Enrico Berlinguer, “La sinistra verso il 2000”

2a6860fc0557dfcedeae93f4f101c49aIntervista a «l’Unità», 18 dicembre 1983, ora in E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo. Antologia 1969-1984, a cura di P. Ciofi e G. Liguori, Editori Riuniti 

Quando hai letto «1984», che reazioni ti ha suscitato?

Lo lessi nel 1950, appena uscito in edizione italiana. E la reazione che ebbi allora fu probabilmente molto influenzata dall’utilizzazione che del libro si fece durante la guerra fredda: antisovietica e anticomunista. Tutti videro infatti nello Stato descritto da Orwell una metafora dell’Unione Sovietica. Oggi non è più così. Oggi lo si può rileggere con maggiore distacco e anche apprezzarne alcune intuizioni. Tuttavia mi pare che quel romanzo contenga un decisivo difetto: è pervaso da un’ossessione sull’ineluttabilità della fine dell’individuo e delle sue espressioni che ne condiziona tutto l’impianto. E ne condiziona anche la “profezia”. Orwell lo scrisse nel 1948. Bene, cosa è successo nel mondo da allora? Certo, abbiamo assistito anche al rafforzamento di tendenze autoritarie e dispotiche, ma il segno di fondo dei processi storici mondiali è stato un altro: pensa al grandioso processo di liberazione costituito dal crollo degli imperi coloniali e quindi dal risveglio di interi popoli prima abbrutiti (e non certo abbrutiti dall’uso dei computer); pensa ai nuovi traguardi raggiunti nel riscatto delle masse proletarie e povere dei paesi industrializzati, pensa al processo di liberazione delle donne. Tutti questi dati, visti nel loro insieme, cosa altro sono se non gli indicatori di un generale processo mondiale di elevazione culturale degli uomini? No, se guardiamo alla storia del secondo dopoguerra ci accorgiamo che il mondo ha tradito la “profezia” di Orwell. Il mondo è andato in un’altra direzione.

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Sì, ma la rivoluzione elettronica è appena agli inizi. I suoi sviluppi non sono ancora immaginabili. Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo? Ti segnalo un dato curioso: allora il libro fu interpretato come una metafora del dispotismo sovietico. Oggi uno storico di quel paese come Medvedev sostiene che i computer apriranno un processo di liberalizzazione. Invece in America, proprio lì dove l’elettronica è più avanti, sta nascendo una grande paura.

Credo che l’atteggiamento più corretto di fronte alle nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come «neutrali». L’esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l’uso della microe¬lettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici domi¬nanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall’altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà.

E per quanto riguarda l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti?

I dati che mi hai riferito sono interessanti. Tuttavia io non mi sentirei di fare una profezia in quel senso. Non mi sentirei di dire che in Unione Sovietica i computer porteranno sicura¬mente ad una liberalizzazione e che negli Stati Uniti invece si andrà verso un’involuzione. Le profezie lasciamole a Orwell. Anche se le ha sbagliate. (…)

Insistiamo ancora sul tema dell’elettronica. Come deve prepararsi il partito ad affrontare questa nuova epoca?

Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. A tutti i livelli. Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini. Ma bisogna anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale del partito. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminu¬zione del peso specifico della classe operaia tradizionale. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con le lotte sindacali e politiche si deve poi intervenire in questi processi, per evitare che essi assumano un carattere selvaggio e si risolvano in un danno per i lavoratori. Ma la tendenza è quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e, conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch’essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani…

Si può arrivare a dire che i lavoratori intellettuali sostituiranno la classe operaia tradizionale?

È una domanda che si spinge molto avanti nel tempo. Forse avanti di alcuni decenni. Comunque già oggi i processi industriali spingono a far sostituire da questi strati notevoli settori di classe operaia. Mi pare però che sia assolutamente da respingere l’idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in partico¬lare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica.

Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora senso un partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti? L’elettronica non spezzerà il circuito della partecipazione?

La questione esiste ed è anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il Pci e i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell’associazione collettiva. Io francamente credo che questa esigenza sia una esigenza irrinunciabile dell’uomo e continuerà ad esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica…

Ma già si parla di «democrazia elettronica»: la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dall’amministrazione…

La «democrazia elettronica» limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni. Vedi, per esempio, nella nostra i movimenti pacifisti, i movimenti ecologici, quelli che, in un modo o nell’altro, contrastano la omologazione dei gusti e il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.

