1980, un anno spartiacque

(intervento all’iniziativa “Il contesto locale, nazionale e internazionale della strage di Bologna”, Bologna, 30 luglio 2021)

Alexander Höbel

1. Nel quadro di una discussione davvero ricca sulla strage di Bologna e sul suo contesto ottimamente coordinata e introdotta da Sergio Caserta, prendendo la parola dopo le documentate e stimolanti relazioni di Cinzia Venturoli sulle acquisizioni più recenti dell’inchiesta e del processo sulla strage, e di Francesco M. Biscione sulla strategia della tensione e i suoi addentellati col ruolo della criminalità organizzata (ai quali si aggiungeranno poco dopo gli importanti interventi di Paolo Bolognesi e Mirco Dondi), ho scelto di incentrare il mio contributo sul contesto, sul 1980 come anno spartiacque, le cui caratteristiche forse aiutano a capire meglio i motivi di quella strage efferata.

Con un paradosso, si potrebbe dire che in Italia gli anni Novanta (la fine della “repubblica dei partiti”, l’avvento del berlusconismo, l’avvio di una transizione dagli esiti non chiari) iniziano già nel 1980, nel senso che – ferma restando l’importanza dei terremoti internazionali del 1989-91 (collasso del blocco sovietico e fine della guerra fredda) – la crisi del progetto democratico-sociale delineato dalla Costituzione repubblicana si era per molti versi aperta nel 1980, e forse già nel biennio precedente, quel drammatico 1978-79 che aveva visto prima il delitto Moro, poi la crisi della “solidarietà nazionale”. È con quest’ultima vicenda che – come ha scritto Biscione – si determinò una vera e propria “saldatura tra settori politici tradizionali e il sommerso della Repubblica”, quell’insieme di apparati e gruppi di potere non solo ostili, ma per molti aspetti estranei al progetto costituzionale[1].

Il cambio di fase, del resto, aveva un respiro e un carattere internazionale. Dalla metà degli anni Settanta, le forze conservatrici avevano avviato la loro controffensiva su scala globale. Il volume della Trilateral Commission diretta da Zbigniew Brzezinski The crisis of democracy[2] aveva posto il problema di un eccesso di democrazia sociale nei paesi a capitalismo avanzato, frutto delle grandi mobilitazioni di massa degli anni precedenti, imputandogli i fenomeni dello “Stato sovraccarico” e dunque della crescita del debito pubblico; occorreva dunque contenere e ridurre questa domanda democratico-sociale, e non a caso il sottotitolo della ricerca era “Rapporto sulla governabilità delle democrazie”: il problema centrale delle democrazie era la governabilità, non la rappresentanza, la quale anzi poteva essere sacrificata.

Nel 1979 la leader conservatrice britannica Margaret Thatcher era diventata premier, e pochi mesi dopo Ronald Reagan avviava la corsa alla Casa Bianca, dove si insedierà all’inizio del 1981. Nel ’78, il nuovo pontefice eletto dal Conclave era stato il polacco Karol Wojtyla. Sullo sfondo, il modo di produzione si trasformava in modo rapido e vorticoso; nei paesi a capitalismo avanzato andava ormai oltre il fordismo: crescita dell’automazione, “produzione snella” e “just in time”, toyotismo, decentramento e frammentazione del processo produttivo segnavano il superamento di un modello di produzione accentrato in grandi impianti, togliendo il terreno sotto i piedi alle organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio. Questi elementi (cui si aggiungeva l’intervento militare dell’Urss in Afghanistan, ossia l’inizio del “Vietnam sovietico”) segnavano dunque un cambio di fase complessivo: iniziava una stagione di innovazione tecnologica intensa e altrettanto intensa restaurazione sociale e politica, accompagnata da privatizzazioni e liberalizzazione dei mercati; quella controffensiva neoconservatrice e neoliberista che si dispiegherà senza più ostacoli negli anni Novanta.

2. In questo contesto generale, anche l’Italia – una democrazia storicamente debole, segnata dal ricorrente “sovversivismo delle classi dirigenti” già individuato da Gramsci e, nel periodo repubblicano, da una democrazia bloccata e incompiuta a causa della discriminazione anticomunista, ossia della conventio ad excludendum a danno del Pci, legata a sua volta a una sovranità di fatto limitata per le alleanze e gli equilibri internazionali – non poteva non fare la sua parte.

