La fraternità universale e la legge di Caino

Aldo Tortorella editoriale Critica Marxista del 18 dicembre 2020

I durissimi attacchi al Papa degli ultraconservatori della gerarchia cattolica e dell’estrema destra politica a tutta intera la sua attività e, più in particolare, alle sue due ultime encicliche, quella sulla ecologia e quella recente sulla solidarietà – per non dire dello scandalo sollevato a proposito del diritto dei gay ad una famiglia – definiscono meglio di ogni altra considerazione il significato da dare alla svolta che Bergoglio ha inteso dare alla Chiesa cattolica. Gli esperti della storia vaticana ci ricordano, ma ne abbiamo tutti qualche memoria, che non minori furono gli attacchi, giunti sino allo scisma, contro Giovanni XXIII, Angelo Roncalli, bergamasco, autore del rinnovatore Concilio ecumenico, e contro Paolo VI, bresciano, prudente continuatore del Concilio (e pure lui duramente colpito dall’assassinio di Aldo Moro, suo più giovane amico).

Tuttavia, questa volta gli attacchi interni alla Chiesa sono stati visibilmente sostenuti dall’esterno non solo da forze politiche dell’estrema destra ma addirittura dal governo della nazione militarmente più forte del mondo. Trump attaccò frontalmente l’enciclica sul clima che invitava a difendere la casa comune e dunque poneva sotto critica più o meno direttamente il modello di sviluppo economico che sta violentando la natura ed è prossimo a determinare guasti irrimediabili. E lo stesso Trump, a repugnanti scopi elettorali, ha risposto all’enciclica sulla fraternità umana che, tra le altre cose, esorta a vietare la pena di morte dando il via libera all’esecuzione di una donna condannata alla pena capitale per assassinio nonostante sia malata di mente. Naturalmente, non si tratta di angelicare nessuno, come pure è stato fatto anche da autorevoli non credenti. E comunque questa rivista non sarebbe il pulpito adatto, nè si vogliono dimenticare gli attacchi che in Argentina sono stati mossi al cardinale Bergoglio per sue supposte responsabilità durante la sanguinosa dittatura dei generali – smentite, però, dalla magistratura – oppure le critiche severe perché, nonostante la sua indubbia lotta ai sacerdoti pedofili ormai consegnati alla giustizia civile, avrebbe protetto un paio di cardinali indiziati dell’odioso reato.
Ciò che interessa va al di la della persona: che rappresenta comunque una corrente di pensiero che si è fatta strada entro la Chiesa e anche entro le mura vaticane, luogo morale ben distinto dal sentimento di tante comunità cristiane e cattoliche. Dietro a quelle mura sono maturati in tempi recenti, cioè senza
riandare ai peggiori ricordi del potere temporale, scandali finanziari memorabili, sordide lotte per il potere, torbide vicende volutamente nascoste e solo in parte affiorate. E nel tempo della comunicazione digitale è rapidamente divenuto pubblico ciò che per tanto tempo era stato coperto dal segreto della
ragion di Stato o addirittura da vincoli sacrali. Tanto e così scoperto contrasto tra i princìpi e la prassi del potere ecclesiale diventavano intollerabili a molti che hanno scelto sinceramente di dedicare tutta la vita agli ideali proposti dalla propria fede e ai tanti che questa fede seguono convintamente.
Ma a determinare una corrente innovatrice ha influito, ancora di più degli scandali, la contraddizione tra una predicazione che ha il suo fulcro originario nella piena eguaglianza tra le persone umane tutte considerate figli e figlie di Dio, e una Chiesa tradizionalmente collocata a difesa delle gerarchie sociali costituite – sino, addirittura, agli episodi di compromissione con i fascismi e con le dittature. Non aveva torto, sia detto in parentesi, quella affermazione di un Congresso del Pci secondo cui «una sofferta esperienza religiosa sinceramente vissuta» poteva portare verso idee di trasformazione economica e sociale.
Per l’eterogenesi dei fini anche l’avere contribuito, particolarmente con il pontificato polacco, a spiantare i barcollanti regimi di tipo staliniano che avevano reintrodotto il privilegio burocratico e la dittatura sopprimendo le libertà, ha certamente stimolato alla coerenza tra la difesa delle libertà e il bisogno della equità e non solo della eguaglianza giuridica, peraltro violata dalle distinzioni di classe e di ceto. Lo stesso Papa Wojtyla doveva ammonire a non dimenticare le ragioni per cui erano nati i movimenti marxisti, che egli combatteva sia in linea di principio sia per quelle che gli parevano le inevitabili conseguenze. E giunse ad affermare: «Ogni forma di povertà è uno scandalo, e lo scandalo diventa intollerabile quando si scopre che tali situazioni di miseria sono il risultato della libertà, di individui e di nazioni, pervertita nell’egoismo, nel potere dominatore, nei comportamenti di indifferenza e di esclusione».
Una “perversione” della libertà, dunque. Ma quando questa perversione assume dimensioni planetarie non può non sorgere un dubbio non solo sulla costituzione delle persone («l’egoismo, i comportamenti di indifferenza e di esclusione») e neppure solo sul «potere dominatore» – cioè, immagino, le
“perversioni” del potere – poiché le situazioni di povertà estrema sono ovunque, anche se assumono dimensioni gigantesche nei continenti che servirono ad accrescere la ricchezza dei vincitori, cioè di quelli con la pelle bianca.
