MORTE DEL PCI, MORTE DELLA POLITICA

Esattamente 30 anni fa, il 3 febbraio 1991, veniva posta fine alla vita del Partito comunista italiano. (In questo libro, “La morte del Pci”, recentemente ripubblicato da Bordeaux edizioni, ho raccontato come). Da allora, nonostante vari tentativi, a volte onorevoli, altre volte pateticamente plebei, le classi popolari del nostro paese non sono più riuscite a esprimere una rappresentanza politica che almeno ambisse a guidare il Paese in loro nome, a essere alternativa credibile e reale. Pian piano tutto il sistema dei partiti nostrano è stato triturato dalla borghesia nazionale e internazionale. I “tecnici”, i rappresentanti della mitica “società civile” (economisti, professori, imprenditori, avvocati, banchieri, finanzieri, avventurieri pronti a vendersi al primo sceicco arabo) hanno sostituito i politici, alternandosi alla guida del Paese. Le classi popolari hanno così perso potere, welfare, ricchezza, sicurezza, stabilità. Sono divenute un pugile suonato che tutti possono irridente e derubare. Trent’anni dopo, e cento anni dopo, sarebbe finalmente ora di creare nuovamente un forte, unitario, “arrogante” Partito comunista italiano di massa. Per organizzare la resistenza, per iniziare un’altra storia. Per far resuscitare la politica in Italia.

VERSO IL 21 GENNAIO (11)

A cura di Guido Liguori, a partire dal 1 gennaio, pubblichiamo sul nostro sito ogni giorno, un articolo di Gramsci apparso sull’Ordine Nuovo più o meno negli stessi giorni di 100 anni fa.

A. Gramsci, Forza e prestigio, in “L’Ordine Nuovo”, 14 gennaio 1921

La relazione con la quale l’attuale Direzione del Partito Socialista Italiano presenta al Congresso di Livorno l’attività propria e di tutto il partito negli ultimi quindici mesi è degna, in realtà, nel suo arido schematismo burocratico, di quella che è stata in questi mesi la vita del partito e quasi sembra fatta apposta per concludere, senza variare di stile, un periodo che forse non sarà ricordato se non perché in esso è maturata nell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato italiano la coscienza della necessità di spezzare l’unità formale e burocratica del Partito Socialista per raggiungere nel Partito Comunista una unità sostanziale di azione e di pensiero.

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VERSO IL 21 GENNAIO (5)

A cura di Guido Liguori, a partire dal 1 gennaio, pubblichiamo sul nostro sito ogni giorno, un articolo di Gramsci apparso sull’Ordine Nuovo più o meno negli stessi giorni di 100 anni fa.

Gramsci, Marinetti rivoluzionario?, in “L’Ordine Nuovo”, 5 gennaio 1921

È avvenuto questo fatto inaudito, enorme, colossale, la cui divulgazione minaccia di annientare del tutto il prestigio e il credito dell’Internazionale comunista: a Mosca, durante il Secondo Congresso, il compagno Lunaciarsky ha detto, in un discorso ai delegati italiani (– discorso, si badi, pronunciato in italiano, anzi in un italiano correttissimo, cosa per cui ogni sospetto di dubbia interpretazione deve essere a priori scartato –) che in Italia esiste un intellettuale rivoluzionario e che egli è Filippo Tommaso Marinetti. I filistei del movimento operaio sono oltremodo scandalizzati; è certo ormai che alle ingiurie di: “Bergsoniani, volontaristi, pragmatisti, spiritualisti”, si aggiungerà l’ingiuria più sanguinosa di “futuristi! Marinettiani”! Poiché una tale sorte ci attende, vediamo di elevarci fino all’autocoscienza di questa nuova nostra posizione intellettuale

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VERSO IL 21 GENNAIO (4)

A. Gramsci, Il congresso di Tours, in “L’Ordine Nuovo”, 4 gennaio 1921.

Non si può comprendere il significato e la portata del Congresso di Tours se la lotta delle tendenze nel Partito socialista non viene collocata nel quadro generale del movimento operaio e contadino di Francia. Il Congresso di Tours è strettamente legato allo sciopero del 1 maggio scorso: i suoi risultati sono un indice della disposizione delle masse popolari verso gli organismi dirigenti del movimento sindacale, che in occasione dello sciopero e nei riguardi delle sue immediate conseguenze, si atteggiarono nei modi e nelle forme che sono note

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VERSO IL 21 GENNAIO (3)

A. Gramsci, Bergsoniano!, in “L’Ordine Nuovo”, 2 gennaio 1921.

Decisamente, la filosofia nelle file del Partito Socialista Italiano, e nella mente dei suoi teorici e dei suoi leaders, è destinata a non aver mai fortuna. C’è stato una volta un periodo di esaltazione, un periodo in cui la fede politica e la fede sociale sembrava dovessero di necessità accordarsi con una determinata fede scientifica. Erano i giorni avventurati in cui dell’una e dell’altra fede erano sacerdoti Cesare Lombroso ed i suoi ripetitori, in cui Enrico Ferri era un grande filosofo e grande capo rivoluzionario. Ahimè! il socialismo italiano, che per le grandi masse era allora spontaneo moto di riscossa e di risveglio, movimento di liberazione iniziato in forme incomposte, senza troppa chiara coscienza di sé, tumultuoso, ma pieno di calore e pieno di ogni possibilità di sviluppo, e pieno soprattutto di fecondo spirito di iniziativa e di tenace volontà di azione, il socialismo italiano, nella mente dei suoi teorici, nella mente dei capi e degli ispiratori, aveva la triste sorte di essere avvicinato al più arido, secco, sterile, sconsolatamente sterile, pensiero del secolo XIX, al positivismo

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