più gravi – per gli evidenti effetti negativi che ha prodotto sulla partecipazione democratica – sta nella continua manomissione dei meccanismi elettorali, con progressive riduzioni del tasso di rappresentatività delle assemblee elettive. Ciò si accompagna ad una prassi politica tendente sempre più a rappresentare l’avversario come nemico, ad alimentare e inseguire i conflitti piuttosto che a governarli.
A partire – grosso modo – dalla metà degli anni ’70 il discorso economico-finanziario ha spinto sempre più in secondo piano il discorso politico, fino a renderlo del tutto subalterno (un effetto, questo, del neoliberismo che abbiamo sottovalutato oppure compreso con grande ritardo); per dirla schematicamente, calcolo e algoritmo hanno determinato una crisi della parola. Senza parola (o con la parola in crisi), una democrazia rappresentativa, al cui centro è il Parlamento (il luogo deputato, appunto, all’uso della parola) difficilmente può sopravvivere. Mi convinco ogni giorno di più che ci troviamo nel bel mezzo di un passaggio d’epoca, per alcuni aspetti davvero sconvolgente: la “crisi della parola” non sta solo a significare una crisi del linguaggio verbale, ma anche (e di più) una crisi del logos, cioè di quell’insieme costituito da espressione verbale, schemi logici, meccanismi mentali che stanno alla base del pensiero logico e razionale. Si ha la sensazione di assistere ad una seconda morte di Socrate, questa volta non a causa della cicuta, ma per più sottili veleni demagogici somministrati al popolo da novelli sofisti e retori di palese e vantata ignoranza. La degenerazione del discorso pubblico (in particolare, nella politica e nei media) è sempre più evidente ed ha già prodotto assuefazione a livello sociale, con preoccupanti ricadute sui comportamenti e sul costume.
La nostra percezione di questi fenomeni è stata generalmente lenta e approssimativa. Sicché oggi ci troviamo nella condizione di dover addirittura ridefinire il senso stesso della politica, del “fare politica”, il senso e gli strumenti di una democrazia all’altezza dei tempi. In tale contesto di indubbia complessità, l’impegno di un’Associazione come la nostra deve, a mio avviso, evitare una duplice trappola: quella di un appiattimento sulla non esaltante cronaca politica dei nostri giorni e quella di un rimpianto nostalgico del “come eravamo”. Avverto l’esigenza di riaffermare e accentuare la caratterizzazione in senso culturale del nostro agire, il che significa più studio, più ricerca, più elaborazione, più socializzazione delle nostre idee, della nostra storia, dei nostri valori, ribadendo come nostro fondamentale punto di riferimento la Costituzione della Repubblica, per una lettura della società italiana (ma anche di quella europea) nella chiave di una sua possibile evoluzione in senso socialista. È questa un’impostazione che si pone l’obiettivo di riuscire a parlare soprattutto ai giovani. Ma, al di là delle fasce d’età che riusciremo a coinvolgere, quello che conta è affermare una funzione pedagogica dell’associazione, rafforzando le attività di formazione e adottando le conseguenti misure organizzative. Questa, così come altre attività dell’associazione, sia per ragioni concrete (le nostre non ridondanti forze) sia – e ancor più – per convincimento politico, saranno programmate e progettate (così come si è fatto per iniziative pregresse) attivando sinergie con altre associazioni (in particolare con quella che oggi ci ospita), con enti e istituzioni.
Questa assemblea ha il compito di formulare proposte per le iniziative da assumere nell’anno in corso. Mi limito qui ad indicare tre temi che il direttivo uscente ritiene di dover proporre all’assemblea. 1° tema: ricorre il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, proprio in un momento in cui altri muri si stanno alzando nel mondo, per terra e per mare. Più che commemorare l’evento, per noi sarà utile approfondirne le cause e valutarne le conseguenze. C’è chi ha voluto vedere nel 1989 la fine del “secolo breve”, forse con eccessiva schematizzazione; però non c’è dubbio che gli eventi di quell’anno avviarono profondi cambiamenti in ambito geopolitico, con ricadute – come ben sappiamo – su vicende molto più vicine a noi (a noi Italia, a noi sinistra, a quanti di noi erano iscritti al Pci). Anche una comparazione ragionata tra il quadro geopolitico dell’epoca e quello attuale potrebbe costituire oggetto di utili approfondimenti. 2° tema: proprio una ricognizione degli attuali assetti geopolitici suggerisce lo studio di una realtà di cui spesso si parla per luoghi comuni, banalizzazioni, giudizi superficiali: mi riferisco alla Repubblica popolare cinese, che merita di essere considerata sotto diversi aspetti (teorici, politici, economici) e che rappresenta, per un certo verso, l’altra faccia dell’89. 3° tema: prendendo spunto anche qui da un anniversario, il cinquantesimo dell’autunno caldo del 1969; un ottimo spunto per ragionare intorno al rapporto tra politica e lotte sindacali, intorno alla “questione operaia” e al modo in cui essa si sia andata trasformando lungo la storia della Repubblica, fino ai giorni nostri. C’è, infine, una ricorrenza, alla quale sarà opportuno incominciare a pensare e a programmare, quella del 21 gennaio 2021, centenario della fondazione del PCdI. Per dare operatività alle nostre decisioni, consiglierei di non allungare troppo l’elenco dei temi da prendere in considerazione, per concentrare piuttosto l’attenzione sul taglio che intendiamo dare alle iniziative (quelle che ho indicato o eventuali altre).
A conclusione di questo intervento, consentitemi una breve nota personale. Termina oggi qui il mio mandato biennale, un biennio per me tutt’altro che facile, soprattutto a motivo di qualche sgradevole problema di salute. Comprenderete, quindi, che il mio più affettuoso ringraziamento a Paolo Ciofi e a Mario Ruggiano, nonché agli altri componenti del direttivo uscente, è tutt’altro che rituale: nulla di ciò che è stato fatto sarebbe stato possibile senza il loro fondamentale contributo. Ringrazio infine tutte e tutti voi, che venendo qui questa mattina testimoniate la volontà di dare seguito ad un’esperienza che, se non altro, è servita a gettare qualche seme su un terreno da troppo tempo inaridito. La splendida manifestazione sindacale unitaria dello scorso sabato, ben più di alcuni modesti e contradditori risultati elettorali, ci dice che forse qualcosa sta cambiando o che comunque qualcosa può cambiare attraverso una ripresa dell’impegno e della lotta. Va però preso atto della perdurante assenza di un’adeguata sponda politica nel panorama della sinistra. Anche alla luce di questo, è più che mai necessario continuare a dare gambe alle nostre idee: anche le gambe non particolarmente muscolose (e tuttavia agili) di “Futura Umanità” possono contribuire a far camminare qualche buona idea che abbia ancora odore e sapore di socialismo.
Buon lavoro a tutte e tutti noi. Grazie.

