Di Lelio La porta
Pubblichiamo la recensione di Lelio La Porta al libro di Sergio Gentili, Il Partito comunista italiano. Via italiana al socialismo 1945-1964 (prefazione di Alexander Höbel, Bordeaux edizioni), apparsa sul Manifesto del 25 luglio 2026, consultabile online al seguente link

Dal 29 dicembre del 1945 al 6 gennaio del 1946 si tenne a Roma il V Congresso del Pci, primo del Partito dopo la Liberazione. Da qui prende le mosse Il Partito comunista italiano. Via italiana al socialismo 1945-1964 (prefazione di Alexander Höbel, Bordeaux, pp. 343, euro 20,00) con cui Sergio Gentili realizza il secondo volume della storia del Pci preceduto, per lo stesso editore nel 2021, dal primo sottotitolato «Storia di rivoluzionari 1921-1945».
IL PUNTO DI ARRIVO del lavoro è costituito dal Memoriale di Yalta per cui si evince che l’analisi proposta dall’autore riguardi il Pci durante la segreteria di Togliatti, architetto del partito nuovo, fino a quello che può essere considerato il suo testamento politico. Gentili avrebbe potuto affrontare le questioni nell’ottica del racconto delle vicende legate alla vita interna del Partito. E non è che non lo faccia; valga come esemplificazione il paragrafo «Si tira il freno a mano» del capitolo «Guerra fredda sul Pci». Ma procedere lungo questa strada avrebbe comportato ridurre la vita di un grande partito di massa alle vicende legate al suo gruppo dirigente o, addirittura, sarebbe andato incontro al rischio di realizzare una nuova biografia del segretario, vista la centralità della presenza di Togliatti. Invece il presupposto da cui prende le mosse l’autore è costituito dalla consapevolezza che il Pci è un partito al quale «aderiscono operai e contadini, ceti popolari e intellettuali progressisti».
È UN PARTITO che fa politica integrandola con una massiccia dose di cultura nella prospettiva di costruire un saldo vincolo fra i dirigenti e i militanti. Emblematico di questa dialettica è quanto avviene nelle discussioni che seguono l’insurrezione ungherese del 1956. Mentre, anche in conseguenza del Manifesto dei 101, si nota «per la prima volta», come sottolinea Gentili, una lotta politica fra correnti all’interno del partito, la base operaia e popolare «fa quadrato intorno a Togliatti e al gruppo dirigente e mette sistematicamente in minoranza gli ordini del giorno, che in modo organizzato, si fanno arrivare alle assemblee di base», ossia le sezioni nelle quali si discute e si propone, si critica e si costruisce.
Uno dei nodi della vicenda del Pci intorno al quale Gentili maggiormente si sofferma è l’VIII congresso che si tenne alla fine del 1956. In quell’occasione venne posta l’esigenza della via italiana al socialismo, delle riforme di struttura, della centralità della Costituzione il cui carattere progressivo, scrive l’autore, «è il motivo per cui le classi conservatrici e reazionarie vogliono affossarla e cancellarla, per questo hanno appoggiato i governi centristi».
A partire dall’VIII Congresso si profila una linea di continuità che lo collega al IX del 1960 e al X del 1962 quando, appena chiusa la crisi dei missili a Cuba, si pone la necessità di un’azione che abbia come suo fine la salvaguardia della pace. Secondo Togliatti la lotta per la coesistenza pacifica si intreccia strettamente con quella da condurre per unire nel nostro Paese tutte quelle forze democratiche che sappiano imporre un’effettiva svolta a sinistra. «La pace è un valore del socialismo», scrive Gentili con le parole pronunciate dallo stesso Togliatti a Bergamo nel marzo del 1963 nel discorso noto con il titolo Il destino dell’uomo.
IL LAVORO di Gentili centra due obiettivi: da un lato si propone come argine al devastante e sempre più proliferante fenomeno del revisionismo storico che, anche a sinistra, sembra ritenere che la storia del Pci debba cadere nel totale oblio azzerando il contributo decisivo che i comunisti italiani diedero alla stesura della Costituzione e alla sua salvaguardia facendone un punto di riferimento costante; dall’altro lato è un libro antisettario in quanto sottolinea quanto il Pci abbia contribuito a dare vita a svolte decisive nella sua politica mai cedendo a tentazioni che lo avrebbero potuto condurre lungo la china pericolosa dell’anticostituzionalismo. E queste, l’antirevisionismo e l’antisettarismo, sono due lezioni che la sinistra d’oggi dovrebbe seguire con una certa attenzione e un certo impegno, soprattutto in relazione alle sfide del prossimo futuro oltre, com’è ovvio, a quelle del presente.