Il quadro politico viveva una fase di riflusso già dal 1979, con la citata crisi della solidarietà nazionale e il netto arretramento del Pci alle elezioni politiche, cui si aggiungeva la persistente volontà della Democrazia cristiana e del leader socialista Bettino Craxi di tenere i comunisti fuori da ogni possibile maggioranza di governo. Del resto, chi, come il dirigente democristiano Piersanti Mattarella in Sicilia, stava seguendo una strada diversa, coerente con l’impostazione morotea, veniva ucciso, nel gennaio 1980, in un delitto non solo di stampo mafioso, per il quale sarà sospettato (ma assolto) quello stesso Valerio Fioravanti condannato in via definitiva per la strage di Bologna. A febbraio la Dc formalizzava la nuova linea al XIV Congresso, col “preambolo” anticomunista su cui convergevano Forlani e Donat Cattin; il mese seguente, nel Comitato centrale del Psi si giungeva alla resa dei conti tra Craxi e Signorile, favorevole alla collaborazione col Pci: il passaggio di De Michelis alla componente craxiana diede al leader socialista il controllo totale del partito (e fa riflettere che l’argomento usato da De Michelis per spiegare il suo cambio di posizione fosse proprio l’esigenza di garantire la “governabilità”)[3].

Altri delitti, intanto, insanguinavano il Paese: da quello del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet a quelli dei giudici Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini e Guido Galli: tranne quest’ultimo, gli omicidi erano tutti rivendicati dalle Brigate rosse, nelle quali un ruolo sempre più ampio era rivestito da Giovanni Senzani, “il professore dei misteri”, quello che stava “e con lo Stato e con le Br”[4]. Poco dopo, seguivano gli omicidi di Walter Tobagi e del consigliere regionale della Dc campana Pino Amato; era una vera e propria escalation di attentati, mentre aumentava anche il coordinamento tra i gruppi neofascisti della destra eversiva: il 30 marzo l’assalto a una caserma di Padova vedeva assieme i gruppi romani di Fioravanti e Giuliani e Ordine Nuovo veneto.

In aprile si insediava il II Governo Cossiga (un tripartito Dc-Psi-Pri), ma di lì a poco la notizia dell’appartenenza al gruppo terroristico Prima linea di Marco Donat Cattin, figlio del leader democristiano, costringeva quest’ultimo a dimettersi da vicesegretario della Dc e metteva in difficoltà lo stesso Cossiga, per il quale il Pci chiedeva la messa in stato d’accusa per la copertura offerta in tale circostanza al collega di partito e l’ipotesi di favoreggiamento nei confronti di suo figlio[5].

Sul piano sociale, partiva intanto l’offensiva della Fiat, che già a maggio annunciava un provvedimento di cassa integrazione parziale (un giorno alla settimana) per 78.000 operai: era l’inizio di quella lunga vertenza che si sarebbe conclusa in ottobre con la sconfitta dei lavoratori. Il governo, dal canto suo, approvava un decreto sulla trattenuta dello 0,50 dei salari per un “Fondo di solidarietà” da istituirsi a livello nazionale, e assieme alla Confindustria metteva nel mirino la scala mobile, ossia l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita, individuandola come l’unica vera causa dell’inflazione, senza tener conto invece di quella esplosione del debito pubblico dovuta in gran parte a clientelismo ed evasione fiscale, per cui erano poi gli stessi evasori ad acquistare i titoli di Stato.

A giugno avvenivano altri due fatti gravi: l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato da parte dei neofascisti dei Nar e la strage di Ustica, che apriva un’altra dolorosa vicenda di coperture e depistaggi.

Il crescere della mobilitazione operaia contro la trattenuta dello 0,50 (a fronte invece di una disponibilità di massima dei sindacati) provocava intanto il ritiro del decreto: era un segnale significativo della capacità di resistenza dei lavoratori, sostenuti apertamente dal Pci, ma anche di un certo “scollamento” con le organizzazioni sindacali. Lo stesso Pci, nelle elezioni amministrative di giugno, aveva recuperato uno 0.7% rispetto al voto politico dell’anno precedente, mentre la Dc aveva perso 3 punti e il Psi ne aveva guadagnato altrettanti. Il Partito comunista si confermava prima forza politica nelle maggiori città italiane e le sinistre erano in maggioranza in molte di esse; nella Dc riprendeva spazio chi, come De Mita, chiedeva la riapertura del dialogo col Pci.

