VERSO IL 21 GENNAIO (9)

A cura di Guido Liguori, a partire dal 1 gennaio, pubblichiamo sul nostro sito ogni giorno, un articolo di Gramsci apparso sull’Ordine Nuovo più o meno negli stessi giorni di 100 anni fa.

A. Gramsci, Muli bendati, in “L’Ordine Nuovo”, 12 gennaio 1921

I giornali borghesi diffondono in milioni di esemplari la prefazione che Filippo Turati ha scritto per il libro del comm. Pozzani e di Gregorio Nofri: La Russia com’è. La prefazione è un monumento di ipocrisia democratica e di sfacelo morale. Filippo Turati si pone infatti nella situazione di uno che vuol “difendere” la classe operaia italiana dalla “congiura del silenzio”, dalla “diplomazia segreta”, dalle “disoneste parole di bugia” sulla Russia dei Soviet; e viene subito, spontanea, la domanda: – Perché questo amore di verità, perché questa onestà di parola Filippo Turati non ha messo al servizio della classe operaia italiana durante la guerra imperialista?

Filippo Turati era deputato al Parlamento durante la guerra. Durante la guerra, la classe operaia italiana fu privata di ogni suo diritto: fu privata della libertà di stampa, della libertà di riunione, della libertà di sciopero, della libertà di “andare e venire”; il Parlamento fu privato delle sue prerogative fondamentali, della sua sovranità; i militanti della classe operaia furono spogliati di ogni garanzia civile, le loro persone caddero in balia dell’arbitrio dei poliziotti e degli ufficiali; nelle trincee milioni e milioni di cittadini furono degradati da ogni attributo umano, furono abbandonati al capriccio di pochi uomini, avidi solo di far carriera. Perché in questo periodo, perché in quei cupi anni di reazione e di dittatura militarista, Filippo Turati non sentiva di essere il “difensore della classe operaia” dalle congiure del silenzio, dalle diplomazie segrete, dalle disoneste parole di bugie? Perché in quegli anni Filippo Turati non fece servire la sua tribuna parlamentare per accusare la classe borghese dei delitti che andava compiendo, per far conoscere la verità, per smascherare le ideologie fallaci, per mostrare di quanto sangue e quante lagrime grondassero gli uomini che erano al potere? Basta porre queste domande per vedere quanto sia falsa la posizione attuale di questi cercatori di verità sulla Repubblica dei Soviet. Essi non sono difensori della classe operaia: essi continuano oggi a difendere la classe borghese così come l’hanno difesa durante la guerra.

Ma è poi vero che sulla Russia dei Soviet sia stata fatta la congiura del silenzio, che sia esistita una diplomazia segreta, che il proletariato italiano non sia stato reputato degno di una onesta parola di sincerità? Filippo Turati, affermando ciò, rivela la sua vera posizione mentale e morale: per lui, come per tutti i suoi seguaci, come per tutti i controrivoluzionari, dire la verità sulla Russia significa solo osservare tutto ciò che di male esiste in Russia, significa solo innalzare la cronaca dei fattacci all’altezza di una sintesi storica, significa solo assumere verso la Rivoluzione proletaria lo stesso atteggiamento che il padre Antonio Bresciani ha assunto verso la Rivoluzione borghese italiana. In verità, nessuna psicologia è tanto angustamente faziosa e da mulo bendato quanto la psicologia di questi difensori della classe borghese. Essi non riescono a comprendere nulla di tutto ciò che è caratteristico e originale nel movimento operaio, essi non hanno nulla di comune con lo spirito proletario. Che significato può avere per Filippo Turati il fatto che in un paese grande come la Russia la classe operaia abbia il potere politico nelle sue mani? Che significato può avere per il comm. Pozzani e per Gregorio Nofri il fatto che in un paese del mondo, la classe operaia, che è sempre stata classe strumentale, che ha sempre ubbidito e mai comandato, che ha sempre servito da concime alla storia, sia divenuta classe di governo, cioè si trovi in una condizione che le permette di trovare e di sviluppare nel proprio seno tutte le forze associative che sono a sostegno di uno Stato? Questi uomini non curano neppure di approfondire questo avvenimento grandioso, questa novità nella storia dell’uomo; non curano di approfondire come sia stato possibile che il potere della classe operaia abbia durato per tre anni, nonostante i mali e le sofferenze che la popolazione russa ha dovuto attraversare. Questi uomini, non che essere storici, non che avere il minimo di preparazione critica che si domanda a chi esplora gli accadimenti umani, questi uomini mancano persino di quel minimo di intuizione e di senso di umanità che si può domandare a chiunque dignitosamente voglia far parte della società degli uomini. Ma è appunto nei momenti come questo che attraversiamo, nei momenti decisivi, in cui avviene nella realtà effettiva prima che nel diritto il trasferimento del potere sociale da una classe all’altra, è appunto in tali momenti che appaiono categorie umane che hanno come tipi il padre Bresciani, Filippo Turati, il commendator Pozzani, Gregorio Nofri. Se essi fossero vissuti dopo la caduta dell’impero romano e avessero sentito il grido degli schiavi liberati: “Vogliamo ritornar schiavi, per avere un pezzo di pane”, essi avrebbero giudicato artificiosa e antistorica la caduta dell’economia del mondo antico; se fossero vissuti nel periodo della Rivoluzione francese e fosse giunto alle loro orecchie il lontano rumore delle fucilate con cui i contadini accoglievano i soldati della rivoluzione, essi avrebbero giudicato antistorica e artificiosa la conquista del potere politico da parte del terzo stato; se fossero vissuti nel ‘48, avrebbero visto nei liberali dei briganti libertini, nelle dimostrazioni dei “patrioti” delle manifestazioni di teppa assoldata dalle società segrete, in Mazzini un Cagliostro, come vedeva il padre Bresciani.

Muli bendati, è il giudizio più dolce che si possa dare di questi uomini. Ma perché mai pretendono essi di difendere la verità, che non si sono curati di ricercare e di difendere quando la borghesia schiacciava il proletariato col tallone insanguinato dei suoi generali? Questa pretesa rende spregevoli moralmente i Turati, i Pozzani, i Nofri, come moralmente spregevole era il padre Bresciani per chi nel Risorgimento lottava per emancipare l’Italia dal dominio degli stranieri e dei preti.

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