Quindi tu non credi che anche partiti storici come quelli della vecchia Europa possano diventare solo dei partiti-immagine…

Possono, certo che possono. Ma intanto bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d’opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell’uomo in generale.

Il rischio segnalato dagli intellettuali che si occupano di queste materie è che l’immagine tende progressivamente a svuotare di significato le parole, i contenuti, la sostanza di una linea per appiattirla al modello pubblicitario. Vince chi ha la reclame più efficace…

Dietro a questa e ad altre paure che vengono segnalate rispetto alla rivoluzione elettronica c’è spesso un tradizionale sentimento delle élite intellettuali che di fronte a tutti i fatti che significano socializzazione della cultura o della politica si ritraggono con l’impressione che questo poi finisca per schiacciare la vita dell’individuo, la creatività, l’arte. Del resto è stato così anche per Orwell. E non era neanche una grandissima novità perché era stato preceduto da altri che avevano la stessa «ossessione» ed erano anche scrittori più raffinati di lui come Huxley. Io credo che, in linea generale, bisogna avere un atteggiamento critico verso questi sentimenti, che, anche quando non esprimono la volontà di mantenere esclusive certe posizioni di privilegio intellettuale, finiscono per opporsi alla diffusione della cultura.

Gùnter Grass nel suo articolo dice: sì d’altra parte gli intellettuali sono poi pronti a sostenere il contrario il giorno dopo che le rivoluzioni sono avvenute…

No, io non sto accusando gli intellettuali di opportunismo. Dico solo che, in genere, l’intellettuale non accetta volentieri i fenomeni di socializzazione e teme spesso, ma sinceramente, in buona fede, che la massificazione possa portare ad una caduta di «tono» della civiltà. Del resto questo nella storia è già accaduto. L’entrata di nuove masse nella storia talvolta ha prodotto davvero la caduta di intere civiltà. In fondo l’impero romano non è stato travolto dai barbari che erano appunto «popoli nuovi»? Ma era un fatto ineluttabile. Non ci si può opporre ad avvenimenti di questo genere schierandosi con il «vecchio» o cercando di mantenere un carattere chiuso al patrimonio culturale. Perché, portata all’estremo, questa diventa una posizione reazionaria. I periodi di grandi trasformazioni possono anche comportare, temporaneamente, abbassamenti del livello culturale, della creatività, della creazione artistica ma, insieme, mettono in campo nuove energie, nuovi intelletti, nuove forze. Conta in modo decisivo la capacità di orientare e governare questi processi.

D’accordo, ma tu come te la immagini una vita nella quale si passa ore e ore a casa di fronte ad uno schermo gigante, nella quale si hanno a disposizione video-cassette che renderanno forse anche inutile la scuola così com’è?

Intanto bisogna vedere quali sono i contenuti di queste trasmissioni ricevute a casa. Il contenuto può essere tale da spingere gli uomini in una situazione di maggiore solitudine, di maggiore frustrazione, di maggiore ostilità nei confronti degli altri oppure può avvenire il contrario. Io dico che dipende molto da questo. Naturalmente se questi strumenti diventeranno espressione di una spinta che punta a rafforzare sentimenti egoistici questo sarà una cosa molto negativa.

Allora tu dici: attenzione al contenuto. Il mezzo in sé non ha poteri…

No, anche il mezzo conta. È evidente che non andare per niente a scuola o andarci magari soltanto per un’ora cambierà la vita della gente. Ma questi aspetti sono oggi difficilmente immaginabili. Prendiamo l’esempio della scuola e del libro: naturalmente io adesso sosterrei che la lettura del libro è insostituibile e anzi deve diventare ancora più importante. E sosterrei la stessa cosa anche per la scuola, naturalmente una scuola molto rinnovata. Però, anche qui, io non mi sento di fare affermazioni assolute. È difficile immaginare un computer che crei vera poesia o una opera d’arte e da questo punto di vista è difficile non tenere conto del grido d’allarme, che tu riferivi, di Vespignani. Tuttavia non si può escludere l’ipotesi che lo stesso mezzo televisivo possa produrre cose di altissima qualità che soddisfino anche le esigenze più raffinate e più creative.