All’inizio dell’estate del 1980, dunque, la situazione sociale e politica appare ancora aperta e dinamica. La stabilizzazione conservatrice aveva mosso già molti passi, ma era ancora lontana dall’essere compiuta.

3. Nei giorni immediatamente precedenti la strage, altri tre fatti avvengono: il 25 luglio, l’attentato alla libreria Feltrinelli di Padova opera dei Nar; il 29, l’attentato a Palazzo Marino in occasione dell’insediamento del nuovo Consiglio comunale di Milano, azione attribuita a Gilberto Cavallini, quindi della stessa matrice; infine, il 1° agosto, pochi giorni prima dell’anniversario della strage dell’Italicus del 1974, il rinvio a giudizio per quella bomba dei neofascisti Tuti, Franci e Malentacchi. E non è un caso, evidentemente, se la prima telefonata di rivendicazione della strage di Bologna, il giorno seguente, si conclude con le parole “Onore al camerata Tuti”[6].

Il 2 agosto, l’orrenda strage, che sembrò attuare il criminale piano eversivo delineato dal documento Linea politica, proveniente dall’ambiente neofascista padovano. Gli autori di quel testo auspicavano infatti “un’esplosione dalla quale non escano che fantasmi”, un atto che, “ripristinando il terrore”, avrebbe secondo loro provocato nella “popolazione inerme e inginocchiata due sole risposte […]: sono loro, finalmente”[7]. Fortunatamente, l’impatto della strage nell’opinione pubblica fu ben diverso da quello atteso dai suoi ispiratori, aumentando anzi la ripugnanza del Paese verso l’eversione neofascista e i suoi complici.

Le settimane successive videro però crescere la tensione sociale. A partire da settembre, la scena fu occupata dalla vertenza Fiat: ora la misura assunta dall’azienda prevedeva la cassa integrazione a zero ore per 13.000 operai, che poi diventarono 24.000, di cui la metà non sarebbe rientrata a lavoro; si trattava dunque di 12.000 licenziamenti, che si aggiungevano ai 61 licenziamenti politici già scattati. La lotta degli operai Fiat durerà 35 giorni, col blocco degli impianti, il sostegno aperto di Berlinguer (ma non di tutto il Pci torinese), lo sciopero generale nazionale. Il braccio di ferro terminò con la “marcia dei 40.000” (Scalfari dixit), in realtà 15-20.000 quadri Fiat con famiglie e cittadini spaventati che spaventarono a loro volta i sindacati, inducendoli a un frettoloso accordo al ribasso: i licenziamenti immediati erano cancellati, ma per 23.000 operai si apriva una indefinita cassa integrazione, con la promessa di un reintegro per una parte di loro; una sconfitta trasformata in rotta, che avviò quella che Gabriele Polo e Claudio Sabattini definiranno la “restaurazione italiana”, quella “controrivoluzione liberista” che si accompagnò alla frattura tra i sindacati e la maggioranza dei delegati del “Consiglione” Fiat, insomma degli attivisti di base e intermedi, rovesciando la felice sintesi raggiunta dopo le lotte dell’Autunno caldo col “sindacato dei consigli”[8].

Nelle stesse settimane, Canale 5 di Silvio Berlusconi iniziava le sue trasmissioni a livello nazionale: era un’altra svolta che segnava l’avvio di una nuova fase. Il 6 ottobre, Maurizio Costanzo, aderente come Berlusconi alla loggia P2 e tra i protagonisti della sua impresa televisiva, sul “Corriere della Sera” intervistava il capo della P2 Licio Gelli, di fatto legittimando il personaggio e dando ampio spazio al suo progetto di “rinascita democratica”[9]. Pochi giorni dopo, nasceva il I Governo Forlani, che poneva le basi del “CAF”, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani che avrebbe dominato la politica italiana negli anni seguenti.

