VERSO IL 21 GENNAIO (6)

Gramsci, Il proletariato inglese, in “L’Ordine Nuovo”, 7 gennaio 1921.

Ancora una volta il proletariato d’Inghilterra attira su di sé l’attenzione generale dopo un secolo di tentativi e di lotte.

Incominciò con Roberto Owen e con le sue cooperative concepite come mezzo a finalità comunistiche, passò attraverso il chartismo, primo e vero tentativo di conquista del potere politico da parte dei lavoratori facendo uso di tutti i mezzi, dall’azione parlamentare, all’azione diretta, per finire da una parte nel trade-unionismo pacifico e antirivoluzionario, tanto caro ai nostri economisti borghesi, e dall’altra in un partito operaio, puramente parlamentare e ripudiante la lotta di classe. In un secolo di sviluppo tutte le forme dell’azione di classe si può dire abbiano trovato in Inghilterra terreno propizio, onde il movimento proletario inglese presenta tale complessità e tale molteplicità di indirizzi che non riesce possibile la riduzione ad una linea diritta e uniforme, e impossibile riesce pure un giudizio univoco.

Si dice: il proletariato inglese non è stato e non è rivoluzionario; e il giudizio è fondamentalmente errato. Il proletariato inglese ha raggiunto il grado di rivoluzionarismo che gli era possibile raggiungere in un paese che deve tuttora essere considerato come il centro dell’organismo economico mondiale. Operando da questo centro è riuscito, pur servendosi dei limitati mezzi del corporativismo e dell’azione parlamentare, a influire sopra i rapporti di produzione e di scambio, in modo oggettivo, a far incombere su tutto il mondo capitalistico la minaccia di colpi menati diritti al cuore.

La guerra e la conseguente formidabile rivoluzione degli spiriti hanno incominciato a restituirgli ciò che sembrava avesse perduto, cioè la capacità di reagire per motivi politici e umani, di concepire l’azione di classe nei quadri più vasti della solidarietà internazionale.

Il rinnovamento spirituale del proletariato inglese assume prima la forma di reazione contro il corporativismo, contro il potere esclusivo dei capi sindacali, contro il predominio delle categorie operaie specializzate, in pari tempo assume il carattere di un riavvicinamento dell’azione di classe alle fonti dirette della produzione. La prima espressione di esso si ha nel movimento istintivamente rivoluzionario, per quanto ancora teoricamente confuso, degli shop stewards, dei commissari di reparto nelle officine inglesi.

Notevole a rilevarsi: mentre reagiscono contro la burocrazia sindacale, gli shop stewards tentano dirigere il movimento economico con criteri politici, giungendo sino ad imporre la politica estera verso la Russia colla pressione di un organismo semisoviettista sostenuto da 6 milioni di operai organizzati.

Ricordiamo i fatti. A Spa, 11 luglio, i governi di Gran Bretagna e Francia manifestano l’intenzione di venire in aiuto, “con tutti i mezzi a loro disposizione”, della Polonia, qualora la Russia rifiuti accordarle l’armistizio e ne invada il territorio. Il 5 agosto successivo Lloyd George dà lettura, al Parlamento, di un ultimatum redatto in tal senso. E poiché, a loro detta, i Soviet non danno una risposta soddisfacente, l’8 Lloyd George e Millerand si abboccano a Lymprerne onde combinare l’azione navale e militare.

In questo istante il proletariato inglese interviene ad imporre la sua volontà. Il 13 agosto, infatti, un congresso straordinario viene tenuto e 6 milioni di lavoratori organizzati costituiscono un Comitato d’azione nazionale allo scopo di ottenere “il riconoscimento incondizionato della Russia soviettista e la ripresa immediata dei rapporti economici e commerciali”.

Lloyd George deve melanconicamente constatare che “tutto ciò costituisce il più esiziale colpo sino ad oggi inferto alla democrazia”, e con lui tutti debbono ammettere che il sussistere di simili organismi proletari, extra parlamentari, tendenti ad assumere direttamente il controllo della politica nazionale ed internazionale significa la fine degli istituti democratici borghesi e specie del sistema parlamentare. Resta una speranza, un’ultima speranza: il buon senso del proletariato britannico, il tradizionale suo aborrire dai metodi violenti. E indizi di buon senso ce ne sono. Da una parte il Labour Party cerca di sfruttare il momento propizio, la crisi di lavoro e la crisi politica, per tentare la scalata al potere nelle forme parlamentari; dall’altra la borghesia, che anch’essa ha del buon senso, non è contraria al tentativo, anzi sembra favorirlo. Ma con tutto ciò, anche in Inghilterra l’ora dei comunisti sembra venuta.

Mentre giungono infatti le notizie del rapido inasprirsi della crisi, giungono in pari tempo quelle dell’estendersi a tutto il paese dei Comitati d’azione. Il movimento dei disoccupati trova in essi la sua forma, una forma che è extraparlamentare, e antiburocratica insieme. Parlamento e burocrazia sindacale vengono combattuti ad un tempo, né si legge senza commozione la notizia che i disoccupati avanzano nuovamente, e sono disposti ad appoggiare con l’azione diretta, la richiesta della pace completa con la Russia.

Cosa manca al movimento proletario inglese perché si possa dirlo veramente rivoluzionario, perché si possa attendere da esso quel colpo dato al capitalismo nel suo centro vitale, quel colpo che dovrebbe segnare, secondo la previsione di Marx, la vittoria della rivoluzione? Non manca altro se non che i nuovi organismi pullulanti dal seno stesso della classe proletaria, in modo spontaneo, e lo spirito nuovo che li sostiene, trovino in un partito, nel partito comunista, il coordinamento unitario, la direttiva sicura, la precisa coscienza di sé.

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