Togliatti rivoluzionario e costituente

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In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti, e in un momento nel quale da piu? parti la Costituzione della Repubblica italiana viene posta in discussione, abbiamo ritenuto opportuno raccogliere in volume le relazioni di Gianpasquale Santomassimo, Gianni Ferrara e Paolo Ciofi al convegno organizzato a Roma l’8 novembre 2013 da Futura Umanita? – Associazione per la storia e la memoria del Pci sul tema “Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro”, della quale il segretario del Partito comunista italiano e? stato uno dei principali ideatori ed estensori. In appendice il testo integrale del promemoria di Togliatti sulle questioni del movimento operaio internazionale, passato alla storia come Memoriale di Yalta, redatto dal capo e fondatore del Pci poche ore prima del malore che lo colse nel campo di Artek in Crimea, e che lo porto? alla morte il 21 agosto 1964.

Paolo Ciofi, saggista e politico, è presidente di Futura Umanità – Associazione per la storia e la memoria del Pci;

Gianni Ferrara, costituzionalista, è professore emerito di diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma;

Gianpasquale Santomassimo, storico, ha insegnato nelle Università di Trieste e di Siena. È membro della Direzione della rivista Passato e presente.
INDICE

7 TOGLIATTI VERSO LA COSTITUZIONE – Gianpasquale Santomassimo

17 IL COSTITUENTE – Gianni Ferrara

20 Togliatti nella Prima Sottocommissione

41 Togliatti nella Commissione dei 75

46 Togliatti nell’Assemblea

48 A mo’ di conclusione

59 LA COSTITUZIONE VIA DEL SOCIALISMO – Paolo Ciofi

75 MEMORIALE DI YALTA

Interviste a Gianni Ferrara e Paolo Ciofi in occasione della presentazione del loro libro su Togliatti a 50 anni dalla morte del dirigente del PCI.

Interviste di Jacopo Venier, Riprese di Roberto Pietrucci, Montaggio di Simone Bucci

Enrico Berlinguer. Un’altra idea del mondo. Antologia 1969 -1984. Paolo Ciofi, Guido Liguori. Editori Riuniti 2014

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 Enrico Berlinguer torna d’attualità, oggi, perchè voleva cambiare il mondo. E il valore della sua ricerca e della sua azione è tanto più rilevante perché nel cuore dell’Occidente capitalistico ha posto la questione della costruzione di una civiltà più avanzata, oltre il capitalismo, in cui il socialismo si coniughi con la democrazia e l’uguaglianza con la libertà. Ora viviamo in un’altra epoca, ma i propblemi di quel mondo che Berlinguer con la sua lotta voleva cambiare restano. Anzi, per molti versi si sono aggravati. Questa antologia offre i maggiori testi (relazioni, articoli, discorsi, interviste) di Berlinguer nel lungo periodo (1969-1984) in cui si trovò alla guida del Partito comunista italiano.

Ripercorrendo attraverso la loro lettura il suo non facile cammino alla guida del Pci in un periodo tra i più drammatici e difficili della nostra storia nazionale, si comprende come chiunque voglia misurarsi in Italia e in Europa con il compito, impervio ma necessario, di cambiare la società, da Berlinguer non possa prescindere. E da lui dovrà riprendere il cammino.
Berlinguer era un rivoluzionario, un combattente che non ha mai detto: «Arrendiamoci, non c’è nulla da fare, non ha senso parlare di rivoluzione».
Intervista a Paolo Ciofi e Guido Liguori, presidente e vicepresidente di Futura Umanità. Interviste e riprese di Roberto Pietrucci; montaggio di Simone Bucci

Berlinguer rivoluzionario di Guido Liguori, Carocci Editore 2014

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Recensione del libro a cura di Michele Prospero

Forse già il titolo del libro di Guido Liguori (Berlinguer rivoluzionario, Carocci) è in esplicita polemica contro le correnti celebrazioni ageografiche di Berlinguer. Ridotto a icona pop, su cui può pontificare Jovanotti, a critico della casta, su cui possono convergere Grillo e Casaleggio, a ispiratore di un governo dei tecnici, su cui può ricamare Scalfari, a una brava persona, su cui tutti possono convenire senza lesinare negli apprezzamenti, il leader comunista perde ogni peculiare tratto distintivo.

Le immagini edificanti di oggi, nascondono il volto vero di Berlinguer, che Liguori dipinge come un comunista democratico, protagonista, con il suo realismo politico rivoluzionario, della storia della repubblica. E su questo profilo è giusto insistere, anche perché è innegabile, nei toni santificanti di oggi, la rimozione totale del legame tra Berlinguer e la vicenda storica del comunismo nell’Italia repubblicana e nella scena mondiale. Come si fa a tagliare da Berlinguer la sua mai rinnegata fedeltà ai principi, il suo richiamo a Lenin e persino al centralismo democratico, il suo attaccamento alla classe operaia animata da una vitale spinta anticapitalista, il suo impegno per un superamento graduale del sistema dello sfruttamento?

