I bambini di Cassino al V congresso del Pci

Lucia Fabi e Angelino Loffredi sono impegnati da tempo a non far disperdere la memoria dei fatti del territorio e della società in cui operano, Ceccano e la provincia di Frosinone. Partendo da fatti e accadimenti anche emotivi a loro vicini ricostruiscono un periodo, un pezzo di storia. “L’infanzia salvata. Nord e sud un cuore solo” appartiene a questa collana d’impegno. E’ il racconto di come 3448 bambini di ciociaria reclutati in 49 comuni di questa provincia disatrata dalla guerra vengono inviati al nord ospiti della solidarietà e della generosità di famiglie di lavoratori che li ricevono nelle loro case, li sfamano e li rivestono, li mandano a scuola e hanno cura della loro fede religiosa. Questo avviene perchè lo vuole e lo decide il Pci come qui viene narrato descrivendo tratti del dibattito che si svolge nel V Congresso di questo partito.

«Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 dicembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931, alla vigilia della presa del potere di Hitler, a Colonia, in Germania . I delegati presenti sono 1800, un numero elevatissimo. E’ la prima volta che tanti comunisti si ritrovano a discutere insieme in un clima di libertà. Lo fanno a soli sette mesi dalla fine della guerra inaugurando così la stagione dei congressi, non solo del partito comunista, ma anche di tutti gli altri partiti. Qualche settimana prima Alcide De Gasperi è diventato primo ministro di un governo di unità nazionale di cui anche i comunisti fanno parte. (…)

Delegati al V Congresso del Pci
Delegati al V Congresso del Pci

Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene Raul Silvestri , uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone .
Silvestri aveva fatto parte della Resistenza nella zona di Ripi, aveva stampato e diffuso un giornaletto titolato “Avanguardia” e si era distinto per atti di sabotaggio lungo la via Casilina per rallentare il transito dei camion tedeschi diretti a Cassino.
Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la

sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca

Bimbi partono da Ceccano
Bimbi partono da Ceccano

i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti parla del Sud, della miseria, dell’ unità.
Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud. Lo fa pensando alle spinte indipendentiste portate avanti nella sua regione dall’ esercito volontari indipendenza Sicilia, al quale il bandito Giuliano ha aderito assumendo il grado di colonnello. Il 1945, infatti, è un anno durante il quale frequenti sono gli scontri a fuoco fra carabinieri e banditi-indipendentisti, tutti raccordati con Andrea Finocchiaro Aprile e tendenti ad ipotizzare la Sicilia come 49° Stato degli Stati Uniti.
L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediatamen-te si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona.
Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità.
In seguito a questo clima solidale,” l’Unità” del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno. L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni.
Ne fanno parte Teresa Noce ( Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone.

Altri bimbi della provincia di Frosinone partono per il nord
Altri bimbi della provincia di Frosinone partono per il nord


Il giorno dopo a Cassino la delegazione arriva con una autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare pacchi viveri, medicinali, chinino, 100.000 lire, e davanti al sindaco della città, Gaetano Di Biasio, e a tante mamme, in un’atmosfera di commosso e incredulo silenzio, la delegazione prende l’impegno di far ospitare i bambini della zona da famiglie del Nord e di inviare ogni mese 150 pacchi. Immediatamente tutti i presenti incominciano a mostrare interesse e chiedono precisazioni per le procedure da attuare.
In serata la delegazione ritorna a Roma e quando i lavori congressuali stanno per terminare Teresa Noce sale sulla tribuna e descrive la desolazione incontrata. Parla emozionata e commuove tutti i presenti: «Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre e dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani e ragazzi.
Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riuscire-mo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali e di chi-nino per vincere la malaria” e quando, forte, si alza l’urlo “Salviamo i bambini di Cassino, salviamo l’infanzia » i delegati scattano in piedi applaudendo lungamente e manifestando una convinta adesione al problema che è stato posto in modo così appassionato.
Un apprezzamento doveroso è rivolto, inoltre, alla persona di Estella, a ciò che rappresenta, alla sua autorevolezza. Non va dimenticato che Teresa Noce ha partecipato alla guerra di Spagna, successivamente internata in Francia e poi inviata in un campo di concentramento a Ravensburg, in Germania. Di ritorno, dopo essersi ristabilita, insieme a Daria Biffi, Dina Ermini e Maria Maddalena Rossi, organizza a Milano e a Torino, già nell’ottobre del 1945, il trasferimento dei bambini orfani e poveri verso le famiglie delle province di Mantova e di Reggio Emilia .
Togliatti alla conclusione dei lavori si fa carico dell’atmosfera instau-ratasi tra i presenti in seguito a ciò che hanno sentito e si esprime in termini chiaramente impegnativi e inequivocabili.
«Abbiamo visto con commozione come l’appello per aiutare i bambini di Cassino ha portato ad una gara fra le nostre organiz-zazioni allo scopo di mostrare a quei disgraziati figli del nostro popolo, vittime innocenti di una politica di tirannide, di violenza e sventure che intorno a loro è raccolta la parte migliore del popolo italiano. Sono raccolti operai ed intellettuali, uomini e donne che vivono di lavoro e che vogliono col loro sforzo rendere più leggera la sofferenza odierna del popolo e rinsaldare in una rinnovata coscienza di solidarietà nazionale i vincoli che uniscono tutti gli strati dei lavoratori » .
Con il V congresso s’inaugura una più attenta elaborazione politica sull’unità fra Nord e Sud. Già in quei giorni nelle borgate romane e nella provincia di Latina tanti bambini si stavano preparando per partire il 19 gennaio 1946 verso il Nord; nei mesi successivi altri bambini sarebbero partiti dal cassinate, dalle province di Rieti e de L’Aquila; l’anno dopo dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel 1950 verranno ospitati i figli degli imprigionati per la rivolta di San Severo e poi i ragazzi di Calabria appartenenti a famiglie alluvionate.
Togliatti in quel momento è , forse, l’unico ad avere letto e studiato tutti gli scritti di Antonio Gramsci e ad avere meglio assimilato cosa era stato il Risorgimento con il suo limitato consenso e la scarsa adesione delle masse popolari.
Il pensiero di Antonio Gramsci non è ancora ben conosciuto ed è proprio attraverso il particolare impegno di Togliatti che verrà studiato e approfondito, per affermarsi in Italia come il “traduttore politico” del socialismo scientifico. Non è un caso o una coincidenza se nei giorni del Congresso lungo i corridoi dell’Università sono esposti 12 dei suoi trentatrè quaderni scritti in carcere . E’ il capitale teorico e politico messo a disposizione degli Italiani, è la fonte alla quale si disseteranno ricercatori, analisti per capire la politica e l’Italia, ma rappresenta anche la stella polare attraverso la quale si svilupperà la politica del PCI.
L’aiuto ai bambini di Cassino, così come a quello delle popolazioni meridionali, non è solo un umano gesto di fraterna solidarietà, ma rappresenta lo snodo di una strategia tendente a creare dal basso una unità fra ceti sociali di regioni diverse.
Le indicazioni di Togliatti sono chiarissime, espresse da un dirigente di grande prestigio.
Ora bisogna coniugare il dire con il fare: il lavoro si sposta verso la periferia nelle federazioni, nelle sezioni, sul territorio, e il contatto con le masse di cittadini diventa sempre più capillare e decisivo.»

