Il seguente articolo di Lelio La Porta, pubblicato su “il Manifesto” di domenica 18 gennaio 2026, è reperibile al seguente link.
Il rapporto fra uomo e mondo o natura occupa, fra le questioni filosofiche, un posto di assoluta centralità. Marx faceva presente, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, che «l’uomo è una parte della natura». Un rapporto simbiotico. Eppure, di fronte a lei, l’essere umano appare quantomai fragile, nel senso leopardiano «dell’esser mio frale» di cui il recanatese scrive nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, insistendo sul concetto ne La Ginestra («il basso stato e frale»). Proprio partendo dalla consapevolezza di questa originaria condizione di fragilità, gli uomini si uniscono «per meglio affrontare le disgrazie e le ingiustizie della vita», sostiene Roberto Gramiccia in Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto (prefazione di Vladimiro Giacché, Diarkos, pp. 383, euro 19).
L’articolo seguente si avvale di alcuni passi di uno scritto pubblicato su «La Città Futura» il 30/10/2015.
Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
(P. P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci)
L’assassinio di Pasolini, il cui corpo orrendamente massacrato fu rinvenuto il 2 novembre del 1975 e di cui ricorre il 50° anniversario, è stato causa di dolore e di rabbia autentica per chi militava a sinistra o, comunque, aveva a cuore le sorti della cultura nel nostro paese (e per questo stava a sinistra ieri e a sinistra si trova ancora oggi). Chi lo avrebbe visto con piacere bruciare in Campo de’ Fiori come Giordano Bruno o, meglio ancora, avrebbe desiderato fargli indossare la mordacchia, ancor prima di spedirlo al rogo, dimenticava tutto. Ci fu chi pensò di sottrare ad un’appartenenza comunista colui il cui fratello Guido (Guidalberto) era morto nell’eccidio di malga Porzûs, compiuto dai gappisti di “Giacca”, presumibilmente su ordine del comando del IX Corpo jugoslavo, e il padre aveva salvato Mussolini dalle mani dell’attentatore (o meglio, presunto tale) Zamboni. E poi non era stato espulso dal Pci nel 1949 per “indegnità morale”?1
Il pensiero e l’opera politica di Berlinguer rispetto alle giovani generazioni nel confronto con le espressioni e la memoria dei giovani di oggi. Una riflessione che prende spunto dalle molte, e non tutte egualmente valide, opere di rievocazione prodotte nel trentennale della scomparsa.
(L’articolo, già pubblicato in precedenza sul sito “la Città futura”, è reperibile al seguente link)
Di recente la terza rete della Televisione di Stato ha trasmesso il film di Walter Veltroni “Quando c’era Berlinguer”. Il lavoro, per molti versi discutibile, in specie per questa insistenza a ridurre il leader comunista ad un brav’uomo, quasi a voler collocare in secondo piano la dimensione politica della sua attività, si apre con una serie di interviste sul campo, soprattutto a giovani, nel corso delle quali se ne sentono di tutti i colori. L’apice è la studentessa che fa presente di aver studiato nel Liceo Azuni di Sassari senza sapere che Berlinguer avesse affrontato lì i suoi studi medio-superiori (en passant, anche Togliatti, seppure diversi anni prima, aveva frequentato lo stesso Liceo). Ancora un altro episodio del quale io stesso sono stato protagonista. Organizzando qualche anno fa la giornata della Liberazione con l’Istituto in cui insegnavo, trovammo come punto di riferimento una sezione del Pd. All’interno faceva bella mostra di sé una foto di Berlinguer per cui chiesi ai giovani presenti chi fosse quell’uomo. Non mi seppero rispondere; ed eravamo all’interno della sede di un Partito che, almeno fino a qualche tempo fa, riteneva che Berlinguer fosse nel suo Pantheon; ora sarà stato sostituito con Baden-Powell, il fondatore dello scoutismo. Partendo da questi presupposti, cercherò di fissare alcuni punti che, pur non pretendendo di esaurire il discorso, possano, però, fungere da elemento di discussione intorno al rapporto fra Berlinguer e i giovani.
Diversi sono i luoghi in cui Berlinguer si rivolge direttamente ai giovani. Ne indicherò alcuni nei quali scorgo un particolare interesse del leader comunista per la pedagogia non soltanto in generale ma per quella specificità della pedagogia che ne fa anche un’educazione alla politica (come fa presente concludendo l’intervento al CC del gennaio 1970, conclusioni nelle quali Gramsci viene indicato, insieme a Lenin, come “altro nostro grande maestro”1).
Giovedì 8 maggio, alle ore 17:30, nell’ambito della mostra “80 volte Bella Ciao!” (a cura di Roberto Gramiccia) allestita presso La Vaccheria di Via Giovanni L’Eltore 35 (Roma), si terrà la presentazione del volume “I manuali di storia dell’epoca fascista. Il consenso costruito a scuola con menzogne, omissioni e censure” (acro-pòlis in folio, Trieste 2025) a cura di Lelio La Porta. Introduce Roberto Gramiccia, interviene il Prof. Andrea Ceccarelli, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico e delle Scienze Umane «Benedetto da Norcia», sarà presente il curatore. Diana La Porta leggerà alcuni brani del libro.
La mostra è promossa e sostenuta dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale in collaborazione con l’ANPI nazionale e il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura nonché il contributo del IX Municipio.
Martedì 15 aprile, alle ore 18:00, presso la Casa della Sinistra di via Zabaglia 22 (Roma Testaccio) sarà presentato il testo di Lelio La Porta “I manuali di storia dell’epoca fascista” (Acro Pòlis). Ne discuteranno con il curatore Susanna Crostella, Giorgio Mele, Sara Taccetti. Introdurrà la serata Guglielmo Bianchi.
Mercoledì 16 aprile alle ore 17:30 presso la libreria “Il mattone” di via Giacomo Bresadola, 36 (Centocelle, Roma) si terrà la presentazione del libro “I comizi e il miele. Quando Berlinguer andava in Abruzzo (1953-1982)” (Bordeaux Edizioni) di Francesco Di Vincenzo. Interverranno Alexander Höbel, Lelio La Porta e Donatello Santarone.