Antonio Gramsci, il giornalista militante e gli anni torinesi

Di Guido Liguori

Pubblichiamo la recensione di Guido Liguori, apparsa il 27 aprile su “il manifesto”, in merito al volume di scritti gramsciani dell’anno “1918”, curato da Leonardo Rapone e Maria Luisa Righi, uscito nell’ambito della “Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci”.

«La libertà economica si dimostrò subito dottrina di classe: gli strumenti di produzione, pur circolando, rimasero proprietà di una minoranza sociale; il capitalismo fu anch’esso un privilegio di pochi, che tendono a diventar sempre più pochi, accentrando la ricchezza per sottrarsi cosi alla concorrenza col monopolio. La maggioranza dei diseredati cerca allora nell’associazione il mezzo di resistenza e di difesa dei propri interessi. Le libertà, concepite solo per l’individuo capitalista, devono estendersi a tutti… Le associazioni proletarie educano gli individui a trovare nella solidarietà il maggiore sviluppo del proprio io». Il brano è tratto da un articolo gramsciano del 9 marzo 1918, che testimonia di alcuni dei motivi più originali presenti nel Gramsci degli anni torinesi: un’idea di libertà nella solidarietà che viene posta alla base dell’alternativa socialista a un capitalismo che aveva tradito anche le sue stesse premesse e promesse liberali. L’articolo si intitola Individualismo e collettivismo, ed è ora riproposto nel nuovo volume pubblicato nell’ambito dell’«Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci», dedicato agli scritti del 1918: Scritti (1910-1926), vol. 3: 1918, a cura di Leonardo Rapone e Maria Luisa Righi (Istituto della Enciclopedia italiana, 2024, pp. 1004, euro 70).

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Ghirlanda fiorentina

Di Gianpasquale Santomassimo

Alla luce delle rinnovate polemiche sull’azione partigiana che portò alla morte di Giovanni Gentile e all’attuale apologia del filosofo compromesso col fascismo (compreso quello particolarmente efferato della Repubblica di Salò), riproponiamo un articolo dello storico Gianpasquale Santomassimo pubblicato sul “Manifesto” l’11 maggio 2014 (“Omicidio Gentile, cinque obiezioni“), che costituisce un’ottima messa a punto sulla vicenda.

È singolare che di fronte a un omicidio politico apertamente e quasi orgogliosamente rivendicato dai comunisti siano sorti tanti dubbi e ipotesi stravaganti. Si parla dell’uccisione di Giovanni Gentile, eseguita da un comando dei GAP il 15 aprile 1944. Aveva cominciato Luciano Canfora nel 1985 (La sentenza, edizioni Sellerio), che però era partito da un problema reale: l’aggiunta finale di Girolamo Li Causi a un articolo di condanna di Gentile scritto da Concetto Marchesi e che poteva suonare appunto come una sentenza di morte. Poi si sono aggiunti nel tempo testi di vari autori che hanno finito per dar vita a un cospicuo filone di letteratura complottistica.

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Il socialista che non trovò mai il socialismo

La bella politica di una generazione che non c’è più

Di Giovanni Princigalli1

Nel 1964, esattamente 60 anni fa, nasceva il Partito Socialista di Unità Proletaria, il PSIUP. Fu fondato dalle due principali correnti della sinistra del PSI: quella morandiana guidata da Tullio Vecchietti e quella più piccola capeggiata da Lelio Basso. La prima era d’ispirazione marxista-leninista, la seconda s’ispirava al marxismo rivoluzionario e libertario di Rosa Luxemburg.

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Squarcio rosso

Di Lelio La Porta

Pubblichiamo la recensione di Lelio La Porta del testo “Squarcio rosso. Berlinguer, Craxi e la sinistra in pezzi”, di Giampiero Calapà (Ed. Bordeaux, 2023), la cui versione ridotta è stata pubblicata su “Il Manifesto” il 3 aprile scorso (l’articolo in questione reperibile alla seguente pagina web)