Insomma la tecnologia non distruggerà l’individuo…

Nessuna epoca ha mai raggiunto la realizzazione dell’individuo, della maggioranza degli individui. Nel passato moltissimi individui erano «distrutti» non solo sul piano morale ma anche sul piano fisico. Pensa agli schiavi nell’antichità o ai negri razziati e trasportati in America. Quante erano le persone che riuscivano a diventare «individui» nel passato? Molte meno di oggi. Ma anche nel sistema capitalistico la morte precoce per lavoro dei fanciulli nella prima rivoluzione industriale non era una distruzione? E oggi, i bambini, gli uomini, le donne, che muoiono di fame o che restano analfabeti nel Terzo mondo non sono «distrutti»? Anzi in questi casi non si può neanche parlare di distruzione ma di vero e proprio impedimento della crescita e della vita dell’individuo.

Insomma «l’uomo onnilaterale» di Marx e Gramsci potrà nascere proprio dal computer?

Mettiamola così: tutti questi mezzi danno maggiori possibilità di arrivare ad una dimensione onnilaterale dell’uomo proprio perché sono portatori di un enorme arricchimento delle conoscenze, e offrono la possibilità di una cultura politecnica.

Carlo Bernardini scrive: «È finito il tempo dei pensieri lunghi». Elmar Altvater aggiunge: non ci sono più forze in Europa capaci di esprimere grandi utopie sulla società e sullo Stato. Condividi questi giudizi?

Credo anch’io che sia sempre più forte il bisogno di reinvestire la politica di «pensieri lunghi», di progetti. Naturalmente questi pensieri devono essere sorretti da una analisi scientifica della realtà, altrimenti i progetti si trasformano in vuote proclamazioni retoriche. Ma c’è da aggiungere una cosa: il pensiero e l’azione del movimento socialista in Italia (ma anche in tutti i paesi europei) sono stati influenzati da una visione che non era propria di Marx e che veniva in parte dall’illuminismo e poi dal positivismo. Sulla base di essa si concepiva la storia dell’umanità come un progresso continuo verso traguardi sempre più alti di benessere, di cultura, di democrazia. Per certi aspetti anche l’ideologia capitalistica negli anni del «boom» ha cercato di far intendere che si era entrati in una fase di inarrestabile progresso. Tutte queste ideologie si sono rivelate fallaci: non sono mai mancate nel passato, e non mancheranno nel futuro della storia dell’uomo, interruzioni brusche, rotture, anche involuzioni. E, sono stati possibili anche periodi di fosca tirannide, di fanatismo, di oppressione. Oggi si parla di Orwell ma io ricordo prima di lui uno scrittore forse ancora più valido come Jack London immaginare nel Tallone di ferro un periodo lungo in cui tutto il mondo civile sarebbe tornato in condizioni di assoluta tirannide. Bisogna avere coscienza che questi pericoli esistono e anche che si ripresenteranno sempre in forma diversa dal passato. Ma bisogna anche avere il coraggio di una utopia che lavori sui «tempi lunghi» per raggiungere l’obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e, nello stesso tempo, di guidare consapevolmente i processi economici e sociali. Cos’è il socialismo se non questo? È la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità.

All’inizio dicevi che lo scenario catastrofico del futuro non lo vedi per l’elettronica ma per la guerra. Ti faccio una domanda che avrai già ricevuto centinaia di volte. Credi davvero alla possibilità della guerra nucleare globale?