Infanzia salvata in treno verso il nord dìItaliaLucia Fabi e Angelino Loffredi, moglie e marito, hanno militato nel Pci. Angelino ne è stato dirigente provinciale fino al suo scoglimento. Eletto consigliere provinciale nelle liste comuniste per queste è stato anche sindaco di Ceccano, suo comune di nascita e di residenza.

Per una “mnemoteca” del Pci

Articolo di  Gennaro Lopez

“Per noi tutti esiste una ‘zona crepuscolare’ fra storia e memoria; fra il passato come archivio generale aperto a un’indagine relativamente spassionata e il passato come parte o sfondo dei propri ricordi personali […]. L’estensione di questa zona può variare e così l’oscurità e la confusa percezione che la caratterizzano. Ma questa ‘terra di nessuno’ temporale c’è sempre ed è la parte della storia di gran lunga più difficile da afferrare, per gli storici e per chiunque.” (E.J. Hobsbawm, Anni interessanti, Rizzoli, Milano 2002).     

Mi veniva in mente questa riflessione di Hobsbawm mentre pensavo a quella ‘terra di nessuno’ che, per quanti hanno vissuto la militanza nel Pci, consiste nel ricordo di esperienze, episodi, momenti e abitudini di “vita di partito”, che possono rappresentare altrettante tessere di un mosaico capace di restituirci immagine e senso di un partito politico, di massa, che aveva un suo agire quotidiano, talvolta mitizzato oppure fatto oggetto di rappresentazioni caricaturali (il “partito-chiesa” e altre amenità, via via scendendo fino alle… salsicce delle Feste de l’Unità). Un partito che ha vissuto settant’anni (e quali anni!) della vicenda politica e sociale dell’Italia novecentesca, ha ovviamente conosciuto trasformazioni anche molto sensibili del suo modo d’essere, della sua vita interna, ma questo è un tipo di indagine che va lasciato al lavoro degli storici, i quali, peraltro, già si sono misurati con questo compito (in proposito, per una prima, provvisoria documentazione, si può consultare la nota bibliografica inserita in calce a questo scritto). Va detto, peraltro, che esiste pure un rapporto, una relazione tra storia e memoria, un rapporto che offre il suo lato migliore quando lo si misura su un oggetto, su un contesto specifico. In ogni caso, l’obiettivo che qui proponiamo sta in un’operazione di recupero consapevole di memoria individuale e collettiva: anche in tempi di cancellazione massmediologica del passato, questo recupero è comunque un presupposto indispensabile per dare senso e direzione all’iniziativa di Futura Umanità. Scrive Gabriel Garcia Marquez in Funerali di TogliattiVivere per raccontarla: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”; proprio questo tipo di memoria, in relazione a ciò che fu il Pci nella sua “quotidianità”, intendiamo contribuire a recuperare. A puro titolo esemplificativo, elenco alcuni possibili “temi” su cui sarebbe utile praticare “esercizi di memoria”: 1. Come viveva il proprio compito un segretario di sezione? Ma anche: che cosa rappresentava, agli occhi di un iscritto, il segretario di sezione? 2. Quale è stata la valenza sociale e culturale, oltre che politica, delle “Case del popolo”? 3. Quale considerazione si aveva del giornale di partito, l’Unità; come (con quale reale coinvolgimento di compagne e compagni) ne veniva organizzata la diffusione? 4. Quale ricordo si ha della “Feste dell’Unità”? rappresentavano un momento di socializzazione e in quali termini? 5. Come veniva organizzato il tesseramento? 6. Come veniva organizzata (con quale distribuzione di compiti) una campagna elettorale? 7. Come si svolgeva la discussione nelle riunioni dei comitati direttivi e delle segreterie? 8. Come venivano organizzate le assemblee e come vi si svolgeva la discussione? 9. Come veniva organizzato il congresso di sezione e quale effettivo peso esso aveva nella scelta del gruppo dirigente della sezione? 10. Quale ricordo si ha dei rapporti tra sezione e altre istanze del partito (Federazione, Regionale …)?

