Addio ad Alberto Asor Rosa

di Giorgio Inglese

Con la scomparsa di Alberto Asor Rosa (21 dicembre 2022) il movimento operaio italiano perde un protagonista, un sicuro punto di riferimento, una rara intelligenza.

Nel 1953 Asor Rosa, ventenne, si iscrive alla Sezione Universitaria comunista, di cui è segretario Mario Tronti (nasce qui un sodalizio personale e intellettuale destinato a durare tutta la vita). Ne esce dopo quattro anni per dissenso verso la posizione del Partito sui fatti di Ungheria; collabora quindi con la sinistra socialista. Nel 1961 è tra i fondatori di “Quaderni Rossi”; nel 1963, con Tronti e Negri, dà vita a “Classe operaia”, cui seguirà “Contropiano”. Nel 1971 si iscrive al Psiup, e ne segue la vicenda fino alla confluenza nel Pci. Eletto deputato nel 1979, lascia la Camera dopo un anno per riprendere il lavoro all’Università. Fonda e dirige “Laboratorio Politico” (di nuovo con Tronti, Accornero, Rita Di Leo, Cacciari), dal 1981 al 1983. Quando, caduto il Muro di Berlino (9 novembre 1989), Achille Occhetto propone di “suicidare” la più forte organizzazione comunista dell’Occidente, Asor Rosa si oppone (XIX Congresso, seconda mozione, con Ingrao, marzo 1990); al XX congresso (febbraio 1991) sostiene la mozione Bassolino; poi, come Ingrao, aderisce al neonato Pds, su posizioni critiche. Nel 2002 collabora con la CGIL di Cofferati all’organizzazione della gigantesca manifestazione al Circo Massimo (23 marzo) in difesa dello Statuto dei Lavoratori. La coerente posizione anti-imperialista lo porta a lasciare il Pds (divenuto nel frattempo Ds) nel 2004, di fronte alle posizioni di quel partito sulla guerra in Iraq. L’anno dopo promuove con Rossanda e Parlato un tentativo di ricomposizione della Sinistra di classe (la Camera di consultazione). In occasione delle elezioni politiche del 2006, si avvicina al Partito dei Comunisti italiani. Nel 2018 dichiara il suo voto per la lista Liberi e Uguali. Fino a che ha potuto, ha svolto riflessioni e formulato proposte dalle colonne del “Manifesto”.

Io ho cominciato a seguire le lezioni di Alberto Asor Rosa nell’autunno del 1974, e da allora ho condiviso con lui una parte sempre più significativa della mia vita: lavoro scientifico, lavoro politico, amicizia. “In principio”, per quanto mi riguarda, fu Intellettuali e classe operaia (La Nuova Italia, maggio 1973). Il volume si apriva con una citazione da Brecht, perfettamente adeguata alla vena antiideologica dei saggi: «Guardatevi bene dal diventare servitori di ideali, altrimenti sarete molto presto servitori di preti» (pensiero attribuito a un Karl Marx “cinesizzato” nella figura vecchio saggio Ka-meh). La citazione è tratta dal Libro delle svolte (1934-37). Intellettuali e classe operaia raccoglie scritti di un decennio, dal 1963 al 73, che disegnano un “movimento” di pensiero: da Classe operaia, attraverso Contropiano, fino al nuovo incontro col Partito che è tema della Introduzione come quadro di problemi. Ma già il titolo del volume, nella sua struttura binaria, indicava la dinamica di un problema. La rivista “Classe operaia” (da cui sono estratti i primi saggi della raccolta) si autodefinisce infatti, senz’altro, “Mensile politico degli operai in lotta” – quindi il “rapporto” fra chi scrive il giornale e gli operai in lotta si risolve/dissolve nei termini puramente funzionali di un intreccio di esperienze, che su entrambi i versanti (scrittura del giornale e lotta in fabbrica) sono tanto “di pensiero” quanto di azione politica diretta.

A questa altezza si pongono due saggi di Asor Rosa: Fine della battaglia culturale ed Elogio della negazione. Il punto di partenza del discorso di Asor (come di Mario Tronti e degli altri membri del collettivo) è la singolarità della lotta operaia – un punto di partenza per definizione esterno alla “Cultura”, le cui discipline sono affrontate quali oggetto di una particolarissima forma di “lavoro intellettuale”: mettere in discussione «lo stesso oggetto specifico di indagine a cui esse [le discipline costituite] si sono applicate, o da cui sono addirittura nate». Perché «soltanto al livello della lotta… è possibile stabilire l’efficacia dei singoli apporti scientifici a una tensione dirompente nei confronti del sistema». Il modello ineguagliabile, ma efficace, è naturalmente Il Capitale: una poderosa ricerca scientifica che, per ciò stesso, funziona come critica alla radice della “disciplina” cui astrattamente pertiene (l’economia politica) nell’atto in cui assume in proprio l’antagonismo di classe.