E’ un Berlinguer biondo quello che viene venduto dagli apologeti di oggi, che spacciano un santino innocuo che tutti possono amare. Il ragazzo scuro che, poco più che ventenne, entrò nel mitico comitato centrale, e mise piede nella aristocratica direzione di quella enigmatica chiesa rossa che era il Pci, era altra cosa, un politico che concedeva in modo totale la propria vita per una causa di trasformazione. Ad una politica concepita in questo modo, ossia come una scelta integrale per cambiare il mondo e la vita, era connessa la dimensione teorica (ma anche quella dell’estremo sacrificio personale in un palco di Padova) come un aspetto essenziale.
Per questo Liguori sceglie di interpretare “il pensiero politico” di Berlinguer. Non per iscriverlo alla storia delle dottrine, ma perché un prestigioso leader comunista era inconcepibile senza un solido pensiero politico. La strategia politica implicava il supporto di una analisi complessa, l’uso di riferimenti testuali ai classici, con citazioni ben calibrate a seconda delle esigenze del momento, una attenta elaborazione storico-sociale, una dimestichezza con le relazioni internazionali. Un capo politico era anche un raffinato intellettuale.
La leadership di Berlinguer ha avuto due distinte fasi (la consueta dizione “due Berlinguer” è però eccessiva non essendoci una cesura, ma una diversa mescolanza di elementi eterogenei, il politico e il sociale, che sussistono, anche se in proporzioni alterate, in entrambi i momenti). La prima si misura con il consolidamento democratico, con la crisi economica e i governi di solidarietà nazionale, con la maturazione di un processo di legittimazione come forza di governo. Su questa fase storico-politica, Liguori coltiva qualche dubbio. Ne rimarca i ritardi di elaborazione, ne evidenzia i segni di moderatismo (concetto però un po’ troppo severo per dirigenti come Amendola, Macaluso o Lama che spingevano sì verso un’ottica di governo ma che erano, al pari di Ingrao o di Tortorella, pur sempre dentro la tradizione della comune sintesi togliattiana), ne evidenzia la rottura sentimentale con parti rilevanti delle nuove generazioni.
L’opinione di Liguori è che i limiti della cultura del compromesso storico rinviino alla ostilità verso il nuovo biennio rosso scoppiato con il ’68, e alla persistenza di uno schematismo d’ascendenza togliattiana troppo incentrato sui partiti, le istituzioni e gli attori politici. A questa stagione di politicismo chiuso ai movimenti, l’autore preferisce i primi anni ’80, che videro un Berlinguer con “l’artiglio dell’opposizione” ritrovare quella connessione simpatetica con le masse che gli anni della solidarietà nazionale avevano alquanto incrinato.
L’elemento di verità di questa considerazione di Liguori è che in effetti il Berlinguer di lotta e di movimento percepì il ritorno del calore sempre rassicurante di una sintonia con la base. Però un elemento di riflessione va sollevato. Liguori è molto critico con la gestione della solidarietà nazionale e ricorda che nel 1979, scendendo il Pci dal 34,4 al 30,4, “gli elettori la bocciarono clamorosamente”. Un Pci che cedeva terreno all’astensione e in parte ai radicali, e restava comunque ampiamente sopra il 30 per cento (e che stoppava il già competitivo Psi craxiano, bloccato al 9,8), per certi versi incassava un risultato miracoloso.
Quando un partito ritenuto antisistema si incammina con una grande coalizione verso la necessaria legittimazione in una democrazia sbloccata, con un contingente e preventivato sacrificio di forze vissuto come fase preliminare alla conquista del suo ruolo egemonico che lo candida quale polo di una alternativa di governo, non può permettersi di fermarsi in un limbo indefinito. Non può rompere un’esperienza ardua (una volta deliberata e in nome della stabilità di governo come valore in sé: proprio in questo Berlinguer innovò rispetto alla tradizione comunista occidentale) senza aver prima ottenuto la posta in gioco di una politica costosa e anche molto impopolare: l’ingresso a pieno titolo nel governo.
La rottura della solidarietà nazionale, senza la piena legittimazione del Pci, segnò la fine della prima repubblica, perché favorì la genesi del regime stagnante e regressivo del pentapartito. Rimane vero quello che dice Liguori, e cioè che l’iniziativa di massa e le grandi mobilitazioni operaie restituirono credito al Pci e regalarono una simpatia enorme al suo leader che, spesso in minoranza negli organismi dirigenti, aveva imboccato “una strada solitaria”. Però, con le oscillazioni tra il governo “degli uomini capaci”, le nuove sensibilità rosso-verdi e le simpatie per i guerriglieri e sacerdoti del Guatemala, il Pci si aggrappava ad una zolla di accanita resistenza e viveva un appannamento strategico. Il ripartire dal sociale per “la riconquista della classe”, scelta quasi inevitabile dopo la rottura brusca del 1979, era anche un segno di difficoltà teorica (good bye Lenin?).
Quella “politica sempre più per issues”, che Liguori presenta come un momento di innovazione positiva, in realtà era anche il segnale ineludibile di una mentalità “post-materialista” diffusa ormai in tutto l’Occidente che enfatizzava con il lessico dei diritti una usura della identità comunista o anche socialdemocratica. Politiche per i diritti civili (per le coppie di fatto, per la nuova sessualità, per l’ambiente) sono cruciali ma non sono di per sé peculiari aspetti o esclusivi ingredienti di una prospettiva comunista: mentre la liberazione della classe operaia sì che lo è. Non è comunque vero quello che oggi si afferma, e cioè che il Pci morì con i funerali di Berlinguer.
Non si trattava di un partito leaderistico, rammenta Liguori. E quindi neanche la scomparsa di un capo carismatico ne spiega il decesso. Il Pci morì quando il suo splendido edificio barocco, con gerarchie di papi, cardinali, vescovi, preti, credenti non seppe trovare il successore adeguato. Affidando il comando a Occhetto, sedotto proprio dalla sua politica per issues (carovane, club, legge elettorale, referendum sulle preferenze e sul finanziamento pubblico, rimozione di Togliatti etc.), il gruppo dirigente del Pci non aveva saputo scegliere l’erede con la cultura giusta, e quindi con i secondi funerali di Togliatti aveva chiuso davvero la bottega oscura.

