La politica come impegno collettivo.

Unknown-1Prefazione di Piero Di Siena a Angelo Raffaele Ziccardi, La politica come impegno collettivo, Barile Editore, Irsina 2016.

E’ un bene che, finalmente, Angelo Ziccardi abbia deciso di mettere nero su bianco il racconto della sua lunga esperienza di militante del Partito comunista italiano, di dirigente sindacale e politico, di uomo delle istituzioni democratiche in Basilicata e a livello nazionale. Per la sobrietà con cui in queste pagine ricostruisce le tappe che hanno segnato la sua esperienza politica, senza indulgere a quell’”autobiografismo” cui quasi inevitabilmente la memorialistica spesso è costretta a cedere, egli ci offre non solo una testimonianza di vita ma lo spaccato di una grande esperienza collettiva realizzatasi all’indomani del secondo dopoguerra nelle pieghe più profonde della società italiana. Si tratta della costruzione di quella democrazia organizzata, innervata dalla consapevole costruzione di corpi intermedi (non solo partiti, ma sindacati, associazioni, forme embrionali di democrazia economica quali la cooperazione e la mutualità diffusa) che ha caratterizzato la vita della prima fase della Repubblica sino al fallimento del “compromesso storico” e all’assassinio di Aldo Moro. Continua a leggere “La politica come impegno collettivo.”

Ciofi parla «del Governo della città. L’esperienza delle “giunte rosse ” per un’altra idea di Roma»

Paolo Ciofi, intervistato da Alexander Höbel, Ricercatore e da Luca Tarantelli, Presidente dell’Associazione Prisma Memoria Storia e Dialogo parla del suo libro «Del governo della città. L’esperienza delle “giunte rosse ” per un’altra idea di Roma». E’ un importante contributo alle valutazioni per il voto amministrativo della Capitale fissato per il successivo 5 giugno.

L’intervista condotta da Alexander Höbel, si è svolta presso Teleambiente

Del governo della città | L’esperienza delle “giunte rosse” per un’altra idea di Roma

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Il volume raccoglie scritti, interventi e discorsi di Paolo Ciofi sul tema di Roma e della sua doppia crisi, come grande metropoli europea e come capitale dello Stato unitario. Una traiettoria di cui la vicenda di mafia capitale è il punto più basso e vergognoso, ma non un destino inevitabile.

Per cambiare Roma, annota l’autore nell’introduzione significativamente intitolata “Ribellarsi è necessario ma non basta”, c’è una storia dimenticata della quale riappropriarsi, da studiare e rielaborare con gli occhi bene aperti sulle contraddizioni esplosive del presente. È la storia delle «giunte rosse» guidate dai sindaci comunisti Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli e Ugo Vetere nel decennio 1975-1985, che indicarono e percorsero un’altra strada dopo il «sacco di Roma».
Priorità ai bisogni sociali nella metropoli devastata dagli interessi della rendita immobiliare e del profitto; analisi attenta della realtà in movimento; strategia del cambiamento orientata a fare di Roma una moderna capitale, centro di cultura e dell’innovazione tecnico-scientifica,
che ne inveri la vocazione universale secondo i principi costituzionali di uguaglianza, di libertà e di pace. Lungo questi tre assi Ciofi ripercorre i passaggi più significativi di una straordinaria esperienza di governo, dalla quale non si può prescindere per aprire oggi un nuovo orizzonte. E non manca di sottolineare come in proposito, con la mozione presentata alla Camera dei deputati, sia stato decisivo il contributo di Enrico Berlinguer.
Sono pagine che allargando lo sguardo sulle trasformazioni economiche, sociali e culturali intervenute nel decennio successivo 1985-95, e poi sul fallimento clamoroso del tanto decantato «modello Roma» che ha aperto le porte alla gestione di Gianni Alemanno, vertice insuperato del clientelismo e del malgoverno, ci conducono fino alla realtà dei nostri giorni. Una realtà dura e difficile da affrontare che non è piovuta dal cielo, e che secondo l’autore a certe condizioni può essere cambiata.

Togliatti rivoluzionario e costituente

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In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti, e in un momento nel quale da piu? parti la Costituzione della Repubblica italiana viene posta in discussione, abbiamo ritenuto opportuno raccogliere in volume le relazioni di Gianpasquale Santomassimo, Gianni Ferrara e Paolo Ciofi al convegno organizzato a Roma l’8 novembre 2013 da Futura Umanita? – Associazione per la storia e la memoria del Pci sul tema “Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro”, della quale il segretario del Partito comunista italiano e? stato uno dei principali ideatori ed estensori. In appendice il testo integrale del promemoria di Togliatti sulle questioni del movimento operaio internazionale, passato alla storia come Memoriale di Yalta, redatto dal capo e fondatore del Pci poche ore prima del malore che lo colse nel campo di Artek in Crimea, e che lo porto? alla morte il 21 agosto 1964.