Le potenzialità di un lavoro intellettuale dal punto di vista “operaio” si irradiano da qui in tutte le direzioni – compreso quelle (più direttamente riferibili ad Asor) che vanno a toccare discipline come la critica letteraria e la storiografia. Scrive appunto Asor Rosa: «la critica letteraria… oggi può sopravvivere soltanto se nega innanzitutto la Letteratura; … la storiografia… ha una funzione sola, quella di negare la Storia». Il senso della battuta è così spiegato nel successivo Elogio della negazione: «Se io strappo alle discipline culturali la loro testa di valori» – mia glossa: se io mi metto a studiare, per es., i testi letterari mettendo anzitutto in discussione l’impianto ideologico che istituisce la Letteratura come valore e i letterati come corpo – «ottengo intanto un primo risultato: sgombro il terreno di tutte le possibili mistificazioni… ciò che costituisce esattamente il compito attribuito da Marx alla critica dell’ideologia in generale». Non si tratta dunque di una “battaglia culturale”, vale a dire della opposizione di una Cultura all’altra, cioè di una Ideologia all’altra. Ma di un lavoro profondamente conoscitivo, e in questo senso “scientifico”, che funziona come demistificatorio, nella misura in cui è altamente scientifico – e ottiene risultati effettivi di conoscenza nella misura in cui rimane esterno all’ideologia disciplinare. Sul piano della “critica letteraria”, il discorso asorrosiano – in quegli anni – ha un oggetto piuttosto precisamente determinato: la contrapposizione fra una “grande letteratura europea” – realizzata da «gruppi di borghesi [che] respingono con la violenza di una lotta disperata il destino sociale entro il quale li rinchiude a poco a poco il sistema» (Kafka Musil Joyce i surrealisti), e la fase successiva dello sviluppo, in cui il sistema capitalistico è riuscito a inglobare anche la cultura d’opposizione come parte di sé. In questa chiave, Asor Rosa prende a oggetto il “populismo” culturale e letterario.  

Si danno “crisi” storiche in cui la radicalità del movimento reale apre al pensiero eccezionali acquisti di conoscenza.  Quando il rapporto tra le forze in conflitto muta e si determina una forma di più e meno solida stabilizzazione, quegli acquisti non vanno perduti. Ma in che modo si potrà far lavorare il “vecchio” punto di vista nel “nuovo” quadro di problemi? È questo il tema dell’Introduzione “attraverso” la quale Asor Rosa propone, nel 1973, la rilettura dei saggi che vanno a comporre Intellettuali e classe operaia.  Simmetricamente al punto di partenza, anche al punto d’arrivo il binomio intellettuali-classe operaia è problematico in sé stesso. Perché “ora” – vale a dire: nella fase in cui il Partito non appare più «destinato all’opposizione» ma in grado di porre l’ipoteca sul mutamento sociale «da un punto di vista dominante capace di realizzare dall’alto il processo di impossessamento del potere» – ora i termini del rapporto di forze si presentano con una fisionomia diversa. Per un verso, l’interrogativo sul soggetto del lavoro intellettuale si ridefinisce in questo modo: «come uscire dalla cultura, per fare politica, restando intellettuali?». In parole povere (cioè mie), la “temperatura” della lotta di classe non è più tale da consentire che la “negazione” giunga fino all’effettiva dissoluzione del “gruppo intellettuale”. D’altro canto, si è consumata l’ipotesi che la classe operaia possa disporsi a un qualsiasi “rapporto” con l’altro da sé, se non attraverso la propria forma di organizzazione politica, il suo partito. «Ritrovare la politica nella sua forma concreta che per noi è il PCI ha significato…ritrovare una capacità di riflessione sulle generalità delle questioni politiche, sociali e intellettuali».

Da qui in avanti il discorso dovrebbe seguire gli interventi di Asor Rosa nella fase che va, grosso modo dal 1975 al 1989 (quella, diciamo così, di un plausibile progressismo di governo in Italia, cui Asor ha concorso anche in modalità politico-pratiche, in Parlamento e nell’Università) e si è chiusa “nel gorgo” (come diceva Ingrao) quando in Europa il soggetto operaio e le sue forme di partito (e di partito-stato) collassano; e poi nella fase che, da allora, giunge fino agli attuali esiti. Penso che nel corso di questi anni, nelle vicende di cui si è detto all’inizio, Asor Rosa abbia affinato e consolidato l’idea di una Sinistra alternativa, attenta alla concretezza e alla pervasività delle questioni (si pensi al tema della catastrofe ambientale), profondamente radicata nella “democrazia progressiva” disegnata dalla nostra Costituzione, e insieme irriducibile, inassimilabile al pensiero dominante e ai suoi meccanismi di omogeneizzazione e consumismo “culturale” e ideologico. Certo, “il mondo è cambiato”, ma oggi come “allora” (suggerisce Asor, anche nei contributi più recenti) non si dà pensiero innovativo, cioè pensiero, senza conflitto e non si dà conflitto senza soggetto, cioè senza organizzazione di una parte contro l’altra (vogliamo dire: senza organizzazione del lavoro vivente contro il capitale e il suo funzionariato?). Nel nostro “oggi”, soprattutto qui in Italia dinanzi alla finale, penosa bancarotta delle “due sinistre” nate dalla crisi del Pci, il discorso asorrosiano (con tutte le sue “svolte”) può dare appunto preziosi suggerimenti.

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