   Ribadisco: i dieci punti qui sopra elencati non intendono essere affatto esaustivi, altri se ne possono aggiungere, sulla base di ciò che la memoria di ciascuno di noi è in grado di suggerire. Come è evidente, abbiamo bisogno di raccogliere testimonianze e documenti; per farlo, ci serve il contributo di tutti: anche una minima, breve testimonianza, anche un documento apparentemente insignificante possono rappresentare un “tassello” utile a comporre il mosaico.

Vogliamo coltivare l’ambizione di costruire un vero e proprio progetto di “memoria collettiva”, un progetto, ospitato da questo sito, che chiameremo “Mnemoteca del Pci”.

Di che cosa si tratta?
– di un luogo aperto (meglio: una pagina aperta) in cui ognuno e ognuna, grazie alle storie di altri, potrà ritrovare una parte di sé;
– della raccolta di testimonianze, documenti, narrazioni per il recupero e la valorizzazione dell’esperienza, soprattutto sociale e umana, rappresentata dalla “vita quotidiana del Pci”.
Il valore aggiunto della “mnemoteca”, rispetto ad un qualsiasi archivio storico, sta nella sua funzione, non immediatamente riconducibile ad ambiti di ricerca né solo di “conservazione” e/o archiviazione. L’obiettivo fondamentale sta nel “fare memoria”: non per nostalgia né per autocelebrazione. Fare memoria significa dar valore alle persone, alla loro soggettività che si fa storia collettiva: non storia “minore”, ma storia vissuta.

Proposte bibliografiche (in ordine cronologico, a partire dal titolo più recente).
– Fabio Calè, Popolo in festa. 60 anni di feste de l’Unità, Donzelli 2011.
– Eva Paola Amendola, Storia fotografica del Pci, Editori Riuniti 2005.
– Diego Novelli, Com’era bello il mio Pci, Melampo 2002.
– Stefania Franchi, Tango e il Pci. Comunisti e satira nell’Italia del dopoguerra, Rubbettino 2000.
– Edoardo Novelli, C’era una volta il Pci, Editori Riuniti 2000.
– Massimo Ilardi – Aris Accornero, Il Pci. Struttura e storia dell’organizzazione, Feltrinelli 1981.
– Storia fotografica del Pci, Editori Riuniti 1981.
– Giuseppe Are, Radiografia di un partito. Il Pci negli anni Settanta, Rizzoli 1980.
– Giorgio Colorni, Storie comuniste. Passato e presente di una sezione comunista attraverso la vita dei suoi militanti, Feltrinelli 1979.
– Giancarlo Poggi, L’organizzazione partitica del Pci e della Dc, Il Mulino 1978.
– John Fraser, L’intellettuale amministrativo nella politica del Pci, Liguori 1977.
– Marcello Flores d’Arcais (a cura di), Il quaderno dell’attivista, Mazzotta 1976.
– Cesare Pillon, I comunisti nella storia d’Italia, Teti 1970.

Il Pci e il sindacato: la storia non si ripete

Articolo di Guido Liguori – Sull’Unità del 20 maggio 2013

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Emanuele Macaluso

Emanuele Macaluso ha criticato la manifestazione della Fiom di due giorni prima. Questo, conoscendo Macaluso, non sorprende. L’articolo in questione è interessante soprattutto per un altro motivo: come spesso gli capita, l’ex dirigente del Pci fa numerosi riferimenti alla storia di quello che per tanti decenni è stato il suo partito. Ed è questo aspetto che più attira l’attenzione, ma anche che lascia maggiormente perplessi.

Scrive Macaluso, a proposito delle polemiche sulla “non partecipazione” di Epifani o di altri dirigenti del Pd alla giornata di lotta del 18: «Negli anni della guerra fredda e dell’opposizione dura della sinistra ai governi centristi, Togliatti, Nenni, Longo, De Martino, Amendola e Lombardi non partecipavano alle manifestazioni della Cgil o della Fiom. E non vi partecipava Berlinguer. Nel corso dello scontro durissimo sul decreto della scala mobile (1984), quando la Cgil fece la grande manifestazione di piazza San Giovanni, Berlinguer – come testimonia la famosa foto con Enrico che espone l’Unità con il grande titolo “Eccoci”… – era con i cittadini che assistevano alla sfilata del corteo sindacale…».
Su questi frammenti di “memoria storica comunista” vorrei avanzare alcune osservazioni critiche. La prima è di metodo. Troppo di frequente capita di leggere affermazioni – di ex-dirigenti, intellettuali o semplici militanti, sui giornali e ancor più sul web – che tendono a giustificare o condannare qualche azione presente alla luce degli esempi del passato. È operazione rischiosa. Perché la “contingenza” storico-politica è sempre determinata da moltissime varianti, da moltissimi fattori, per cui un momento è in realtà sempre diverso da un altro, solo apparentemente uguale. E dunque in ogni momento storico bisogna cercare di distinguere le “costanti” (che però si riferiscono per lo più ai rapporti tra le forze sociali) dalle variabili, dai «rapporti di forza» politici, per richiamare una espressione di Gramsci.

