La memoria antistorica di Pigi Battista

Articolo di Guido Liguori

Sono seduto pigramente a leggere in una uggiosa domenica autunnale il supplemento libri del “Corriere della sera” quando letteralmente sobbalzo sulla sedia. Sto leggendo una recensione polemica di Pierluigi Battista all’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, libro che non ho letto. Certo, il titolo della recensione – Berlinguer non ti voglio bene – mi ha avvertito su gran parte del suo contenuto. La frase compendia non la posizione di Piccolo, ma quella del recensore, che critica l’autore proprio perché Piccolo dichiara esplicitamente di essere stato “dalla parte di Berlinguer” e dei comunisti, e non sembra rammaricarsene. E la critica viene avanzata in nome del fatto che, nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, secondo Battista, «dalla “parte giusta” stava Craxi, non il Pci».
Fin qui nulla di nuovo. Chiunque segua un po’ gli articoli di Pierluigi (per amici e conoscenti più semplicemente Pigi) Battista, non se ne può sorprendere. C’è una porzione d’Italia (per fortuna largamente minoritaria) che è stata craxiana, e poi (a volte maggioritaria, almeno in termini relativi) berlusconiana.

1402566799-berlinguer.jpgIo non ho mai fatto parte, per mia fortuna, né della prima né della seconda. Ma non mi scandalizzo. Ho già sentito e risentito la solfa che anche qui propina il giornalista: Craxi aveva ragione sulla scala mobile, sull’idea di proporre quello che Pigi chiama «un riformismo moderno», ecc. Non provo neanche a controbattere nel merito, quando i punti di vista sono così distanti che senso ha? Io penso su tutto l’opposto. Credo che Craxi abbia minato irrimediabilmente la politica fondata sui partiti, sul legame sociale, e abbia preso consapevolmente nelle sue mani sedicenti socialiste la bandiera della riduzione della democrazia e della alleanza coi “poteri forti”. Preferisco ricordare dunque come Enrico Berlinguer – esattamente per le posizioni cui allude polemicamente Battista – negli ultimi anni della sua vita abbia conquistato l’affetto, anzi dire l’amore, di milioni di donne e di uomini che lo riconobbero come loro «capo» (lo dico in senso gramsciano), nonché il rispetto e l’ammirazione di altri milioni di italiani, che pur non essendo comunisti o vicini ai comunisti, videro in lui il combattente onesto, leale, disinteressato. Non un «Ghino di Tacco», insomma, non uno che “faceva politica” in modo sporco o per proprio tornaconto o comunque per “mestiere”, per emergere o per imporsi a ogni costo, ma, come Berlinguer disse in tv a Minoli poco più di un anno prima dalla morte, per affermare i suoi ideali di comunista.
Fin qui, ripeto, nulla di nuovo: c’è chi sceglie tra i propri “eroi” Craxi, c’è chi sceglie Berlinguer. La frase che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è stata però un’altra. Raccontando di un incontro di hokey tra Urss e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969, meno di un anno dopo l’invasione di Praga, Battista scrive: «sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente “Dubcek Dubcek” straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista».

