RELAZIONE DEL PRESIDENTE USCENTE GENNARO LOPEZ

Care amiche, cari amici, care compagne, cari compagni,
le mie comunicazioni sul primo punto all’o.d.g. saranno piuttosto brevi, sia perché il tempo a nostra disposizione è limitato e dobbiamo procedere ad importanti adempimenti, sia e soprattutto perché il ritrovarci in assemblea ci offre l’opportunità, attraverso la libera discussione, di mettere a confronto orientamenti, opinioni, idee su cui costruire funzioni, iniziative, programmi della nostra associazione.
Non ostante e a dispetto di tutto quanto accade intorno a noi (ed è davvero tanto, quello che accade), sia pure controcorrente, questa associazione continua ad esistere e a resistere, pur immersa nelle mille solitudini della sinistra, ma con una finalità che dà senso al nostro esserci: lavorare sulla memoria per ricavarne elementi di critica del presente e individuare un possibile orizzonte per il futuro, per una … futura umanità. Come ha più volte sottolineato e poi precisato in un suo pregevole libro il nostro presidente onorario, il compagno Paolo Ciofi, le parole “socialismo” e “rivoluzione” vanno rideclinate per la società del XXI secolo, ma, appunto, rideclinate e non certo espunte. E non sarà davvero un caso se, in un mondo sempre più segnato dalle disuguaglianze, dal riaffacciarsi di nazionalismi, fanatismi, oltranzismi e razzismi, da conflitti commerciali e armati, da una inaudita ripresa della corsa agli armamenti, da economie in cui convivono lo spreco più oltraggioso e la povertà estrema, forme di nuovo schiavismo accanto alla classica contraddizione tra capitale e lavoro, non è un caso – dicevo – se in un mondo siffatto torna d’attualità un gigante del pensiero moderno e contemporaneo come Carlo Marx.
Poiché della situazione italiana siete tutti voi documentatissimi, consentitemi di soffermarmi su un unico aspetto, quello che a mio avviso può suggerire proficui percorsi di studio, di ricerca e di proposta per la nostra associazione. Mi riferisco alla crisi della democrazia rappresentativa basata sull’istituto parlamentare e sulla Costituzione della Repubblica, i cui esiti appaiono al momento oscuri, e inquietante risuona intanto l’eco di parole, gesti, vicende che caratterizzarono gli anni Venti del secolo scorso. Si tratterà pure, in molti casi, di folklore nostalgico, ma è pur vero che quel folklore manifesta umori che inquinano le viscere del Paese e trovano sponde sempre più sfacciate in rappresentanti delle istituzioni (nelle loro parole e nei loro comportamenti). Attenzione, perché – come un’amara storia ci insegna – si incomincia sempre con manifestazioni da operetta, ma puntualmente arriva poi qualcuno che trasforma l’operetta in dramma tragico. A me pare stucchevole la disputa nominalistica sui termini “fascismo” e “populismo”: l’importante è prendere coscienza che culture e poteri di segno reazionario (con pulsioni di tipo autoritario) stanno via via invadendo società e istituzioni. Questo è il sintomo più preoccupante della crisi della democrazia rappresentativa. Essa è certamente accelerata dal contesto economico-sociale, ma per un’analisi approfondita del fenomeno, non mi sembra sufficiente il riferimento alla crisi sviluppatasi in Italia e in Europa dopo il 2008, che ha certamente prodotto un’accelerazione, ma il processo era in atto già da molti anni. Per esempio, sarebbe opportuno domandarsi a partire da quando la discussione e il confronto politico nelle assemblee elettive (non soltanto in Parlamento!) sono stati contrapposti alla tempestività e rapidità delle decisioni (il “decisionismo” di fine anni ’70 – anni ’80). Sarebbe da riprendere e rileggere tutto quanto fu detto e scritto – il più delle volte strumentalmente – a proposito della cosiddetta “governabilità”.