Sì, penso sia davvero possibile. Non c’è nessuna legge storica che ci possa far dire: è impossibile. Per quanto la mente si ritragga, assolutamente inorridita, di fronte alla eventualità della fine della civiltà umana, questo non è un motivo sufficiente ad arrestare la possibilità della guerra. E direi che, negli ultimi tempi, il pericolo è diventato più reale. Infatti, mentre per una certa fase il cosiddetto «equilibrio del terrore» ha funzionato come deterrente, oggi comincia a non essere più così. Il rischio si è aggravato soprattutto per la crescente incontrollabilità dei processi economici e politici mondiali. Nello stesso tempo c’è stato un nuovo salto di qualità nella sofisticazione tecnologica delle armi. Sono stati spesi fiumi d’inchiostro, da studiosi e strateghi, per descrivere queste novità: quando ci sono strumenti coi quali si può colpire l’avversario in pochi minuti questo può far nascere la tentazione di sferrare il primo attacco. Oppure può far sorgere la paura di riceverlo e quindi, per reazione, la tentazione di sferrarlo per primi. E poi c’è l’ormai verificata possibilità dell’errore che tanti scienziati hanno più volte dimostrato come reale. Errori ad esempio nei sistemi d’avvistamento: ho letto che negli Stati Uniti sono avvenuti diversi di questi errori tutti poi corretti dopo alcuni minuti. Ed è immaginabile che altrettanto sia avvenuto in Urss. Ma questi tempi, con i nuovi missili e con altre armi, possono essere ancora ridotti e può arrivare il giorno in cui l’errore non potrà più essere corretto in tempo. E i missili, una volta lanciati, non possono essere fermati. Ma c’è di più: sento che oggi si comincia a parlare di «guerra nucleare limitata» o di «guerra nucleare vittoriosa». È già un segnale gravissimo che si parli in questi termini, che si pensi di poter uscire vittoriosi da uno scontro nucleare. E anche che qualcuno pensi di poterne uscire incolume. Questa è una concezione molto pericolosa. Ricordo un film degli anni sessanta: L’ultima spiaggia di Stanley Kramer. Si svolgeva in Australia. Un’Australia che era l’unica terra risparmiata dal conflitto nucleare. Poi alla fine erano tutti costretti ad ingoiare una pillola per uccidersi pur di evitare le atroci sofferenze provocate dalle radiazioni nucleari che, lentamente, si avvicinavano anche su quell’ultima spiaggia, su quell’ultima terra del mondo. Già negli anni sessanta si sapeva che un conflitto nucleare non lascia tregua a nessuno. Figuriamoci se non dobbiamo aver noi, oggi, ben viva questa coscienza.

Un libero contadino che coltiva la Repubblica. Togliatti e le campagne

Alexander Höbel, dal saggio di Alfonso Pascale “Un libero contadino che coltiva la Repubblica. Togliatti e le campagne”. 

«Palmiro Togliatti era nato a Genova in una famiglia tipica della piccola borghesia piemontese. I genitori erano maestri elementari e lui era terzo di quattro fratelli. Nel retro della casa di Sondrio, dove si erano trasferiti quando lui era ancora bambino, c’era un orto, a cui la mamma Teresa accudiva per integrare il bilancio familiare. Lì Palmiro e i suoi fratelli avevano imparato ad allevare ogni sorta di animali e a coltivare fiori e ortaggi. Per due mesi dell’estate andavano a vivere a duemila metri in un fienile affittato per poche lire e si nutrivano del cibo dei pastori. Nei pochi giorni di riposo concessigli dal lavoro, il padre Antonio faceva da guida ai ragazzi in lunghissime gite. L’amore per la terra e la passione per le escursioni in montagna non lo abbandoneranno mai più. I nonni paterni vivevano a Coassolo Torinese ed erano proprietari di poco più di un ettaro di terreno, coltivato a prato e a pascolo e con qualche albero da frutta; qualche pecora e pochi animali da cortile completavano il loro magro patrimonio. Col suo puntiglio storico e filologico, il futuro capo del PCI andrà alla ricerca delle origini della sua famiglia e scoprirà che fin dal 1300 i suoi antenati erano “liberi contadini”. “Come vede – scrive a Carlo Trabucco – non mi mancano i titoli di nobiltà, e quella vera”. In questo scritto esaminerò le ricadute di queste peculiarità della cultura politica dei comunisti sulla vita democratica del paese e sull’evoluzione storica e mentale della società civile non già in termini generali ma guardandole da una particolare visuale: quella dell’apporto di Togliatti all’elaborazione di politiche per l’agricoltura e alla costruzione di iniziative di massa nelle campagne. Restringere il campo di osservazione a siffatto ambito non significa scegliere un modo più agevole per indagare una questione complessa, ma vuole essere un modo per mettere a fuoco uno snodo essenziale della modernizzazione del paese: il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una società prevalentemente industriale. E in tale trasformazione un Togliatti inedito e poco studiato sorprendentemente si rivela, come vedremo, protagonista di primo piano. Ma prima vediamo in cosa consistono le principali novità introdotte dal capo del PCI, come queste si siano venute delineando nella maturazione del suo pensiero politico, soprattutto nel periodo della sua permanenza a Mosca, e come si traducono nelle scelte di politica agraria e nella costruzione del rapporto con le masse rurali.»

LEGGI IL SAGGIO DI ALFONSO PASCALE –> LINK

Il compromesso storico di Berlinguer. Contributo ad una interpretazione

Di Gianni Ferrara intervento al convegno sul tema “Berlinguer e la serietà della politica”, Roma 11 febbraio 2014, organizzato dall’Associazione Futura Umanità, in occasione dell’anno berlingueriano.