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Il quale per questo parlava di «filologia vivente» a proposito dell’analisi della realtà politica, per mettere in guardia contro le generalizzazioni. In particolare . poiché il fattore “tempo” esiste e non va dimenticato – ritengo che non si possano paragonare opzioni politiche apparentemente uguali quando tra esse intercorrono svariati anni o addirittura decenni. Ad esempio, come quando si pretende di proiettare la politica di unità nazionale (e di “compromesso”) del dopoguerra sulle scelte degli anni Settanta o persino sul sostegno all’attuale governo: sono semplificazioni che non convincono dal punto di vista culturale e che spesso sono dettate da pure strumentalità politica.
Per venire poi al merito delle posizioni espresse da Macaluso, sia permesso di avanzare anche qui più di una osservazione. Togliatti non andava ai cortei sindacali? Si dimentica il fatto che allora i legami fra partito e sindacato erano ben diversi dagli attuali, che i leader della Cgil erano del tutto interni ai partiti di sinistra e che la “divisione dei ruoli” in piazza era supportata e resa possibile prima di tutto dal fatto che i dirigenti comunisti erano uniti fra loro da un legame (di partito) che prescindeva completamente dai rispettivi ruoli. Ai tempi di Berlinguer le cose erano già in parte diverse, gli anni Sessanta avevano posto fine all’assoluta sovrapposizione di partito e sindacato. È però errato neutralizzare, come tenta di fare Macaluso, la memoria storica di quello che fece l’”ultimo Berlinguer” per ritrovare la «connessione sentimentale» con gli operai e i lavoratori in genere, dopo glie errori della “solidarietà nazionale”. Proprio la storica foto di Berlinguer alla manifestazione per la difesa della scala mobile che Macaluso ricorda lo testimonia egregiamente: Berlinguer era lì esattamente per dire “sono/siamo con voi”, non per “assistere” alla “sfilata” come un qualsiasi “cittadino”. E ve lo vedete Epifani che va a salutare in modo analogo gli operai in lotta? Forse le reazioni sarebbero state diverse da quelle (entusiastiche, davanti a Berlinguer) di trent’anni fa, ma sarebbe stato comunque un gesto politico significativo. Che invece non c’è stato. E forse è stato meglio, se ne è guadagnato in chiarezza. Si pensi poi al noto episodio – che Macaluso non ricorda nell’articolo in questione – della visita del segretario del Pci ai cancelli della Fiat, quando assicurò agli operai in lotta tutto il suo appoggio anche se gli operai avessero deciso l’occupazione della fabbrica! Se allora tutto il suo partito lo avesse allora seguito, forse quella lotta non sarebbe stata persa…

18/05/2013 Roma. Manifestazione nazionale della FIOM
Fiom 18 maggio 2013

In definitiva, al di là della presenza o non presenza fisica dei dirigenti di un partito tra i lavoratori in lotta, il problema è un altro: come si colloca questo o quel partito rispetto ai movimenti sociali, in primo luogo alle lotte operaie e sindacali? Il Pci quasi sempre seppe essere interno a quelle lotte e ai quei pezzi di società, ai lavoratori e alle masse che intorno a loro si stringevano, perché aveva una visione di classe della società, anche se – per fortuna – non in senso economico-corporativo. Nel 1989-1991 fu fatta invece dalla maggioranza del gruppo dirigente del Pci una scelta diversa, si abbandonò prima in linea teorica e poi di fatto tale visione di classe e il partito che si fece erede del Pci dopo averlo soppresso abbandonò pian piano ma inesorabilmente la sua internità ai processi sociali e al mondo del lavoro. I frutti sono davanti agli occhi di tutti, non solo in termini di disgregazione e disperazione sociale, ma anche in termini di rappresentanza politica della classe operaia. Che non c’è più.