 

Le idee-forza del comunismo di Enrico Berlinguer

Relazione di Guido Liguori al Convegno “Enrico Berlinguer e i giovani. un’altra idea del mondo” – Roma 8 maggio 2014

1. Si è tornati quest’anno a parlare di Enrico Berlinguer, in occasione del trentennale della morte, sono stati pubblicati o ripubblicati libri dedicati alla sua vita e al suo pensiero, sono stati organizzati e sono previsti vari convegni, è stato fatto persino un film, un documentario che ha avuto successo e che ha riempito le sale dei cinema.

Eppure dobbiamo chiederci se si stia dando davvero – con l’insieme di queste iniziative – un esauriente contributo di verità, ovvero se si stia davvero ricostruendo in modo adeguato la figura e soprattutto il pensiero di quello che fu il più popolare segretario del Partito comunista italiano, il Pci.

Dico questo perché a mio avviso l’immagine di Enrico Berlinguer che scaturisce dalla maggior parte di queste ricostruzioni è una immagine parziale. È una immagine che tende soprattutto a sottolineare la onestà di Berlinguer, la sua dirittura etica, la sua battaglia contro un modo corrotto di fare politica.

 
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I “pensieri lunghi” di Enrico Berlinguer su innovazione tecnologica e futuro dell’umanità

Relazione di Gennaro Lopez al Convegno “Enrico Berlinguer e i giovani. un’altra idea del mondo” – Roma 8 maggio 2014

