VERSO IL 21 GENNAIO (8)

A cura di Guido Liguori, a partire dal 1 gennaio, pubblichiamo sul nostro sito ogni giorno, un articolo di Gramsci apparso sull’Ordine Nuovo più o meno negli stessi giorni di 100 anni fa.

A. Gramsci, Fiume, in “L’Ordine Nuovo”, 11 gennaio 1921

Gli avvenimenti di Fiume non hanno dato luogo a nessuna discussione proficua nei giornali del Partito. Il compagno Serrati si è limitato, in seguito ad alcune pubblicazioni tendenziose dei giornali borghesi, a porre domande di carattere personale ai compagni Repossi e Bombacci: intenzione del Serrati era, evidentemente, non di promuovere una discussione generale sulla tattica che il Partito della classe operaia può e deve seguire in determinate circostanze, ma solo di promuovere uno scandaletto cosiddetto piccante, e di dare nuovo fieno agli scrittori dei giornaletti di provincia che, a scopo di congresso, avrebbero in questi ultimi giorni ruminato il nuovo motivo: d’annunziani, d’annunziani!

La discussione avrebbe potuto essere invece molto interessante. Doveva proprio il Partito della classe operaia disinteressarsi completamente (come ha fatto) degli avvenimenti fiumani? Il suo atteggiamento doveva proprio limitarsi solo alle affermazioni verbali: 1) che il problema di Fiume può essere solo risolto con l’internazionalizzazione (intanto cosa significa ciò: significa che Fiume deve essere posta sotto il controllo della Società delle Nazioni, o che il problema sarà risolto solo dopo l’avvento della repubblica mondiale degli operai e contadini?); 2) che la responsabilità del conflitto fiumano deve essere fatta risalire all’idea di patria; 3) che è compito dei socialisti sfruttare gli avvenimenti per dimostrare le nerissime colpe del nerissimo industrialismo nazionalista e per trarre dalla dimostrazione tutte le conclusioni rivoluzionarie? Davvero che l’atteggiamento di un Partito, che afferma essere Partito d’azione rivoluzionaria, può limitarsi, in un periodo che viene affermato periodo eminentemente rivoluzionario, a cavarsela sempre, per ogni avvenimento che riesce a scuotere le basi stesse dello Stato borghese, con delle affermazioni generiche da opuscoletto di propaganda elementare?

Gli avvenimenti di Fiume, per un anno intero, hanno tenuto col respiro sospeso lo Stato italiano. Negli avvenimenti di Fiume era la conclusione logica dell’ideologia bellica; nel d’annunzianesimo era la conclusione logica dello sviluppo storico di una classe sociale, la piccola borghesia urbana, che temeva di essere liquidata dalla posizione di guida e arbitra dei destini della nazione, che si era conquistata durante la guerra. Per un anno intero Fiume è stata la freccia nel fianco dello Stato borghese: Fiume impedì che venisse conchiusa la pace con la Jugoslavia; Fiume fece lacerare un trattato; Fiume condusse lo Stato fin sull’orlo di una nuova guerra; Fiume era la quotidiana, clamorosa prova delle condizioni di debolezza, di prostrazione, di incapacità funzionale dello Stato borghese italiano. Lo Stato non poteva avere una politica estera propria indipendente e non poteva avere una propria politica interna; lo Stato era paralizzato, era in completo sfacelo, dal momento che si dimostrava, sperimentalmente, come fossero sufficienti pochi privati cittadini per incantarne gli ingranaggi più delicati e vitali. Davvero che il partito della classe operaia non avrebbe dovuto avere un suo preciso atteggiamento verso avvenimenti di così alta importanza per lo Stato borghese, per il nemico maggiore della classe operaia? Doveva, il partito della classe operaia, lasciare che i fatti si svolgessero così, semplicemente, senza un suo intervento che servisse ad acuire i conflitti, che servisse a sfruttare la situazione per rafforzare la classe operaia, per rafforzare le posizioni rivoluzionarie del Partito?

La verità è che il partito dimostrò, per gli avvenimenti di Fiume, la stessa incapacità politica e la stessa inettitudine a organizzare il proletariato in classe dominante, che aveva dimostrato in occasione dei moti per il caroviveri, in occasione dei moti del 2-3 dicembre 1919, in occasione dello sciopero generale torinese dell’aprile 1920, in occasione dell’occupazione delle fabbriche metallurgiche. Vuol dir ciò che in ognuna di queste occasioni il partito avrebbe dovuto “fare” la Rivoluzione? Questa domanda ironicamente pongono i riformisti, e ponendo questa domanda i riformisti dimostrano appunto di essere fuori dalla vita del proletariato, di non comprendere niente del periodo storico che attraversiamo. Compito del partito era quello di dare un indirizzo alle masse in lotta, di orientarle spiritualmente, di organizzarle in vista anche di una azione risolutiva, che avesse potuto essere imposta dalle necessità della lotta impegnata. Il periodo che attraversiamo è appunto caratterizzato dall’imprevedibilità degli svolgimenti storici, imprevedibilità che è determinata, oltre che dal gioco della politica nazionale, anche e specialmente dal gioco della politica internazionale: quanto meno controllabili sono gli avvenimenti, quanto più essi sfuggono alla volontà dei singoli e alla volontà dei capi degli Stati borghesi e tanto più era necessaria la massima organizzazione da parte della classe operaia e del suo partito, e tanto più necessaria era la massima attenzione e la massima intelligenza politica. Il Partito si mantenne in una sterile posizione negativa; il Partito si limitò a versare torrenti di parole rivoluzionarie senza concretezza politica; i suoi leaders più responsabili ci crearono alibi puerili, sostenendo che i moti del caroviveri erano solo azioni dei “pescicani” della rivoluzione, sostenendo che lo sciopero torinese (sciopero di mezzo milione di lavoratori) era solo l’atto di indisciplina di due o tre scervellati. Oggi per gli avvenimenti di Fiume, la cui liquidazione ha indubbiamente rafforzato lo Stato borghese e indebolita quindi la classe operaia, unica preoccupazione è di far processi di intenzione a singoli militanti. Ma gli ineffabili Baratono e Alessandri rimarranno sempre più persuasi che la formazione del Partito comunista in Italia rappresenti il risultato del complotto tra qualche arrivista italiano e qualche “eminenza grigia” moscovita.

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