L’idea del confronto politico in sedi assembleari inteso come “perdita di tempo” (in realtà, un luogo comune molto antico, caro ai denigratori della democrazia e della politica, presenti persino nella Grecia classica, quella delle poleis) è diventata negli anni – ed è tuttora – senso comune – anche a sostegno di reiterate riforme regolamentari, elettorali, istituzionali e persino costituzionali (v. abolizione delle province, la proposta abolizione di un ramo del Parlamento, quella di una drastica riduzione del numero di parlamentari, ecc.). Del resto, ci troviamo nel pieno della fase in cui i tempi dettati dalle innovazioni tecnologiche e dalle transazioni dei mercati economico-finanziari globali comportano un’accelerazione nell’insieme delle attività umane e – in particolare – laddove si tratti di assumere decisioni: a questo proposito, sarebbe utile sviluppare un ragionamento sui tempi della politica e della democrazia, cioè di attività che per loro stessa natura richiedono tempi lunghi e distesi. In ogni caso, una delle conseguenze più gravi – per gli evidenti effetti negativi che ha prodotto sulla partecipazione democratica – sta nella continua manomissione dei meccanismi elettorali, con progressive riduzioni del tasso di rappresentatività delle assemblee elettive. Ciò si accompagna ad una prassi politica tendente sempre più a rappresentare l’avversario come nemico, ad alimentare e inseguire i conflitti piuttosto che a governarli.
A partire – grosso modo – dalla metà degli anni ’70 il discorso economico-finanziario ha spinto sempre più in secondo piano il discorso politico, fino a renderlo del tutto subalterno (un effetto, questo, del neoliberismo che abbiamo sottovalutato oppure compreso con grande ritardo); per dirla schematicamente, calcolo e algoritmo hanno determinato una crisi della parola. Senza parola (o con la parola in crisi), una democrazia rappresentativa, al cui centro è il Parlamento (il luogo deputato, appunto, all’uso della parola) difficilmente può sopravvivere. Mi convinco ogni giorno di più che ci troviamo nel bel mezzo di un passaggio d’epoca, per alcuni aspetti davvero sconvolgente: la “crisi della parola” non sta solo a significare una crisi del linguaggio verbale, ma anche (e di più) una crisi del logos, cioè di quell’insieme costituito da espressione verbale, schemi logici, meccanismi mentali che stanno alla base del pensiero logico e razionale. Si ha la sensazione di assistere ad una seconda morte di Socrate, questa volta non a causa della cicuta, ma per più sottili veleni demagogici somministrati al popolo da novelli sofisti e retori di palese e vantata ignoranza. La degenerazione del discorso pubblico (in particolare, nella politica e nei media) è sempre più evidente ed ha già prodotto assuefazione a livello sociale, con preoccupanti ricadute sui comportamenti e sul costume.
La nostra percezione di questi fenomeni è stata generalmente lenta e approssimativa. Sicché oggi ci troviamo nella condizione di dover addirittura ridefinire il senso stesso della politica, del “fare politica”, il senso e gli strumenti di una democrazia all’altezza dei tempi. In tale contesto di indubbia complessità, l’impegno di un’Associazione come la nostra deve, a mio avviso, evitare una duplice trappola: quella di un appiattimento sulla non esaltante cronaca politica dei nostri giorni e quella di un rimpianto nostalgico del “come eravamo”. Avverto l’esigenza di riaffermare e accentuare la caratterizzazione in senso culturale del nostro agire, il che significa più studio, più ricerca, più elaborazione, più socializzazione delle nostre idee, della nostra storia, dei nostri valori, ribadendo come nostro fondamentale punto di riferimento la Costituzione della Repubblica, per una lettura della società italiana (ma anche di quella europea) nella chiave di una sua possibile evoluzione in senso socialista. È questa un’impostazione che si pone l’obiettivo di riuscire a parlare soprattutto ai giovani. Ma, al di là delle fasce d’età che riusciremo a coinvolgere, quello che conta è affermare una funzione pedagogica dell’associazione, rafforzando le attività di formazione e adottando le conseguenti misure organizzative. Questa, così come altre attività dell’associazione, sia per ragioni concrete (le nostre non ridondanti forze) sia – e ancor più – per convincimento politico, saranno programmate e progettate (così come si è fatto per iniziative pregresse) attivando sinergie con altre associazioni (in particolare con quella che oggi ci ospita), con enti e istituzioni.