Enrico Berlinguer

1. La parola “compromesso” ha segnato due volte la storia del PCI. Si può pensare che la ragione di questa ricorrenza sia da attribuire all’essere il compromesso un topos centrale della politica e quindi della democrazia moderna. Perché si connette al conflitto del quale è sospensione, cadenza, soluzione più o meno equa, più o meno duratura. Percorre la storia d’Italia come quella di ogni altra Nazione. Se ne tratta in questa sede partendo da alcune premesse.
Va innanzitutto ricordato che il termine compromesso fu usato negli anni 1948-1950 in polemica col PCI per degradare sia il contributo di questo partito alla ideazione, determinazione e formulazione della Costituzione della Repubblica sia la Costituzione stessa. Suonava come cedimento o come mascheramento. A rispondere provvide Togliatti spiegando che c’era stata “una confluenza di due grandi correnti: del solidarismo umano e sociale della sinistra e del solidarismo di altra origine (cristianosociale)” che arrivava “nell’impostazione e soluzione concreta di diversi aspetti del problema costituzionale a risultati analoghi” della sua parte politica”. Aggiungendo che “definire come compromesso questa confluenza significa non comprendere che si sia trattato di qualcosa di molto più nobile ed elevato e cioè della ricerca di quella unità che è necessaria per poter fare la Costituzione non dell’una o dell’altra ideologia, ma la Costituzione di tutti i lavoratori italiani e, quindi, di tutta la Nazione”. (1) Per quanto poteva poi attenere al termine “compromesso”, Togliatti lo usò immediatamente dopo qualificando “deteriore” quello raggiunto nel formulare alcune disposizioni della Carta costituzionale. (2)

Su tutt’altro piano, sempre riferendomi a Marx, mi preme ricordare che il secondo capitolo del “Manifesto”, quello intitolato “Proletari e Comunisti”, si chiude con la previsione-obiettivo di un tipo di “associazione umana in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”.
Ebbene, la nostra Costituzione impone alla Repubblica, quindi a tutto lo statoapparato e a tutto lo stato-comunità come unico e supremo compito proprio quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. La corrispondenza tra questi due testi è perfetta. Fu voluta. A proporla all’Assemblea costituente italiana fu quel marxista di Lelio Basso concordandola con quell’altro marxista di Palmiro Togliatti. Ma fu accolta e sottoscritta da Dossetti e da La Pira, aderenti al cristianesimo sociale ed esponenti della Democrazia cristiana. Continua a leggere “Il compromesso storico di Berlinguer. Contributo ad una interpretazione”

70 anni fa, sotto l’impulso decisivo dei comunisti, iniziava la Resistenza antifascista | Alexander Höbel

70 anni fa, il 29 agosto 1943, si ricostituiva a Roma la Direzione provvisoria del Pci, divisa in due gruppi: quello di Roma, con Scoccimarro, Longo, Amendola, Novella, Roveda; e quello di Milano, con Massola, Secchia, Roasio, Li Causi e Negarville. La direzione decise di intensificare la mobilitazione contro il governo e per il ripristino di tutte le libertà, di rafforzare l’unità d’azione col PSI, e costituire ovunque “Comitati di fronte nazionale” dotandoli di un respiro di massa. Ricorderà Amendola in Lettere a Milano:

Con Longo, abbandonato il luogo della riunione, ci recammo in via Po dove Pintor ci avrebbe portato le ultime notizie. Egli ci confermò […] che l’armistizio era virtualmente concluso e che si sperava in un breve rinvio dell’annuncio per permettere la preparazione della difesa di Roma. Fu in quel momento che Longo assunse la direzione della lotta di liberazione. Lo vedo ancora camminare in silenzio per la stanza e poi mettersi a scrivere la bozza di quello che sarà il ‘Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia dei colpi di mano da parte dei tedeschi’. Questo promemoria porta la data del 30 agosto. Era infatti passata da poco la mezzanotte quando Longo finì di correggere il testo del promemoria.