Nel dicembre del 1983, dunque appena sei mesi prima di quel tragico 11 giugno 1984, E. B. viene intervistato su l’Unità da un ventinovenne Ferdinando Adornato. Si tratta di un testo per la verità scarsamente divulgato e ancor meno studiato. Eppure, per chi voglia approfondire la radici culturali della stessa strategia politica berlingueriana, si tratta di un fonte ricca e preziosa. L’argomento è il medesimo richiamato nel titolo di questa comunicazione. Nella conversazione si prende spunto dal noto romanzo di George Orwell intitolato 1984, con ovvia allusione, quindi, all’anno che stava per aprirsi, ma soprattutto in quanto espressione di una corrente di pensiero e letteraria tendente a presentare il progresso scientifico come fenomeno disumanizzante, che annullerebbe le specificità individuali delle persone. Il libro di Orwell, pubblicato nel 1948, B. lo aveva letto nel 1950, cioè in un periodo in cui la tendenza dominante era quella di vedere nello Stato totalitario e disumanizzante descritto da Orwell “una metafora dell’Unione Sovietica”. Va subito detto che B. non mostra particolare simpatia per Orwell: tutt’altro. Rimanendo nello stesso “genere” (la letteratura cosiddetta “distopica”), giudica Huxley (autore di Brave new world, 1932; trad. it. Il mondo nuovo) scrittore più raffinato e Jack London (autore di The Iron Heel, 1908; trad. it. Il tallone di ferro) scrittore più valido. Ma, al di là dei gusti letterari, importa sottolineare, di questa valutazione negativa, due aspetti: il primo è che “il mondo ha tradito la profezia di Orwell”, “il segno di fondo dei processi storici mondiali è stato un altro” (crollo degli imperi coloniali, processo di liberazione delle donne, un generale processo mondiale di elevazione culturale degli uomini); il secondo aspetto è che dietro la letteratura distopica tende a celarsi “un tradizionale sentimento delle élites intellettuali, che di fronte a tutti i fatti che significano socializzazione della cultura o della politica si ritraggono con l’impressione che questo poi finisca per schiacciare la vita dell’individuo, la creatività, l’arte”. “Portata all’estremo, questa diventa una posizione reazionaria. I periodi di grandi trasformazioni possono anche comportare, temporaneamente, abbassamenti del livello culturale, della creatività ma, insieme, mettono in campo nuove energie, nuovi intelletti, nuove forze. Conta in modo decisivo la capacità di orientare e governare questi processi”. “Tutti questi mezzi danno maggiori possibilità di arrivare a una dimensione onnilaterale dell’uomo proprio perché sono portatori dei un enorme arricchimento delle conoscenze, e offrono la possibilità di una cultura politecnica”. Qui è evidente l’eco di teorizzazioni marxiane e gramsciane; altrettanto evidente è la volontà di rilanciare una visione utopica costruttiva in opposizione alla negatività di ogni distopia. Lo dice esplicitamente: “Bisogna avere il coraggio di un’utopia che lavori sui ‘tempi lunghi’ per utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e per guidare consapevolmente i processi economici e sociali. Cos’è il socialismo se non questo? E’ la direzione

consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità”. Utopia che non è, dunque, né attesa messianica né sogno dell’impossibile, ma visione della società e del mondo che ispira l’agire politico. Se mi si passa l’ossimoro, siamo qui in presenza di una sorta di ‘utopica concretezza’, di una razionale ma non rassegnata concezione della storia: “non sono mai mancate e non mancheranno nel futuro della storia dell’uomo interruzioni brusche, rotture, anche involuzioni, periodi di tirannide, fanatismo, oppressione”, ma qui entra in gioco la politica. Quando B. ricorre ad espressioni come “orientare”, “governare”, “guidare consapevolmente”, “direzione consapevole e democratica”, allude a funzioni proprie della politica. Illuminante, a questo proposito, un altro passaggio dell’intervista ad Adornato: “Credo sia sempre più forte il bisogno di reinvestire la politica di ‘pensieri lunghi’, di progetti. Naturalmente questi pensieri devono essere sorretti da un’analisi scientifica della realtà, altrimenti si trasformano in vuote proclamazioni retoriche”. Precisazione quanto mai utile per comprendere che il riferimento teorico resta quello di Marx, con una presa di distanza da suggestioni proprie dell’illuminismo, poi del positivismo e infine dell’ideologia capitalistica degli anni del “boom economico”, tendenti a prefigurare una sorta di progresso inarrestabile dell’umanità. Già nel maggio dell’82, al congresso della FGCI, B. aveva affermato: “Per tutti gli anni ’60 imperava il vacuo ottimismo del progresso incessante, del benessere che si sarebbe via via diffuso in tutti gli strati della popolazione e a tutte le nazioni. Ma negli ultimi anni la realtà ha richiamato la necessità di una visione più lucida del futuro del mondo”. Sottolineo questo dato, del rigore teorico e di analisi del segretario comunista, mai sufficientemente approfondito, a me sembra. Eppure si tratta di tema ricorrente nelle sue argomentazioni. Quando Adornato gli chiede delle conseguenze che a livello teorico l’innovazione tecnologica può comportare, alla luce della riduzione del peso sociale della classe operaia a vantaggio di lavoratori intellettuali, tecnici, ricercatori, la risposta di B. è molto netta: egli ritiene, infatti, che sia “assolutamente da respingere l’idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche dell’informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica”. Un rigore teorico, quello di B., che sarebbe tuttavia davvero sbagliato assimilare ad una sorta di ortodossia o di dogmatismo, dal momento che nello stesso contesto rivendica a se stesso e al suo partito di aver superato “tante incrostazioni ideologiche, anche proprie del marxismo”. E già nel 1976, parlando ai giovani a Milano, aveva affermato con nettezza: “la storia reale non tollera schemi” ed aveva esortato quegli stessi giovani a “cercare il nuovo con passione, con severità e con rigore … [in quanto] i giovani e le ragazze sono i più interessati, i più pronti a cogliere tutte le novità che si presentano, e i più disponibili a impegnarsi per far camminare queste novità”. Nello stesso discorso, dopo aver rilevato che dal disagio della società capitalistica “nasce quella che si potrebbe definire (e che i giovani avvertono in modo particolarmente acuto) l’infelicità dell’uomo di oggi”, indicava “la necessità di uscire dal capitalismo e di andare verso una società superiore … capace di continuare a far progredire le forze produttive, la tecnica, la scienza … [perché]

