Il filo della memoria e la connessione sentimentale perduta

L’esperienza della Giunta Valenzi nel film di Alessandro Scippa

(La Giunta, Italia, 78’, 2022, documentario, regia Alessandro Scippa, produzione Antonella Di Nocera)

Alexander Höbel

Nel centenario della fondazione del Partito comunista italiano, caduto nel 2021, uno dei temi rimasti in ombra è stata l’esperienza delle “giunte rosse”, che si sviluppò in particolare tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, a seguito dell’ascesa del Pci nelle elezioni amministrative del 1975. A quell’imponente avanzata, che portò il partito di Berlinguer a diventare la prima forza politica in molte città, seguì infatti la nascita di numerose giunte di sinistra, che segnarono in modo significativo quegli anni. L’esempio del buongoverno del Pci, l’esperienza di amministrazioni avanzate ed efficienti, che avevano caratterizzato fino ad allora solo le cosiddette “regioni rosse” e alcune altre realtà, raggiunsero una parte molto più ampia di territori e cittadini

Tra le città nelle quali il Pci non era mai stato egemone – e anzi aveva dovuto lavorare non poco per conquistare una piena agibilità politica e poi un ruolo sempre più incisivo – era Napoli, che aveva vissuto la triste stagione del laurismo, seguita da varie giunte a guida democristiana. Con gli anni Settanta le cose cambiarono: durante l’epidemia di colera del 1973 le sezioni comuniste furono centri di intervento per le vaccinazioni; l’anno successivo, la vittoria dei No nel referendum sul divorzio confermò che il Paese era mutato, e così anche Napoli. Nel 1975 il Pci avanzò in città di oltre sei punti, giungendo al 32,3% dei voti e diventando il primo partito. In Consiglio comunale una maggioranza di sinistra non esisteva, e tuttavia si arrivò all’elezione a sindaco del comunista Maurizio Valenzi – figura autorevole di antifascista e dirigente storico del partito – alla testa di una giunta di sinistra formalmente minoritaria. Inizia così un’esperienza inedita, che ha anche un carattere di sfida ed è sospinta proprio da quella forte volontà di cambiamento che attraversa Napoli e il Paese, e dunque da una fiducia e da un entusiasmo che fanno sembrare praticabile a Valenzi un compito così difficile; un’esperienza che per qualcuno avrebbe dovuto durare pochi mesi, e che invece durerà otto anni, trasformando il volto della città.

Questa vicenda – già oggetto di un convegno della Fondazione Valenzi, i cui atti sono stati pubblicati nel volume Napoli e la giunta rossa, a cura di Gloria Chianese, Mimesis 2021 – è ora splendidamente raccontata nel documentario di Alessandro Scippa La Giunta, prodotto da Parallelo 41 con Luce Cinecittà in collaborazione con Fondazione Valenzi, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, col contributo di Regione Campania e Fondazione Film Commission Regione Campania.

Autore e regista del film è il figlio di uno degli assessori più brillanti di quella compagine: Antonio Scippa, che da assessore al Bilancio riuscì nel “miracolo” di ripianare le finanze comunali senza tagliare, e anzi ampliando, i servizi offerti alla collettività. Mescolando memorie familiari e ricostruzione storica, film di famiglia (propri, della Fondazione Valenzi e di Riccardo Notte), materiali di repertorio (in particolare dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) e brani delle memorie di Valenzi (come quello sul terremoto del 1980, letto a mo’ di prologo da Renato Carpentieri), attraverso sequenze suggestive e con le musiche di Canio Loguercio e Leandro Sorrentino, Alessandro Scippa ci immerge nel clima straordinario di quegli anni, alternando le immagini dell’epoca a quelle della Napoli di oggi, le voci di allora (col diario inciso su nastro dallo stesso Valenzi) alle interviste a diversi protagonisti di quella stagione e ai figli di quelli scomparsi.

Il rapporto genitori/figli, del resto, è uno dei fili conduttori del film, con particolare riferimento al caso di genitori militanti o dirigenti politici, con tutte le “assenze” dovute a questo impegno, su cui a distanza di anni riflette Federico Geremicca, figlio di Andrea, che era allora segretario della Federazione comunista e poi fu chiamato a far parte della Giunta, svolgendo un prezioso ruolo di mediazione nella dialettica non facile tra la Giunta e il partito. Ma nel documentario ci sono anche altri figli: Lucia e Marco Valenzi, coi loro ricordi e le loro riflessioni su quegli anni; Antonella Di Nocera, produttrice del film, che dialoga col padre Aldo, allora operaio dell’Italsider; e naturalmente lo stesso regista, che sollecita i ricordi di suo padre e della madre Floriana.