dai funerali di Enrico Berlinguer
dai funerali di Enrico Berlinguer

 E qui sobbalzo! Perché ricordo bene che, a metà degli anni Settanta, almeno fino al 21 giugno 1976, Pigi Battista era iscritto al “nucleo” (ovvero alla cellula o sezione) della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma di un partito che si chiamava “Partito di unità proletaria per il comunismo”, nato dalla confluenza del “manifesto” e del Pdup e avente come segretario Lucio Magri. Come faccio a esserne sicuro? Perché allo stesso nucleo e allo stesso partito ero iscritto anche io. E con me (con noi, ricordo allo smemorato Battista) erano iscritti tra gli altri Norma Rangeri, Guglielmo Pepe, Paolo e Alberto Flores, Franco Moretti, Gianni Belardelli, Mino Fuccillo e tanti altri. Ero tra i giovanissimi di quel gruppo, iscritto al primo e al secondo anno di università, un semplice militante di base, ma ricordo bene tutte e tutti: parole, comportamenti, posizioni.
Ora, è evidente che ognuno ha il diritto di cambiare idea. Anche io in parte lo feci, ammettendo nel 1979 – con alcuni anni di anticipo sul partito guidato da Magri e in sintonia con l’inizio della politica del “secondo Berlinguer”, autocritica verso gli errori della solidarietà nazionale – che era più giusto e più saggio, per difendere lo schieramento politico di cui mi sentivo parte e soprattutto i lavoratori e i ceti più poveri, iscriversi al Pci, già sotto attacco in quei primi anni Ottanta della offensiva neoconservatrice e neoliberista guidata da Thatcher e poi da Reagan. Altri presero strade diverse, molte delle quali più che dignitose. Altri, purtroppo, scelsero approdi molto differenti, non del tutto coerenti, a mio avviso, come quelli craxiani. Le loro ragioni – perché qualche ragione c’è in ogni posizione – vanno comunque capite e spiegate, sul piano storico, prima o oltre che condannate.
Ma se tutto questo è vero, perché si deve arrivare a falsificare non solo la storia, ma persino la propria biografia? Perché retrodatare di sei o sette anni il proprio anticomunismo? Certo Battista può dire: ho detto “anticomunista” per brevità, volevo dire anti-Pci. Ma sarebbe scusa meschina. Prima di tutto perché le parole hanno un senso e un peso precisi. In secondo luogo, perché proprio da Praga, proprio dal 1968-1969, Berlinguer iniziò a chiarire definitivamente che il Pci, i comunisti italiani, il comunismo italiano erano altra cosa dai carrarmati del patto di Varsavia. E in terzo luogo, potremmo aggiungere, perché proprio quel Dubcek che qui Battista evoca rimase sempre legato al Pci, coerente con le posizioni di comunismo democratico difese da Berlinguer. Che andò in quello stesso anno, il 1969, appena eletto vicesegretario, a dire in faccia ai sovietici, a Mosca, le distanze che separavano e che sempre più avrebbero separato comunisti sovietici e italiani. Forse fu fatto vicesegretario e designato a divenire poi segretario del Pci proprio per questo: perché non aveva alcun timore di dire tutto questo in faccia ai sovietici.
Esiste allora davvero – viene da domandarsi – un “complesso del rinnegamento” che fa dire a molti, prima che il gallo canti: “io non lo conosco”, ovvero: “io non sono mai stato comunista”? Sembrerebbe proprio di sì.

Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro

Cronaca dell’iniziativa “Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro” scritta per il quotidiano “il manifesto” da Aldo Garzia

La sua storia e l’eredità politica in un convegno a Roma. Sala del Teatro de’ Servi, via del Tritone a Roma, affollata per il convegno dal titolo “Togliatti e la Costituzione” promosso dall’Associazione Futura Umanità. Tocca subito a Giampasquale Santomassimo tratteggiare la complessa personalità di Togliatti. Lo fa iniziando da un particolare biografico poco conosciuto: “Negli anni 1922-1923, mentre il fascismo si insediava, scomparve e fu Umberto Terracini a chiedergli di farsi vivo. Togliatti passava le giornate studiando, pensando a una seconda laurea e a risolvere il dubbio esistenziale sulla politica come vera vocazione. Togliatti non fu un totus politicus”. Parte da qui una ricostruzione che spiega come il leader comunista fu eletto segretario del Pci solo nel 1946 diventandone ben prima il leader indiscusso, dopo essere stato in Spagna nel corso della guerra civile di fine anni trenta dove imparò sul campo come si debba rispondere al tema delle alleanze sociali e della democrazia, se non si vuole essere sconfitti; poi fu in Francia dove apprese la lezione dei “fronti popolari”. La tesi di Santomassimo è che quel Togliatti che arriva in Italia alla caduta del fascismo è un politico a tutto tondo: aveva nella sua esperienza già accumulato tutte le riflessioni di quella “via italiana al socialismo” e di quel “partito nuovo” che segneranno così fortemente la storia della democrazia italiana e del Pci.