Paolo Ciofi, saggista e politico, è presidente di Futura Umanità – Associazione per la storia e la memoria del Pci;

Gianni Ferrara, costituzionalista, è professore emerito di diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma;

Gianpasquale Santomassimo, storico, ha insegnato nelle Università di Trieste e di Siena. È membro della Direzione della rivista Passato e presente.
INDICE

7 TOGLIATTI VERSO LA COSTITUZIONE – Gianpasquale Santomassimo

17 IL COSTITUENTE – Gianni Ferrara

20 Togliatti nella Prima Sottocommissione

41 Togliatti nella Commissione dei 75

46 Togliatti nell’Assemblea

48 A mo’ di conclusione

59 LA COSTITUZIONE VIA DEL SOCIALISMO – Paolo Ciofi

75 MEMORIALE DI YALTA

Interviste a Gianni Ferrara e Paolo Ciofi in occasione della presentazione del loro libro su Togliatti a 50 anni dalla morte del dirigente del PCI.

Interviste di Jacopo Venier, Riprese di Roberto Pietrucci, Montaggio di Simone Bucci

Enrico Berlinguer. Un’altra idea del mondo. Antologia 1969 -1984. Paolo Ciofi, Guido Liguori. Editori Riuniti 2014

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 Enrico Berlinguer torna d’attualità, oggi, perchè voleva cambiare il mondo. E il valore della sua ricerca e della sua azione è tanto più rilevante perché nel cuore dell’Occidente capitalistico ha posto la questione della costruzione di una civiltà più avanzata, oltre il capitalismo, in cui il socialismo si coniughi con la democrazia e l’uguaglianza con la libertà. Ora viviamo in un’altra epoca, ma i propblemi di quel mondo che Berlinguer con la sua lotta voleva cambiare restano. Anzi, per molti versi si sono aggravati. Questa antologia offre i maggiori testi (relazioni, articoli, discorsi, interviste) di Berlinguer nel lungo periodo (1969-1984) in cui si trovò alla guida del Partito comunista italiano.

Ripercorrendo attraverso la loro lettura il suo non facile cammino alla guida del Pci in un periodo tra i più drammatici e difficili della nostra storia nazionale, si comprende come chiunque voglia misurarsi in Italia e in Europa con il compito, impervio ma necessario, di cambiare la società, da Berlinguer non possa prescindere. E da lui dovrà riprendere il cammino.
Berlinguer era un rivoluzionario, un combattente che non ha mai detto: «Arrendiamoci, non c’è nulla da fare, non ha senso parlare di rivoluzione».
Intervista a Paolo Ciofi e Guido Liguori, presidente e vicepresidente di Futura Umanità. Interviste e riprese di Roberto Pietrucci; montaggio di Simone Bucci

Berlinguer rivoluzionario di Guido Liguori, Carocci Editore 2014

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Recensione del libro a cura di Michele Prospero

Forse già il titolo del libro di Guido Liguori (Berlinguer rivoluzionario, Carocci) è in esplicita polemica contro le correnti celebrazioni ageografiche di Berlinguer. Ridotto a icona pop, su cui può pontificare Jovanotti, a critico della casta, su cui possono convergere Grillo e Casaleggio, a ispiratore di un governo dei tecnici, su cui può ricamare Scalfari, a una brava persona, su cui tutti possono convenire senza lesinare negli apprezzamenti, il leader comunista perde ogni peculiare tratto distintivo.

Le immagini edificanti di oggi, nascondono il volto vero di Berlinguer, che Liguori dipinge come un comunista democratico, protagonista, con il suo realismo politico rivoluzionario, della storia della repubblica. E su questo profilo è giusto insistere, anche perché è innegabile, nei toni santificanti di oggi, la rimozione totale del legame tra Berlinguer e la vicenda storica del comunismo nell’Italia repubblicana e nella scena mondiale. Come si fa a tagliare da Berlinguer la sua mai rinnegata fedeltà ai principi, il suo richiamo a Lenin e persino al centralismo democratico, il suo attaccamento alla classe operaia animata da una vitale spinta anticapitalista, il suo impegno per un superamento graduale del sistema dello sfruttamento?