vogliamo affrontare le sconfinate distese del mare aperto per approdare a una nuova società a misura dell’uomo”. Se, dunque, dovessimo o volessimo definire con un solo aggettivo l’atteggiamento di B. di fronte alla rivoluzione tecnologica, ricorrerei al termine “laico”. Egli stesso afferma che “l’atteggiamento più corretto di fronte alle nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come ‘neutrali'”. Si tratta perciò di ragionare su potenzialità e rischi. Tra i possibili rischi, B. prende in considerazione quello di una possibile passivizzazione della società, anche perché –egli dice- “i governi di quasi tutti i paesi del mondo contano sulla passività dei loro sudditi”. Qui ci sarebbe lo spunto per aprire un’interessante riflessione su come B. consideri il potere e, in particolare, alcuni centri del potere (i governi, gli apparati, i complessi militari-industriali), ma andremmo fuori tema. Per tornare, invece, al tema: rispetto ad altri fenomeni (quelli, per esempio, legati a “nuove espressioni di fanatismo ideologico o religioso che possono, in qualche paese, prendere il sopravvento”), il rischio di una crisi delle istanze di partecipazione democratica prodotta dall’uso delle nuove tecnologie viene circoscritto, in virtù di una innata tendenza dell’uomo alla “associazione collettiva”: “credo che questa sia una esigenza irrinunciabile dell’uomo e continuerà a esistere anche se in forme diverse dal passato … certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica … ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive … io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi”. Alla luce di quanto poi è accaduto negli anni successivi e di quanto, ancor di più, accade oggi, si potrebbe essere tentati di definire “ottimistica” questa previsione, ma va ribadito che B. assegnava un ruolo forte alla capacità della politica di orientare, dirigere, governare questi processi innovativi: di qui l’apparente ottimismo. Tuttavia, egli aveva già chiaro un ritardo culturale e politico (una sorta di pigrizia intellettuale) che la sinistra tendeva ad accumulare di fronte ai temi della rivoluzione elettronica, tanto che al giovane Adornato rivolge quasi un rimprovero: “Avevo proposto circa un anno e mezzo fa, al Congresso della FGCI, l’idea di un convegno di futurologia che affrontasse non soltanto i problemi dell’economia e dell’industria, ma tutto intero l’arco delle questioni del nostro futuro … siamo di fronte ad una vera e propria ‘crisi del mondo’. Viviamo in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo, sia per le possibilità che per i rischi. Pensavo ad un convegno che mettesse insieme studi e analisi di ambiti diversi: le scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, informatiche, mediche … un convegno che guardasse al futuro con un po’ di fantasia ma sempre sulla base delle acquisizioni e previsioni delle varie scienze”. In effetti, proprio davanti alla platea di giovani di quel congresso della FGCI, il 25 maggio del 1982, B. aveva proposto una serie di considerazioni impegnative ed esplicite: “Dobbiamo … al progresso continuo delle scienze sperimentali le possibilità davvero inaudite e straordinarie che si aprono per migliorare la vita del genere umano … occorre riflettere bene intorno alle occasioni offerte dalla scienza per non smarrire il significato della loro portata, per cogliere quali prospettive positive possono essere aperte e quanto gravi siano, di contro, le limitazioni, le contraddizioni, i rischi generati dai vincoli sociali e politici e da un uso distorto delle scienze e delle tecniche … Quanti nel mondo – e come – pensano davvero a problemi di questa natura muovendo da