Dall’osservatorio del Teatro de’ Servi, sembrano lontani i tempi in cui Togliatti era personaggio divisivo sia nel confronto tra Pci e Psi (gli anni del craxismo), sia all’interno del Pci (21 agosto 1989, l’articolo dal titolo “C’era una volta Togliatti” su “l’Unità” a firma del filosofo Biagio De Giovanni), sia ancora nel rapporto tra alcuni gruppi della nuova sinistra sessantottina e la politica togliattiana. Nel convegno, tra relazioni e interventi, affiora invece un forte bisogno di togliattismo, inteso come strategia e progetto sociale. Gianni Ferrara, nella sua relazione, propone per esempio l’affascinante tesi di Togliatti “rivoluzionario costituente”, ricordando che fu il solo dei segretari di partito dell’Assemblea costituente che volle far parte della Commissione dei 75 a cui fu affidato il compito di elaborare il progetto di Costituzione. Ferrara ricorda che Togliatti era un giurista. Ciò gli permise di giocare un ruolo di primo piano perfino nella formulazione dei singoli articoli contribuendo a quella vera rivoluzione culturale che fu far poggiare la Carta sulla centralità del lavoro e dei lavoratori ponendo la questione della proprietà in termini nuovi.Palmiro Togliatti
Molti interventi sviluppano approcci particolari alla “questione Togliatti”. Piero Di Siena ricorda come proprio la strategia togliattiana pose in termini inediti il tema dell’unità nazionale. Poi analizza le ultime tappe di riflessione di Togliatti: il discorso a Bergamo del marzo 1963, quando rivolse l’invito ai cattolici al dialogo sui “destini dell’uomo”; il Memoriale di Yalta dove affiora la consapevolezza della crisi del socialismo reale. Luciana Castellina ricorda il Togliatti della svolta di Salerno di fine marzo 1944 che gettò le basi del “partito nuovo e di massa” e dell’accettazione della democrazia come terreno d’azione: “Per lui, il partito era innanzitutto rappresentanza sociale”.
Paolo Ciofi, presidente dell’associazione che ha promosso il convegno, analizza le novità contenute nella strategia della “via italiana al socialismo” e nella Costituzione dove “la società dei proprietari cede il passo alla società dei lavoratori”. Sono sufficienti alcune citazioni di Togliatti nella fase costituente per cogliere la svolta politica: “Siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c’è contraddizione”. Ciofi spiega la rivoluzione concettuale operata dal leader comunista su un punto fondamentale: “Libertà del lavoro e libertà della persona si intrecciano, giacché il lavoro, in una sintesi inedita che non contrappone la classe all’individuo, è considerato come fattore costitutivo della personalità”. La democrazia che si organizza, come amava ripetere Togliatti, conclude Ciofi, prende forma con i partiti di massa e si dispiegherà nel progetto di nuova società che non esclude compromessi con l’avversario.
Emanuele Macaluso, autore di un recente libro dedicato a Togliatti, esprime subito una tesi netta: “Senza di lui ci sarebbe stato comunque un partito comunista in Italia ma non avremmo avuto la democrazia italiana. Va riconosciuto senza tentennamenti il ruolo di Togliatti nella storia repubblicana. La straordinaria strategia togliattiana va però in crisi definitiva nel 1989, quando cade l’Urss. Lui aveva mantenuto quel legame e non lo aveva rotto del tutto neppure Enrico Berlinguer che nel 1983 era stato vittima in Bulgaria di un incidente che interpretò come un tentativo di farlo fuori fisicamente”. Quanto all’attualità, Macaluso invita a non rigettare ipotesi di riforma della Costituzione: “Servono i partiti di massa, servono le riforme per far funzionare meglio la democrazia”.
Argomenta Mario Tronti “Togliatti è la politica, chi vuole fare politica a quella scuola deve andare e chi vuole pensare la politica deve fare altrettanto. La Costituzione fu un miracolo politico. Il compromesso, del resto è una modalità della politica, proprio come lo è il conflitto. Oggi è l’assenza dei partiti uno dei mali della situazione”. Secondo Aldo Tortorella, le modalità della svolta occhettiana del 1989 impedirono al Pci di riflettere su se stesso e sui propri errori: “Fummo posti seccamente di fronte a un sì o a un no, senza la possibilità di discutere sul perché avevamo perso. Togliatti e la sua generazione si erano arrovellati sull’avvento del fascismo come regime reazionario di massa”. Dice Tortorella: “Non ci accorgevamo dei cambiamenti della società italiana, non avvertivamo la necessità di rielaborare un programma. Io non mi assolvo, perché ho svolto funzioni dirigenti”.

(da “il manifesto”, 9 novembre 2013)

 Registrazione audio iniziativa:
//www.radioradicale.it/scheda/395617/iframe

Video iniziativa: 
http://libera.tv/2013/11/11/togliatti-e-la-costituzione-labaro-tv/

La registrazione contiene l’apertura dei lavori di Gennaro Lopez. Le relazioni di Giampasquale Santomassimo: “Togliatti verso la Costituzione. Il partito di massa e la democrazia progressiva”; di Gianni Ferrara: “Togliatti costituente. La centralità del lavoro e la questione proprietaria”; di Paolo Ciofi “Togliatti e la via costituzionale per la trasformazione della società: democrazia e socialismo”. Oltre alle relazioni ci sono tutti gli inteventi del dibattito.