Questa assemblea ha il compito di formulare proposte per le iniziative da assumere nell’anno in corso. Mi limito qui ad indicare tre temi che il direttivo uscente ritiene di dover proporre all’assemblea. 1° tema: ricorre il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, proprio in un momento in cui altri muri si stanno alzando nel mondo, per terra e per mare. Più che commemorare l’evento, per noi sarà utile approfondirne le cause e valutarne le conseguenze. C’è chi ha voluto vedere nel 1989 la fine del “secolo breve”, forse con eccessiva schematizzazione; però non c’è dubbio che gli eventi di quell’anno avviarono profondi cambiamenti in ambito geopolitico, con ricadute – come ben sappiamo – su vicende molto più vicine a noi (a noi Italia, a noi sinistra, a quanti di noi erano iscritti al Pci). Anche una comparazione ragionata tra il quadro geopolitico dell’epoca e quello attuale potrebbe costituire oggetto di utili approfondimenti. 2° tema: proprio una ricognizione degli attuali assetti geopolitici suggerisce lo studio di una realtà di cui spesso si parla per luoghi comuni, banalizzazioni, giudizi superficiali: mi riferisco alla Repubblica popolare cinese, che merita di essere considerata sotto diversi aspetti (teorici, politici, economici) e che rappresenta, per un certo verso, l’altra faccia dell’89. 3° tema: prendendo spunto anche qui da un anniversario, il cinquantesimo dell’autunno caldo del 1969; un ottimo spunto per ragionare intorno al rapporto tra politica e lotte sindacali, intorno alla “questione operaia” e al modo in cui essa si sia andata trasformando lungo la storia della Repubblica, fino ai giorni nostri. C’è, infine, una ricorrenza, alla quale sarà opportuno incominciare a pensare e a programmare, quella del 21 gennaio 2021, centenario della fondazione del PCdI. Per dare operatività alle nostre decisioni, consiglierei di non allungare troppo l’elenco dei temi da prendere in considerazione, per concentrare piuttosto l’attenzione sul taglio che intendiamo dare alle iniziative (quelle che ho indicato o eventuali altre).
A conclusione di questo intervento, consentitemi una breve nota personale. Termina oggi qui il mio mandato biennale, un biennio per me tutt’altro che facile, soprattutto a motivo di qualche sgradevole problema di salute. Comprenderete, quindi, che il mio più affettuoso ringraziamento a Paolo Ciofi e a Mario Ruggiano, nonché agli altri componenti del direttivo uscente, è tutt’altro che rituale: nulla di ciò che è stato fatto sarebbe stato possibile senza il loro fondamentale contributo. Ringrazio infine tutte e tutti voi, che venendo qui questa mattina testimoniate la volontà di dare seguito ad un’esperienza che, se non altro, è servita a gettare qualche seme su un terreno da troppo tempo inaridito. La splendida manifestazione sindacale unitaria dello scorso sabato, ben più di alcuni modesti e contradditori risultati elettorali, ci dice che forse qualcosa sta cambiando o che comunque qualcosa può cambiare attraverso una ripresa dell’impegno e della lotta. Va però preso atto della perdurante assenza di un’adeguata sponda politica nel panorama della sinistra. Anche alla luce di questo, è più che mai necessario continuare a dare gambe alle nostre idee: anche le gambe non particolarmente muscolose (e tuttavia agili) di “Futura Umanità” possono contribuire a far camminare qualche buona idea che abbia ancora odore e sapore di socialismo.
Buon lavoro a tutte e tutti noi. Grazie.

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