un’analisi oggettiva e da una visione che abbia al suo centro la preoccupazione per il futuro dell’umanità? … Come si possono affrontare queste contraddizioni senza porsi l’obiettivo di una trasformazione degli attuali sistemi di rapporti tra gli uomini e di una guida più razionale e più democratica dei processi economici e sociali sul piano nazionale, europeo e mondiale?” Nel volere stabilire un nesso, una relazione tra politica, saperi, scienze e destini dell’uomo trovo interamente espresso lo straordinario spessore del pensiero e della visione politica di E. B. Il suo orizzonte è il mondo, nella sua globalità, e l’esigenza di renderlo più umano. C’è, in questo, una continuità di discorso che a me pare smentisca in radice chi ha voluto – e vuole – vedere due fasi nettamente distinte nella biografia politica di B. Segnalo a questo scopo, in ordine cronologico, una serie di citazioni che mi sembrano estremamente eloquenti. Febbraio 1969, XII Congresso del P.C.I.: “Noi sbaglieremmo se ci chiudessimo nella visione, non dico del nostro paese, ma anche di quella parte dell’Europa e del mondo che è formata da paesi di capitalismo maturo … Il rilancio dell’internazionalismo … passa attraverso metodi e forme nuovi, e nuovi universali contenuti … per la pace, per il progresso materiale, civile e culturale, per la libertà di tutti i popoli e dell’intera umanità”. Dicembre 1974, Comitato Centrale in preparazione del XIV Congresso del P.C.I.: “Vi sono atteggiamenti pseudo- rivoluzionari di negazione dello sviluppo produttivo, della scienza e della tecnica … Contro le tendenze irrazionalistiche e nichilistiche e contro le correnti oscurantistiche ci battiamo perché si abbia fiducia nella ragione, nella capacità di intervento degli uomini in quanto si uniscono fra loro in società”. Marzo 1975, XIV Congresso del P.C.I.: avanza l’ “ipotesi di un ‘governo mondiale’ che sia espressione del consenso e del libero concorso di tutti i paesi … [per] una nuova fase caratterizzata dall’attiva costruzione di un solido e sicuro assetto mondiale di coesistenza pacifica e di cooperazione per lo sviluppo dell’intera umanità e per la giustizia in ogni parte della Terra” [attraverso una lotta che sconfigga imperialismo e capitalismo]. Ottobre 1976, Comitato Centrale del P.C.I.: il tema di fondo è quello dei cosiddetti “elementi di socialismo”; sottolinea la necessità di collegare la lotta per una politica economica rigorosa alla trasformazione della società e alla sua umanizzazione; l’umanizzazione della convivenza civile avrà conseguenze positive sull’emancipazione della donna e per l’avvenire della giovani generazioni. Novembre 1978, intervista a l’Unità: “Promuovere una concertata divisione internazionale del lavoro che dia luogo progressivamente alla formazione di un mercato unico mondiale”. Marzo 1979, XV Congresso del P.C.I.: “Il mondo di oggi è più unito che nel passato, per alcuni tratti di fondo – di vita e di morte – che sono comuni a tutti i paesi e all’intera umanità. Il mondo di oggi, inoltre, è più unito per i nuovi legami di interdipendenza e reciproca influenza: nei campi dell’economia, delle ricerche e conquiste scientifiche energetiche e spaziali, e della medicina; nel campo dell’informazione, assurta a così nuova e decisiva importanza; nel campo del costume. E’ un mondo più unito che nel passato, perché oggi le idee – correnti filosofiche e politiche, ispirazioni e fedi religiose, gusti e modi di sentire, tendenze dell’espressione e dell’arte – hanno mezzi nuovi per attraversare barriere e rapidamente propagarsi nelle aree più vaste. Ed è un mondo unito, crediamo, anche per l’inquietudine di larga parte dell’umanità: in quanto essa, per opera delle stesse conquiste umane, è posta di fronte a un orizzonte sconfinato di progresso scientifico e tecnico e di possibilità di dominio della natura; ma, nel tempo stesso, è posto di fronte

alla crescente difficoltà di vedere su quali vie e verso quali sbocchi sta camminando … La pace è indivisibile. Indivisibili sono lo sviluppo e la libertà di tutti i popoli. Indivisibile è il destino dell’uomo. Su tutti i problemi sovrasta e incombe quello della salvaguardia della pace e della salvezza dell’umanità.” [Fa poi esplicito riferimento a Togliatti: intervista a “Nuovi Argomenti” del 1954 e discorso sul “Destino dell’uomo”, Bergamo 1963]. Ottobre 1979, comizio a Lisbona: “Decisiva è oggi, per il genere umano, la costruzione di un nuovo ordine economico internazionale … opponendosi decisamente all’imperialismo, al colonialismo, al neocolonialismo, al razzismo”. Dicembre 1981, Comitato Centrale del P.C.I.: “Necessità di una guida razionale del mondo. Ciò è diventato ormai una necessità vitale per l’umanità, vitale nel senso che è in gioco la vita stessa del genere umano, il suo futuro.”; “Aprire concretamente la strada all’affermarsi di una nuova qualità dell’esistenza dell’uomo, a trasformazioni profonde degli indirizzi e dei fini dello sviluppo.” Alla luce di quanto si è detto mi sembrerebbe non azzardato parlare di un “cosmopolitismo umanistico” di E. B., che va molto oltre l’internazionalismo di matrice marxiana, pur costantemente presente, e al tempo stesso risente dell’influenza di correnti culturali alle quali il dirigente comunista fu certamente sensibile fin dagli anni della sua formazione. All’eco del pensiero mazziniano che risuonava, com’è noto, nella casa paterna, allo studio dei classici del marxismo, altre letture concorsero all’elaborazione del suo pensiero; possiamo ipotizzarle: da Norbert Wiener [1894-1964, padre della moderna cibernetica] a Erich Fromm [1900-1980, teorico di un “umanesimo socialista”], da Robert Jungk [1913-1994; autore di “Il futuro è già cominciato” (1952, ed. it. Einaudi), “Gli apprendisti stregoni” (1956, ma pubblicato nel 1977), “L’onda pacifista” (1983, ed. it. Garzanti)] a Pierre Theilard de Chardin [1881-1955; gesuita, scienziato, teologo, teorico di un “nuovo umanesimo”]. Tutte ipotesi da verificare. Ma ho per certo che con B. e con gli sviluppi del suo pensiero si sarebbe stati in grado di contrastare, almeno culturalmente, la globalizzazione di stampo capitalistico e la sinistra, le forze progressiste non si sarebbero trovate nel guado melmoso in cui ancora oggi sono immerse.