Nel testo si propongono la rottura dell’alleanza con la Germania, l’armistizio, la preparazione della difesa del Paese, la collaborazione a tal fine fra esercito e popolo, l’”armamento di unità popolari” di combattimento (quelle che saranno le brigate partigiane), la cooperazione tra i comandi militari e il Fronte Nazionale, e infine si sottolinea la necessità di “liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello Stato”, e di “portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica, decisi a lottare fino in fondo contro l’occupante tedesco e i suoi strumenti: i fascisti italiani”. Il Promemoria, come scriverà Amendola, è “il primo atto compiuto dal PCI per l’inizio della Resistenza.L'insurrezione è in atto

Il giorno seguente, il documento viene presentato alla riunione con gli altri partiti di sinistra. Longo vi partecipa con Scoccimarro e Amendola; vi sono poi Nenni, Saragat e Romita per il PSI, e Lussu, La Malfa e Bauer per il Partito d’azione. La maggior parte dei presenti ha partecipato all’esperienza unitaria costruita in Francia negli anni precedenti, e questo indubbiamente favorisce la loro intesa. Il testo di Longo è “accolto nella sostanza”, e la mozione approvata ribadisce l’esigenza di un governo formato dai partiti antifascisti, e intanto il ruolo di guida del Fronte nazionale. Viene infine istituita una “giunta militare tripartita”, composta dallo stesso Longo, Pertini e Bauer: una decisione che suscita una grande impressione negli altri partiti e favorisce un loro maggiore dinamismo. Di fatto, è l’inizio della Resistenza.

“Edo” D’Onofrio, un rivoluzionario professionale di Osvaldo Sanguigni

Il 14 agosto 2013 alle 10,30 al Verano, nel “mausoleo” dei dirigenti del PCI verrà onorata la memoria di Edoardo D’Onofrio, nel 40° della sua improvvisa scomparsa che gettò nel dolore il PCI e gran parte del popolo romano. “Edo” è stato uno dei massimi dirigenti del PCI e parlamentare di lungo corso, fino a quando nel 1968 decise di non presentare la sua candidatura a deputato “per fare largo ai giovani”. “Edo” oltre ad essere un uomo politico fu un grande organizzatore ed educatore di quadri comunisti. Egli fu integerrimo nella difesa e nella diffusione di quelli che riteneva gli ideali e i principi del comunismo, riuscendo, nel contempo, a mantenere sempre vivi in sé un profondo tratto umano e il rispetto delle persone con cui aveva occasione di confrontarsi. Per questo ancora oggi, a quaranta anni di distanza, in molti di noi che lo hanno conosciuto e in me stesso, resta come indelebile il ricordo e la memoria di lui e il desiderio di trasmetterli ai giovani, i quali dalla biografia di “Edo”, come anche di altri dirigenti comunisti, possono ancora trarre utili insegnamenti e, soprattutto, l’idea che non occorre mai rinunciare a lottare per un futuro migliore.

Edoardo D’Onofrio nacque a Roma nel 1901. Da operaio, artigiano, come lui si considerava, aderì giovanissimo alla FGS nel 1917 e nel 1921 fu tra i fondatori del PCI. Fu direttore del giornale giovanile L’Avanguardia e redattore de L’Unità, subito dopo la sua fondazione. Condannato dal tribunale speciale fascista a dodici anni di carcere, fu liberato per amnistia nel 1935. In libertà vigilata a Terracina riuscì a fuggire dall’Italia e riparare in Francia. Allo scoppio della guerra civile spagnola fu,insieme a Togliatti e a Luigi Longo, organizzatore delle Brigate Internazionali in Spagna. Nel 1941 si recò in URSS, dove svolse un gran lavoro verso i soldati italiani prigionieri. Questa sua attività fu oggetto poi in Italia di una vergognosa campagna contro di lui e contro l’Unione Sovietica. Tornato dopo la seconda guerra mondiale in Italia , nel 1945 divenne segretario della Federazione romana del PCI e anche segretario regionale del PCI. Sotto la sua

D'Onofrio con Palmiro Togliatti
D’Onofrio con Palmiro Togliatti

direzione il PCI a Roma e nel Lazio conseguì grandi successi e posero le basi per la futura Roma democratica e di sinistra. Fu a lungo membro della Direzione e della Segreteria nazionale del PCI. D’Onofrio fu molto apprezzato nel PCI e fuori per le sue doti politiche e le sue grandi qualità umane. Fu un dirigente assai amato dal popolo romano, del quale seppe interpretare le profonde aspirazioni. Ricopri anche varie cariche istituzionali. Fu membro della Consulta Nazionale, della Costituente, del primo Senato della Repubblica Italiana, per diritto e parlamentare dal 1953 al 1968. Nel 1953 fu il primo comunista ad essere eletto vice-presidente della Camera dei deputati. Di lui scrissero Longo e Berlinguer: “La sua vita di rivoluzionario sarà di esempio a tutti i militanti del movimento operaio e per le nuove generazioni”.