E’ un Berlinguer biondo quello che viene venduto dagli apologeti di oggi, che spacciano un santino innocuo che tutti possono amare. Il ragazzo scuro che, poco più che ventenne, entrò nel mitico comitato centrale, e mise piede nella aristocratica direzione di quella enigmatica chiesa rossa che era il Pci, era altra cosa, un politico che concedeva in modo totale la propria vita per una causa di trasformazione. Ad una politica concepita in questo modo, ossia come una scelta integrale per cambiare il mondo e la vita, era connessa la dimensione teorica (ma anche quella dell’estremo sacrificio personale in un palco di Padova) come un aspetto essenziale.
Per questo Liguori sceglie di interpretare “il pensiero politico” di Berlinguer. Non per iscriverlo alla storia delle dottrine, ma perché un prestigioso leader comunista era inconcepibile senza un solido pensiero politico. La strategia politica implicava il supporto di una analisi complessa, l’uso di riferimenti testuali ai classici, con citazioni ben calibrate a seconda delle esigenze del momento, una attenta elaborazione storico-sociale, una dimestichezza con le relazioni internazionali. Un capo politico era anche un raffinato intellettuale.
La leadership di Berlinguer ha avuto due distinte fasi (la consueta dizione “due Berlinguer” è però eccessiva non essendoci una cesura, ma una diversa mescolanza di elementi eterogenei, il politico e il sociale, che sussistono, anche se in proporzioni alterate, in entrambi i momenti). La prima si misura con il consolidamento democratico, con la crisi economica e i governi di solidarietà nazionale, con la maturazione di un processo di legittimazione come forza di governo. Su questa fase storico-politica, Liguori coltiva qualche dubbio. Ne rimarca i ritardi di elaborazione, ne evidenzia i segni di moderatismo (concetto però un po’ troppo severo per dirigenti come Amendola, Macaluso o Lama che spingevano sì verso un’ottica di governo ma che erano, al pari di Ingrao o di Tortorella, pur sempre dentro la tradizione della comune sintesi togliattiana), ne evidenzia la rottura sentimentale con parti rilevanti delle nuove generazioni.
L’opinione di Liguori è che i limiti della cultura del compromesso storico rinviino alla ostilità verso il nuovo biennio rosso scoppiato con il ’68, e alla persistenza di uno schematismo d’ascendenza togliattiana troppo incentrato sui partiti, le istituzioni e gli attori politici. A questa stagione di politicismo chiuso ai movimenti, l’autore preferisce i primi anni ’80, che videro un Berlinguer con “l’artiglio dell’opposizione” ritrovare quella connessione simpatetica con le masse che gli anni della solidarietà nazionale avevano alquanto incrinato.
L’elemento di verità di questa considerazione di Liguori è che in effetti il Berlinguer di lotta e di movimento percepì il ritorno del calore sempre rassicurante di una sintonia con la base. Però un elemento di riflessione va sollevato. Liguori è molto critico con la gestione della solidarietà nazionale e ricorda che nel 1979, scendendo il Pci dal 34,4 al 30,4, “gli elettori la bocciarono clamorosamente”. Un Pci che cedeva terreno all’astensione e in parte ai radicali, e restava comunque ampiamente sopra il 30 per cento (e che stoppava il già competitivo Psi craxiano, bloccato al 9,8), per certi versi incassava un risultato miracoloso.
Quando un partito ritenuto antisistema si incammina con una grande coalizione verso la necessaria legittimazione in una democrazia sbloccata, con un contingente e preventivato sacrificio di forze vissuto come fase preliminare alla conquista del suo ruolo egemonico che lo candida quale polo di una alternativa di governo, non può permettersi di fermarsi in un limbo indefinito. Non può rompere un’esperienza ardua (una volta deliberata e in nome della stabilità di governo come valore in sé: proprio in questo Berlinguer innovò rispetto alla tradizione comunista occidentale) senza aver prima ottenuto la posta in gioco di una politica costosa e anche molto impopolare: l’ingresso a pieno titolo nel governo.
La rottura della solidarietà nazionale, senza la piena legittimazione del Pci, segnò la fine della prima repubblica, perché favorì la genesi del regime stagnante e regressivo del pentapartito. Rimane vero quello che dice Liguori, e cioè che l’iniziativa di massa e le grandi mobilitazioni operaie restituirono credito al Pci e regalarono una simpatia enorme al suo leader che, spesso in minoranza negli organismi dirigenti, aveva imboccato “una strada solitaria”. Però, con le oscillazioni tra il governo “degli uomini capaci”, le nuove sensibilità rosso-verdi e le simpatie per i guerriglieri e sacerdoti del Guatemala, il Pci si aggrappava ad una zolla di accanita resistenza e viveva un appannamento strategico. Il ripartire dal sociale per “la riconquista della classe”, scelta quasi inevitabile dopo la rottura brusca del 1979, era anche un segno di difficoltà teorica (good bye Lenin?).
Quella “politica sempre più per issues”, che Liguori presenta come un momento di innovazione positiva, in realtà era anche il segnale ineludibile di una mentalità “post-materialista” diffusa ormai in tutto l’Occidente che enfatizzava con il lessico dei diritti una usura della identità comunista o anche socialdemocratica. Politiche per i diritti civili (per le coppie di fatto, per la nuova sessualità, per l’ambiente) sono cruciali ma non sono di per sé peculiari aspetti o esclusivi ingredienti di una prospettiva comunista: mentre la liberazione della classe operaia sì che lo è. Non è comunque vero quello che oggi si afferma, e cioè che il Pci morì con i funerali di Berlinguer.
Non si trattava di un partito leaderistico, rammenta Liguori. E quindi neanche la scomparsa di un capo carismatico ne spiega il decesso. Il Pci morì quando il suo splendido edificio barocco, con gerarchie di papi, cardinali, vescovi, preti, credenti non seppe trovare il successore adeguato. Affidando il comando a Occhetto, sedotto proprio dalla sua politica per issues (carovane, club, legge elettorale, referendum sulle preferenze e sul finanziamento pubblico, rimozione di Togliatti etc.), il gruppo dirigente del Pci non aveva saputo scegliere l’erede con la cultura giusta, e quindi con i secondi funerali di Togliatti aveva chiuso davvero la bottega oscura.