Mussolini, i comunisti e il 1° Maggio

di Diego Angelo Bertozzi

Il 19 aprile del 1923 Mussolini, dall’ottobre a capo di un governo di coalizione tra forze cosiddette nazionali, annuncia: “il giorno 21 aprile dedicato alla memoria della fondazione di Roma sarà celebrata in tutto il Regno d’Italia la Festa Nazionale del lavoro e saranno passati in rassegna i reparti della Milizia volontaria” . Il capo del governo giustifica così la decisione alla Camera dei Deputati: “La grande guerra, che ha valorizzato ogni manifestazione di attività, ha sviluppato anche in tutte le classi una più profonda coscienza delle energie e del lavoro individuale. Celebrare, in un giorno all’anno, queste energie e questo lavoro è sprone ad una più fervida, proficua attività collettiva e nazionale; ed è bene che ciò sia formalmente riconosciuto in una legge dello Stato. E perché la celebrazione si ricongiunga ai ricordi della nostra storia e del genio della stirpe, il Governo ha voluto farla coincidere con la data del 21 aprile: la fondazione di Roma, data immortale da cui ha inizio il lungo, faticoso, glorioso cammino dell’Italia”. Tutta la retorica fascista, che per un ventennio coprirà e silenzierà il Paese, è qui utilizzata per cancellare dal calendario la manifestazione del Primo Maggio, che solo l’anno prima il presidente del Consiglio Facta aveva riconosciuto come giornata festiva, e per sostituirla con una di regime. Così, alle spedizioni punitive e alle efferate violenze contro le organizzazioni operaie socialiste e comuniste, tollerate quando non sostenute dagli organi statali, segue con puntualità l’attacco finale al simbolo per eccellenza del movimento dei lavoratori: quel Primo Maggio che dal 1890 ne seguiva sviluppi, vittorie e sconfitte. Primo MaggioGià negli anni precedenti in questa occasione lo squadrismo fascista aveva fatto sentire la sua presenza, tanto che nel 1921 per l’Avanti! ci si trovava di fronte al Primo Maggio “il più tragico, il più tempestoso, il più significativo tra quanti ne ha solennizzati la classe lavoratrice d’Italia”. In quasi tutto il Paese, nonostante l’astensione del lavoro sia stata ancora considerevole a Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze e Roma, la manifestazione si era svolta senza bandiere, senza musiche, canti e apparati festivi e organizzare comizi costituiva una intollerabile insolenza di fronte alla mobilitazione fascista. “Volete la salute? Lavorate il 1° Maggio”, recitava perentoriamente un avviso. A Torino, impedito il corteo e lo sfoggio di bandiere rosse, si era sfilato davanti alle rovine della Casa del Popolo devastata nei giorni precedenti, a Firenze si erano svolte riunioni al chiuso mentre a Mantova il terrore nero aveva costretto alla amara decisione di evitare qualsiasi manifestazione pubblica. Portare il classico garofano rosso all’occhiello o un fazzoletto rosso intorno al collo significava – e continuerà a farlo per molto – diventare in automatico un bersaglio della violenza. Nel 1922 nel Bolognese si sono contati tre morti e una cinquantina di feriti, mentre a Milano, alla fine dei comizi, una caccia all’uomo dei fascisti ha causato un morto e il ferimento di due persone. A Mantova le coraggiose operaie filatrici che, vestite di rosso e adornate di coccarde, nastrini e di garofani, hanno deciso di attraversare la principale via della città sono state insultate e percosse dalle squadre di Farinacci. Come ricorda lo storico Francesco Renda nel 1922 “solo nella giornata del 1° maggio in 26 centri furono effettuale aggressioni, sparatorie, scontri vari con 6 morti e 25 feriti; fra le città violentate c’erano Milano, Reggio Emilia, Bologna, Rovigo, Alessandria, Brindisi, Perugia, Vercelli” . La decisione mussoliniana di abolire definitivamente la Festa dei lavoratori è la conseguenza di un potere che si va sempre più stabilizzando sulle macerie della sconfitta del movimento operaio e che si avvia a passi decisi verso la definitiva torsione autoritaria. Un decisione che, a conti fatti e con il senno di poi, si rivelerà controproducente. Gli altri regimi di derivazione fascista, e più di tutti il nazismo tedesco, non cancelleranno il Primo Maggio, non gli opporranno una giornata ufficiale senza robuste radici storiche, preferendo, invece, sfruttarne la tradizione di mobilitazione e la forza evocativa declinandola in senso nazionalista o castrandola in generica glorificazione del lavoro . Considerazione, questa, che leggiamo anche sull’Avanti: “Quel duce o viceduce che escogitò la originale pensata di far Primo Maggio […] il 21 aprile, non fu buon psicologo come deve essere un demagogo, ossia un conduttore di popolo. In questa faccenda del 21 aprile, non l’hanno imbroccata bene. Regola generale, non toccate alla gente le sue feste, non toccatele certe tradizioni, certi nomi. […] Così, e peggio, delle feste, siano esse antiche, o siano, come il Primo Maggio, entrate nell’uso da tempo e accolte da simpatie sempre più larghe. È il Primo Maggio, la festa, o la giornata, del Lavoro, della fede socialista, della aspirazione proletaria. Voler celebrare qualcosa di simile, in un altro giorno, significa voler contrapporre, voler dividere, e voler dividere è indebolire, e ogni cosa che divide è, per definizione, krumira” . Fin da subito comunisti e socialisti sottolineano l’inutilità di questa decisione perché un simbolo come il Primo Maggio non si cancella – e neppure si concede – per decreto anche perché la sua natura è internazionalista e come tale è sempre stata vissuta . Netta è, inoltre, la contrapposizione, perché antitetici sono ideali e valori, alla nuova giornata celebrativa introdotta dal nascente regime fascista. La manifestazione operaria ha ora un nuovo nemico, per quanto sclerotizzato nella sua ufficialità di parata di graduati e gallonati. Due stralci tratti da articoli de L’Unità sono esemplificativi a questo proposito: “Nel 21 aprile i capitalisti e i proprietari terrieri festeggiano i tempi dell’Impero, i tempi in cui i proprietari romani tenevano sotto il loro tallone di ferro il mondo allora noto e, soprattutto, tenevano stretti i lavoratori alle catene della schiavitù. Il 21 aprile i nostri capitalisti risognano il sogno di ridurre alla schiavitù antica il proletariato italiano. 