Sono intervenuti: Gennaro Lopez (presidente Associazione “Proteo Fare Sapere”), Giampasquale Santomassimo (storico), Alexander Hobel (storico Fondazione Luigi Longo), Carlo Felice Casula (storico), Renzo Martinelli (regista), Angelo Rossi (segretario di LiberAperta, Associazione politica liberale e libertaria di Arezzo), Gianni Ferrara(costituzionalista), Dino Greco (direttore di Liberazione), Piero Di Siena (giornalista), Andrea Catone (componente dell’Associazione Marx ventuno), Luciana Castellina (vicepresidente di EUROVISIONI), Sergio Caserta (consulente aziendale), Paolo Ciofi (presidente Futura Umanità), Emanuele Macaluso (direttore de “Le nuove ragioni del socialismo” e collaboratore de “il Riformista”), Mario Tronti (presidente del Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato), Aldo Tortorella (presidente onorario dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra).

70 anni fa, sotto l’impulso decisivo dei comunisti, iniziava la Resistenza antifascista | Alexander Höbel

70 anni fa, il 29 agosto 1943, si ricostituiva a Roma la Direzione provvisoria del Pci, divisa in due gruppi: quello di Roma, con Scoccimarro, Longo, Amendola, Novella, Roveda; e quello di Milano, con Massola, Secchia, Roasio, Li Causi e Negarville. La direzione decise di intensificare la mobilitazione contro il governo e per il ripristino di tutte le libertà, di rafforzare l’unità d’azione col PSI, e costituire ovunque “Comitati di fronte nazionale” dotandoli di un respiro di massa. Ricorderà Amendola in Lettere a Milano:

Con Longo, abbandonato il luogo della riunione, ci recammo in via Po dove Pintor ci avrebbe portato le ultime notizie. Egli ci confermò […] che l’armistizio era virtualmente concluso e che si sperava in un breve rinvio dell’annuncio per permettere la preparazione della difesa di Roma. Fu in quel momento che Longo assunse la direzione della lotta di liberazione. Lo vedo ancora camminare in silenzio per la stanza e poi mettersi a scrivere la bozza di quello che sarà il ‘Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia dei colpi di mano da parte dei tedeschi’. Questo promemoria porta la data del 30 agosto. Era infatti passata da poco la mezzanotte quando Longo finì di correggere il testo del promemoria.

Nel testo si propongono la rottura dell’alleanza con la Germania, l’armistizio, la preparazione della difesa del Paese, la collaborazione a tal fine fra esercito e popolo, l’”armamento di unità popolari” di combattimento (quelle che saranno le brigate partigiane), la cooperazione tra i comandi militari e il Fronte Nazionale, e infine si sottolinea la necessità di “liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello Stato”, e di “portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica, decisi a lottare fino in fondo contro l’occupante tedesco e i suoi strumenti: i fascisti italiani”. Il Promemoria, come scriverà Amendola, è “il primo atto compiuto dal PCI per l’inizio della Resistenza.L'insurrezione è in atto

Il giorno seguente, il documento viene presentato alla riunione con gli altri partiti di sinistra. Longo vi partecipa con Scoccimarro e Amendola; vi sono poi Nenni, Saragat e Romita per il PSI, e Lussu, La Malfa e Bauer per il Partito d’azione. La maggior parte dei presenti ha partecipato all’esperienza unitaria costruita in Francia negli anni precedenti, e questo indubbiamente favorisce la loro intesa. Il testo di Longo è “accolto nella sostanza”, e la mozione approvata ribadisce l’esigenza di un governo formato dai partiti antifascisti, e intanto il ruolo di guida del Fronte nazionale. Viene infine istituita una “giunta militare tripartita”, composta dallo stesso Longo, Pertini e Bauer: una decisione che suscita una grande impressione negli altri partiti e favorisce un loro maggiore dinamismo. Di fatto, è l’inizio della Resistenza.