Enrico Berlinguer, del quale in questo anno ricorre il quarantesimo anniversario della morte (11 giugno 1984), fu eletto segretario del Pci al termine del XIII Congresso nel 1972 e rimase in carica fino al momento della sua drammatica scomparsa. Bettino Craxi fu nominato segretario del Psi nel luglio del 1976 dal Comitato Centrale del partito riunitosi all’Hotel Midas di Roma in seduta straordinaria in seguito all’esito in realtà non proprio esaltante delle elezioni politiche svoltesi il mese prima che avevano, al contrario, registrato un’avanzata impetuosa dei comunisti. Rimase in carica fino al 1993 e fra il 1983 e il 1987 fu Presidente del Consiglio dei Ministri. Il “duello” al quale i due diedero vita fra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta del secolo scorso viene ripercorso da Giampiero Calapà (Squarcio rosso. Berlinguer, Craxi e la sinistra in pezzi, prefazione di Gianluca Fiocco, Bordeaux, Roma 2023, pp. 206, €. 16,00).

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UN ANNO FA CI LASCIAVA IL NOSTRO CARISSIMO PAOLO

In vista dell’anniversario della scomparsa di Paolo Ciofi, il Comitato Direttivo di Futura Umanità, associazione fondata proprio da Ciofi alcuni anni or sono, ha deciso di organizzare, per il prossimo autunno, un convegno che ne ricordi in modo adeguato tutto l’insieme delle sue attività di dirigente politico, di intellettuale, di organizzatore di cultura, di economista, di amministratore, insomma di persona impegnata sui vari fronti delle vita pubblica nel nostro paese. In un momento storico così gravido di pericoli come quello in cui stiamo vivendo questa iniziativa ci sembra particolarmente importante e significativa. Essa infatti rimanda anzitutto a una concezione alta della politica, intesa come attività nobile, diretta alla emancipazione e alla liberazione delle persone, a qualunque nazionalità o sesso appartengano, senza discriminazioni e senza confini, ma proprio in quanto persone inserite in società ancora attraversate da differenze di classe, di origine etnica, di genere. In questo contesto Ciofi ha sempre proposto e valorizzato l’esperienza del socialismo italiano, o meglio del comunismo, visto nella sua linea di sviluppo storico, da Gramsci a Togliatti fino a Berlinguer, senza escludere oviamente personaggi come Luigi Longo, Natta o Nilde Iotti. Da qui discendeva il giudizio negativo sulla cosidetta “svolta” promossa da Occhetto per sciogliere il Pci, fatto che ha privato l’Italia di una vera sinistra democratica, pacifista, antifascista, popolare e di massa, legata alla classe operaia e al mondo del lavoro in genere. Da qui  la conseguente necesità di promuovere non il ricordo in senso nostalgico del termine, ma lo studio e la riflessione su quello che veramente è stato il Partito Comunista Italiano, cercando di recuperare la parte più significativa ed attuale del messaggio e della cultura politica dei comunisti italiani stessi. Tra tutti questi temi certamente spiccano quelli della pace e del disarmo, argomenti sui quali in particolare Berlinguer, ma non solo lui tra i dirigenti comunisti, si è cimentato coerentemente a lungo e in molti modi, dalla promozione di grandi manifestazioni di massa contro varie forme di riarmo fino a diverse concrete proposte per eliminare, o almeno cominciare a eliminare, le armi atomiche, per arrivare finalmente a cancellare la guerra dalla faccia di questo nostro martoriato pianeta. Ciofi ha raccolto molto di questa eredità, che solo in parte io ho ricordato, per farne oggetto non solo di analisi, ma anche di lotta politica attuale, nella convinzione che senza storia e senza memoria, criticamente assunte, sfugge anche il significato del presente, la cui comprensione è decisiva per poterlo cambiare nel senso della democrazia e del socialismo, obiettivi che mantengono intattti la loro attualità di fronte all’evidente e sempre più drammatico fallimento del capitalismo. Il convegno, al quale parteciperanno tra gli  altri  personaggi come Alessandro Hobel, Vladimiro Giacchè, Sandro Morelli e Michele Prospero, tratterà dei temi sopra menzionati e ovviamente anche di molto altro, perchè c’è ancora un grande bisogno delle idee e delle proposte che Ciofi ha cercato di far vivere: un “altro” socialismo, un socialismo sempre più necessario se non vogliamo che prevalga la barbarie della guerra, della sopraffazione, della catastrofe ambientale.

Corrado Morgia