21 aprile e fascio littorio sono i simboli storici della schiavitù nei rapporti di classe. […] I proletari d’Italia, ridotti a schiavitù dal fascismo, nel Primo Maggio, sentono di rivivere in loro la tradizione di Spartaco” ; e ancora: “Il fascismo, che ha combattuto e vinto il proletariato per conto dei capitalisti, dei padroni, della monarchia, ha soppresso la data del 1° Maggio, e con tutte le libertà popolari ha tolto anche ai lavoratori quella di celebrare questa giornata di fede e di lotta. Il fascismo ha sostituito il 1° Maggio rosso con il 21 aprile nero. Ma il 21 aprile non dice ai lavoratori ciò che dice il 1° Maggio. […] Il 21 aprile è un giorno di esaltazione della potenza militare, della guerra, del fascismo. È la giornata dell’oppressore. In ogni casa di lavoratori, il 21 aprile, si fa questo bilancio: cosa eravamo noi prima del fascismo, cosa siamo noi oggi, dove andiamo a finire” . Nel 1933 su Battaglie Sindacali, organo della CGL, si può leggere l’articolo “Contro il 21 Aprile degli affamatori del popolo! Per il Primo Maggio proletario!” nel quale gli operai sono invitati a trasformare la manifestazione fascista in manifestazione di massa contro il regime. Ad accettare, invece, in qualche modo la calata del sipario sulla giornata operaia sono i popolari che, per bocca della Confederazione italiana dei lavoratori, invitano a seguire le indicazioni delle autorità e degli industriali in vista del 21 aprile e i repubblicani che parlano ormai di una solennità proletaria che ha “perduto irrimediabilmente gran parte del suo fascino antico” e per la quale “non valga più la pena ormai di impegnare su di essa una grande battaglia”. Tutt’altra è la posizione del Partito comunista d’Italia: la strenua difesa dei diritti dei lavoratori e la lotta al fascismo passano attraverso la difesa e il rilancio della manifestazione operaia che, dopo la sconfitta subito ad opera del fascismo, ha ritrovato “tutto il suo antico significato” e “resterà, ormai, nell’avvenire, giorno di lotta e di raccolta” . Nel 1924, all’indomani delle elezioni politiche, è rivolto senza successo un invito ai socialisti massimalisti del Psi e ai riformisti del Psu a dare vita, in ossequio alla parola d’ordine del Fronte unito dal basso, ad una manifestazione unitaria all’insegna dell’astensione del lavoro. L’intento è quello di dare una prova di forza: “Se si riuscirà ad evitare che la festa internazionale dei lavoratori passi inosservata, se i lavoratori avranno tanta forza da attuare una larga estensione dal lavoro, la classe lavoratrice avrà ottenuta un’altra vittoria, molto più significativa e promettente di quella elettorale” . Nelle principali città, nonostante intimidazioni, violenze e clima da terrore, si segnalano ancora astensioni dal lavoro, ma ad imporsi sono sempre più segni e gesti, atti di fede e di sfida che, benché isolati, mantengono vivo il ricordo del Primo Maggio, facendone già giornata di resistenza. Nell’anno in questione a Torino è fatta volare in aria, grazie a una ventina di palloncini, una enorme bandiera rossa e un piccolo gruppo di operai si reca al cimitero con due enormi cuscini di garofani rossi per commemorare i caduti “nella lotta contro gli sfruttatori”, mentre a Roma si sfila in silenzio sotto la bandiera rossa apparsa sulPrimo Maggio 1921 balcone dell’ambasciata sovietica e l’onorevole Picelli issa sull’asta del Parlamento un drappo rosso. La repressione per il 1° Maggio non è certo una novità. Era già calata con intermittenza nei primi anni della sua esistenza (in Italia dal 1890 fino al 1901), quando il movimento socialista viveva in una legalità assai precaria, ma ora diventa sistematica e capillare. Dal 1923 è sguinzagliata la milizia fascista per intimidire i lavoratori nelle fabbriche, per aggredirli o purgarli, mentre le autorità di pubblica sicurezza sono chiamate, fin dai giorni precedenti, a stroncare qualsiasi movimento collettivo sospetto e a prevenire ogni attività individuale. Retate, arresti preventivi, sequestri di volantini, manifesti e di fogli sovversivi diventano normalità. Festeggiare il Primo Maggio è ormai un reato duramente punito, tanto che Critica Sociale pubblica nel 1927 un editoriale dall’evocativo titolo “Senza data”. A partire da quell’anno, in linea con le leggi eccezionali, entra in azione anche il Tribunale Speciale dello Stato che commina pesanti condanne: nel solo 1928, per aver celebrato il 1° Maggio, sette operai di Trieste, cinque di Verona, tre di Torino e uno di Milano sono condannati a più di 102 anni di carcere. Ricorda il comunista confinato Celeste Negarville: “Non si trattava, è chiaro, di fare delle manifestazioni di massa, ma si trattava di fare una manifestazione comunque, anche nelle mani del nemico, anche nelle condizioni in cui l’oppressione assume una forma diretta”. E, così, neppure i confinati politici rinunciano alla manifestazione, anche nella semplice, quanto dirompente, forma di una sfilata in paese con i vestiti delle festa e le scarpe tirate a lucido, oppure con un discorso in camerata davanti ad una tavola più imbandita del solito . A viverla nell’intimità sono anche semplici militanti come la donna romagnola che scrive una lettera all’Unità raccontando il suo gesto solitario: la deposizione di fiori rossi sulla fossa di compagni di lotta in memoria di “tutti i martiri di ieri e di oggi che all’avvenire proletario hanno consacrata e sacrificata la loro esistenza” . Resistenza privata, gesti audaci e la presenza politica – quest’ultima a partire dalla svolta comunista dei primi anni ’30 – di avanguardie comuniste vecchie e nuove si uniscono nel mantenere in vita il Primo Maggio e per farne, al contempo, giornata di riflessione e di lotta antifascista, trovando anche la crescente solidarietà di diverse forze democratiche. Le cronache, anche se sempre più sparute de L’Unità, come i rapporti dei prefetti ne dànno chiara testimonianza. Riporta l’organo comunista nel 1930: “Tacciono sulle molte migliaia di Unità e Avanguardia che sono state distribuite il Primo Maggio, malgrado le eccezionali misure di polizia. Tacciono sui centomila manifestini che hanno inondato da un capo all’altro l’Italia. […] Tacciono sui cortei avvenuti – improvvisati – al canto di Bandiera rossa a Lugo e in qualche altro paese dell’Emilia Romagna. […] Tacciono sulle molte migliaia di arresti preventivi, sulle centinaia di perquisizioni, sulla mobilitazione di tutte le forze armate che non sono riuscite ad impedire la manifestazione del Primo Maggio ”. Oltre alle richieste politiche – ancora velleitarie visti i rapporti di forza – che sono lanciate attraverso stampa e manifesti clandestini, a dare dimostrazione di un recuperato significato di lotta da parte del Primo Maggio sono soprattutto le tante testimonianze di gesti di ribellione che arrivano da tutto il Paese. A Torino nel 1927 si approfitta del passaggio del Giro d’Italia, e del conseguente assembramento di tifosi, per lanciare bandierine e volantini e attaccare drappi rossi alle biciclette di due concorrenti; a Milano, invece, nella mattinata i tram escono dai depositi pavesati di bandiere rosse e carichi di