“Edo” D’Onofrio, un rivoluzionario professionale di Osvaldo Sanguigni

Il 14 agosto 2013 alle 10,30 al Verano, nel “mausoleo” dei dirigenti del PCI verrà onorata la memoria di Edoardo D’Onofrio, nel 40° della sua improvvisa scomparsa che gettò nel dolore il PCI e gran parte del popolo romano. “Edo” è stato uno dei massimi dirigenti del PCI e parlamentare di lungo corso, fino a quando nel 1968 decise di non presentare la sua candidatura a deputato “per fare largo ai giovani”. “Edo” oltre ad essere un uomo politico fu un grande organizzatore ed educatore di quadri comunisti. Egli fu integerrimo nella difesa e nella diffusione di quelli che riteneva gli ideali e i principi del comunismo, riuscendo, nel contempo, a mantenere sempre vivi in sé un profondo tratto umano e il rispetto delle persone con cui aveva occasione di confrontarsi. Per questo ancora oggi, a quaranta anni di distanza, in molti di noi che lo hanno conosciuto e in me stesso, resta come indelebile il ricordo e la memoria di lui e il desiderio di trasmetterli ai giovani, i quali dalla biografia di “Edo”, come anche di altri dirigenti comunisti, possono ancora trarre utili insegnamenti e, soprattutto, l’idea che non occorre mai rinunciare a lottare per un futuro migliore.

Edoardo D’Onofrio nacque a Roma nel 1901. Da operaio, artigiano, come lui si considerava, aderì giovanissimo alla FGS nel 1917 e nel 1921 fu tra i fondatori del PCI. Fu direttore del giornale giovanile L’Avanguardia e redattore de L’Unità, subito dopo la sua fondazione. Condannato dal tribunale speciale fascista a dodici anni di carcere, fu liberato per amnistia nel 1935. In libertà vigilata a Terracina riuscì a fuggire dall’Italia e riparare in Francia. Allo scoppio della guerra civile spagnola fu,insieme a Togliatti e a Luigi Longo, organizzatore delle Brigate Internazionali in Spagna. Nel 1941 si recò in URSS, dove svolse un gran lavoro verso i soldati italiani prigionieri. Questa sua attività fu oggetto poi in Italia di una vergognosa campagna contro di lui e contro l’Unione Sovietica. Tornato dopo la seconda guerra mondiale in Italia , nel 1945 divenne segretario della Federazione romana del PCI e anche segretario regionale del PCI. Sotto la sua

D'Onofrio con Palmiro Togliatti
D’Onofrio con Palmiro Togliatti

direzione il PCI a Roma e nel Lazio conseguì grandi successi e posero le basi per la futura Roma democratica e di sinistra. Fu a lungo membro della Direzione e della Segreteria nazionale del PCI. D’Onofrio fu molto apprezzato nel PCI e fuori per le sue doti politiche e le sue grandi qualità umane. Fu un dirigente assai amato dal popolo romano, del quale seppe interpretare le profonde aspirazioni. Ricopri anche varie cariche istituzionali. Fu membro della Consulta Nazionale, della Costituente, del primo Senato della Repubblica Italiana, per diritto e parlamentare dal 1953 al 1968. Nel 1953 fu il primo comunista ad essere eletto vice-presidente della Camera dei deputati. Di lui scrissero Longo e Berlinguer: “La sua vita di rivoluzionario sarà di esempio a tutti i militanti del movimento operaio e per le nuove generazioni”.

D'Onofrio a Pietralata

Lo vogliamo ricordare qui oggi anche con un suo scritto: la lettera al direttore di “Rinascita” del febbaraio 1960, che fu pubblicata con il titolo “Le borgate di Roma e il romanzo di Pasolini”. 

«Caro Direttore, alcuni compagni, durante il congresso della Federazione romana, mi hanno chiesto di tornare a esprimere sulle colonne di “Rinascita” la mia opinione sul libro di Pier Paolo Pasolini Una vita violenta, che qualche mese fa ebbi occasione di dire in un dibattito pubblico sullo stesso tema, alla sezione della Garbatella di Roma. L’invito mi è stato rivolto dai compagni in riferimento a quanto il compagno Montagnana ha scritto su questo libro nel fascicolo di gennaio di “Rinascita”, perché sapevano che su Una vita violenta avevo manifestato il mio consenso, ritrovando in essa riflesso e riprodotto uno squarcio di vita romana in un momento della storia del movimento popolare a Roma. …»

Partito nuovo e blocco storico | Piero di Siena

(dalla Introduzione del volume Nel Pci del Mezzogiorno, Frammenti di storia sul filo della memoria, di Piero di Siena, Calice editore, presentato con successo a Roma venerdì 19 giugno presso l’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico da Piero Bevilacqua, Paolo Ciofi, Cecilia d’Elia, Aldo Tortorella)