Di Vittorio, La Costituzione e la via italiana al socialismo

“Il fatto che il Partito contribuì attivamente a elaborare la Costituzione e la votò, conferma che sin da allora abbiamo marciato sulla via italiana al socialismo.
Il dato che caratterizza la via italiana al socialismo è la nostra dichiarazione solenne, contenuta nei punti programmatici, secondo cui nella situazione dell’Italia si può giungere al socialismo per via democratica nell’ambito della Costituzione e mediante la sua attuazione, senza guerra civile.
Questo è il nostro proponimento: Ma se le forze conservatrici e reazionarie si opporranno con la violenza, violando la Costituzione, come fecero con Crispi, con Pelloux e con il fascismo, noi rintuzzeremo questa violenza.
L’importanza che assume questa impostazione è quella di far cadere alcune barriere ideologiche fra noi, i socialisti, i socialdemocratici e i democratici in genere e di rendere possibile una vasta unione delle forze proletarie e popolari.
L’impegno che ne consegue per tutti noi è quello di conquistare la maggioranza del popolo lavoratore alla causa del socialismo verso la democrazia, che è la condizione indispensabile del grande progresso generale della società umana.
Noi vogliano sperimentare vie diverse, ma non per un periodo transitorio o come mero fatto tattico. La via italiana al socialismo non è un espediente furbesco, come pensa il compagno Melpignano, ma costituisce una grande scelta strategica.
No. Non è assolutamente vero che non possono essere vie nazionali. Gli esempi della Cina e della Jugoslavia danno ragione della diversità delle vie.

Se ci ricordiamo – noi, compagni della mia generazione – qual era lo stato di miseria nera, di ignoranza, di disgregazione, di umiliazione in cui vivevano alcuni decenni orsono, e confrontiamo le condizioni di allora con quelle attuali, che pure sono tuttavia misere, possiamo esser fieri del lavoro compiuto, delle lotte condotte, dei sacrifici accettati.
Noi abbiamo trasformato una plebe informe, priva di volontà e di una qualsiasi prospettiva, dedita alla rissa, trattata come bestiame, affamata, in una massa di uomini organizzati, consapevole dei propri diritti sociali e umani, l’abbiamo trasformata in popolo civile.
A questa massa noi abbiamo dato un ideale di riscatto, di giustizia e di superiore civiltà e fraternità umana.
A questa massa abbiamo dato una dignità e una personalità; l’abbiamo immessa nella storia, ne abbiamo fatto il motore del progresso umano”

Intervento conclusivo di Giuseppe Di Vittorio al decimo congresso provinciale del Pci di Capitanata, Foggia, 27 nov. 1956

(Letto da Paolo Ciofi  all’Assemblea dei soci della nostra Associazione)