L’anno si chiudeva col terremoto dell’Irpinia del 23 novembre, seguito dalla forte denuncia dei ritardi nei soccorsi da parte del Presidente della Repubblica Pertini, cui si aggiungeva quella del “sistema di potere democristiano” da parte del leader del Pci Berlinguer, che a Salerno chiudeva definitivamente la fase della “solidarietà nazionale”, rilanciando la linea dell’alternativa democratica e ponendo la questione morale come elemento pregiudiziale e fondamento di un “governo diverso”.

Le cose, com’è noto, non andranno in tal senso, e dunque il 1980 può essere a buona ragione considerato, come ha scritto Diego Novelli, “l’anno che cambiò l’Italia” ma anche l’anno della “democrazia umiliata”[10]; e naturalmente di questo sfregio alla democrazia repubblicana la strage di Bologna rappresentò il momento più tragico e grave. Per i suoi mandanti, avrebbe potuto essere il detonatore in grado di far scattare il “Piano di rinascita democratica”. Come scrivono Paolo Bolognesi e Roberto Scardova, tale esito non si verificò “per l’ampia e convinta reazione” della stragrande maggioranza del popolo italiano, ma di quel progetto eversivo “si impadronì la mafia”[11], assieme agli altri poteri criminali e ai loro nuovi referenti politici: quello che Biscione ha definito “il sommerso della Repubblica” finirà per venire apertamente alla luce, rivendicando la propria nuova egemonia.

La strage di Bologna, come gli sviluppi più recenti rendono sempre più evidente anche sul piano giudiziario[12], appare dunque parte di un più complesso disegno reazionario. Scrivono ancora Bolognesi e Scardova:

Il colpo mortale alle istituzioni democratiche, però, non sarebbe passato più […] attraverso la sollevazione in armi di corpi militari […]. Il vero rivolgimento istituzionale invece, secondo la logica di minacciare il centro politico per stabilizzarlo, sarebbe avvenuto quando il governo avesse ceduto alle pressioni determinate dalla paura e dal terrore, quando i cittadini sconvolti […] avessero reclamato leggi forti e accettato imitazioni alle libertà democratiche, all’autonomia del Parlamento e della magistratura. Insomma, quando gli italiani fossero stati pronti a chinare il capo di fronte a un arretramento dei diritti civili e sociali conquistati dai lavoratori, dagli studenti, dalle donne[13].


[1] F,M. Biscione, Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo, Bollati Boringhieri 2003.

[2] http://www.trilateral.org/download/doc/crisis_of_democracy.pdf. Uno degli autori era il politologo Samuel Huntington, che ha acquisito nuova fama in anni più recenti per le sue tesi sull’inevitabilità dello “scontro di civiltà”.

[3] http://www.dellarepubblica.it/i-governo-cossiga-composizione-governo-4-agosto-1979-4-aprile-1980.

[4] M. Altamura, Il professore dei misteri, Ponte alle Grazie, 2019.

[5] http://www.dellarepubblica.it/ii-governo-cossiga-composizione-governo-4-aprile-1980-18-ottobre-1980.

[6] P. Bolognesi, R. Scardova, a cura di, Stragi e mandanti, Aliberti editore, 2012, pp. 118-119.

[7] Ivi, p. 116.

[8] G. Polo, C. Sabattini, Restaurazione italiana. Passato e presente dei «35 giorni» alla Fiat del 1980, manifestolibri, 2000.

[9] Parla, per la prima volta, il signor P2, in “Corriere della Sera”, 5 ottobre 1980, http://antonella.beccaria.org/2010/05/15/corsera-5-ottobre-1980-il-fascino-discreto-del-potere-nascosto-parla-per-la-prima-volta-il-signor-p2/.

[10] D. Novelli, La democrazia umiliata, Sperling & Kupfer, 1997.

[11] Bolognesi, Scardova, a cura di, Stragi e mandanti, cit., p. 95.

[12] C. Venturoli, Storia di una bomba: Bologna, 2 agosto 1980: la strage, i processi, la memoria, Castelvecchi, 2020; L. Grassi, La strage alla stazione, Clueb, 2020.

[13] Bolognesi, Scardova, a cura di, Stragi e mandanti, cit., p. 262.

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