Le testimonianze su protagonisti e su particolari passaggi della storia del Pci nel Mezzogiorno che ho raccolto in questo volume possono anche contribuire alla ricostruzione di quello che è stato nelle pieghe della vita del Paese il “partito nuovo” voluto da Togliatti all’indomani della caduta del fascismo. Si tratta cioè di indagare su come esso si sia concretamente sviluppato a contatto con i caratteri ineguali che andavano assumendo le trasformazioni che hanno investito l’Italia dal secondo dopoguerra sino alle soglie degli anni Ottanta. Una “giraffa” l’aveva definito Togliatti, con lo sguardo collocato in alto e quindi capace di vedere lontano e un corpo pesante e con piedi ben piantati nella realtà in cui operava.
Nella ricostruzione che ne hanno fatto anche alcuni dei suoi protagonisti si tende a sottolineare il carattere popolare e nazionale che quella inedita formazione politica, senza egualiLa presidenza nell’esperienza storica del comunismo europeo e mondiale del Novecento, ha via via assunto nel corso del suo sviluppo, quasi una forza interclassista, un fenomeno speculare – identico sebbene rovesciato – al coevo sviluppo di un partito come la Democrazia cristiana.
E’ mia opinione invece – e le esperienze di cui dò conto lo confermano – che il partito nuovo nello sviluppo dei suoi caratteri di massa costituisce un’originale evoluzione del partito di classe, nel senso che esso si costituisce entro un esplicito rapporto tra classi sociali diverse attraverso l’esercizio di una funzione egemonica di una classe sulle altre. E’ insomma la forma politica organizzata attraverso cui si realizza la costituzione di quel “blocco storico” di cui parlava Gramsci. E ciò avviene non nel quadro di un’astratta gerarchia determinata dall’ideologia del primato del proletariato industriale ma nel vivo dell’assetto concreto assunto dalla società e della sua composizione demografica che cambia da parte a parte del Paese. Se non c’è dubbio che la classe operaia costituisce la forza egemonica intorno a cui un blocco sociale alternativo si fa partito nei grandi centri urbani del triangolo industriale, la partita per il Pci da questo punto di vista appare subito sostanzialmente persa nella provincia lombarda o nel Veneto dove la rete capillare della presenza cattolica diventa il punto di riferimento dei contadini e in molti casi della maggioranza della stessa classe operaia. Mentre in forma del tutto originale diventa blocco maggioritario nelle regioni dell’Italia centrale.
Nel Mezzogiorno, com’è noto, la formazione del partito nuovo è segnata dal processo attraverso cui avviene il riscatto di immense masse contadine. Ma anche qui, come testimonia l’eccezionale esperienza di costruttore politico svolta da Michele Mancino, ciò avviene a macchia di leopardo e più in relazione al successo più o meno ampio dell’applicazione dei decreti Gullo di riforma dei patti agrari che per effetto della lotta contro il latifondo che ebbe nella società del tempo sicuramente una più vasta eco politica. E vi sono anche realtà dove (come mi è capitato di scrivere per Avigliano ricostruendo la genealogia della cultura politica di Laguardia, primo lavoratore licenziato dalla Fiat di Melfi) il Pci risulta essere più l’erede della tradizione giacobina dei ceti medi che espressione delle masse popolari.
La costruzione del partito nuovo, vista in questa luce, segue quindi l’andamento ineguale che caratterizza lo sviluppo della società italiana, in tutta la sua storia e in particolare nel secondo dopoguerra. Le concrete relazioni sociali che si costituiscono attorno alla formazione del Pci come partito di massa sono spesso anche lo specchio della realtà locale in cui questo processo si realizza, oltre che frutto della sua funzione nazionale. In qualche caso le condizioni locali costituiscono il contesto per il quale il progetto stesso del partito nuovo non decolla, nel senso che vi sono, ad esempio, realtà del Mezzogiorno interno, oppure alcune città medie meridionali, nelle quali il Pci partito di massa non lo diventa mai, sino alla sua fine. Questo vuol dire che nel ricostruire l’esperienza storica del Pci e il complesso nesso nazionale/internazionale che segna l’intera parabola della sua esistenza, non possiamo prescindere dal rapporto tra le classi che in esso si realizza, spesso diverso da luogo a luogo, e che la sua crisi è certo esaurimento di una funzione nazionale ma avviene anche in ragione della dissoluzione del blocco storico realizzatosi al suo interno e attorno ad esso. E’ evidente, quindi, che tra i due livelli (funzione nazionale e radicamento popolare) vi è una correlazione biunivoca che non dovrebbe, sul piano della ricostruzione storica, mai essere smarrita.
Tali valutazioni ci portano inoltre, su un altro versante, a prendere in considerazione esplicitamente – almeno a partire dalla seconda metà degli anni Settanta e dal fallimento della strategia del compromesso storico – di ricostruire la storia dal Pci alla luce delle ragioni che hanno in modo differenziato concorso prima alla sua crisi e poi alla sua fine. E’ un mutamento di prospettiva in quel rapporto tra passato e presente su cui si fonda in generale la ricerca storica (ciò che ne fa ineluttabilmente una disciplina “militante”) ormai maturo e ricco di potenziali sviluppi per cominciare a capire il senso del percorso imboccato dal Paese nell’ultimo ventennio e la sua crisi.