volantini e giornali clandestini. Nel 1930, sempre a Milano, alcuni taxisti si dirigono verso diverse zone della città per distribuire volontani fuori dalle fabbriche, mentre a Modena, Reggio Emilia e nel Ravennate i fascisti devono mobilitarsi per levare le molte bandiere rosse esposte su pali e alberi. Nel 1932 a Imola la distribuzione di volontani avviene mentre si svolge una sentita processione religiosa. Nel 1934 a Roma l’invito di un gruppo clandestino antifascista a sfoggiare per l’occasione una cravatta rossa genera un vero e proprio allarme, con la polizia che si mette a caccia di chi le sfoggia e ferma anche chi le porta per puro caso. La volontà fascista di togliere la manifestazione anche dal calendario ribelle è così tenace da confinare con la psicosi: in Romagna gli squadristi irrompono nelle case in cerca di tortelli, solitamente serviti sulle tavole nei giorni di festa. Sono questi solo alcuni esempi, forse i più clamorosi, della volontà di avanguardie e lavoratori di ricordare al regime che la cancellazione del 1° Maggio per decreto è rimasta solo sulla carta. Per tutto il ventennio scritte sovversive sui muri – sempre più quelle inneggianti a Stalin e all’Urss – drappi rossi su alberi e edifici e piccole riunioni private sono segnalate a Pavia, Varese, Como, Verona, Sondrio, Bergamo, Brescia, Goriza, Trieste, Udine, Venezia, Vicenza, Padova, Rovigo, Livorno, Pescara, Benevento, Foggia, Cosenza, Roma, Ragusa, Cagliari, Taranto e Trapani . A partire degli anni ’30 il 1° Maggio recupera anche il suo originario significato internazionalista. L’opposizione all’imperialismo si unisce alla lotta contro la dittatura quando si fa sempre più imminente l’aggressione fascista all’Abissinia e crescente è il timore di una nuova guerra mondiale che possa trovare nell’Urss la vittima predestinata. Nel 1932, accanto alle richieste per l’aumento dei salari, la libertà di organizzazione sindacale e il diritto di sciopero, compare l’invito ad opporsi all’invio di navi da guerra e di soldati in Cina e a mobilitarsi a favore della Russia sovietica. L’Unità titola a tutta pagina “Contro il fascismo, contro la guerra, per un Primo Maggio di riscossa proletaria!” e invita a trasformare la guerra imperialista in insurrezione a armata. La difesa dell’Unione Sovietica è intimamente legata a quella dei diritti dei lavoratori: “Questo paese che è diretto dagli operai e dai contadini e che compie uno sforzo gigantesco verso il benessere delle masse è un cattivo esempio per gli operai e i contadini soggetti allo sfruttamento capitalistico: contro di esso bisogna muovere una guerra che lo restituisca ai padroni, agli sfruttatori. Se il piano dei capitalisti riuscisse i lavoratori di tutto il mondo (e non solo quelli della Russia) piomberebbero per lunghi anni in una schiavitù di fronte alla quale quella fascista attuale sarebbe un ricordo di libertà” . “Compagna”, il quindicinale comunista dedicato alle donne, invita alla lotta contro l’imperialismo giapponese in Cina: “Tutte unite noi dobbiamo preparare un Primo Maggio Rosso, un Primo Maggio di lotta contro la guerra. Tutte unite dobbiamo lottare contro i nostri sfruttatori, contro i padroni, contro il fascismo. Lottiamo a fondo con tutte le nostre forze, a fianco di tutti i lavoratori, per la difesa dell’Urss e per una Cina sovietica!”. Un volantino diffuso nel 1935 nel modenese invita ad aiutare i soviet proclamati in Cina a “liberarsi dal giogo degli imperialisti cinesi, giapponesi, inglesi, americani, italiani” e sostenere, “fraternizzando coi fratelli di classe dell’Etiopia”, l’eroica resistenza dell’Abissinia contro le mire fasciste . Nel 1931, in occasione del suo ultimo 1° Maggio, lo storico leader del socialismo italiano Filippo Turati aveva chiamato il proletariato a combattere il militarismo e l’imperialismo: il fascismo – recitava l’articolo – “è la faccia interna dell’imperialismo; l’imperialismo è il fascismo tra le nazioni. Il fascismo non può vivere senza esaltare e preparare la guerra. Dire dunque disarmo e pacifismo è dire implicitamente guerra e morte al fascismo”. Mentre con il passare degli anni, e soprattutto con lo scoppio della guerra mondiale, la stretta fascista si fa sempre più capillare e le pubblicazioni a stampa calano drasticamente, compaiono, invece, sempre più scritte sovversive a sostegno della “Spagna rossa”, impegnata a difendersi contro il golpe franchista sostenuto da nazisti e fascisti, e della Russia di Stalin. La voce comunista tornerà a farsi sentire in occasione del Primo Maggio del 1942, all’indomani del rientro dei suoi quadri in Italia, con un manifesto che ribadisce la necessità di farla finita con il fascismo per imporre la pace e salvare l’Italia dalla catastrofe attraverso il sabotaggio della guerra: “Nelle giornate del Primo Maggio 1918-19-20, la vostra unione e azione aveva strappato ai capitalisti la giornata di lavoro di otto ore, l’aumento di salari, la libertà di organizzazione, di riunione e di stampa, avete impedito la continuazione della guerra e l’invio di soldati e materiale bellico contro la giovane Unione Sovietica. Lavoratori, madri, spose, soldati, italiani! Voi potete far cessare questa terribile e ingiusta guerra di Mussolini e Hitler. Per il 1° Maggio fate il vostro dovere. Impegnatevi a disertare, a rallentare, a sabotare la produzione.” . L’avvio della resistenza armata nel Nord Italia, il rinnovato protagonismo operaio con gli scioperi del 1943, nonché la notizia della vittoria sovietica a Stalingrado, danno al Primo Maggio una rinnovata vitalità, a dimostrazione che venti anni di dominazione fascista non sono valsi a cancellarlo. Nel 1944 importanti astensioni dal lavoro si segnalano in diversi stabilimenti milanesi, astensioni e sospensioni del lavoro a Torino, Genova, Novara e Pavia . Nella parte del Paese liberata per la prima volta si è tornati a manifestare liberamente e, nell’occasione, è avviata una sottoscrizione per sostenere la lotta di liberazione . Quello del 1945 sarà il Primo Maggio della liberazione, finalmente uscito dalle catacombe, nel quale si esprimono nuovamente e alla luce del sole, con la parola d’ordine dell’unità della classe operaia, gli ideali di emancipazione soffocati per un ventennio. Per l’Unità è una giornata di rinascita nazionale e di promesse: “Lavoratori! Partigiani! Popolo italiano! Il 1° Maggio 1945 sia una giornata di mobilitazione unitaria di tutto il popolo per la rinascita nazionale! I nostri morti ci chiedono di marciare decisamente sulla via della ricostruzione di un’Italia libera, democratica, progressiva dove il popolo che ha preso in mano il suo destino, possa intravedere un avvenire più felice nella pace e nella libertà!” .