Tre lasciti di Enrico Berlinguer

Dall’intervento di Paolo Ciofi al convegno «Berlinguer e i giovani: un’altra idea del mondo», Roma 8 maggio 2014.

ciofi-berlinguer_430vertEnrico Berlinguer è vissuto e ha lottato in un’altra epoca storica. Da allora i cambiamenti sono stati radicali in Italia, in Europa e sull’intero scenario globale, ma i problemi che Berlinguer denunciava – lo sfruttamento della persona umana, la fame nel mondo e i pericoli di guerra, la disoccupazione e la distruzione dell’ambiente, l’oppressione della donna e il disagio giovanile – non sono scomparsi, al contrario si sono per molti versi aggravati. In tale condizione si può e si deve lottare per un civiltà superiore, oltre questa società capitalistica ingiusta e alienante: per una società nuova, di tipo socialista in cui si possano pienamente affermare, attraverso l’espansione della democrazia, i principi di libertà, di uguaglianza e di solidarietà, posti peraltro a fondamento della nostra Costituzione. Questo ci dice Berlinguer lungo tutto il suo percorso di dirigente comunista. E questo è un suo primo lascito fondamentale: l’idea – direi di più, la teoria e la pratica – della trasformabilità del sistema capitalistico, della società in cui viviamo.

La peggiore sconfitta è quella di non dare battaglia per una causa giusta, per combattere le ingiustizie e le sofferenze del mondo di oggi, che colpiscono soprattutto i giovani, espropriati del presente e del futuro. Perciò occorre contrastare alcune falsificazioni ideologiche che hanno fatto molta strada. Non è vero che dopo il capitalismo c’è un salto nel buio, un buco nero nel quale dovrebbe precipitare l’umanità. La storia non è finita. E le cosiddette leggi dell’economia non sono immodificabili leggi di natura, ma relazioni tra gli esseri umani che attraversano la storia. E dunque si possono cambiare. Oggi è proprio la crisi del capitalismo del XXI secolo, esplosa sul finire del 2007, che oscura il presente e il futuro dell’umanità, e rischia di far precipitare in un buco nero intere generazioni. Secondo l’economista francese Thomas Piketty, autore di un corposo volume intitolato «Il capitalismo del XXI secolo», già diventato un best seller negli Stati uniti e in Inghilterra, le disuguaglianze soffocano la società e stanno distruggendo un’intera civiltà. Per evitare che ciò avvenga – questa è la sua tesi – bisogna fare esattamente il contrario di ciò che le classi dirigenti stanno facendo, vale a dire assecondare i mercati. «La questione centrale è semplice – afferma Piketty su la Repubblica del 6 maggio – la democrazia e le autorità pubbliche devono essere messe nella condizione di poter riacquistare il controllo del capitalismo finanziario e di regolamentarlo in maniera efficace». Di fronte a questa questione di fondo la politica attuale nel migliore dei casi appare impotente. Dunque, occorre cambiare il senso, le finalità e la pratica della politica. E qui interviene il secondo lascito di Berlinguer: c’è bisogno, come lui sosteneva, di una rivoluzione copernicana della politica, a partire dai contenuti. Ciò comporta il rovesciamento della concezione attuale del partito politico, vale a dire l’abbandono di ogni visione elitaria, verticale, padronale. Non più il leader padrone del partito, ma il leader al servizio del partito, di una libera associazione di donne e di uomini che si uniscono per cambiare lo stato di cose presente.