Nel film si susseguono le testimonianze di protagonisti come Emma Maida, allora a capo di quell’assessorato di cui si cambiò il nome da Assistenza a Servizi sociali, che sottolinea il radicamento e la presenza capillare del Pci in città, presupposto di quel vasto consenso, fino quasi alla identificazione, tra la Giunta e parte amplissima della cittadinanza; di Eugenio Donise, che sostituì Geremicca alla guida della Federazione e rievoca un partito tutto immerso nel divenire storico; di Aldo Cennamo, Antonio Sodano e Benito Visca, anch’essi assessori con Valenzi; di esponenti del Pci napoletano come Antonio Bassolino e Berardo Impegno, di militanti come Nino Ferraiuolo e la giornalista Eleonora Puntillo, di operai come Francesco Iorio, di intellettuali come Roberto De Simone e Giulio Baffi, di fotografi come Mimmo Jodice, Luciano Ferrara e Gianni Fiorito, dei quali vediamo anche scatti magnifici, di giornalisti come Marco Demarco e Franco Cortese, il quale all’epoca coordinava la trasmissione televisiva “Il sindaco risponde”, di cui si vedono interessanti sequenze. Nel serrato dialogo telefonico con una cittadina emerge lo sforzo di Valenzi di portare il problema del lavoro su un piano generale, introducendo uno stile nuovo nell’azione e nelle risposte dell’istituzionale locale. E il confronto diretto e continuo con la cittadinanza, anche attraverso frequenti assemblee, è un altro elemento che il film evidenzia dell’operato di Valenzi, il quale si fa carico dei problemi della città ma anche di un’azione di pedagogia politica e civile, svolta insieme alla sua giunta e al suo partito; è insomma un lavoro collettivo, di cui la figura del sindaco rappresenta l’elemento più visibile ma non l’unico.

Si trattava – dice Cennamo – di «tenere assieme tensione ideale e azione politica», di dare attuazione alla spinta al cambiamento che si era manifestata. Dai ricordi dei protagonisti emergono dunque la lotta all’abusivismo e alla speculazione edilizia, l’attenzione alla pulizia delle strade, alla scuola e alla sanità pubblica, la restituzione alla città dei suoi castelli e parchi, l’avvio dei lavori della metropolitana, la difesa dell’Italsider quando la fabbrica finì sotto attacco. Una piccola rivoluzione, insomma, che procedeva di pari passo con la rinascita culturale della città: dal ruolo di Roberto De Simone e della Nuova Compagnia di Canto Popolare al sostegno di Eduardo, dai concerti degli Inti-Illimani all’esperienza di “Estate a Napoli” (sulla quale pure esiste un bel volume della Fondazione Valenzi: Cultura e spettacolo a Napoli negli anni della giunta Valenzi [1975-1983], a cura di Giuseppe Farese, Artem 2021). Una “rivoluzione” che fu bloccata, raccontano gli intervistati, dal trauma del terremoto del 1980, dall’acutizzarsi dell’offensiva terroristica in città, ma soprattutto da un cambiamento del quadro politico generale, nel quale si era ormai aperta una nuova fase.

Il film, che emoziona e commuove in molti passaggi, ci mostra tra gli altri due momenti topici di quella esperienza, nei quali la «connessione sentimentale», tra il Pci, il sindaco, la giunta e il popolo napoletano si manifestò in modo evidente: il Festival nazionale dell’Unità del 1976, in una Mostra d’Oltremare gremita, concluso dal comizio di Berlinguer con Valenzi al suo fianco davanti a una folla sterminata; e un comizio del sindaco a Piazza Plebiscito, anch’essa traboccante di una folla tutta partecipe – come ricorda la madre del regista, che pure era lì – di una «liturgia» laica, nella quale il sentimento della collettività, dell’appartenenza a una comunità umana più vasta, «faceva venire la pelle d’oca». È questa connessione sentimentale, assieme alla fiducia nel cambiamento, ciò di cui forse maggiormente si sente la mancanza oggi. Il film la fa rivivere con grande e autentica intensità, e questo è senza dubbio uno dei suoi meriti maggiori.

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