I bambini di Cassino al V congresso del Pci

Lucia Fabi e Angelino Loffredi sono impegnati da tempo a non far disperdere la memoria dei fatti del territorio e della società in cui operano, Ceccano e la provincia di Frosinone. Partendo da fatti e accadimenti anche emotivi a loro vicini ricostruiscono un periodo, un pezzo di storia. “L’infanzia salvata. Nord e sud un cuore solo” appartiene a questa collana d’impegno. E’ il racconto di come 3448 bambini di ciociaria reclutati in 49 comuni di questa provincia disatrata dalla guerra vengono inviati al nord ospiti della solidarietà e della generosità di famiglie di lavoratori che li ricevono nelle loro case, li sfamano e li rivestono, li mandano a scuola e hanno cura della loro fede religiosa. Questo avviene perchè lo vuole e lo decide il Pci come qui viene narrato descrivendo tratti del dibattito che si svolge nel V Congresso di questo partito.

«Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 dicembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931, alla vigilia della presa del potere di Hitler, a Colonia, in Germania . I delegati presenti sono 1800, un numero elevatissimo. E’ la prima volta che tanti comunisti si ritrovano a discutere insieme in un clima di libertà. Lo fanno a soli sette mesi dalla fine della guerra inaugurando così la stagione dei congressi, non solo del partito comunista, ma anche di tutti gli altri partiti. Qualche settimana prima Alcide De Gasperi è diventato primo ministro di un governo di unità nazionale di cui anche i comunisti fanno parte. (…)

Delegati al V Congresso del Pci
Delegati al V Congresso del Pci

Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene Raul Silvestri , uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone .
Silvestri aveva fatto parte della Resistenza nella zona di Ripi, aveva stampato e diffuso un giornaletto titolato “Avanguardia” e si era distinto per atti di sabotaggio lungo la via Casilina per rallentare il transito dei camion tedeschi diretti a Cassino.
Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la

sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca

Bimbi partono da Ceccano
Bimbi partono da Ceccano

i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti parla del Sud, della miseria, dell’ unità.
Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud. Lo fa pensando alle spinte indipendentiste portate avanti nella sua regione dall’ esercito volontari indipendenza Sicilia, al quale il bandito Giuliano ha aderito assumendo il grado di colonnello. Il 1945, infatti, è un anno durante il quale frequenti sono gli scontri a fuoco fra carabinieri e banditi-indipendentisti, tutti raccordati con Andrea Finocchiaro Aprile e tendenti ad ipotizzare la Sicilia come 49° Stato degli Stati Uniti.
L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediatamen-te si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona.
Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità.
In seguito a questo clima solidale,” l’Unità” del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno. L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni.
Ne fanno parte Teresa Noce ( Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone.