Quindi, la politica come servizio, come impegno sociale, come impegno culturale e morale, non come mezzo di arricchimento e di corruttela per la tutela dei propri interessi personali e di gruppo. In proposito è opportuno ricordare le parole di Togliatti, cui Berlinguer si ispirava: «Fare politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale. […] Non vi può essere dubbio che la politica, in questo modo intesa, [è]collocata al vertice delle attività umane». Se dunque, come sostiene Piketty, il problema di oggi è mettere sotto controllo il capitalismo finanziario, è ovvio che ciò non si può ottenere se i sistemi politici sono conformati, a livello nazionale ed europeo, sugli interessi della finanza e della grande proprietà capitalistica. La sinistra, in proposto, viene chiamata direttamente in causa. Esiste o non esiste (come sostiene Tony Blair) oggi una differenza tra destra e sinistra? E cosa vuol dire oggi essere di sinistra? Qui emerge, in tutta la sua corposa attualità, il terzo lascito di Berlinguer. Secondo il segretario del Pci essere di sinistra significa stare dalla parte del lavoro, non del capitale; dalla parte degli sfruttati e degli oppressi, uomini e donne; dalla parte degli emarginati, di chi non ha voce né rappresentanza. Di tutti coloro che sono colpiti dalla crisi del sistema e che vivono nella precarietà. Ma anche di quelle figure professionali che emergono dalla rivoluzione scientifica e digitale, che ha cambiato a tutti i livelli i modi di lavorare e di vivere, senza trascurare ampi strati della piccola e media imprenditoria. Berlinguer guardava avanti. Alla domanda come deve affrontare il partito la nuova epoca caratterizzata dalla rivoluzione elettronica, rispondeva così: «Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile» della conoscenza dei fenomeni nuovi. «Credo che dobbiamo considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale. […] Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch’essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani… […] Il carattere sociale della produzione (e anche dell’informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica».

paolo-ciofi-con-berlinguer2In conclusione. Per porsi oggi all’altezza delle sfide del nostro tempo, c’è bisogno di un cambio di cultura e di comportamenti. Non si tratta solo di sconfiggere la cultura dell’egoismo proprietario e dell’individualismo esasperato. Tutti noi, vecchi e giovani, dobbiamo riabituarci a lottare, acquistando consapevolezza di noi stessi e abbattendo la gabbia culturale- mediatica in cui siamo stati rinchiusi come cittadini e lavoratori, mediatizzati e declassati al ruolo di subalterni, se non di sudditi che chiedono per favore ciò che ci spetta per diritto. Dal diritto stiamo camminando all’indietro verso la restaurazione della carità e della benevolenza del sovrano, sia esso un manager, un proprietario universale, un finanziere, un capo del governo, un burocrate europeo. Senza la lotta non si ottiene niente, ci insegna Berlinguer. Il quale sosteneva che «non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà». Seppellire se stessi, la propria storia e realtà, aggiungeva citando Francois Mitterrand, sarebbe «il gesto suicida di un idiota». Occorre dunque dare battaglia sul fronte culturale per recuperare qual filone del pensiero critico e della politica come mezzo di trasformazione della realtà che da Gramsci si dipana attraverso Togliatti e Longo fino a Berlinguer. Il progetto c’è. È la Costituzione, nella quale sta scritto che la principale disuguaglianza risiede nella distribuzione della proprietà, che secondo l’articolo 42 deve svolgere una «funzione sociale», e deve essere resa «accessibile a tutti». Il tema è particolarmente attuale, in un paese nel quale secondo le analisi del Censis il patrimonio delle 10 persone più ricche è uguale a quello di mezzo milione di famiglie operaie.

Con Berlinguer si raggiunge il punto più alto nella lotta, duramente contrastata con tutti i mezzi, per una civiltà più avanzata secondo i principi costituzionali. La sua grandezza stanel tentativo di aprire una via nuova in Europa di fronte alla crisi del capitalismo in Occidente e del socialismo realizzato ad Oriente. Quel tentativo non è riuscito, ma questo non vuol dire che le ragioni di Berlinguer non fossero fondate. Per questo motivo il segretario del Pci non è un nostalgico bene rifugio in tempi di crisi della politica, è una guida per l’azione. Cerchiamo allora di restituire a Berlinguer la caratteristica che gli è propria: quella di essere un moderno rivoluzionario. «Tutte le lotte che noi combattiamo – sono sue parole – tendono ad affermare una nuova gerarchia di valori, che abbia al centro l’uomo e il lavoro umano, che esalti le virtù più alte e serie dell’uomo: la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, la giustizia». Oggi viviamo dentro una contraddizione clamorosa: siamo in presenza di una pletora di “innovatori”, i quali si sbracciano in tutti i modi per conservare il sistema sociale esistente, che opprime, impoverisce e sfrutta milioni di esseri umani. Al contrario, c’è bisogno di un rivoluzionamento della società, e che i giovani si impadroniscano della propria vita e della costruzione consapevole del proprio destino. Tornano di particolare attualità le parole di Gramsci: istruitevi perché c’è bisogno di tutta la vostra intelligenza, organizzatevi perché c’è bisogno di tutta la vostra forza.