D'Onofrio a Pietralata

Lo vogliamo ricordare qui oggi anche con un suo scritto: la lettera al direttore di “Rinascita” del febbaraio 1960, che fu pubblicata con il titolo “Le borgate di Roma e il romanzo di Pasolini”. 

«Caro Direttore, alcuni compagni, durante il congresso della Federazione romana, mi hanno chiesto di tornare a esprimere sulle colonne di “Rinascita” la mia opinione sul libro di Pier Paolo Pasolini Una vita violenta, che qualche mese fa ebbi occasione di dire in un dibattito pubblico sullo stesso tema, alla sezione della Garbatella di Roma. L’invito mi è stato rivolto dai compagni in riferimento a quanto il compagno Montagnana ha scritto su questo libro nel fascicolo di gennaio di “Rinascita”, perché sapevano che su Una vita violenta avevo manifestato il mio consenso, ritrovando in essa riflesso e riprodotto uno squarcio di vita romana in un momento della storia del movimento popolare a Roma. …»

I bambini di Cassino al V congresso del Pci

Lucia Fabi e Angelino Loffredi sono impegnati da tempo a non far disperdere la memoria dei fatti del territorio e della società in cui operano, Ceccano e la provincia di Frosinone. Partendo da fatti e accadimenti anche emotivi a loro vicini ricostruiscono un periodo, un pezzo di storia. “L’infanzia salvata. Nord e sud un cuore solo” appartiene a questa collana d’impegno. E’ il racconto di come 3448 bambini di ciociaria reclutati in 49 comuni di questa provincia disatrata dalla guerra vengono inviati al nord ospiti della solidarietà e della generosità di famiglie di lavoratori che li ricevono nelle loro case, li sfamano e li rivestono, li mandano a scuola e hanno cura della loro fede religiosa. Questo avviene perchè lo vuole e lo decide il Pci come qui viene narrato descrivendo tratti del dibattito che si svolge nel V Congresso di questo partito.

«Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 dicembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931, alla vigilia della presa del potere di Hitler, a Colonia, in Germania . I delegati presenti sono 1800, un numero elevatissimo. E’ la prima volta che tanti comunisti si ritrovano a discutere insieme in un clima di libertà. Lo fanno a soli sette mesi dalla fine della guerra inaugurando così la stagione dei congressi, non solo del partito comunista, ma anche di tutti gli altri partiti. Qualche settimana prima Alcide De Gasperi è diventato primo ministro di un governo di unità nazionale di cui anche i comunisti fanno parte. (…)

Delegati al V Congresso del Pci
Delegati al V Congresso del Pci

Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene Raul Silvestri , uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone .
Silvestri aveva fatto parte della Resistenza nella zona di Ripi, aveva stampato e diffuso un giornaletto titolato “Avanguardia” e si era distinto per atti di sabotaggio lungo la via Casilina per rallentare il transito dei camion tedeschi diretti a Cassino.
Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la

sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca

Bimbi partono da Ceccano
Bimbi partono da Ceccano

i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti parla del Sud, della miseria, dell’ unità.
Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud. Lo fa pensando alle spinte indipendentiste portate avanti nella sua regione dall’ esercito volontari indipendenza Sicilia, al quale il bandito Giuliano ha aderito assumendo il grado di colonnello. Il 1945, infatti, è un anno durante il quale frequenti sono gli scontri a fuoco fra carabinieri e banditi-indipendentisti, tutti raccordati con Andrea Finocchiaro Aprile e tendenti ad ipotizzare la Sicilia come 49° Stato degli Stati Uniti.
L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediatamen-te si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona.
Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità.
In seguito a questo clima solidale,” l’Unità” del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno. L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni.
Ne fanno parte Teresa Noce ( Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone.