Altri bimbi della provincia di Frosinone partono per il nord
Altri bimbi della provincia di Frosinone partono per il nord


Il giorno dopo a Cassino la delegazione arriva con una autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare pacchi viveri, medicinali, chinino, 100.000 lire, e davanti al sindaco della città, Gaetano Di Biasio, e a tante mamme, in un’atmosfera di commosso e incredulo silenzio, la delegazione prende l’impegno di far ospitare i bambini della zona da famiglie del Nord e di inviare ogni mese 150 pacchi. Immediatamente tutti i presenti incominciano a mostrare interesse e chiedono precisazioni per le procedure da attuare.
In serata la delegazione ritorna a Roma e quando i lavori congressuali stanno per terminare Teresa Noce sale sulla tribuna e descrive la desolazione incontrata. Parla emozionata e commuove tutti i presenti: «Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre e dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani e ragazzi.
Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riuscire-mo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali e di chi-nino per vincere la malaria” e quando, forte, si alza l’urlo “Salviamo i bambini di Cassino, salviamo l’infanzia » i delegati scattano in piedi applaudendo lungamente e manifestando una convinta adesione al problema che è stato posto in modo così appassionato.
Un apprezzamento doveroso è rivolto, inoltre, alla persona di Estella, a ciò che rappresenta, alla sua autorevolezza. Non va dimenticato che Teresa Noce ha partecipato alla guerra di Spagna, successivamente internata in Francia e poi inviata in un campo di concentramento a Ravensburg, in Germania. Di ritorno, dopo essersi ristabilita, insieme a Daria Biffi, Dina Ermini e Maria Maddalena Rossi, organizza a Milano e a Torino, già nell’ottobre del 1945, il trasferimento dei bambini orfani e poveri verso le famiglie delle province di Mantova e di Reggio Emilia .
Togliatti alla conclusione dei lavori si fa carico dell’atmosfera instau-ratasi tra i presenti in seguito a ciò che hanno sentito e si esprime in termini chiaramente impegnativi e inequivocabili.
«Abbiamo visto con commozione come l’appello per aiutare i bambini di Cassino ha portato ad una gara fra le nostre organiz-zazioni allo scopo di mostrare a quei disgraziati figli del nostro popolo, vittime innocenti di una politica di tirannide, di violenza e sventure che intorno a loro è raccolta la parte migliore del popolo italiano. Sono raccolti operai ed intellettuali, uomini e donne che vivono di lavoro e che vogliono col loro sforzo rendere più leggera la sofferenza odierna del popolo e rinsaldare in una rinnovata coscienza di solidarietà nazionale i vincoli che uniscono tutti gli strati dei lavoratori » .
Con il V congresso s’inaugura una più attenta elaborazione politica sull’unità fra Nord e Sud. Già in quei giorni nelle borgate romane e nella provincia di Latina tanti bambini si stavano preparando per partire il 19 gennaio 1946 verso il Nord; nei mesi successivi altri bambini sarebbero partiti dal cassinate, dalle province di Rieti e de L’Aquila; l’anno dopo dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel 1950 verranno ospitati i figli degli imprigionati per la rivolta di San Severo e poi i ragazzi di Calabria appartenenti a famiglie alluvionate.
Togliatti in quel momento è , forse, l’unico ad avere letto e studiato tutti gli scritti di Antonio Gramsci e ad avere meglio assimilato cosa era stato il Risorgimento con il suo limitato consenso e la scarsa adesione delle masse popolari.
Il pensiero di Antonio Gramsci non è ancora ben conosciuto ed è proprio attraverso il particolare impegno di Togliatti che verrà studiato e approfondito, per affermarsi in Italia come il “traduttore politico” del socialismo scientifico. Non è un caso o una coincidenza se nei giorni del Congresso lungo i corridoi dell’Università sono esposti 12 dei suoi trentatrè quaderni scritti in carcere . E’ il capitale teorico e politico messo a disposizione degli Italiani, è la fonte alla quale si disseteranno ricercatori, analisti per capire la politica e l’Italia, ma rappresenta anche la stella polare attraverso la quale si svilupperà la politica del PCI.
L’aiuto ai bambini di Cassino, così come a quello delle popolazioni meridionali, non è solo un umano gesto di fraterna solidarietà, ma rappresenta lo snodo di una strategia tendente a creare dal basso una unità fra ceti sociali di regioni diverse.
Le indicazioni di Togliatti sono chiarissime, espresse da un dirigente di grande prestigio.
Ora bisogna coniugare il dire con il fare: il lavoro si sposta verso la periferia nelle federazioni, nelle sezioni, sul territorio, e il contatto con le masse di cittadini diventa sempre più capillare e decisivo.»

Infanzia salvata in treno verso il nord dìItaliaLucia Fabi e Angelino Loffredi, moglie e marito, hanno militato nel Pci. Angelino ne è stato dirigente provinciale fino al suo scoglimento. Eletto consigliere provinciale nelle liste comuniste per queste è stato anche sindaco di Ceccano, suo comune di nascita e di residenza.