Come definire la Repubblica

Intervento di Palmiro Togliatti all’Assemblea Costituente del 22 marzo 1947

Qui si tratta di scegliere tra due formule: «Repubblica democratica fondata sul lavoro» oppure «Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro».
Queste due formule vengono presentate dopo che è stata respinta la formula da noi presentata, alla quale avevano aderito alcuni gruppi e che diceva: «Repubblica democratica di lavoratori».
Di fronte all’alternativa che adesso si presenta, devo dichiarare a nome del gruppo al quale appartengo, che noi preferiamo la formula proposta dall’onorevole Fanfani: «Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Il motivo mi sembra evidente: prima di tutto la formula del collega Fanfani è quella che piú si avvicina a quella che noi avevamo presentato. Per questo semplice motivo, noi avremmo il dovere di votarla.
Per la sostanza, la formula «Repubblica fondata sul lavoro», si riferisce a un fatto di ordine sociale, e quindi è la piú profonda; mentre la formula che viene presentata dall’onorevole La Malfa ed altri colleghi, trasferendo la questione sul campo strettamente giuridico e introducendo anche una terminologia poco chiara e poco popolare sui «diritti di libertà» e «di lavoro», ci sembra sia da
respingere. Da ultimo, essa se mai non è appropriata a questa parte della Costituzione, ma appartiene alla seconda parte, alla parte successiva.
Per questi motivi, il nostro gruppo voterà contro la formula dell’onorevole La Malfa e in favore della formula dell’onorevole Fanfani.

Paolo Spriano storico del Pci

Relazione di Gianpasquale Santomassimo al convegno organizzato dall’Istituto Gramsci a Roma il 4 aprile scorso sulla figura di Paolo Spriano.

Roberto Battaglia avrebbe dovuto scrivere la Storia del Pci. Era una designazione naturale e scontata, dopo il grande successo della Storia della Resistenza italiana, con le sue tormentate e sofferte edizioni presso Einaudi. Si era disposto a questo compito con grande entusiasmo, convinto di scrivere la storia dell’unico partito «non provinciale» in Italia. Battaglia però non fece a tempo neppure a iniziare il suo lavoro, colpito da infarto nel 1962 e poi scomparso il 20 febbraio 1963. Quella di affidare in seguito il compito a Paolo Spriano fu anch’essa una decisione abbastanza naturale. Per il forte legame con Einaudi e la cultura torinese, per le prove che aveva già dato nella ricostruzione della Torino operaia e socialista. Per il suo stile piano e leggibile che si avvicinava a quello di Battaglia, pur senza la forbitezza letteraria del più anziano storico dell’arte. Spriano, che aveva scritto la sua tesi di laurea su Piero Gobetti nella stessa biblioteca di casa Gobetti dove era stato ospitato durante gli anni universitari. Fino ad allora la storia del partito comunista aveva visto opere per lo più agiografiche o puramente polemiche. Il precedente immediato, l’auspicio e l’esempio di una storia rigorosa e fondata sui documenti era venuta da parte dello stesso Togliatti col libro su La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924 , in polemica contro la storia concepita come una «ininterrotta processione trionfale». Subito dopo la morte di Togliatti veniva dato un indirizzo risolutivo in direzione di una storia scientifica e fondata su documenti. La decisione era presa nel settembre 1964. Il progetto originario prevedeva un solo volume, ma ben presto ci si rese conto che il progetto era destinato ad ampliarsi. «Al partito si manifestano contentissimi del progetto – scriveva Spriano il 7 ottobre 1964 a Giulio Bollati – e mi promettono l’accesso a tutti i documenti, mentre io ho precisato il carattere scientifico del lavoro e la mia responsabilità personale». Continua a leggere “Paolo Spriano storico del Pci” →