Altri bimbi della provincia di Frosinone partono per il nord
Altri bimbi della provincia di Frosinone partono per il nord


Il giorno dopo a Cassino la delegazione arriva con una autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare pacchi viveri, medicinali, chinino, 100.000 lire, e davanti al sindaco della città, Gaetano Di Biasio, e a tante mamme, in un’atmosfera di commosso e incredulo silenzio, la delegazione prende l’impegno di far ospitare i bambini della zona da famiglie del Nord e di inviare ogni mese 150 pacchi. Immediatamente tutti i presenti incominciano a mostrare interesse e chiedono precisazioni per le procedure da attuare.
In serata la delegazione ritorna a Roma e quando i lavori congressuali stanno per terminare Teresa Noce sale sulla tribuna e descrive la desolazione incontrata. Parla emozionata e commuove tutti i presenti: «Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre e dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani e ragazzi.
Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riuscire-mo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali e di chi-nino per vincere la malaria” e quando, forte, si alza l’urlo “Salviamo i bambini di Cassino, salviamo l’infanzia » i delegati scattano in piedi applaudendo lungamente e manifestando una convinta adesione al problema che è stato posto in modo così appassionato.
Un apprezzamento doveroso è rivolto, inoltre, alla persona di Estella, a ciò che rappresenta, alla sua autorevolezza. Non va dimenticato che Teresa Noce ha partecipato alla guerra di Spagna, successivamente internata in Francia e poi inviata in un campo di concentramento a Ravensburg, in Germania. Di ritorno, dopo essersi ristabilita, insieme a Daria Biffi, Dina Ermini e Maria Maddalena Rossi, organizza a Milano e a Torino, già nell’ottobre del 1945, il trasferimento dei bambini orfani e poveri verso le famiglie delle province di Mantova e di Reggio Emilia .
Togliatti alla conclusione dei lavori si fa carico dell’atmosfera instau-ratasi tra i presenti in seguito a ciò che hanno sentito e si esprime in termini chiaramente impegnativi e inequivocabili.
«Abbiamo visto con commozione come l’appello per aiutare i bambini di Cassino ha portato ad una gara fra le nostre organiz-zazioni allo scopo di mostrare a quei disgraziati figli del nostro popolo, vittime innocenti di una politica di tirannide, di violenza e sventure che intorno a loro è raccolta la parte migliore del popolo italiano. Sono raccolti operai ed intellettuali, uomini e donne che vivono di lavoro e che vogliono col loro sforzo rendere più leggera la sofferenza odierna del popolo e rinsaldare in una rinnovata coscienza di solidarietà nazionale i vincoli che uniscono tutti gli strati dei lavoratori » .
Con il V congresso s’inaugura una più attenta elaborazione politica sull’unità fra Nord e Sud. Già in quei giorni nelle borgate romane e nella provincia di Latina tanti bambini si stavano preparando per partire il 19 gennaio 1946 verso il Nord; nei mesi successivi altri bambini sarebbero partiti dal cassinate, dalle province di Rieti e de L’Aquila; l’anno dopo dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel 1950 verranno ospitati i figli degli imprigionati per la rivolta di San Severo e poi i ragazzi di Calabria appartenenti a famiglie alluvionate.
Togliatti in quel momento è , forse, l’unico ad avere letto e studiato tutti gli scritti di Antonio Gramsci e ad avere meglio assimilato cosa era stato il Risorgimento con il suo limitato consenso e la scarsa adesione delle masse popolari.
Il pensiero di Antonio Gramsci non è ancora ben conosciuto ed è proprio attraverso il particolare impegno di Togliatti che verrà studiato e approfondito, per affermarsi in Italia come il “traduttore politico” del socialismo scientifico. Non è un caso o una coincidenza se nei giorni del Congresso lungo i corridoi dell’Università sono esposti 12 dei suoi trentatrè quaderni scritti in carcere . E’ il capitale teorico e politico messo a disposizione degli Italiani, è la fonte alla quale si disseteranno ricercatori, analisti per capire la politica e l’Italia, ma rappresenta anche la stella polare attraverso la quale si svilupperà la politica del PCI.
L’aiuto ai bambini di Cassino, così come a quello delle popolazioni meridionali, non è solo un umano gesto di fraterna solidarietà, ma rappresenta lo snodo di una strategia tendente a creare dal basso una unità fra ceti sociali di regioni diverse.
Le indicazioni di Togliatti sono chiarissime, espresse da un dirigente di grande prestigio.
Ora bisogna coniugare il dire con il fare: il lavoro si sposta verso la periferia nelle federazioni, nelle sezioni, sul territorio, e il contatto con le masse di cittadini diventa sempre più capillare e decisivo.»

Infanzia salvata in treno verso il nord dìItaliaLucia Fabi e Angelino Loffredi, moglie e marito, hanno militato nel Pci. Angelino ne è stato dirigente provinciale fino al suo scoglimento. Eletto consigliere provinciale nelle liste comuniste per queste è stato anche sindaco di Ceccano, suo comune di nascita e di residenza.