È da questo dubbio che sono nate, come si ricorda, negli anni Settanta del secolo scorso tendenze di tipo marxistico tra sacerdoti che dettero luogo anche a teorizzazioni come quella della Teologia della liberazione che impugnava i principi della fede cristiana per la lotta terrena contro l’ingiustizia sociale, avendo come precedente la esperienza dei preti operai repressi dal Papa Pio XII, nato Pacelli. La Teologia della liberazione aveva avuto particolare vigore nell’America latina, oppressa da feroci dittature militari promosse e sorrette dal capitale agrario e industriale, e aveva trovato particolare vigore proprio tra i gesuiti dell’America, al tempo in cui il capo dell’ordine era padre Arrupe, poi normalizzato dal Papa Wojtyla. Bergoglio, gesuita tra i più autorevoli, non aveva aderito a questa tendenza tenendosene discosto ma, con ogni evidenza, aveva colto l’allarme che quella dottrina e
quella pratica rappresentavano. La pericolosa lontananza dagli ultimi, la diffusione della laicità e del laicismo, il danaro come fine supremo, il consumismo come nuova civiltà rendevano insostenibile l’idea di riconquistare un ruolo alla fede e alla Chiesa continuando a far parte del potere dominante spesso tirannico e assassino o ad essere usate come orpello persino dai mafiosi oppure come copertura dei risorgenti ed esasperati nazionalismi populisti, culla di nuove guerre.
Più avanti, su queste colonne, si cerca di spiegare i motivi interni alla Chiesa della linea seguita dal papa che ha voluto chiamarsi Francesco, da cui si sperava un rinnovamento ecclesiastico (il ruolo delle donne nella gerarchia, il matrimonio dei sacerdoti, eccetera) in larga misura mancato: forse perché
mai del tutto voluto, certamente bloccato dalla violenza e dalla minaccia scismatica dell’opposizione conservatrice e destrorsa. Le sue parole, dicono gli avversari, piacciono troppo fuori della Chiesa a molti che credenti non sono, anche se è difficile negare che la sua predicazione e i suoi atti hanno ridato alla Chiesa cattolica, minata da scandali devastanti, un prestigio popolare ampiamente perduto. Per quanto si vanti dai conservatori il valore teologico del papa dimissionario e la funzione antimoderna della fede retta dai suoi misteri, non mi pare dubbio che lo scarpone contadino di Francesco, per quanto accusato di demagogia, abbia prevalso sulle leziose babbucce rosse di Benedetto. E ha giovato come segno di pace la ripresa e lo sviluppo del dialogo interreligioso (l’enciclica sull’ecologia concepita in intesa con il patriarca ortodosso di Istanbul, un’altra, l’ultima, varata dopo un documento comune con il grande Imam sunnita egiziano).
Quale che sia il significato interno allo scontro che si combatte entro il Vaticano e nella cattolicità, è ben certo il significato ideale e politico nelle vicende terrene di queste encicliche papali nettamente contrarie ad un modello di sviluppo fondato sulla ricerca del massimo profitto, sul «dominio del denaro». Anche il testo della nuova enciclica non lascia dubbi sulla denuncia dei pessimi risultati cui è arrivato il mondo. «La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta la umanità». E se di fronte alla pandemia «qualcuno pensa che si tratta soltanto di
far funzionare meglio ciò che già facevamo […] sta negando la realtà». E inaccettabile che una parte del genere umano dei paesi ricchi sia considerata veramente umana e si ritengano invece degli “scarti” coloro che sono in povertà estrema e che si fanno migranti. Sotto accusa è “l’egoismo” e i rinnovati «nazionalismi chiusi, esasperati, aggressivi» forieri di nuove guerre, e i populismi che li praticano. Parole come «democrazia, libertà, giustizia, unità vengono deformate e manipolate». E «la politica non può essere sottoposta all’economia». Naturalmente, il modello di riferimento in questo discorso papale
per la solidarietà e la fratellanza umana universale è quello del Vangelo, e cioè il buon samaritano. Ma con una precisazione. Nel prendersi cura del povero e dell’infermo il buon samaritano non è colui che soccorre il suo prossimo, ma è colui che sente in se stesso il dovere di farsi prossimo all’altro. All’accusa di essere diventato marxista o, addirittura, comunista il Papa gesuita che si ispira ai francescani ha spesso risposto del tutto giustamente che lui, com’è suo dovere, va predicando il Vangelo. Cosa che i suoi nemici sanno benissimo dato i più di essi lo considerano un testo pericolosamente estremistico da elogiare, ma non da praticare.
Tuttavia, una domanda è obbligatoria. C’è da chiedersi da dove venga questo assetto umano così profondamente ingiusto e tanto folle da rovinare pezzo a pezzo la casa in cui si vive. Non vi possono essere dubbi su chi abbia vinto nella gara tra i diversi tipi di consorzio umano concepiti dai sistemi concettuali impliciti nelle religioni che si sono scontrate armi alla mano nel corso dei secoli. E se prevalse a lungo la lettura secondo cui lo «spirito del capitalismo» fosse figlio della «etica protestante» (secondo la ben nota lezione di Max Weber), non è mancata la smentita cattolica per rivendicare alla cattolicità la nascita e lo sviluppo del mercato da cui, poi, sorgerà il capitalismo.

Recentemente1 è stata elaborata una teoria (si veda S. Zamagni, L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, 2008, e Luigino Bruni, Stefano Zamagni. Economia civile [il Mulino, 2004]), ricca di un assai ampio lavoro di ricerca, secondo cui deve essere operata una distinzione tra il “bene comune” e
il “bene totale”. Il primo prevede una distribuzione tra tutti del risultato di una «economia civile di mercato» (da volere e creare) mentre il “bene totale” è quello del mercato capitalistico che mira alla massimizzazione dei risultati economici anche se a qualcuno non resta niente. Il bene comune sarebbe quello cui mirava la creazione del mercato tardo medioevale creato essenzialmente dai francescani. La riforma, per dirla alla buona, esaltando l’individualismo compresa la predestinazione alla ricchezza avrebbe trasformato il “bene comune” in “bene totale”. Come che sia è comunque l’occidente cristiano capitalistico che ha vinto.
Non è più un mondo cristiano, dice papa Francesco. Non c’è dubbio: ma quando lo era i servi della gleba non stavano meglio dei proletari di oggi. Ed è certo vero che nel cristianesimo c’è anche il contrario dello sfruttamento, c’è anche la condanna della ricchezza che non corrisponda al lavoro (gli specialisti ricordano la seconda lettera di san Paolo ai tessalonicesi con le celebri parole (3,10): «Chi non vuol lavorare non mangi»). Ma se quest’altro lato del cristianesimo porta solo all’esecrazione delle “perversioni” della libertà e alla esortazione alla solidarietà – entrambi più che giuste – è difficile immaginare un rimedio.
La necessità dell’auto critica è più profonda. Ma vi è la traccia che questa necessità non è più solo degli sconfitti della teologia della liberazione. In questa enciclica sulla fraternità c’è anche scritto: «Il diritto alla proprietà si può pensare solo come un diritto secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni». Perché tra i fratelli non prevalga la legge di Caino è auspicabile che si vada avanti a riflettere su come sia possibile mettere in pratica questa giusta considerazione. Certo, nessuno deve uccidere Caino, dice il Dio della Genesi. La sua punizione sarà il suo rimorso eterno. Ma se nessuno deve ucciderlo sarebbe bene che lui non montasse in cattedra, come avviene, a dire che i morti ammazzati nelle guerre ci sono sempre stati e ci saranno sempre, che se i migranti muoiono in mare se la sono andata a cercare, se i penultimi stanno male e gli ultimi boccheggiano vuol dire che non ce
l’hanno fatta.
È davvero miserevole che le forze della sinistra nate per approfondire il tema del rapporto tra libertà e sfruttamento, dopo il naufragio della sua soluzione più estrema, quella che negò ogni diritto alla capacità imprenditoriale dei singoli, abbia smesso di pensarci. Abbracciando la versione opposta,
quella che ha fatto del mercato capitalistico un feticcio come se «la somma degli interessi individuali» fosse la soluzione. E lasciando che spetti unicamente alla sensibilità religiosa il diritto e il dovere di ragionare sui mali di fondo del genere umano. I quali oggi si presentano nella realtà più angosciosa.
Se persino la pandemia ha come risultato quello di far diventare i più ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è certo doveroso mettere qualche pezza per evitare il peggio, ma sarebbe anche il momento di dire che un mondo così non può andare avanti e riscoprire le buone ragioni di una sinistra pensante.

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